Venerdì, 02 Dicembre 2022
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COPPIE DI FATTO E PACS: PROCLAMI E DISSENSI NEL MONDO CATTOLICO



ROMA. Le coppie di fatto: sono loro e i loro diritti ancora da riconoscere al centro dell'ennesima crisi all'interno della coalizione di centrosinistra e l'occasione per un nuovo, violentissimo intervento del Vaticano, dalle colonne dell'Osservatore Romano, nel dibattito politico italiano.

Il tema era tornato di attualità prima con un emendamento previsto in Finanziaria che avrebbe allargato alle coppie conviventi, anche se dello stesso sesso, gli sgravi in materia di successione previsti per le coppie sposate - successivamente ritirato grazie all'intervento della teodem della Margherita Paola Binetti, ex-presidente di "Scienza e Vita"; poi con l'iniziativa del Consiglio comunale di Padova di istituire un registro delle coppie di fatto, registro che esiste da molti anni in numerose città italiane come Firenze e Bologna.

Per disinnescare un dibattito potenzialmente esplosivo alla vigilia del voto di fiducia sulla Finanziaria al Senato, Romano Prodi ha fatto approvare dal Consiglio dei Ministri un ordine del giorno che rimanda il dibattito sul riconoscimento civile delle unioni di fatto ad un disegno di legge elaborato dalle ministre Barbara Pollastrini e Rosy Bindi, insieme a Giuliano Amato, da presentare a fine gennaio. Lo stralcio dell'emendamento sulle successioni e le rassicurazioni di Prodi che il governo "farà una cosa seria e saggia, perché siamo persone serie" non sono però bastati a placare le ire del Vaticano, prontamente spalleggiato dal centrodestra che sulle unioni civili promette di fare una battaglia campale.

La bordata più forte la spara il quotidiano pontificio, che il 9/12 apre con un titolo calcolato per creare il massimo scalpore possibile: "Natale 2006: sradicare la famiglia è la priorità della politica italiana". All'interno, l'articolo descrive quella sulle unioni civili come "una battaglia senza senso" e definisce di "carattere ipocrita" le iniziative "che mirano ad accreditare una forma alternativa di famiglia". Già in occasione del caso di Padova, l'Osservatore - in data 6/12 - non si era risparmiato, parlando del registro per le unioni di fatto come dell'ennesima trovata per accreditare culturalmente un modello alternativo di famiglia, specie omosessuale". È "stucchevole", aggiungeva il quotidiano, che "si presentino queste iniziative come risposta ad una società caratterizzata da convivenze eterosessuali quando i promotori di queste iniziative sono quasi sempre i rappresentanti piuttosto delle coppie omosessuali". L'intento è, chiaramente, quello di fare terra bruciata per bloccare sul nascere ogni tentativo di defezione o di dialogo all'interno del mondo cattolico.



Prove di dissenso

Poche, ma chiare, le voci di dissenso da un'impostazione che ricorda quella già adottata dalla Chiesa italiana in occasione del referendum sulla legge 40. Le Comunità cristiane di base, riunite per il loro incontro annuale a Frascati (vedi notizia precedente), ricordano "il valore evangelico dell'amore umano in sé con tutta la sua ricchezza e il suo carico di responsabilità e solidarietà". E questo particolarmente "nel momento in cui si fa straordinariamente aspro il dibattito sul riconoscimento istituzionale dei patti di convivenza e solidarietà fino a divenire o meglio apparire come una contrapposizione frontale fra cattolici sostenuti e spinti da un'impietosa intransigenza papale, e laici semplicemente ispirati dal relativismo". Invece, "lo scontro reale non è fra cristiani e difensori del matrimonio e fautori del relativismo: è piuttosto fra chi ha paura dell'amore, ne diffida e vuole ingabbiarlo, e chi ha fiducia nell'amore e nella capacità creativa dello stesso di affrontare e superare i rischi di derive egoistiche e irresponsabili".

