Giovedì, 11 Agosto 2022
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Domenica 10 Dicembre 2006 09:17

SEGNO DI FEDELTÀ

 

SEGNO DI FEDELTÀ

 

 

«Non siamo qui per far numero, ma per far segno». Lo si sente ripetere spesso dai cristiani d’Algeria. E lo ribadisce con forza anche mons. Henry Teissier, 76 anni, arcivescovo di Algeri, che di questa Chiesa è stato ed è, in prima persona, segno di coraggio e fedeltà. Ha vissuto tante dure prove, mons. Teissier, specialmente negli anni del terrorismo, quando ha visto, uno dopo l’altro, uccisi i suoi confratelli e consorelle. E, nonostante la commozione che ancora oggi accompagna il ricordo, non cessa di ribadire la sua missione di fedeltà come cifra più profonda e autentica della presenza della Chiesa in terra d’Algeria.

«È quanto ci aveva detto Paolo VI in un incontro con i vescovi dell’Africa del Nord.

La Chiesa è sacramento della salvezza, segno di salvezza per il mondo. Non si domanda a un segno di essere numeroso, ma di essere fedele. Questa è una parola molto significativa per noi. Bisogna essere un segno fedele. Siamo pochi, ma se siamo segno dentro la società algerina abbiamo fatto la nostra missione».

 

Che cosa significa essere segno in un Paese musulmano, tragicamente ferito dal terrorismo islamico e ancora oggi percorso da correnti islamiste ostili alla presenza di cristiani?

La Chiesa d’Algeria è piccolissima; dopo l’indipendenza del Paese quasi tutti i cristiani europei hanno lasciato il Paese. Oggi siamo poche migliaia, di molte nazionalità, più un piccolo gruppo di cristiani algerini. Se guardiamo ai numeri di questa piccola Chiesa in questo vasto Paese, grande sei volte l’Italia, con trenta milioni di abitanti, allora la nostra presenza è insignificante. Noi, però, speriamo di essere Chiesa non solo per noi stessi, ma per il popolo algerino, con il quale cerchiamo di vivere in relazione stretta, soprattutto attraverso un grande lavoro sul piano sociale e culturale. Grazie a questo impegno e alle relazioni quotidiane che viviamo nel contesto in cui abitiamo, ciascuno di noi è per la popolazione algerina «

la Chiesa». E allora i cristiani, che a molti appaiono lontani, stranieri, legati solo alle immagini dei media che spesso li presentano in situazioni di tensione o conflitto, divengono più vicini, familiari. Noi vogliamo essere una Chiesa della relazione con la società algerina. Vogliamo dare a questa società la possibilità di vedere che esistono cristiani fedeli a Gesù e al suo Vangelo, fedeli alla preghiera e al servizio dei fratelli; non solo una Chiesa che serve i cristiani, ma che serve e ama il popolo algerino, che vive in comunione con la gente, prega e fa sacrifici per tutti. Speriamo di essere non solo

la Chiesa in Algeria, ma

la Chiesa d’Algeria in relazione, cioè, con la società algerina, Chiesa del popolo algerino.

 

È questo che intendete quando parlate di dialogo islamo-cristiano?

A noi non piace troppo parlare di dialogo islamo-cristiano, perché il dialogo ci appare come una cosa astratta, lontana dalla realtà quotidiana. Noi preferiamo piuttosto parlare di incontro islamo-cristiano, perché ogni giorno viviamo con i nostri amici algerini e condividiamo le attività della giornata e talvolta anche momenti spirituali. Per noi sono tutte occasioni di incontro. Incontro che avviene soprattutto lavorando insieme per il bene comune, grazie al quale vorremmo che si capisca che non siamo nemici, ma siamo qui per essere fratelli. Quello che speriamo è che attraverso l’amicizia si possa parlare di comunione tra musulmani e cristiani. Naturalmente noi siamo credenti, i nostri amici musulmani lo sono pure, e non si può vivere in comunione senza trovare la strada per dare un’espressione alla cosa che è più importante per noi, ovvero la nostra vita sul cammino di Gesù e del Vangelo. Allo stesso modo, noi cerchiamo di capire come i nostri fratelli musulmani vivono la loro fedeltà al Corano e alla loro fede islamica.

