Venerdì, 18 Agosto 2017
Martedì 22 Giugno 2010 10:43

SUD SUDAN: LA CHIESA DELLA RICONCILIAZIONE

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Intervista all’Arcivescovo di Juba, Paulino Lukudu Loro.

Per il prelato, la comunità cristiana locale è chiamata a lavorare sul tema della tolleranza e a curare il cuore della gente spezzato da tante guerre. Duro il suo giudizio sulla classe dirigente: «Oggi, la corruzione è forse il male peggiore a Juba». a cura di Gianni Ballarini.

Anche i "nemici" gli riconoscono un calibro morale a prova d'inciampo. Negli anni dell'occupazione islamica a Juba e della guerra tra nord e sud, è rimasto un baluardo etico per molti sud-sudanesi. Anche non cristiani. Oggi alla sua porta bussano un po' tutti: da chi ha perso ogni cosa ai leader politici in cerca di consensi.
Paulino Lukudu Loro, comboniano cresciuto spiritualmente tra Firenze e Verona, è da 26 anni arcivescovo della capitale del Sud Sudan, città di quasi un milione di persone, di cui oltre 600mila cattolici. Per anni mons. Lukudu è stato nella lista nera del regime di Khartoum. Odiato dal presidente Omar El-Bashir. Per il prelato, la spiegazione è semplice: «La Chiesa, grazie alla sua rete, è tra le pochissime istituzioni sudanesi che riesce davvero a raccogliere i bisogni della gente. E questo ruolo ha rappresentato, in un recente passato, un grosso problema con il presidente».

Forse perché El-Bashir non era in grado di controllare le vostre informazioni?
Non solo. Abbiamo sempre girato a Roma, in Vaticano, le notizie raccolte grazie a questa rete capillare. Notizie, evidentemente, che infastidivano il governo di Khartoum. Nelle occasioni pubbliche, abbiamo sempre detto al presidente che non conosceva il suo popolo, le sue esigenze.

Quante sono le diocesi in Sudan?
Sette nel sud e due nel nord, dove l'arcidiocesi di Khartoum, a sua volta, ha una regione pastorale a sé, con sede a Kosti, affidata a mons. Daniel Adwok, vescovo ausiliare della capitale.

Il Vaticano appoggia il referendum e la nascita del Sud Sudan indipendente?
Il Vaticano non si è ancora espresso chiaramente. Ma penso che non avrà difficoltà ad assentire alla nascita di una nuova nazione. Giovanni Paolo II seguiva con molta attenzione le vicende del sud. Ricordo ancora l'affetto della gente in occasione della sua visita a Khartoum nel 1993. C'era una folla immensa ad accoglierlo, composta principalmente da profughi del sud. Noi vescovi eravamo malvisti dal regime. E il Papa disse chiaramente che era venuto per «difendere i suoi fratelli vescovi». Quando vide quella folla, esclamò: «Pensavo di trovare un popolo impaurito. Invece siete voi che fate paura agli altri».

Il problema dei profughi, in gran parte cristiani, al nord è non solo politico, ma anche religioso. Cosa potrà loro accadere, una volta che il sud dovesse staccarsi? Sarà garantita la loro professione di fede?
La libertà religiosa nel nord resta un grosso punto interrogativo. Penso che per i cristiani ci potranno essere gravi difficoltà. Ma Khartoum, una capitale molto esposta con l'estero, sa che non potrà compiere passi falsi. Per questo resto fiducioso. Certo, molti sud-sudanesi non rientreranno in patria se dovesse passare il referendum del 2011. La loro presenza e la difesa dei loro diritti dovranno essere monitorate costantemente.

È oggi possibile al nord costruire nuove chiese?
No. Solo luoghi per la preghiera. Cioè cappelle.

C'è partecipazione di fede nel sud?
Molta. La gente prega tanto. Il sabato e la domenica sono giorni di festa. Le chiese si riempiono e i fedeli manifestano tutta la loro gioia con canti e preghiere. È ancora una comunità cristiana fragile, che si deve consolidare. Ma queste terre sono davvero fertili per far nascere comunità aperte alla fede. Le messe durano oltre due ore. Siamo noi sacerdoti che, talvolta, cerchiamo di contenere la durata della celebrazione, altrimenti non finirebbero mai.

