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Martedì 22 Febbraio 2011 23:03

Al servizio del Regno

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Le sfide della chiesa cattolica africana

Sulla scorta di quanto uscito dal  primo (1994) e dal secondo (2009) sinodo africano, la chiesa del continente è chiamata a vivere nella comunione e a promuovere riconciliazione, giustizia e pace. E ritrovare un nuovo slancio evangelico.

Per parlare della chiesa in Africa oggi servirebbero volumi. Lo spazio di un articolo mi obbliga a limitarmi. Cercherò di cogliere il polso della vita ecclesiale in atto nel continente, alla luce di quanto è emerso dai due sinodi africani.
I lettori di Nigrizia ricorderanno gli accesi dibattiti che caratterizzarono la prima delle due assise, celebrata a Roma nell'aprile 1994. il tema scelto - "La Chiesa in Africa e la sua missione evangelizzatrice verso l'anno 2000" - era molto impegnativo; il motto - "Sarete miei testimoni" (Atti, 1,9) -, una vera e propria sfida per le comunità cristiane. I padri sinodali discussero a lungo le questioni poste sul tavolo, firmarono un messaggio finale rivolto alla chiesa e al mondo intero, poi formularono e votarono precise proposte (propositiones) da sottoporre a Giovanni Paolo II, perché se ne servisse nella stesura dell'esortazione post -sinodale - La Chiesa in Africa - che fu resa pubblica nel settembre 1995.
Con quel testo, Giovanni Paolo II intese consegnare alle chiese d'Africa i frutti del sinodo, definito "sinodo di risurrezione e di speranza". Poi continuò a interessarsi del continente, soprattutto per vedere quali nuove esperienze quel documento stesse suscitando nelle comunità cattoliche africane. E fu così che, dieci anni dopo, il 15 giugno 2004, ricevendo i membri del Consiglio speciale per l'Africa della segreteria generale, il Papa s'interrogò sul1'opportunità di un nuovo sinodo per l'Africa: «Non è forse giunto il momento di approfondire questa esperienza sinodale africana? L'eccezionale crescita della chiesa in Africa, il rapido ricambio dei pastori, le nuove sfide che il continente deve affrontare esigono risposte che solo la prosecuzione dello sforzo richiesto dalla messa in opera de La Chiesa in Africa potrebbe offrire, ridando così rinnovato vigore e rafforzata speranza a questo continente in difficoltà». Il 13 novembre, ricevendo i partecipanti al Simposio dei vescovi d'Africa ed Europa, annunciò l'intenzione di indire il secondo sinodo. Benedetto XVI fece propria quella decisione il 22 giugno 2005: «Nutro grande fiducia che tale assise segni un ulteriore impulso nel continente africano all'evangelizzazione, al consolidamento e alla crescita della chiesa e alla promozione della riconciliazione e della pace». E ne fissò anche il tema: "La chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace".

Bisogno di risurrezione

Il primo sinodo fu convocato in un contesto storico caratterizzato da pessimismo generalizzato nei confronti dell'Africa. Il Papa ne era cosciente: «Il sinodo ha dovuto con dolore rilevare che una situazione comune è, senza dubbio, il fatto che 1'Africa è piena di problemi: in quasi tutte le sue nazioni c'è una miseria spaventosa, cattiva amministrazione delle scarse risorse disponibili, instabilità politica e disorientamento sociale. Il risultato è sotto i nostri occhi: squallore, guerre, disperazione. In un mondo controllato dalle nazioni ricche e potenti, l'Africa è praticamente divenuta un'appendice senza importanza, spesso dimenticata e trascurata da tutti». Ma non esitò ad aggiungere che il sinodo era stato «un evento di speranza e di risurrezione, nel momento stesso in cui le vicende umane sembravano piuttosto spingere l’Africa allo scoraggiamento e alla disperazione».
Due, secondo me, i principali frutti di quel primo sinodo: a) 1'adozione del paradigma "Chiesa-famiglia-di-Dio" come definizione dell'identità e della natura della chiesa in Africa, per sottolineare l'unità e la comunione di tutti nonostante le differenze; b) la formulazione di precise priorità pastorali, ritenute indispensabili per la chiesa, se davvero vuole vivere quell'identità: evangelizzazione come proclamazione, inculturazione, dialogo, promozione della giustizia e della pace e comunicazione.
La speranza era che queste indicazioni dessero un nuovo impulso alla vita e alle attività della chiesa africana. Questa si vedeva assegnare una precisa missione: dare nuova forza e nuova speranza a un continente mortalmente ferito da conflitti etnici e religiosi (spesso sfruttati politicamente), umiliato da cattivi governi, oppresso da investitori internazionali pronti a finanziare progetti per nulla trasparenti, dilaniato da traffici di droga e armi, popolato da milioni di rifugiati e sfollati, e soffocato da degrado ambientale, povertà e malattie.

