Venerdì, 20 Ottobre 2017
Martedì 30 Marzo 2010 18:50

Nel segno della riconciliazione

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I vescovi di dieci nazioni si sono soffermati sulle esperienze di soluzione di conflitti e rimarcato gli attuali punti di crisi.

Chiamate in causa le comunità cristiane, quali costruttrici di giustizia e pace.

Un incontro che ha anticipato alcuni dei temi-chiave del prossimo Sinodo africano.

 

Si è svolta a Lusaka (Zambia), dal 27 giugno al 7 luglio, la 16’ Assemblea plenaria dell’Associazione dei membri delle Conferenze episcopali dell’Africa orientale (Amecea). Vi hanno partecipato oltre 200 vescovi di dieci chiese africane (Kenya, Tanzania, Uganda, Etiopia, Sudan, Zambia, Eritrea, Malawi, più Somalia e Gibuti, come membri affiliati), in rappresentanza di 40 milioni di cattolici (su una popolazione totale di 254 milioni). L’Assemblea ha esaminato le complesse realtà regionali alla luce del tema: “Riconciliazione attraverso la giustizia e la pace”.

Impossibile non notare la quasi coincidenza tra il tema dell’Assemblea e quello del secondo Sinodo africano che si terrà nell’ottobre 2009: “La chiesa in Africa, a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”. Segno evidente che le comunità cristiane africane stanno diventando sempre più consapevoli che la promozione della pace e della riconciliazione costituisce una parte essenziale e centrale della missione evangelizzatrice della chiesa e che tutti i. cristiani sono chiamati sia ad annunciare il Vangelo e i valori del Regno, sia a denunciare ogni forma di ingiustizia.

Visto il tema, ci si sarebbe aspettati di vedere tra gli osservatori ufficiali più rappresentanti del mondo missionario. Invece, c’era soltanto una sparuta delegazione di sette Missionari d’Africa (noti anche come Padri Bianchi). Che sono stati i primi a notare l’incongruenza. Uno di loro, su un sito-web dell’istituto, commentava: «Promuovere la pace, facilitare la riconciliazione e lottare per la giustizia sono tre priorità di tutte le congregazioni missionarie al lavoro in queste nazioni d’Africa; tre elementi essenziali del Vangelo d’amore che esse proclamano». Di certo, avrebbero potuto dire la loro.

L’Eucaristia di apertura è stata un vero e proprio tributo alla chiesa zambiana e alla sua prontezza ad accogliere la sfida dell’inculturazione della liturgia cristiana nell’universo simbolico africano: una cerimonia piena di colori e di vita, quasi esuberante, impreziosita da riti e gesti che si rifanno chiaramente alle tradizioni locali più vere, “intristite” soltanto dai ripetuti riferimenti alle deterioranti situazioni di Zimbabwe e Sudafrica, quali ombre oscure sul continente.

 

LA “PREDICA” DI MWANAWASA

Qualche giornalista occidentale è rimasto forse sorpreso quando ha visto il presidente dello Zambia, Levy Mwanawasa invitato dal celebrane principale, rivolgersi ai vescovi e ai fedeli durante la messa e, addirittura, a dichiarare l’Assemblea «ufficialmente aperta». Ma la mentalità africana rifiuta la distinzione cartesiana tra spirito e materia, tra anima e corpo, tra sacro e profano. Del resto, il leader zambiano, in partenza per Sharm el-Sheik (Egitto), per il vertice dell’unione africana (non vi prenderà però parte, per un infarto al suo arrivò al Cairo che lo porterà alla morte il 19 agosto a Parigi), si è presentato ben preparato sul pulpito e il suo discorso risultato “ricco di citazioni bibliche e del Catechismo della chiesa cattolica e di riferimenti all’insegnamento sociale della chiesa («Per oggi, almeno, mi sento anch’io un cattolico»).

Ha parlato di riconciliazione come di «un fenomeno non estraneo alla cultura africana». «Lo Zambia è stato benedetto da vari processi di riconciliazione che hanno determinato il nostro, percorso, prima verso l’indipendenza, poi verso la democrazia e la stabilità. Di recente, io e il mio avversario politico, Michael Sata, abbiamo deciso di porre fine alle nostre rivalità nell’interesse della pace. Non dico questo per vanto, anche perché non posso vantare una totale innocenza: riconosco di aver commesso errori durante la mia presidenza e di aver fatto la mia parte nel fomentare le rivalità. Ma oggi c’è la volontà di cambiare». Ha guardato tra la gente, ha scorto Sata e l’ha invitato ad avvicinarsi. Il sincero abbraccio tra i due ha strappato un caloroso applauso.