Neppure don Fabio Corazzina, coordinatore nazionale di Pax Christi, condivide l'approccio dell'Osservatore Romano: "È giusto che la Chiesa difenda l'istituzione del matrimonio. Ma non condividiamo l'approccio scelto (ad esempio dal quotidiano della Santa Sede) in questo caso: lanciare accuse, scagliarsi contro qualcuno che fa una scelta diversa dalla nostra di cristiani. Non è la nostra via, non è lo stile di testimonianza evangelica". Inoltre, "in uno Stato laico è opportuno che il legislatore tenga conto di tutti i cittadini, che tuteli la dignità di tutti gli esseri umani, prendendo atto di alcune situazioni di fatto, come quella delle coppie conviventi". Ed è comunque opportuno evitare "i giudizi sommari violenti". Don Giovanni Nicolini, invece, ex-direttore della Caritas di Bologna, si definisce polemicamente anche lui un "convivente" (riferendosi ai 5 monaci con cui vive) e sull'Unità del 14/12 se la prende con l'impostazione "ideologica" data al dibattito da certi politici cattolici: "I temi del Vangelo devono essere tradotti per essere accettati: non ci si può limitare a dire che si agisce 'in nome di', appellandosi ai valori religiosi... mi sento umiliato quando il richiamo alla fede si ferma a rivendicazioni immediate come a quella del crocifisso". Quella delle coppie di fatto è una questione che non bisogna "sacralizzare", scongiurando il rischio di uno Stato "etico", soprattutto dei credenti. Quanto alla legge in sé, lo Stato tutelerebbe "ogni forma di convivenza stabile", anche omosessuale, perché "in uno Stato pluralista e laico non ci possono essere persone ignorate e svantaggiate a priori".



... e prove di allineamento...

L'Azione Cattolica preferisce invece, almeno in questa fase, con un articolo a firma di Giampaolo Dianin, registrare semplicemente la ripresa del dibattito. Quelle dell'Osserrvatore Romano vengono definite "parole forti" per sottolineare quanto sia debole il confine tra il "riconoscere nuove forme di famiglia" e l'"ampliare i diritti delle persone conviventi". Pur affermando che "come cittadini e come credenti ci stanno a cuore le persone", e "siamo consapevoli dell'importanza dei legami affettivi", l'autore ritiene "un passaggio indebito" il "chiamare 'famiglia' tutto e il contrario di tutto svuotando il senso stesso di famiglia fondata su una relazione stabile, scelta e pubblicamente riconosciuta come la intende la Costituzione". Stessa linea anche dal Movimento Cristiano dei Lavoratori che, per bocca del presidente Carlo Costalli, condanna l'iniziativa del governo: "Vogliono legalizzare i Pacs e le unioni gay, intanto continuano a mortificare le famiglie vere".



... anche tra i politici

L'offensiva del Vaticano sembra aver lasciato il segno e i centristi del centrosinistra, cattolici e non, cercano subito di smorzare i toni: lo fa il presidente del Senato Franco Marini dalla conferenza organizzativa e programmatica delle Acli, lo fa Francesco Rutelli che preferirebbe un'iniziativa parlamentare piuttosto che governativa sul tema.

Lo stesso Rutelli, già nel settembre 2005, aveva proposto per le coppie di fatto una soluzione "privatistica" con contratti firmati davanti al notaio. Ipotesi già bocciata dall'Unione ma che adesso torna a circolare. Al centro del dibattito si profila infatti la questione se dare diritti direttamente alla "coppia" riconosciuta dallo Stato oppure alle persone singole inserite al suo interno. "Sono pronta a votare una legge che riconosca i diritti individuali dei soggetti coinvolti in un rapporto di convivenza", ha dichiarato la Binetti: l'importante è non entrare nella sfera del diritto pubblico, ad esempio con misure come la reversibilità della pensione e l'obbligo di assegni familiari in caso di separazione.