Una strada in salita

Nell'ottobre 2009, riuniti in un secondo sinodo, ci siamo resi conto che, mentre la situazione del continente e della sua chiesa presentava ancora alcune delle "luci e ombre" che avevano motivato la prima assemblea, essa era anche molto mutata politicamente, economicamente e culturalmente. Tale nuova realtà richiedeva un ulteriore appropriato esame, in vista di un rinnovato sforzo di evangelizzazione.
Lo slancio e l'impulso che il primo sinodo aveva dato alla chiesa africana per rinnovarsi, fortificarsi e radicare più saldamente la propria speranza nel Signore sono stati notevoli. Negli ultimi decenni (compresi gli anni successivi al primo sinodo) è diventato abituale parlare di una eccezionale crescita della chiesa in Africa: c'è stata un'ascesa di membri africani di congregazioni missionarie a posizioni e ruoli di guida; si è registrato uno sforzo verso l'autosufficienza da parte delle chiese locali, che si sono impegnate in operazioni economiche in grado di generare risorse; evidenti un incremento delle strutture e istituzioni ecclesiali (seminari, università e istituti cattolici di istruzione superiore, centri di formazione permanente per religiosi, catechisti e laici, scuole di evangelizzazione ... ) e un aumento di esperti e manager per il lavoro di ricerca nel campo della fede, della missione, della cultura e dell'inculturazione, della storia, dell'evangelizzazione e della catechesi.
Tuttavia, la chiesa in Africa si trova ancora davanti terribili sfide. Si parla di una chiesa prospera, ma si dimentica che in vaste aree a malapena esiste; la sua crescita straordinaria si è verificata soprattutto a sud del Sahara. Ci sarebbe, poi, molto da dire sulla fedeltà di alcuni sacerdoti e religiosi alla loro vocazione. Si è avuta, infine, una grave perdita di membri, che sono passati a nuovi movimenti religiosi o alle sette.
Il periodo successivo al primo sinodo è sembrato coincidere, nel continente, con un desiderio emergente degli stessi leader africani di un "Rinascimento africano", cioè una nuova auto-determinazione per la costruzione di una civiltà in sintonia con i dettami dei nostri tempi, vale a dire crescita economica, libertà politica e solidarietà sociale. I leader politici africani sembrano determinati a cambiare il volto dell'amministrazione politica nel continente: hanno fatto un'auto-valutazione critica, che ha identificato nel malgoverno le cause della povertà e delle sofferenze dell'Africa; hanno tracciato un cammino verso il "buon governo" e la formazione di una classe politica in grado di cogliere la parte migliore delle tradizioni africane e di integrarla con i principi di governo delle società moderne; hanno adottato un quadro strategico (Nepad) per orientare le azioni e guidare il rinnovamento dell'Africa attraverso leadership politiche trasparenti. Mentre riconosce l'impegno politico dei suoi figli e delle sue figlie, la chiesa in Africa deve continuare a stimolarli con il messaggio evangelico, sfidandoli a essere luce delle loro nazioni e sale delle loro comunità, offrendo una leadership che sia sempre più a servizio degli altri.
