Giovedì, 11 Agosto 2022
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Martedì 28 Febbraio 2006 11:18

EGITTO INQUIETO

EGITTO INQUIETO

 
di JEROME ANCIBERRO

 

NEL PAESE NORDAFRICANO, È DIFFICILE

LA CONVIVENZA DEI CRISTIANI COPTI CON

LA MAGGIORANZA MUSULMANA.
QUESTO ARTICOLO, FIRMATO DA JÉRÔME ANCIBERRO,

È STATO PUBBLICATO

SUL SETTIMANALE FRANCESE “TÉMOIGNAGE CHRÉTIEN”.

TITOLO ORIGINALE: “COPTES.

QUEL AVENIR

POUR

LES CHRÉTIENS D’EGYPTE?”

Quattro fedeli musulmani sono stati trucidati e una sessantina feriti il 21 ottobre ad Alessandria d’Egitto in occasione di scontri tra la polizia e manifestanti che protestavano contro la diffusione di un dvd giudicato ostile all’islam. La manifestazione si è formata dopo la preghiera musulmana del venerdì intorno alla chiesa di Saint Georges sulla quale sono stati sparati dei proiettili. È in questa chiesa che due anni fa è stata data l’unica rappresentazione di una pièce teatrale, riprodotta oggi sul suddetto dvd, che racconta la storia di un giovane convertito all’islam e incitato, da un correligionario, ad uccidere dei preti. Le autorità e alcuni responsabili musulmani negano di avere una responsabilità negli scontri. Le tensioni erano percepibili ad Alessandria già alcuni giorni prima di questi avvenimenti.



L’analisi

Alcuni trafiletti informano di fatti diversi più o meno violenti, di manifestazioni o di moti legati alle tensioni tra i cristiani d’Egitto e una parte della popolazione musulmana. Ci si può ricordare anche dei massacri del 1981 a Zawiya-al-Hamra, nella periferia del Cairo, perpetrati da gruppi di estremisti islamici, o dei moti di al-Kocheh nel gennaio 2000 durante i quali 25 persone, per lo più copte, avevano trovato la morte in vere battaglie combattute tra comunità. In modo più episodico, voci di rapimenti di donne cristiane convertite con la forza all’islam sono sufficientemente prese sul serio dai cristiani del popolo per dar luogo a tensioni talvolta violente. Nel dicembre 2004, il capo spirituale della Chiesa copta ortodossa, il papa Chenouda III, si era d’altronde ritirato in un monastero in segno di protesta contro l’arresto di diverse decine di manifestanti cristiani che si indignavano per la conversione “forzata” all’islam della moglie di un prelato cristiano… Si diffondono anche voci inverse (di rapimenti di giovani donne musulmane da parte di copti). I copti, - la parola significa “cristiano d’Egitto” e viene dal greco Aiguptios, “egiziano” – sarebbero attualmente tra i sei e i dieci milioni, su una popolazione totale di 72 milioni di egiziani. Nulla, se non la religione, li distingue dai loro compatrioti musulmani. La maggior parte di essi, circa il 90%, è legata alla Chiesa copta ortodossa, una Chiesa cristiana autocefala (indipendente) attualmente guidata dal papa Chenouda III, “patriarca di Alessandria”. La dottrina della Chiesa copta ortodossa è formalmente monofisita, cioè non riconosce che una sola natura (divina) nella persona di Cristo. Esiste anche una Chiesa copta cattolica legata a Roma, che raggruppa circa 200.000 fedeli, che ha anch’essa alla guida un “patriarca d’Alessandria” (Stephanos II Ghattas) così come una Chiesa copta protestante evangelica che rivendica circa 100.000 fedeli.