 

Spesso vi si definisce una Chiesa nella debolezza, ma molto più frequentemente, seppure in un contesto difficile e talvolta ostile, si sentono i cristiani parlare di condivisione della speranza…

È vero che noi siamo Chiesa nella debolezza, ma soprattutto siamo insieme al popolo algerino per condividere la speranza. Dopo la grave crisi del terrorismo, che è stata una dura prova per tutta la popolazione, oggi viviamo grandi difficoltà sul piano sociale: mancanza di casa e di lavoro, mancanza di prospettive soprattutto per i giovani… Molti cercano una speranza. Anche noi come cristiani non possiamo rinunciare a sperare e a dare speranza al popolo. Sappiamo che c’è una chiamata di Dio per ogni persona umana, per gli algerini musulmani come per i cristiani. E sappiamo che si può cercare un futuro insieme, con lo Spirito Santo che conduce ogni uomo sul cammino della sua vocazione umana che è la stessa. Non ci sono due cammini diversi. C’è una vocazione umana comune ad amare il fratello, che vale per ogni uomo e ogni donna. È qui che bisogna cercare la speranza. Molti amici musulmani, durante la crisi, ci hanno chiesto di partire perché qui era troppo pericoloso. La maggior parte di noi, però, ha deciso di restare. Molti, poi, ci hanno ringraziato. «La vostra presenza con noi ci spinge a conservare la speranza», ci dicevano. Abbiamo molte cose da fare insieme, un futuro comune; non siamo nemici come vorrebbero i fondamentalisti, siamo fratelli nel cammino comune verso la casa del Signore.

 

Lei stigmatizza spesso la mancanza di conoscenza reciproca come terreno su cui fermentano incomprensioni, equivoci e scontri tra musulmani e cristiani. Come andare oltre per promuovere conoscenza e dialogo?

Noi cristiani siamo spesso rinchiusi su noi stessi, sul credo della Chiesa, sul nostro patrimonio di tradizione, e così via… Lo stesso vale anche per la comunità musulmana, chiusa sulle proprie tradizioni, sul Corano che dà la verità, che è la verità. Ma noi, cristiani e musulmani, siamo insieme nel mondo. Per noi cristiani è importante sapere come camminare con i nostri fratelli musulmani e anche per loro è necessario conoscere qual è il cammino di noi cristiani, quale chiamata abbiamo ricevuto da Gesù e dal suo Vangelo. Spesso i musulmani guardano alla Chiesa come a una cosa lontana che non ha niente a che fare con loro. Dobbiamo attraversare le frontiere della differenza per trovare il dono di Dio che sta nella vita dei nostri fratelli. È così che costruiamo il Regno, che è comunione non soltanto tra i cristiani ma tra tutti i figli di Dio. È un cammino di amicizia, che dobbiamo cercare con tutti coloro che sono più aperti, ma anche con quelli che pensano che siamo nemici. Bisogna aiutarli a capire che siamo fratelli e lavorare insieme per il bene comune.

 

Il governo algerino ha recentemente approvato una nuova legge che regolamenta i culti non cristiani e che prevede pene molto severe per chi viene accusato di proselitismo. Come giudica questo provvedimento, molto restrittivo della libertà religiosa?

È una legge che ha di mira soprattutto i cristiani evangelici, che fanno presentazione pubblica del cristianesimo nelle strade, distribuiscono apertamente

la Bibbia, promuovono conversioni… Per questo il governo ha preso misure che per noi sono difficili da accettare, perché si parla di prigione per tutti coloro che presentano il cristianesimo ai musulmani: questo non è accettabile e non è una soluzione. Certamente bisogna trovare modi di relazione rispettosa tra cristiani e musulmani e allontanarsi da forme di proselitismo propagandistico. Io stesso ritengo che la comunicazione spirituale possa avvenire a un altro livello. Per questo, siamo solidali con i nostri fratelli evangelici, ma vogliamo anche distinguerci. D’altro canto, speriamo che il governo trovi altre soluzioni, che non siano l’arresto e la prigione.

Pensa che la penetrazione di correnti islamiche più tradizionaliste, se non addirittura fondamentaliste, all’interno del governo abbia ispirato questo provvedimento e, in prospettiva, il Paese potrebbe di nuovo sprofondare nella violenza?