Lo stretto rapporto che esiste tra governo ed economia è evidente: una cattiva amministrazione produce una cattiva economia. Ciò spiega il paradosso della povertà di un continente che potenzialmente è uno dei più ricchi del mondo. Quasi nessun paese africano riesce a rispettare i propri obblighi di bilancio senza ricorrere ad aiuti esterni in forma di obbligazioni o prestiti. Ma questo continuo finanziamento "estero" dei bilanci nazionali non fa altro che accrescere un già opprimente debito nazionale. I tradizionali rapporti economici dei nostri stati con i paesi ex colonizzatori sono stati sostituiti da altre potenti alleanze economiche tra nazioni africane - individualmente o in blocco - e gli Stati Uniti, l'Unione europea e il Giappone.
Di recente, Cina e India, assetate di risorse naturali, si sono affacciate sulla scena, manifestando interesse per ogni possibile aspetto delle economie nazionali africane. Al centro di questi protocolli e accordi c'è la discussione sulla relazione tra commercio e sostegno: i paesi ricchi si sono sviluppati attraverso il commercio, non in conseguenza di una "sindrome di dipendenza dagli aiuti". Personalmente, ritengo che l'uscita dell’Africa dalla sua agonia economica deve essere opera degli africani. In questo, la chiesa ha un preciso compito: convertire i cuori e invitare ad aprire gli occhi per trovare nuovi modi di amministrare la ricchezza pubblica per il bene comune.
Permangono, però, molte ombre, che rappresentano nuove sfide anche per la chiesa. Esistono fenomeni globali e iniziative internazionali di cui occorre valutare l'impatto sulla società africana e su alcune delle sue strutture. L'emergere nel mondo di stili di vita, valori, atteggiamenti e associazioni che destabilizzano la società sono motivo d'inquietudine: minano le basi stesse della società. Alcune regioni del continente sono diventate le vie della droga dall'America Latina all'Europa. Il traffico di droga è la causa principale dell'instabilità e del disordine politico in Guinea-Bissau e in Guinea. La droga non solo transita per l'Africa, ma vi trova anche consumatori. La tossicodipendenza tra i giovani sta rapidamente diventando una delle maggiori cause di dispersione del capitale umano.
Strettamente connesso con il traffico di droga e l'avventurismo politico è il traffico di armi, sia di piccolo calibro che pesanti: i signori della guerra continuano a regnare in varie regioni del continente.
Anche se l'Africa e la sua chiesa non sono ancora del tutto uscite dai guai, possono però, almeno in parte, rallegrarsi dei loro successi e iniziare a ricusare le generalizzazioni stereotipate su conflitti, carestie, corruzione e malgoverno. Dei 48 paesi che costituiscono l'Africa subsahariana, solo 4 - Somalia, Sudan, Niger e Rd Congo - sono oggi in guerra. Vi sono meno conflitti in Africa che in Asia e i mercanti di armi e i criminali di guerra vengono sempre più denunciati, processati e perseguiti. La verità è che l'Africa è stata accusata per troppo tempo dai media di tutto ciò che è aborrito dall'umanità. È tempo di "cambiare marcia". È necessario dire la verità sull'Africa e promuoverne lo sviluppo, che porterà al benessere di tutto il mondo. I paesi del G-8 e le nazioni ricche devono amare l'Africa nella verità. Cioè, non a parole (quante promesse non mantenute!) ma con i fatti. Considerata al decimo posto nella classifica dell'economia mondiale, l'Africa rappresenta il secondo mercato emergente, dopo la Cina. Per questo motivo, si parla - e a ragione - di "continente delle opportunità" . Ciò dovrebbe valere anche per le sue popolazioni.