Una linea che ricalca quella dettata dal card. Carlo Caffarra in un'intervista al Corriere del 14/12: "Credo ci si debba chiedere se è possibile tutelare i diritti delle coppie di fatto con semplici modifiche del codice civile", senza che ciò implichi "un riconoscimento sociale, una sanzione pubblica": "Se sono per definizione unioni di fatto, allora lo Stato le ignori". E il Paese? Un sondaggio di Repubblica mostra che la maggior parte degli italiani (59%) è a favore di una legge sul tema. Assolutamente contrario invece il 35% dei cittadini. (alessandro speciale)

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EUCARISTIA: "PER TUTTI", NON "PER MOLTI". IL PARROCO TEOLOGO CHIAVACCI RISPONDE AL CARD. ARINZE

FIRENZE."Stupore e profondo dolore": così Mons. Enrico Chiavacci, parroco a Firenze e docente di teologia morale presso la facoltà teologica dell'Italia centrale, ha accolto la notizia della decisione vaticana di introdurre una nuova traduzione della formula della consacrazione del calice durante la liturgia eucaristica. Non pià "per tutti" ma "per molti", capovolgendo una scelta fatta all'indomani del Concilio per rendere più chiaro ai fedeli la piena portata del sacrificio di Cristo. L'espressione "pro multis" (per molti) è infatti resa nella maggior parte delle lingue occidentali con formule come "per tutti" o equivalenti, una "spiegazione" - ha scritto il card. Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il culto divino, informando della decisione vaticana i presidenti delle Conferenze episcopali nazionali in una lettera dello scorso 17 ottobre che Adista ha pubblicato integralmente sul n. 87/06 del 9 dicembre scorso - del vero senso del testo liturgico piuttosto che una "fedele traduzione", come richiesto dall'istruzione Liturgiam authenticam.
Scrive Chiavacci, contestando le motivazioni teologiche e scritturali portate da Arinze (che agiva comunque sotto l'espresso "indirizzo" di papa Benedetto XVI), che il termine greco oi polloi, a cui si rifà il testo latino a sua volta alla base delle traduzioni in vernacolo, "ha anche un significato inclusivo", oltre a quello "esclusivo", tanto che una corretta traduzione sarebbe ad esempio "la gente in genere". Inoltre, la nuova traduzione avrebbe conseguenze pastorali che "è facile immaginare" per un "povero parroco": sarebbe difficile scacciare tra i fedeli l'impressione di una "marcia indietro" della Chiesa dalle sue aperture conciliari.

Per il teologo fiorentino si tratterebbe, insomma, di un provvedimento "abnorme" e "dannoso per l'annuncio del Vangelo". Ecco di seguito la reazione di mons. Chiavacci alla lettera del card. Arinze. (a. s.)

da Adista n° 89 del 23 dicembre 2007

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Lunedì 15 Gennaio 2007 11:16

LA PIAZZA CONTRO LA CHIESA

LA PIAZZA CONTRO LA CHIESA

di Franco Garelli

La Stampa - 27 dicembre 2006

Con la scomparsa di Piergiorgio Welby, l'ammalato di distrofia muscolare che da mesi rivendicava il diritto di morire, non si sono attenuate le polemiche sui temi di fine vita, anzi di nuove ne sono emerse, per la decisione del Vicariato di Roma di negare i funerali religiosi. Molta gente non ha compreso il divieto, gridando al tradimento della carità cristiana, ricordando che Welby il suo paradiso l'ha conquistato con una vita di grandi sofferenze e rinunce, affermando che «solo Dio può giudicare la scelta di un uomo che ha avuto il suo Golgota». Nello spazio di fronte alla parrocchia don Bosco, ove si sono celebrati i funerali laici, la folla ha avuto un gesto di stizza al suono delle campane, che vibravano più per il loro normale ritmo liturgico che per sintonizzarsi con la pietà umana di cui si nutriva la piazza. Mai come in questa occasione la distanza tra la piazza e la Chiesa è sembrata incolmabile, con le porte del tempio sbarrate di fronte sia all'ultima domanda di una tragedia umana sia alla voglia di misericordia della gente comune.

Condizionante la risonanza pubblica del caso
Tuttavia, pure la Chiesa ha vissuto il suo dramma interno. Da tempo essa si scopre madre anche verso chi si toglie la vita, concedendo il funerale religioso ai suoi figli che compiono questo gesto estremo. L'attenuante è che si tratti di persone incapaci di intendere e di volere, spinte al suicidio da condizioni più grandi di loro. Perché, dunque, la Chiesa - questa la reazione di molta gente - non ha applicato per Welby la stessa compassione umana e cristiana? Certo, non si può dire che in Welby ci fosse un deficit di coscienza e di volontà. Ma la lucidità non manca nemmeno in molti suicidi, che la Chiesa comunque perdona guardando alle aggravanti che spingono a questo gesto.