 

In passato c’erano gruppi islamici fondamentalisti, che accettavano come principio l’uso della violenza in nome di Dio. Oggi ci sono ancora gruppi di fondamentalisti, che tuttavia non propugnano più la lotta armata, ma sono più orientati alla fedeltà alla legge musulmana e ai precetti del Corano. Oggi ci troviamo di fronte a queste nuove correnti di fedeltà e pietà. Si tratta di uno sviluppo proprio della società che non solo dobbiamo accettare, ma anche in questo ambito siamo chiamati a cercare la possibilità di un incontro.

 

 

 

Anna Pozzi

Mondo e Missione/Novembre 2006

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Martedì 21 Novembre 2006 11:24

Il Gesù storico

 

Il Gesù storico

È partito il corso di aggiornamento su "Gesù di Nazareth tra storia e fede" organizzato dall'Istituto Superiore di Scienze Religiose "Ecclesia Mater" e dall'Ufficio per la Pastorale Scolastica e l'IRC del Vicariato di Roma. Oltre 120 gli iscritti.

Giovedì 26 ottobre, nel corso della lezione inaugurale, mons. Rino Fisichella, Rettore della Pontificia Università Lateranense, ha sottolineato che «la cristologia costituisce il cuore di ogni teologia perché segna il punto iniziale di ogni riflessione critica della fede su se stessa e rappresenta pure il suo punto finale come esperienza della contemplazione e dell'adorazione della figura divina». Dopo aver ribadito l'importanza della ricerca storica su Gesù e le varie tappe che ha attraversato, Mons. Fisichella ha rilevato che sarà comunque compito della riflessione teologica «riportare Gesù ai Vangeli. In altri termini, Gesù dovrà avere senso per le situazioni concrete di vita, perché lo scopo del Vangelo è appunto quello di essere segno intramontabile, in mezzo alle generazioni, della salvezza rivelata da Gesù».

Il 9 novembre, la seconda lezione è stata tenuta dal prof. Giorgio Jossa, docente alla Università "Federico II" di Napoli e alla Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale. Il docente ha ripercorso le tappe della ricerca sul Gesù storico dalla fine del Settecento fino al secondo dopoguerra, arrestandosi sulla soglia della "Third Quest". Rispondendo poi alle numerose domande dei presenti  ha chiarito che «è sbagliato separare il Gesù storico dal Cristo della fede». A proposito delle difficoltà e della legittimità della ricerca storica, ha poi ribadito che lo storico deve fermarsi di fronte a qualcosa che non può essere ricostruito dalla sua ricerca, perché gli evangelisti raccontano una storia kerygmatica, interpretata alla luce della fede.

 

Anno Accademico dell'"Ecclesia Mater". Il 6 novembre ha preso l'avvio il nuovo Anno Accademico dell'Istituto Ecclesia Mater. Mons. Luigi Moretti, Vescovo ausiliare di Roma, nel suo intervento ha lodato il grande sforzo che è stato realizzato per corrispondere ai nuovi criteri del "Processo di Bologna" con la riforma dei cicli di studio. Il Decano della Facoltà di Teologia della Università Lateranense, il prof. Mons. Renzo Gerardi, ha spiegato, nella sua prolusione, che scopo della riforma, tra l'altro, è di mettere ordine nell'insegnamento superiore che ha visto finora una "frammentazione", che andava a scapito della qualità, potendo distinguere tra Facoltà teologiche, Istituti - incorporati, aggregati, affiliati - e Istituti Superiori di Scienze Religiose, Istituti di Scienze Religiose, Scuole di Formazione Teologica. La riforma prevede anche una verifica della qualità, che impegna Santa Sede e Università, la formazione di una vera e propria rete accademica, la distinzione n  etta e precisa, a favore della qualità degli studi, tra percorso accademico nelle Facoltà e Istituti collegati e percorso non accademico proposto nelle varie Scuole di formazione.