Chiamata all'azione

Se il primo sinodo invitò la chiesa d'Africa a vivere nella comunione (famiglia di Dio), il secondo l'ha spronata a fare un'esperienza di quelle virtù che stabiliscono la vera comunione con Dio e a testimoniarle e viverle. La chiesa africana oggi ha una chiara missione: servire la riconciliazione, la giustizia e la pace nel continente. Per far questo, deve diventare sempre più "sale della terra e luce del mondo". Va da sé che debba sempre avere chiara la sua identità. Oggi, però, non può fare a meno di ripensare il suo modo di essere e di agire, con attenzione alla verità e nella fedeltà alla sua missione. La sua identità deve manifestarsi nella missione. Non potrà mai essere "famiglia di Dio", se non diventa serva dell'intera famiglia continentale, promuovendo società che rispettino la legge e i diritti degli altri e lottino per un giusto accesso di tutti alle risorse della terra. Una" chiesa-famiglia" deve generare familiarità e fraternità attorno a sé. Altrimenti, anche la più bella definizione della propria identità rimane una mera immagine, bella da contemplare ma inutile, perché incapace di assumere carne africana e contestualizzarsi nella storia del continente. Ecco la sfida lanciata dal secondo sinodo alla chiesa d'Africa; «Diventa "serva" della tua terra, fautrice di riconciliazione, di giustizia e di pace ... Mettiti al servizio del Regno e combatti ogni situazione di non-Regno».
Non c'è opposizione tra i temi dei due sinodi: in verità, sono complementari. L'impegno per la riconciliazione, la giustizia e la pace - impegno eminentemente cristiano, perché radicato nell'amore e nella misericordia - ristabilirà l'unità della "Chiesa-famiglia-di-Dio" nel continente, ed essa, in quanto sale della terra e luce del mondo, guarirà il cuore ferito dell'uomo, in cui si annida la causa di tutto ciò che destabilizza il continente. Solo così l'Africa si renderà conto delle opportunità e dei doni che Dio le ha dato. D'altra parte, la Chiesa-famiglia-di- Dio -per la sua natura, per la sua coerente dottrina sociale, per la sua ripartizione geografica e la sua preoccupazione per il bene dell'uomo - è più adatta di ogni altra organizzazione ad affrontare le sfide della riconciliazione, della giustizia e della pace.
La vocazione della chiesa d'Africa è di essere profezia e fermento di riconciliazione tra i vari gruppi etnici, linguistici e religiosi, nelle singole nazioni e in tutto il continente. La riconciliazione, dono di Dio che gli uomini devono implorare e accogliere, è fondamento stabile su cui costruire la pace, condizione indispensabile per l'autentico progresso. La grande maggioranza dei vescovi africani oggi riconoscono la necessità di un' attiva presenza della chiesa negli ambiti decisionali in cui si affrontano i problemi dello sviluppo socio-economico umano, la creazione di buone relazioni tra gruppi in conflitto e il ristabilimento di relazioni in grado di garantire un futuro di pace. Ecco perché il recente sinodo, invitando i cristiani a essere "sale della terra e luce del mondo", ha inteso non solo ricordare loro l'importanza della testimonianza che devono dare come discepoli di Cristo, ma anche suggerire una nuova metodologia di evangelizzazione, così riassumibile: liberazione da ogni sorta di paura; conversione profonda e permanente e solida formazione in ogni campo (fede, catechesi, morale, media, cultura dell'amore, pace, giustizia, riconciliazione, buon governo, ecc.); dialogo a tutti i livelli; salvaguardia dell'ambiente; difesa dei vari interessi e bisogni sociali; speciale attenzione al posto della donna nella società; educazione dei figli e della gioventù; assistenza pastorale ai migranti; cambi radicali di atteggiamenti e mentalità, in vista di una totale liberazione dagli effetti di un passato di colonialismo e sfruttamento; resistenza alle minacce della globalizzazione, con le sue ingiuste condizioni commerciali; lotta all'etnocentrismo e al fondamentalismo di ogni tipo. Temi troppo "laici"? Forse. Ma sono tutti profondamente "evangelici" .
Saprà la chiesa d'Africa essere all'altezza delle nuove sfide? Credo di sì. Nel maggio scorso, sono stato in Mozambico per la Consulta post-sinodale, organizzata da Caritas Africa e dal dipartimento "Giustizia e pace" del Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam). Il "piano d'azione" elaborato (vedi a lato) m'è parso coraggioso, preciso, dettagliato, deciso. Un buon inizio del "ritorno del sinodo a casa" .