Proprio la risonanza pubblica del caso e i motivi addotti dai protagonisti sembrano aver orientato la gerarchia cattolica al rifiuto del commiato religioso. Può un'istituzione religiosa, che ha nel suo Dna la difesa e la promozione a tutti i livelli della vita umana, celebrare un funerale religioso per una persona che - dal suo letto di cronico dolore - è diventata un'icona pubblica della battaglia per l'eutanasia? Una Chiesa che teme che tali questioni e casi siano strumentalizzati o trattati in modo emotivo o semplificato è necessariamente una Chiesa disumana? Non c'era il rischio che la concessione dei funerali religiosi a Welby fosse interpretata come un cedimento della Chiesa alle posizioni dei radicali sui temi di fine vita e una sconfessione dei suoi principi di sempre?

Mentre si ridefiniscono le regole della convivenza
Certo, diranno in molti, la vita e la sofferenza umana hanno maggior valore di una battaglia sui principi. Non si può sempre sacrificare i casi concreti per affermare dei principi astratti. Ma anche tener fermi alcuni punti cardine può essere un servizio che si rende a una comunità che - a seguito dello sviluppo tecnologico - è chiamata in molti ambiti di vita a ridefinire le regole della convivenza. Su tali questioni, il dilemma attraversa non soltanto il mondo laico, ma anche quello ecclesiale. La Chiesa che come istituzione dice no ai funerali di Welby è anche quella rappresentata da alcuni sacerdoti che non hanno mancato in privato di benedire la bara del defunto, e da tanti credenti che avvertono che - in molte situazioni umane - il senso del mistero supera di gran lunga la capacità di orientamento e di decisione.

Si può chiedere alla Chiesa di trovare il modo per meglio comporre l'at-tenzione ai casi singoli e la fermezza sui principi irrinunciabili; ma si deve anche chiedere a tutte le forze sociali e politiche di non operare semplificazioni in un campo - come quello di fine vita - in cui non tutte le scelte sono riconducibili al desiderio o al sentire dei singoli.



Adista n°4 del 13 gennaio 2007

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Lunedì 15 Gennaio 2007 11:07

LA PREGHIERA DELL’AFRICA

Testimonianza / Una voce dalla Costa d’Avorio

LA PREGHIERA DELL’AFRICA

A partire dal settembre 2002,

la Costa d’ Avorio, terra di speranza - stando a quanto dice anche il nostro inno nazionale - è entrata in una guerra che non è ancora terminata. In questo sfacelo, molti ivoriani continuano a credere che le elezioni si terranno, che l’economia rifiorirà e che

la Costa d’Avorio risusciterà, come ha preconizzato il nostro arcivescovo emerito, mons. Bernard Agré. Anche noi facciamo parte di questo gruppo di persone, anche se riteniamo che queste speranze, gioie, tristezze e angosce debbano essere superate da una speranza più grande, suscitata dal messaggio di salvezza di Gesù Cristo.

Il cuore della nostra speranza è

la Chiesa, popolo di Dio in marcia che, vivendo di questa speranza, lancia questa sfida al nostro Paese, al nostro continente africano e al mondo intero. E’ dunque

la Chiesa che fonda questa speranza che prende in contropiede tutte le visioni afro-pessimiste.

Per questo, partendo dalla crisi ivoriana e cercando di comprenderne le ragioni, cercheremo di vedere che cosa significa speranza - e cosa significa essere testimoni di speranza - in un contesto di crisi, come quello ivoriano e non solo, e per cercare di dire anche cosa i cristiani d’Africa possono affermare in termini di speranza al mondo occidentale.

Al di là di tutto quello che può essere stato detto o scritto sulla crisi ivoriana e sulle cause economiche o politiche, pensiamo che la vera ragione non è stata ancora evocata. La crisi che conosce il nostro Paese ha origine nel fossato che non ha mai cessato di approfondirsi tra ricchi e poveri, a tal punto che la capitale Abidjan, situata a sud, non ha mai smesso di svilupparsi in maniera abnorme, mentre il resto del Paese è rimasto indietro.