Mons. Giuseppe Lorizio, Preside dell'Istituto, nel suo intervento ha delineato il progetto formativo dell' "Ecclesia Mater" alla luce del Convegno di Verona. Per il testo completo del discorso:

www.vicariatusurbis.org/ecclesiamater

 

È nata la Newsletter dell'Associazione Teologica Italiana (ATI). Nel primo numero, del 12 ottobre, il Presidente, mons. Piero Coda, sottolinea che  si tratta di un «piccolo passo, cui speriamo ne seguano altri, per moltiplicare la nostra capacità di condividere e confrontare i nostri sforzi e i nostri percorsi, per ritrovare modi di fare teologia insieme, per dare sempre meglio all'ATI un volto comune, in un arricchimento di verità di indirizzi e iniziative, che porti il suo contributo alla Chiesa e alla teologia in Italia». Per iscriversi:

www.teologia.it

 

Formazione a Verona. Ambito Affettività Sul piano degli interventi pastorali, è emersa innanzitutto l'importanza di un compito culturale per la Chiesa. Ad essa è chiesto il servizio della verità, decisivo di fronte all'attacco all'identità dell'uomo che nella vita affettiva trova un punto di fragilità forte. Ci si aspetta dalla Chiesa una riflessione "alta" che non abbassi il livello e che sappia "rendere ragione" della bellezza dell'esperienza cristiana nella vita affettiva. Una proposta condivisa e prioritaria è quella di una formazione non settoriale, che sappia cogliere tutta la persona nella varietà delle sue condizioni esistenziali. Molto sentita è l'esigenza di una pastorale unitaria che non divida i contesti di vita. Pare insufficiente occuparsi dei soli passaggi "consolidati" del percorso di iniziazione cristiana: occorre accompagnare la vita tutta. A questo proposito va evidenziato che in quasi tutti i gruppi sia stata sottolineata l'importanza della direzione spiri  tuale come accompagnamento della persona. D'altra parte è stato anche rilevato che i sacerdoti sono anch'essi "figli del nostro tempo" e quindi spesso poco attrezzati a rispondere a questo difficile compito.

Da questo punto di vista l'esigenza di formazione, che è avvertita a tutti i livelli, va concepita prima di tutto come formazione di tipo antropologico e fruibile non solo da giovani, adulti e famiglie, ma destinata anche a consacrati, presbiteri e seminaristi oltre che ad educatori ed operatori della pastorale. Particolarmente auspicabile al proposito è una maggiore valorizzazione della presenza educativa della donna, con la sua risorsa di femminilità e di attenzione alla vita.

 

Libri. J.N. Aletti, M. Gilbert, J.L. Ska, S. De Vulpillieres, Lessico ragionato dell'esegesi biblica. Le parole, gli approcci, gli autori, Queriniana, Brescia 2006; 168 pp., Euro 15,00.

 

Gli Autori sono noti esegeti e professori di sacra Scrittura: essi intendono venire incontro a chi si accinge allo studio o alla semplice lettura dei testi biblici, per facilitare la comprensione delle parole tecniche, dei concetti fondamentali e, in generale, del linguaggio che riguarda la Bibbia. La prima parte è dedicata alla presentazione dei libri della Bibbia, alla loro trasmissione, al canone della Scrittura, alle lingue usate, alle versioni, ai manoscritti. La seconda parte riguarda il linguaggio utilizzato nell'esegesi moderna e la sua

evoluzione: fornisce il lessico dell'approccio diacronico e storico-critico. La terza parte presenta il lessico dell'esegesi sincronica, secondo le diverse modalità di analisi: narrativa, retorica, epistolare. Nell'ultima parte vengono presentati i vocaboli specifici usati con frequenza nell'analisi letteraria generale, i termini ebraici, greci, inglesi e tedeschi che un lettore può incontrare in opere che riguardano la Bibbia.

 

La mailing list cui viene inviato questo numero è stata fornita dal "Comitato per gli Studi Superiori di Teologia e di Religione Cattolica"

della CEI.

 

OFTeL - Pubblicazione quindicinale dell'Istituto "Ecclesia Mater" della Pontificia Università Lateranense.

Direttore: Mons. Giuseppe Lorizio - Direttore responsabile: Fabrizio Mastrofini. Comitato di redazione: Mons. Giuseppe Lorizio, Mons. Nunzio Galantino, don Pierluigi Sguazzardo, don Filippo Morlacchi.