La chiesa sud-sudanese è stata coinvolta nel processo di pace?
Sì. Siamo stati parte attiva anche nel corso delle trattative. Le gente, prima della firma della pace nel 2005, si affidava spesso a noi. Si rifugiava nelle nostre chiese. Molte delle scuole che vedete ora, girando per Juba, sono strutture cattoliche, le uniche che hanno resistito durante la guerra. E anche i capi del Movimento/ esercito popolare di liberazione del Sudan (Splm/a) si sono confrontati con noi. Abbiamo dato loro consigli. Anche oggi molte persone vengono da noi a chiederci dove stiamo andando. Fino a 3-4 mesi fa, molti non sapevano se il governo del Sud Sudan (GoSS) fosse per l'unità o per la divisione del paese. La gente avrebbe voluto che il governo locale l'avesse guidata con più certezza verso la separazione. Talvolta faticava a vedere con nitidezza quella linea. Sono stati giorni difficili per lo stesso presidente del sud, Salva Kiir, il quale è venuto da me per sapere qual era l'umore della gente, proprio perché sa che la chiesa ha antenne speciali sul territorio.

Come può la chiesa aiutare a implementare meglio il percorso di pace?
Innanzitutto informando. Facendo capire alla popolazione cosa vuol dire Accordo globale di pace (Agp). Abbiamo condotto una massiccia campagna informativa, grazie anche ai nostri mezzi di comunicazione, la radio su tutti. Radio Bakita, la prima radio cattolica del Sud Sudan, è nata proprio con questo scopo. E delle quattro "r" di cui si deve far carico il sud (rimpatrio, riabilitazione, ricostruzione, riconciliazione), la chiesa porta su di sé soprattutto il peso della riconciliazione. Il cuore della gente è spezzato per la guerra. Ma oggi ci sono tanti conflitti in atto anche tra gli stessi uomini del sud, per non parlare del Darfur. E non ci sono neppure tante scuole dove i bambini delle diverse etnie possano crescere assieme, nella tolleranza reciproca. La chiesa deve lavorare su questo fronte.

Ci sono stati elementi o aspetti negativi in questi 5 anni di tregua mantenuta?
Al momento della firma della pace la popolazione era molto felice. E ha accettato come suo anche il governo dell'Splm. Ma poi molti dell'Splm/a, ottenuto il potere, si sono affrettati ad abbuffarsi, senza più pensare al bene del popolo. Hanno badato solo ai propri interessi. Alla loro fame di potere. Così, si è giunti a una classe dirigente altamente corrotta. La corruzione è forse oggi il male peggiore a Juba. E non penso solo ai politici o ai ministri. Penso anche alle persone collocate nei vari uffici, prive di competenza e di qualità. Piazzate nei gangli vitali di questo paese solo perché sono stati ottimi soldati e sono membri dell'etnia prevalente (dinka, ndr). Non è bello dirlo, ma quello attuale è ancora un governo militare.

C'è anche la questione del tribalismo ancora irrisolta.
Certamente questo governo ha favorito alcune etnie rispetto ad altre. Non è un caso sentire ancora oggi che nel sud ci sono continui scontri etnici. E l'elemento tribale influenza anche la questione della terra. L'Agp prevede che la terra appartenga al popolo, non al governo. Allora, se a Juba città si può accettare che il GoSS voglia gestire lo sviluppo urbano, non è tollerabile che in periferia, a 5-6 km dal città, vengano tolte le terre alla popolazione locale (bari, soprattutto) per assegnarle alle etnie più forti, come i dinka.

I problemi che lei prospetta sono enormi. Come si riuscirà a risolverli?
Intanto aspettiamo un governo legittimo, eletto dal popolo con il voto di aprile. Già questo potrebbe essere l'inizio del cambiamento. Ma sarà solo il tempo a modificare le cose.


a cura di Gianni Ballarini
Nigrizia Aprile 2010

Ultima modifica Martedì 22 Giugno 2010 11:11
Stefano Blasi

Stefano Blasi

Esperto di Comunicazione
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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