Ma più ancora, i privilegiati, che hanno saccheggiato il Paese per lustri, si sono costruiti propri quartieri, ospedali, università, luoghi di divertimento; intanto gli ospedali, le scuole e le università pubblici accolgono i figli dei poveri. E mentre ai rampolli dei ricchi, dopo aver studiato all’estero o in prestigiose scuole locali, viene garantito un posto di lavoro, gli altri perdono il loro tempo a riempire domande di impiego senza alcun risultato.

Quelli che hanno preso le armi in questi anni si dicono «giustizieri» di tutta questa massa di «senza voce» e delle regioni trascurate dallo sviluppo, cercando di prendere con la forza quello che la politica ha rifiutato loro. Ancor più, questi giovani, messi ai margini dal sistema, sono diventati oggi i padroni del gioco politico, senza capirlo fino in fondo, come pure gran parte della popolazione.

Sono disperati e dunque non hanno paura delle armi, ma a ogni tumulto sociopolitico ne approfittano per riversarsi nei supermercati o nei distributori di benzina per saccheggiarli. Oppure distruggono strutture pubbliche come scuole, ospedali, biblioteche o edifici amministrativi, pensando che appartengono ai potenti, e così si illudono di ridurre il fossato che li separa dai ricchi.

Queste situazioni non sono appannaggio dei popoli africani. Gli Stati Uniti d’America, così come le banlieu della grandi città europee, hanno conosciuto recentemente delle sommosse. La ragione è sempre la stessa anche a livello planetario, ovvero il fatto che esistono gravi sperequazioni tra un’élite di ricchi e potenti e una grande massa di poveri. Di qui una guerra che si nutre di terrorismo internazionale e fanatismo, mentre l’Onu appare blindato dai diktat dei cinque membri del Consiglio di sicurezza, che si sono spartiti il mondo.

Eppure, anche se tutto sembra perduto, una speranza c’è. In Costa d’Avorio, sin dall’inizio di questa crisi, le nostre Chiese non hanno smesso di riempirsi e nelle nostre famiglie la preghiera è sempre presente. Numerosi gruppi di preghiera sono nati, anche se in un contesto apparentemente apocalittico. Questo perché gli ivoriani si rendono conto che tutte le nostre speranze non possono essere soddisfatte se non da una speranza più grande, che è radicata nel messaggio di salvezza di Gesù. Avere speranza, dunque, è andare oltre le legittime attese della popolazione - beni materiali, amore umano, situazione sociopolitica stabile, rilancio economico - per perseguire il bene di tutti.

Sperare solo per se stessi sarebbe segno di un egoismo e di un orgoglio insopportabili. Come testimoni di speranza, laici e persone consacrate, al seguito di Mechtilde de Hackeborn e di Magdebourg, di Teresa di Lisieux e Teresa d’Avila o di Giuliana di Norwich, hanno desiderato donare la loro vita affinché i loro concittadini potessero essere salvati. Queste persone pregano per i peccati dei loro fratelli e sorelle, li guardano con amore senza condannarli. Essere testimoni di speranza è avere un amore ardente della croce, il desiderio di soffrire con Gesù per salvare l’umanità. In questo contesto di crisi, essere testimoni di speranza significa scendere agli inferi con i nostri fratelli e sorelle, per incontrare tutti coloro che hanno le mani sporche di sangue, responsabili di uccisioni e barbarie di ogni genere, e di orrende violenze sulle donne stuprate, sventrate, infettate di malattie terribili. Dobbiamo portare le sofferenze di questi traumi e implorare Cristo di non abbandonarci nella morte. Non possiamo che pregarlo perché dopo questa terribile traversata ci attenda sull’altra riva. In questo contesto, la voce che noi come Chiesa ivoriana possiamo inviare alla Chiesa universale non può che essere un messaggio di speranza. L’inno del nostro Paese saluta