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ausilio di spedizioni collettive.

 

 

 

OFTEL - OSSERVATORIO FORMAZIONE TEOLOGICA DEI LAICI NEWSLETTER PROMOSSA DALL'ISTITUTO ECCLESIA MATER DELLA PONTIFICIA UNIVERSITÀ LATERANENSE

DIRETTORE: GIUSEPPE LORIZIO - DIRETTORE RESPONSABILE: FABRIZIO MASTROFINI NUMERO 2 - 15 NOVEMBRE 2006

 

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale

ROMA-MOSCA: SALE ANCORA

LA TENSIONE SUL NODO DELL’UNIATISMO

 

“E’ una posizione aggressiva: dal vaticano ci aspettiamo  dei passi concreti, non delle dichiarazioni poi puntualmente smentite dai fatti”: non usa mezzi termini il vescovo ortodosso di Egorievsk Mark Golovkov, vicepresidente dell’Ufficio relazioni estere del Patriarcato di Mosca. Il riferimento è alle modalità con cui il Vaticano sta gestendo la situazione della Chiesa greco-cattolica in Ucraina. Si tratta di quella che spregiativamente viene chiamata Chiesa uniate, il cui leader, cardinale Lubomyr Husar, chiede che la sua Chiesa venga elevata a rango di patriarcato, con sede a Kiev. Di fatto dalla città di L’viv l’arcivescovado è già stato spostato nella capitale dell’antica ‘Rus cristiana, patria spirituale degli apostoli Cirillo e Metodio. E Benedetto XVI, il 22 febbraio, ha inviato una lettera a Husar, “arcivescovo maggiore di Kyiv-Halic”, per ricordare le persecuzioni di 60 anni fa subite dai greco-cattolici, che oggi diventano “stimolo per la comunità greco-cattolica ad approfondire il suo intimo e convinto legame con il successore di Pietro”.

Se Kiev dovesse essere elevata a rango di patriarcato, agli occhi di Mosca vorrebbe dire che secondo Roma, i discendenti dei primi evangelizzatori cristiani non sarebbero gli ortodossi, ma i cattolici che nel XVI secolo si sono riuniti al Papa. Una richiesta quella del cardinale Husar, osteggiata da diversi personaggi della Curia romana attenti al dialogo ecumenico. Anche il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, ha dichiarato più volte la non opportunità della cosa, aggiungendo che nulla era stato deciso in proposito dal Pontefice.

Per spiegare il clima teso che esiste in Ucraina a causa di questi eventi, il vescovo Mark ricorda che era stato raggiunto un accordo di collaborazione “ma poi i nazionalisti uniati della Chiesa greco-cattolica non hanno voluto tener fede ai patti e hanno preso con la violenza  molte chiese ai nostri preti, i quali oggi non possono celebrare in quei villaggi dove la maggioranza della popolazione è ortodossa”. Inoltre, accusa, “corre voce che

la Chiesa uniate si consideri come

la Chiesa di tutti gli ucraini. Più volte il cardinale Husar ha dichiarato che in Ucraina ci dovrebbe essere un unico Patriarca, in comunione con Roma, cioè lui. E a questa cosa sono contrari tutti i Patriarchi della Chiesa ortodossa. Il Vaticano, che sostiene anche economicamente

la Chiesa uniate, ha il dovere di intervenire”. Fino a quando questo punto non sarà chiarito, dice Mark, la sostanza delle relazioni non cambia. E nessuna visita tra il Papa e il patriarca Aleksji II può prospettarsi all’orizzonte.

 

 

vi.pri

Jesus/maggio 2006

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Lunedì 24 Luglio 2006 10:54

“IO ERITREO CAPPELLANO A MILANO”

“IO ERITREO CAPPELLANO A MILANO”

Tra le cappellanie della comunità straniera, quella eritrea a   Milano è una delle più vecchie e consolidate, frutto del continuo flusso migratorio degli eritrei che hanno cercato nell’ex Paese colonizzatore sicurezza da guerre, persecuzioni e carestie.