Mwanawasa ha ripreso: «Non è forse una preoccupante contraddizione — anzi, una totale ipocrisia — il fatto che, sebbene le chiese cristiane stiano crescendo in Africa, noi africani continuiamo a odiarci l’un l’altro con tutta la passione che abbiamo in corpo? Che spiegazione possiamo dare dei recenti scoppi di rabbia xenofobia registrati in Sudafrica? È questa la gratitudine dei sudafricani nei confronti di nazioni vicine che in passato si sono a lungo sacrificate nella comune lotta contro l’apartheid? In tutto questo c’è qualcosa che non va e che richiede una urgente e seria decisione. Come ci deve essere qualcosa di profondamente sbagliato nei modi di governare di tante amministrazioni africane, che sembrano ignorare completamente i principi dello stato di diritto e della giustizia. Come possiamo noi, leader politici, dire di assecondare la giustizia nella gestione della cosa pubblica, quando intere popolazioni, specie rurali, versano in situazioni di estrema povertà?».

Alla fine, il presidente ha elogiato l’impegno della chiesa zambiana nel suo ministero in favore della giustizia e della pace. «Questa commissione è forse l’espressione più alta della coscienza del paese. Io stesso ho assaporato più volte la forza delle sue coraggiose e profetiche prese di posizione. (Il fatto che spesso mi abbiano fatto sentire a disagio è un’altra questione). Questo vostro ministero deve continuare. Anzi: oggi vi invito a mettere gli obiettivi di sviluppo del Millennio tra le priorità del vostro lavoro pastorale, inserendoli anche nell’insegnamento sociale della vostra chiesa».

Augurando ‘buon viaggio” al presidente, mons. George Lungu, vescovo di Chipata e presidente dalla Conferenza episcopale zambiana, l’ho pregato di portare al vertice dell’unione africana le preoccupazione di tutti i presenti sulla situazione dello Zimbabwe: «Voglia Dio che l’Ua inizi davvero a dare prova della sua autorità e della sua forza (...). La dignità umana e le vite delle persone non possono mai essere mercanteggiate per simpatie o interessi politici. L’Africa ha già sofferto abbastanza».

Mons. Lungu ha poi spiegato il perché della scelta del tema dell’Assemblea: «Quando abbiamo esaminato le numerose sfide che le nostre chiese sono chiamate a fronteggiare in questo tempo di conflitti, rivalità e incomprensioni, il tema si è imposto da sé. La riconciliazione crea un’atmosfera di riflessione e facilita una migliore comprensione delle questioni che hanno portato a differenze, separazioni e scontri. Solo un serio esame di coscienza può dare inizio a un processo dì guarigione delle relazioni spezzate e fare fiorire pace e giustizia, il popolo in armonia, può lavorare costruttivamente e progredire. Ma oggi pace e giustizia mancano in numerose nostre nazioni. Come chiese, non possiamo chiudere gli occhi davanti a quanto sta accadendo in Zimbabwe e Sudafrica». Infine ha aggiunto: “Non è difficile scorgere somiglianze tra “riconciliazione attraverso la giustizia e la pace” e lotta contro la corruzione. Dove la corruzione è lasciata libera d’intaccare ogni singola fibra sociale, non ci possono essere giustizia e pace. Poche persone ammassano immense ricchezze, mentre la maggioranza della popolazione muore di fame e soffre l’indicibile, perché non ha i minimi mezzi di sostentamento e non può contare sui servizi pubblici più fondamentali, poiché questi sono usati in modo discriminatorio».

 

STRADA DI EMMAUS

Domenica 29 giugno, i vescovi hanno optato per una mezza giornata di ritiro in preparazione alla lunga sessione di studio che, iniziata nel pomeriggio, si è protratta per tre intere giornate. A ritmo serrato, sul palco si sono succeduti teologi, sociologi e analisti politici, chiamati a offrire analisi dettagliate della situazione delle 10 nazioni dell’Amecea, riflessioni teologiche e pratici suggerimenti di azione pastorale. Inframmezzata alle “lezioni”, un’impressionante serie di rapporti e testimonianze sulle più svariate esperienze di riconciliazione e di soluzione di conflitti animate dalle diverse chiese nazionali.