la Costa d’Avorio come una terra di speranza. Questo saluto è stato tradotto nel linguaggio del popolo nella formula: «Lo scoraggiamento non appartiene agli ivoriani». E poi, oltre alla speranza, c’è l’ospitalità: «Paese dell’ospitalità», dice il nostro inno. Di fronte all’egoismo generalizzato nel nostro mondo, ci auguriamo che tutti i Paesi, anche l’Italia, possano essere terra d’accoglienza per tutti coloro che vogliono venirci in cerca di un po’ di felicità, e che gli italiani comprendano che


la Terra e tutte le sue ricchezze appartengono a Dio e che noi dobbiamo condividerne i beni, affinché il fossato tra ricchi e poveri si assottigli. Se ci rendiamo conto di questo, non erigeremo muri di filo spinato tra le nazioni, non vivremo più con la paura di prendere l’aereo, ma ogni uomo si sentirà a casa sua su questa Terra, dove vivremo tutti come fratelli e sorelle.

di Patrice Jean Ake

Docente di Filosofia

Università cattolica di Abidjan

Mondo e Missione / Ottobre 2006

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Martedì 09 Gennaio 2007 12:42

QUANDO IL SACRO DANZA

CULTURA I LE RELIGIONI AFRO-AMERICANE IN ITALIA

QUANDO IL SACRO DANZA

E’ da un po’ di tempo che a Milano si possono osservare, agli incroci delle strade o vicino alle porte delle banche, grandi vassoi di terracotta, al cui interno sono sistemate, con garbo e arte, cibi, foglie e, a volte, addirittura parti di pollo. Il passante, stupito o incuriosito, forse non sa che si tratta di offerte alle divinità afro-americane (orixàs) . I fedeli del candomblé (la più conosciuta fra le religioni afro-brasiliane) o della santeria (religione afro-cubana) offrono cibo e fiori alle loro divinità e li depongono, a seconda del dio a cui chiedono aiuto, agli incroci delle strade, ai piedi di un albero o sulle rive dei fiumi o del mare.

La santeria e il candomblé sono giunti in Italia ormai da anni (il secondo da almeno 15-20) e vengono seguiti non solo dai loro devoti immigrati, ma anche da tanti italiani affascinati dalla bellezza dei riti e dal messaggio festoso di vita che trasmettono. Esistono comunità religiose di candomblé pure in Portogallo e in Francia.

Inizialmente, solo chi frequentava i corsi di danza afro-brasiliana sapeva della loro esistenza, attraverso qualche raro racconto degli insegnanti, che mostravano i passi delle coreografie rituali. Anche i libri di Jorge Amado hanno contribuito alla conoscenza di queste religioni. I suoi racconti sulla vita di Bahia e sulle sue divinità sono conosciuti in tutto il mondo.

RELIGIONI INIZIATICHE

Il messaggio più importante del candomblé è che il dolore può essere trasformato in forza vitale e che la vita va vissuta nel miglior modo possibile, poiché si vive qui e ora. Altro elemento fondamentale è l’accoglienza incondizionata: qualsiasi persona è bene accetta, indipendentemente dal suo stato sociale.

Il candomblé e la santeria sono religioni iniziatiche e sono definite terapeutiche poiché, spesso, i fedeli vi arrivano in seguito a una malattia fisica o mentale, curata nel lungo percorso rituale che porta l’individuo a diventare “sacerdote”. La liturgia è affidata alla musica e all’arte: nel rito, danza, canto, musica e scenografia trasmettono messaggi all’animo umano in modo più profondo che non un discorso razionale. Quindi, nelle comunità di candomblé non si ricrea solo la fede negli antenati africani (che trasmettono l’energia vitale), ma si “riorganizza l’ori” (la testa). Si cerca, cioè, di appianare le ansie e di rasserenare le parti negative, dando forza a quelle attive e positive. Si assiste, così, a un doppio movimento: da un lato, il fedele acquista più forza e volontà, dall’altro, viene inserito nella comunità religiosa che lo sosterrà nei momenti di bisogno.