I primi arrivi datano verso la fine degli anni Sessanta. Alora ad assisterli ci sono alcuni giovani frati cappuccini, in Italia per completare gli studi. La loro è un’assistenza non solo spirituale. I religiosi aiutano gli immigrati nel trovare casa, lavoro, per avere i permessi di soggiorno, ecc. E  non guardano alla fede.  Aiutano tutti: i cattolici (una minoranza)  e i non cattolici (la maggioranza). 

“L’assistenza agli eritrei – spiega padre Habtemariam Ghebreab, l’attuale cappellano – è nata ufficialmente 24 anni fa quando l’allora arcivescovo Cardinal Carlo Maria Martini, riconobbero il nostro sforzo per aiutare gli eritrei e ci permise di dare vita a un’assistenza”. Da allora, alla sua guida si sono alternati quattro cappuccini: Andemariam Tesfamicael, Stefano Tedla, Teclemariam Haile (conosciutissimo a Milano con il nome di padre Marino) e, appunto, Habtemariam Ghebreab . Padre Habtemariam, 62 anni, è nato in un villaggio vicino ad Asmara. Ha studiato in Africa e si è specializzato alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Prima di tornare in Italia nel 2002, è stato in Etiopia (dove ha diretto il seminario di Addis Abeba ed è stato maestro dei novizi) e in Eritrea (dove è stato coadiutore parrocchiale a Keren e Asmara). “A dire il vero – spiega padre Habtemariam – sono tornato per caso. Ero venuto qui per cure mediche, poi i superiori mi hanno chiesto di rimanere per dare una mano a padre Marino. Quando padre Marino si è ammalato, ho preso il suo posto. Anche se lui continua a collaborare con me”.

A Milano, il cappellano è il punto di riferimento per 200 famiglie eritree cattoliche. “Prima dell’indipendenza dell’Eritrea – ricorda -, la cappellania offriva assistenza spirituale ai cattolici, ma anche ai copto-ortodossi che venivano da noi per Messe e battesimi. Poi, nel 1993, si è costituita la comunità copta a Milano e da allora gli ortodossi hanno avuto il loro pastore”. 

La gran parte dei cattolici sono giovani immigrati, molti fuggiti dal loro Paese e arrivati qui dalla Libia. Ma ci sono anche persone arrivate in Italia molti anni fa. 

“Noi – osserva padre Habtemariam – cerchiamo di aiutarli come possiamo. Un tempo padre Marino li assisteva in tutto: dalle pratiche burocratiche alla casa, al lavoro ai rapporti con le istituzioni. Ora è diventato più difficile perché il numero degli immigrati è cresciuto e lavoro e casa sono merce rara per tutti”. 

L’assistenza è quindi prevalentemente spirituale. “Ogni domenica mattina – spiega – celebro una Messa in lingua zigrina. La celebrazione è accompagnata dai canti in gheez, una lingua arcaica dal quale sono nate le più importanti lingue di Etiopia ed Eritrea. Il sabato poi tengo lezioni di tigrino (per i bambini eritrei o meticci) e di catechesi ai giovani”. 

Padre Habtemariam ormai si è integrato in Italia. Oltre al suo servizio rivolto alla comunità eritrea collabora con i confratelli cappuccini del convento di viale Piave. “Devo essere sincero – ammette – non ho faticato molto ad ambientarmi. Un po’ perché molte abitudini degli eritrei sono state mutuate dai colonizzatori italiani. Ma anche perché nei conventi ad Asmara e Addis Abeba avevo già convissuto con missionari italiani e conoscevo bene il loro stile di vita : in Italia poi lavoro come in Eritrea: Nel senso che i miei parrocchiani sono tutti eritrei come lo sarebbero in una parrocchia a Keren, Asmara, Massaia, ecc.

Essere qui o là non fa molta differenza: L’unico vero problema è che qui i fedeli sono sparsi in una grande città come Milano. E non sempre è facile tenere i contatti con loro”.

Enrico Casale

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LA STORIA DEL CONCILIO DI ALBERIGO E MELLONI, UNA "RILETTURA IDEOLOGICA".