Nigrizia settembre 2010
Card Peter Tuzkson
Presidente del
Pontificio Consiglio
Giustizia e Pace

Dichiarazione di mumeno: "Una nuova pentecoste per l'africa"

Chiesa datti da fare

Come tradurre in pratica le raccomandazioni del secondo Sinodo africano? È la domanda cui ha cercato di rispondere la Consulta post-sinodale, organizzata da Caritas Africa e dal dipartimento "Giustizia e pace" del Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam), a Mumeno, presso Maputo (Mozambico), dal 23 al 26 maggio. All'incontro hanno partecipato 134 delegati (tra cui 3 cardinali e 45 vescovi) provenienti da 46 paesi del mondo. Presenti il Card. PeterTurkson, presidente del Pontifìcio consiglio" Giustizia e pace", il Card. Polycarpe Pengo, arcivescovo di Dar-es-Salaam (Tanzania) e presidente del Secam, e mons. Cyprian Kizito Lwanga, arcivescovo di Kampala (Uganda) e presidente di Caritas Africa.
I membri della Consulta hanno identificato le azioni prioritarie da intraprendere subito in materia di riconciliazione, giustizia e pace, e redatto una dichiarazione d'intenti e un piano d'azione da implementare nei prossimi anni.
«L'Africa è un continente con grandi opportunità: concretizzarle per i popoli del continente è parte della missione della Chiesa-famiglia-di-Dio.
Gli obiettivi dell'incontro sono stati: a) far progredire i risultati raggiunti dal sinodo, attraverso l'identificazione degli argomenti prioritari; b) esplorare i modi e i mezzi con cui i vari settori della chiesa possono meglio collaborare; c) elaborare un "piano d'azione" da proporre ai vari dipartimenti della chiesa in Africa.
In un continente variegato com'è l'Africa, le questioni prioritarie sono differenti a seconda delle circostanze locali, ma certi principi devono essere seguiti dalla chiesa ovunque. Il lavoro della chiesa deve ispirarsi ai valori del Vangelo, all'insegnamento sociale della chiesa, al primato del bene comune, al rispetto della dignità della persona umana, all'opzione preferenziale per i poveri e alla necessità di essere uniti. La chiesa e i suoi diversi dipartimenti pastorali, quali le Caritas e le commissioni "Giustizia e pace", devono fare il miglior uso possibile delle risorse umane, materiali, finanziarie e spirituali di cui dispongono. Questi servizi devono lavorare in collaborazione, perché, per sua natura, la chiesa è una.
Per progredire nello spirito del sinodo e permettere alla nuova Pentecoste di diventare realtà per i popoli d'Africa, riteniamo necessario le seguenti azioni:

  • " Dove le commissioni "Giustizia e pace" non esistono, siano subito stabilite a tutti i livelli.
  • " Il Secam, attraverso le Caritas e le commissioni "Giustizia e pace" nazionali e regionali, organizzerà nei prossimi 6 mesi incontri per discutere le possibilità di lavorare insieme in maniera più stretta; entro 12 mesi, ogni struttura nazionale e regionale dovrà avere un programma stabilito e messo in opera congiuntamente.
  • " Entro 6 mesi, Caritas Africa e la commissione "Giustizia e pace" del Secam prepareranno un piano per un ministero di "avvocatura" su questioni strategiche e critiche, quali il buon governo (governance), la costruzione della pace, la gestione delle risorse minerarie e il cambiamento climatico.
  • " Entro 3 mesi, il Secam darà vita a un gruppo di lavoro con il compito di esaminare le proposte emerse dal Sinodo riguardanti in modo specifico la situazione della donna, e formulare raccomandazioni sul modo in cui possano essere applicate.

" Entro 12 mesi, il Secam elaborerà un piano per migliorare la condivisione di informazioni tra le chiese del continente, cosi che l'una possa beneficiare delle buone iniziative pastorali dell'altra».

Ultima modifica Venerdì 18 Marzo 2011 17:41
Stefano Blasi

Stefano Blasi

Esperto di Comunicazione
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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