Sono varie le modalità di provenienza delle religioni afro-brasiliane in Italia. All’inizio, arrivarono con i transessuali, giunti soprattutto dal sud del Brasile e, quindi, seguaci dell’umbanda (o macumba, com’è conosciuta a Rio). In questa religione vi sono, accanto ai numerosi orixàs, anche le pombagiras, spiriti di donne defunte che in vita avevano praticato la prostituzione o erano state zingare. C’è, poi, soprattutto Exu. Nel candomblé, questa divinità adempie a più funzioni: è il dio delle possibilità, dell’equilibrio e, quindi, della comunicazione, cioè dell’armoniosa relazione che deve esistere tra le varie parti che compongono l’essere umano e tra la persona e gli dei. Nell’umbanda, invece, Exu non è una sola divinità: diventa più spiriti o personaggi, che agiscono di notte in cerca di avventure, sono dediti ai sotterfugi, ma sono anche grandi conoscitori della vita. In Brasile, le pombagiras e gli exu dell’umbanda spesso sono classificati come entità di second’ordine e sono venerate per ottenere, più che altro, favori in amore e protezione. L’umbanda è seguita soprattutto dai transessuali e dalle prostitute, forse per ottenere protezione, per richiamare clienti e per le cerimonie di limpeza, cioè di purificazione dalle energie negative.

LE ORIGINI

Il candomblé, invece, è stato portato in Italia dai brasiliani che sono venuti per lavorare e trovare una qualità migliore di vita o per fuggire dalla violenza delle grandi città, e anche da alcuni italiani che, dopo aver assistito in Brasile ai suoi bellissimi riti, ne erano rimasti affascinati. Tra i suoi fedeli non mancano connazionali che già praticavano vari tipi di magia e hanno cercato di apprendere e conoscere queste religioni, il più delle volte snaturalizzandole e proponendole solo per il loro aspetto magico, con una serie di rituali di dubbia provenienza e utilità.

Racconta Simona, un’italiana vissuta vari anni in Brasile e divenuta una fedele del candomblé: «Ho intravisto in esso qualcosa di vero, che cercavo da sempre. Mi ha colpito la dolcezza delle sacerdotesse, la loro immediata empatia e la loro umanità. Purtroppo, in Italia avevo più volte sperimentato la freddezza e la rigidità della gente, anche da parte di chi, per lavoro e scelta vocazionale, non dovrebbe esserlo. In Brasile, invece le mães-do-santo m’hanno dato fiducia, dicendomi di seguire la mia intuizione, di fidarmi di me. Cosa che raramente facevo».

Che vuoi dire “fidarmi di me”? «Nei candomblé - ma, in generale, nella cultura popolare brasiliana - c’è una profonda spinta a credere nella propria intuizione, a fidarsi del proprio “sentire”. Quindi, una persona sensibile intuitiva è valorizzata e non è percepita come irrazionale. Per “sentire” correttamente, però, uno deve essere equilibrato e sgombro da tutti i pensieri tipici della mente occidentale. Questo mi ha affascinata. Come nella meditazione orientale e nello yoga, anche nel candomblé c’è la proposta dell’essere umano come un tutto, dotato di corpo e spirito uniti e in collaborazione. Per questo, la persona sente, percepisce, vede non solo con gli occhi, ma con tutto il corpo».

Ludovico, che ha conosciuto in Italia il candomblé (esiste una comunità in Piemonte e un’altra, più piccola, a Roma), racconta: «Ciò che mi ha attirato di questa religione, oltre alla conferma di possedere una certa sensibilità e di poterla valorizzare, è il fatto di essere entrato in una comunità che si costituiva come una famiglia. Per la prima volta mi sono sentito accettato». E spiega la differenza fra gli italiani devoti e i brasiliani: «Noi, in genere, cerchiamo un’affettività che non abbiamo ricevuto in famiglia. Vogliamo ristabilire, probabilmente a livello inconscio, un equilibrio con le parti affettive più squilibrate. A mio avviso, in noi non esiste una vera ricerca dell’esperienza religiosa. Ho sempre vissuto il discorso religioso - e, di conseguenza, anche l’argomento Dio - come qualcosa di lontano, che non comunicava con il mio quotidiano. Per i brasiliani è diverso. Sono abituati alla comunicazione del sacro nel quotidiano. Per loro, anche il vento può essere messaggero del divino. Poi, secondo me, i brasiliani ricercano soprattutto un avvicinamento alle proprie radici, qualcosa che ricordi loro la loro terra e la loro fede».