Apprezzatissimo l’intervento dì Elias Omondi Opongo, gesuita kenyano, che ha presentato una dettagliata descrizione delle nazioni dell’Africa orientale e centrale in termini di conflitti, guerre, instabilità e insicurezza e le rispettive cause. Il teologo ha sorpreso tutti quando ha paragonato la regione martoriata alla “strada di Emmaus”: «In certe situazioni di peccato, che non possono non causare sconforto, rischiamo di assomigliare ai due discepoli di Cristo che, scoraggiati e sfiduciati, si stanno allontanando da Gerusalemme. Forse anche noi non riusciamo a credere che Cristo cammina sempre accanto a noi, pronto ad ascoltare le nostre storie di dolore e i nostri sogni infranti. Apriamo gli occhi e riconosciamolo: solo lui, con la sua Parola, può aiutarci a cogliere il significato di queste esperienze, al dì là delle angosce e delle paure che ci riempiono il cuore e la mente (...). Come agenti di giustizia e di pace, siamo chiamati a guardare in faccia la nostra situazione, non solo con mente critica, ma anche con il cuore pieno di speranza nel Signore risorto. Solo così sapremo essere veri messaggeri del Vangelo, persone di speranza e di risurrezione, capaci di costruire chiese profetiche, vigilanti, perfino importune e invadenti, quando si tratta di difendere la dignità della persona. Dobbiamo avere il coraggio di camminare al fianco della nostra gente, soprattutto nei momenti di afflizione, e di proporre senza paura i valori del Regno. Siamo chiamati a saper leggere i segni dei tempi, prevedere possibili conflitti e suggerire precise azioni atte a prevenirli (...). Quando esaminiamo la natura di certi conflitti scoppiati — e tuttora in atto nelle nostre nazioni, potremmo essere colti da un senso di impotenza. Ma lo scoraggiamento è proibito. Il viaggio verso le nostre Emmaus è difficile e molto costoso, ma dobbiamo essere pronti a pagarne per primi il prezzo».

Animata la discussione. Molti hanno espresso il proprio sconcerto di appartenere a una chiesa che «predica bene ma razzola male». Precisa la reazione di padre Omondi: «È’ cruciale che la comunità cristiana metta in pratica ciò che insegna. Forse è arrivato il tempo di fare un serio esame di coscienza e riconoscere l’esistenza di dolorose e scandalose divisioni al nostro interno. Il popolo percepisce immediatamente quando siamo divisi e la nostra credibilità di agenti di pace, giustizia e riconciliazione è compromessa».

Non meno interessanti e ricchi di sfide gli interventi di Peter Lwaminda, sacerdote zambiano (ha analizzato l’impegno della chiesa per la giustizia e la pace dal punto di vista storico e sottolineato la necessità che i vescovi riconoscano le competenze dei laici nell’impegno per la giustizia sociale), di padre Joseph Komakoma, presidente della Commissione “Giustizia e pace” dello Zambia (ha affrontato il tema della politica come attività di tutti i cittadini e non limitata ai soli politici di professione, invitando le chiese a preparare i propri laici a entrare attivamente ed “evangelicamente” nell’arena sociale) della signora Minisa Chubuye (penetranti le sue provocazioni ai vescovi perché sappiano alzare la voce in favore della dignità della persona e combattere ogni struttura di peccato che causa sofferenza e povertà).

Molto seguite anche le “tavole rotonde”, durante le quale vescovi di Uganda, Sudan, Kenya, Eritrea ed Etiopia hanno dato diretta testimonianza di iniziative concrete di contestualizzazione del ministero della riconciliazione attraverso la giustizia e la pace in contesti di seri conflitti e violenze.

Terminata la sessione di studio, i vescovi hanno continuato i lavori “a porte chiuse”. Alla fine, hanno reso pubblico il loro messaggio finale .

 

REALISMO PASTORALE

Ha colpito molto il fatto che i vari temi discussi durante l’Assemblea plenaria non sono mai stati affrontati astrattamente. Quando si è parlato di riconciliazione, si sono citati paesi e situazioni precisi: Eritrea-Etiopia e il loro conflitto per i confini; Uganda e la lunga guerriglia dell’Esercito di resistenza del Signore; Kenya e le recenti violenze post-elettorali... Tutti conflitti che sono costati centinaia di migliaia di morti e la distruzione di risorse che avrebbero potuto essere investite in progetti di sviluppo. Parlare di riconciliazione in simili situazioni comporta ben più che pie parole e promesse: implica, invece, un preciso impegno a creare le condizioni perché la giustizia prevalga. Più volte citate le parole di Paolo VI: «La pace non si riduce a un’assenza di guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini» (Populorum progressio, 76).