LA CELEBRAZIONE DEL VATICANO II DEL VESCOVO DI IMOLA

 

Adista notizie n° 89

 

In Emilia Romagna il 40.mo anniversario dalla conclusione del Concilio Vaticano II è passato praticamente sotto silenzio. Le autorità episcopali della regione, infatti, hanno evitato di promuovere iniziative commemorative, confermando così l'attuale orientamento delle gerarchie ecclesiastiche di ridimensionare la portata storica dell'ultima assise conciliare. Tuttavia a Imola, il 7 dicembre, su iniziativa dell'Azione cattolica cittadina, è stata celebrata una veglia solenne a memoria del Concilio. Hanno presieduto la funzione mons. Tommaso Ghirelli, vescovo di Imola e mons. Santo Bartolomeo Quadri, arcivescovo emerito di Modena e già Padre conciliare. A proposito della celebrazione di questa ricorrenza, il giorno precedente, sulle pagine del "Corriere di Imola", era apparso un articolo, firmato dallo stesso mons. Ghirelli, nel quale il vescovo, che intendeva ricordare il significato del Vaticano II nella vita della Chiesa, ha però utilizzato gran parte del suo intervento per sferrare un duro attacco alla produzione storiografica sul Concilio di Giuseppe Alberigo e Alberto Melloni: "È tuttora in atto in Italia - ha scritto Ghirelli - un tentativo di rilettura ideologica, a partire dalla biografia di Giovanni XXIII e in particolare dalla ricostruzione dell'impostazione da lui data al Concilio, sia nella fase preparatoria, sia nel corso della prima sessione. Si cerca di mettere in cattiva luce

la Gerarchia cattolica, mostrandola divisa in se stessa. La ricaduta politica di tale operazione è intuibile. Essa fa capo a studiosi di storia della Chiesa come Giuseppe Alberigo e ad opinionisti come Alberto Melloni. Non occorre dire che simili operazioni si condannano da sole, perché seguono il metodo della ‘storia a tesi'".

Melloni – che è ordinario di Storia contemporanea nell'Università di Modena-Reggio Emilia, e non solo semplice opinionista del Corriere della Sera come sembra intendere il vescovo – in una lettera di precisazione al direttore del giornale ha ricordato che i cinque corposi volumi della Storia del Vaticano II (edita in Italia da "Il Mulino") sono frutto del lavoro comune di 39 studiosi di diversi Paesi, tra i quali docenti in università cattoliche, e anche pontificie: "Il lavoro storico di questi studiosi - scrive Melloni - è fatto di ricerca faticosa, di punti di vista non coordinati e contigui, e trova critici (come mons. Ghirelli), ma anche estimatori: proprio in questi giorni il cardinale croato Josip Bozanic aveva invitato il prof. Alberigo a tenere la commemorazione del Concilio nella diocesi di Zagabria; e il card. Karl Lehmann, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha elogiato il lavoro fatto dall'Istituto per le scienze religiose di Bologna, nel quale sia Alberigo che il sottoscritto prestiamo opera".
All'attacco sferrato dal vescovo di Imola contro gli autori della monumentale "Storia del Concilio Vaticano II", ha risposto anche il Coordinamento regionale dell'Emilia Romagna di "Noi Siamo Chiesa", con un comunicato stampa pubblicato dal "Corriere di Imola" l'8 dicembre. Parlare di "rilettura ideologica del Concilio Vaticano II" e di tentativo di "mettere in cattiva luce

la Gerarchia" appare, scrive il movimento ecclesiale, "ingeneroso e malizioso nei confronti di due storici d'alto livello, che hanno realizzato l'opera attingendo ad una sconfinata documentazione. Gli autori hanno messo così in luce l'effettiva dialettica conciliare fra la maggioranza dei Padri aperta al cambiamento ed una minoranza curiale già all'origine contraria alla celebrazione dell'assise e poi riottosa a qualsiasi forma di cambiamento paventata nella Basilica di San Pietro. Lo scontro interno alla compagine vescovile, lo dicono i documenti e le testimonianze dei Padri, c'è stato eccome. Negare tutto ciò significa sostenere l'operazione di buona parte dell'attuale Curia vaticana impegnata a rileggere in chiave conservatrice un Concilio, certamente frutto di numerosi compromessi, ma parimenti ricco di molteplici segnali di discontinuità rispetto alla Chiesa pre-conciliare". (giovanni panettiere)

 

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