L’ASPETTO MAGICO

E la magia? «Sicuramente c’è nel candomblé. Ma dipende da chi e da come la si cerca. Ci sono state persone nel terreiro (luogo sacro) che la “compravano”, come si fa al supermercato. Credo che la magia esista e che si manifesti nella pratica quotidiana, nella ricerca del proprio equilibrio e attraverso lo sforzo individuale. I riti servono a purificare il devoto dalle negatività della vita e a dare forza. Senza lo sforzo del singolo, non succede niente».

Elvira è la sacerdotessa di un terreiro. Mi dice: «Ho conosciuto il candomblé in Brasile e ne sono rimasta subito affascinata. Ho sempre creduto che esista un mondo parallelo a quello usuale, nel quale vivono gli spiriti dei morti, che noi viventi possiamo incontrare per farci da loro aiutare e consigliare. E’ per questo che mi sono avvicinata al candomblé. Per me gli orixàs sono gli spiriti dei morti. E’ stato in un festival latino-americano che ho conosciuto un pãe-de-santo. Organizzava alcune feste di candomblé a Milano. In una di queste, ho incontrato un altro fedele italiano. Così, a poco a poco, sono entrata anch’io nel gruppo».

Dirceu è brasiliano e vive da 20 anni in Italia. Mi confida che, durante i primi tempi, non riusciva a capire «perché gli italiani stessero male». Spiega: «Avevano cibo, lavoro, assistenza sanitaria... Con il tempo, però, ho compreso e visto molte persone depresse e senza modelli di riferimento. Ho capito che in Italia c’è un grande malessere psicologico a cui le persone rispondono come possono. C’è molta gente repressa, che non riesce a uscire dal suo tran tran, che non riesce a lasciarsi andare. La cultura europea ha ucciso la sensibilità e, quindi, il corpo. Io sento con il corpo: sento e capisco cosa mi circonda. Come i bambini, dobbiamo imparare “muovendoci”. La danza sacra è la manifestazione dell’esperienza mistica. È la divinità in movimento. È la vita. E il suo muoversi e aprirsi al mondo. Dove trovi questo in Italia?».

LA FINE DEL SACRO?

Riemerge anche da queste parole il tema della secolarizzazione, che fa riferimento, soprattutto, alla crisi della religione.

Molti sostengono la presunta fine del sacro o una sua eclissi. In realtà, si sta sempre più assistendo a un abuso del termine “spiritualità” e al diffondersi di proposte di corsi e stage che divulgano incontri di meditazione, danze curative attraverso la trance, ritiri spirituali che si basano sulle tradizioni più varie, dalle religioni sciamaniche a quelle africane. E un susseguirsi di offerte per allontanare lo stress, per ritrovare sé stessi e per ricuperare un contatto con il sacro - spesso percepito come qualcosa di magico - che all’improvviso si manifesta e ci salva. Al contrario di quanto si pensi, l’uomo contemporaneo ha bisogno di magia, di credere in qualcosa e di riappropriarsi del “sacro , del “meraviglioso”.

L’estrema razionalizzazione della nostra cultura - e, quindi, anche della religione - ha fatto sì che si perdessero, forse, anche quelle forme “magiche di consolazione” o quella ritualità più appariscente, colorata, musicale, che aiuta i fedeli a concentrarsi su sé stessi per vivere al meglio il loro quotidiano.

La figura del prete di campagna, consigliere e un po’ psicologo, che dialogava con le famiglie, ormai non esiste più. Al suo posto si ritrovano numerose figure professionali, che cercano nella freddezza dei loro studi di dare un senso alla frammentazione dell’essere umano nelle nostre caotiche città.

E così, molti oggi ricercano un incontro più profondo con sé stessi, con il sacro, con la meditazione e con la magia in senso lato, per ridare un senso alle proprie esistenze e per colmare un vuoto che ci appartiene culturalmente.

di Susanna Barbara

Nigrizia/Novembre 2006

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