Riconosciuti dalle autorità e largamente integrati nel tessuto sociale ed economico del Paese, i copti restano sotto-rappresentati in politica, anche se alcune prestigiose personalità, come l’ex segretario generale dell’Onu, Boutros Boutros Ghali, provengono da questa comunità. Oggi sono soltanto tre dei 444 deputati del Parlamento egiziano. E nulla fa pensare che le prossime elezioni legislative faranno cambiare le cose (le elezioni si svolgono in tre turni dal 9 novembre al 7 dicembre, ndt). Di fronte alle discriminazioni di fatto, che rendono per esempio molto difficile l’accesso a certi impieghi o a posizioni di responsabilità, sottoposti alle stesse difficoltà economiche dei loro compatrioti musulmani, molti copti hanno scelto l’emigrazione.

Alcuni osservatori pensano che i recenti gesti simbolici del governo egiziano nei confronti dei copti (ritrasmissione televisiva delle messe di Natale e di Pasqua, creazione di un giorno festivo ufficiale per Natale), sarebbero dovuti a delle pressioni del governo statunitense, esso stesso influenzato dalla lobby copta della diaspora. Ma in un contesto nazionale segnato da tensioni economiche e politiche in cui l’affermazione intransigente dell’identità musulmana può talvolta fungere da valvola a tutte le frustrazioni, i copti, che vogliono coltivare una identità religiosa marcata, costituiscono un bersaglio visibile. Una questione di tutt’altra importanza rispetto alla semplice diffusione di un dvd…

 

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SANT'ANGELO A SCALA: PROVE DI PACE TRA IL NUOVO VESCOVO E

LA COMUNITÀ DI DON VITALIANO

 

Adista Notizie n° 67

 

Il passaggio alla diocesi di Avellino della parrocchia di Sant'Angelo a Scala, fino al maggio scorso sotto la giurisdizione dell'abbazia di Montevergine (v. Adista n. 45/05), sembra aver portato novità importanti per gli abitanti del paese dove, per 10 anni (fino alla fine del 2002), è stato parroco don Vitaliano della Sala.
Contro la rimozione di don Vitaliano e per il rifiuto dell'abate di Montevergine, mons. Giovanni Tarcisio Nazzaro, di ascoltare le loro ragioni, i santangiolini, avevano intrapreso, da ormai tre anni, una radicale (e originale) forma di protesta: contro il vescovo, ma anche per denunciare l'atteggiamento ostile tenuto dal parroco succeduto a don Vitaliano, don Luciano Porri, avevano smesso non solo di frequentare la parrocchia, ma addirittura di entrare in chiesa, preferendo recarsi a messa nelle parrocchie dei paesi vicini. Una forma di boicottaggio che aveva contrapposto la parrocchia di Sant'Angelo alla Curia diocesana in maniera che sembrava insanabile. Oggi, però, grazie alla mano tesa dal nuovo vescovo, il conflitto sembra sulla via della ricomposizione.

Un primo, importante segnale, in questo senso è arrivato il 23 settembre scorso: i cittadini di sant'Angelo sono tornati a sedersi in chiesa per assistere ad una celebrazione del vescovo di Avellino, don Francesco Marino, arrivato a Sant'Angelo per presentare alla comunità il successore di don Luciano Porri (che ha improvvisamente abbandonato la parrocchia e si trova ora in Svizzera), don Antonio De Feo, che è anche parroco in un paese vicino a Sant'Angelo, Capriglia Irpina.

Prima della messa, mons. Marino, insieme a don Antonio e a don Vitaliano, si è recato nella chiesa del Rosario, sede dell'associazione 'O Ruofolo, l'associazione fondata dai dei fedeli "ribelli" all'abate Nazzaro che in questi anni ha promosso e sostenuto le iniziative a favore del parroco rimosso. Per mons. Marino l'accoglienza è stata calorosissima: in onore del vescovo era stata infatti preparata una festa con tanto di banda musicale, striscioni di benvenuto e fuochi d'artificio. "Continuate ad avere fede in Dio - ha detto il Vescovo - e accogliete il nuovo amministratore parrocchiale. Cerchiamo l'unità di tutta la comunità con l'aiuto di Dio". Il vescovo ha quindi voluto sentire dagli abitanti di Sant'Angelo le ragioni del forte dissenso che in questi tre anni li aveva contrapposti all'abate di Montevergine, invitando poi tutti ad abbandonare i vecchi rancori per aprire una nuova fase nei rapporti con