Anche il tema della povertà è risuonato ripetutamente negli interventi e nelle discussioni. Si è detto: «l’Africa non è povera: le nostre nazioni sono ricche, con potenzialità che superano di gran lunga l’ammontare dei problemi da affrontare. Eppure, molti nostri cittadini vivono in disperate condizioni d’impoverimento e privazione». Improvvise manifestazioni di violenza (vedi Kenya) -spesso rivelano profonde e prolungate condizioni di vita ignorate o affrontate solo superficialmente. Dispute concernenti il possesso della terra, discriminazioni etniche o regionali, corruzione e altri mali simili alimentano il fuoco dell’odio che, prima o poi, si scatena.

Non è mancato chi pur rifiutando il detto “i poveri sono poveri perché fannulloni”, ha sottolineato la necessità di un’etica del lavoro per contrastare la cultura della dipendenza. Politiche governative o programmi di sviluppo finanziati da chiese e organismi umanitari hanno, a volte, contribuito a indebolire la pratica del “duro lavoro” e l’impegno per lo sviluppo, sia personale che di gruppo.

 

di Franco Moretti

Nigrizia Settembre 2008

 

 

Documento finale: essere voce profetica

“Voi siete il sale della terra la luce del mondo” (Mt 5,13-14). È il titolo del messaggio conclusivo della 16a Assemblea plenaria dell’Amecea, I vescovi si dicono «preoccupati» per le situazioni in Darfur e Sud Sudan, il conflitto in Nord Uganda, le recenti tensioni tra Gibuti ed Eritrea, l’impasse politico in Malawi, la crisi continua in Somalia e la disastrosa situazione dello Zimbabwe. «La chiesa non possiede tutti i mezzi per risolvere conflitti e tensioni. Tuttavia, nel bel mezzo dei contesti violenti succitati, essa è chiamata a essere una voce profetica, cioè una promotrice di giustizia, di perdono e di riconciliazione (...). Crediamo che la riconciliazione deve essere al centro dell’azione della chiesa (...). Come cristiani, siamo chiamati ad annunciare il Vangelo di Cristo e a denunciare l’ingiustizia>. Forte l’invito rivolto alle istituzioni cattoliche perché formulino e suggeriscano «strategie e meccanismi di monitoraggio e di valutazione dell’efficacia dei nostri programmi pastorali».

Il documento continua: «Cresce il divario tra ricchi e poveri. Diversi i fattori che determinano l’aumento della povertà: alcuni esterni - quali gli ingiusti trattati commerciali con le economie occidentali e quelle emergenti dell’Asia - altri locali, come iniqua distribuzione delle risorse, malgoverno, corruzione, conflitti, l’epidemia dell’Hiv/aids».

I vescovi hanno deliberato di «stabilire contatti regolari tra le chiese e i membri dei parlamenti nazionali attraverso uffici di collegamento», in vista di «un dialogo costante dialogo su questioni costituzionali e legislative», auspicando una presenza delle chiese presso l’Unione africana e altre organizzazioni regionali «con lo status di osservatori». Incentivato il ruolo dei media nel processo di riconciliazione e nella comprensione tra i popoli. «Ma è necessario promuovere la comunicazione nella chiesa stessa».

Viene ribadito che l’unità della famiglia «deve essere protetta, rafforzata e sostenuta, perché è la spina dorsale di ogni nazione».

Segue una esortazione: «Esortiamo le istituzioni della chiesa a dare priorità alla formazione di leader a tutti i livelli della società, perché, trasformati dai valori del Vangelo, possano essere di esempio nel perseguire la giustizia e la pace».

Poiché «l’ambiente è dono di Dio e tutta la creazione è sacra», i vescovi deplorano «la distruzione ambientale causata soprattutto da alcune nazioni industrializzate», ed esortano tutti a impegnarsi per la salvaguardia dell’integrità del creato.

In temi di giustizia e di pace «è indispensabile un dialogo interreligioso». Pertanto, «esortiamo coloro che sono impegnati nel dialogo a lavorare per favorire situazioni in cui

la pace può prosperare».

 

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00

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