la Curia. Mons. Marino si è poi spostato nella chiesa di San Giacomo dove ha celebrato messa insieme al nuovo parroco, don Antonio De Feo, ed al vecchio, don Vitaliano Della Sala. Insieme, tutti e tre sull'altare, a sigillare l'avvenuta riconciliazione.
"Abbiamo deciso di porgere la mano - ha detto Massimo Zaccaria dell'associazione 'O Ruofolo - soprattutto perché finalmente siamo stati ascoltati. Abbiamo avviato un dialogo con i vertici della Chiesa e questo lascia ben sperare per il futuro".

 

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 “MA IL VENTO CONTINUA…”. LETTERA CIRCOLARE DI MONS. PEDRO CASALDALIGA

Adista documenti N°22 del 19 marzo 2005

 

SÃO FELIX DO ARAGUAIA Un "vecchio vescovo che continua a sognare": così si definisce dom Pedro Casaldáliga, nella lettera scritta a conclusione - felice - della vicenda della sua successione episcopale, per ringraziare della "valanga" di messaggi di solidarietà, ricevuti insieme a "molte domande e molti sfoghi" sui mali del mondo e della Chiesa. Mali che tuttavia non cancellano la speranza: cadono ripetutamente, è vero, i mulini a vento, ma non cade il vento. Di seguito la lettera, in una nostra traduzione dal portoghese.

Mi è arrivata un'autentica valanga di messaggi di solidarietà, preoccupati, alcuni anche indignati e, infine, molti esultanti. Mai come in questo caso dovrei rispondere personalmente a tutti, messaggio per messaggio, cuore a cuore. Sono anche arrivate, in questa vigilia di attesa, molte domande, molti sfoghi: su questo nostro mondo neolibe-rista, sulla nostra santa e problematica Chiesa. Giro doman-de e ansie allo Spirito di Colui che è la "nostra Pace". E credenti e agnostici, sereni e ribelli, donne e uomini, si considerino "risposti" con affetto immenso. Così, tanto facilmente, i vescovi pensionati sbrigano le faccende…!
Abbiamo ricevuto tanta solidarietà nei confronti della rivendicazione del popolo Xavante, bloccata nelle mani di una giustizia lentissima. L'altra occasione di solidarietà, verso la nostra piccola Chiesa di São Felix do Araguaia, è stata logicamente la successione episcopale. Non voglio entrare nei dettagli perché si è già scritto abbastanza su questo incidente ecclesiale. Vogliamo insistere sul fatto che il problema non riguardava un vescovo, una Chiesa. Il problema è di tutta

la Chiesa e per la nomina di tutti i vescovi, ed è una rivendicazione di maggiore corresponsabilità e collegialità. Per essere fedeli al Vangelo e per darne testimonianza al mondo. Per fortuna il nuovo vescovo di São Felix do Araguaia, frei Leonardo Ulrich Steiner, è un francescano vero, fraterno, dialogante, popolare. Ed il cammino continua. E anche io continuerò qui, sulla riva dell'Araguaia, accompagnando a distanza le lotte dei nostri popoli e lavorando, nella speranza pasquale, al tramonto della vita.
L'impero vuole "un mondo senza tirannia". Anche noi, soprattutto senza la tirannia dell'impero. L'impero vuole "la diffusione della libertà". Noi rispondiamo indignati che questa libertà è soprattutto per il mercato e per alcuni signori Paesi.

C'è tirannia, troppa, a tutti i livelli della vita sociale, economica, politica, culturale. Secondo il rapporto annuale dell'Onu, c'è ancora 1 miliardo e 100 milioni di persone che sopravvivono con meno di 1 dollaro al giorno. Continuano a morire di fame ogni giorno 30mila bambini poveri. Negli ultimi 40 anni il Pil mondiale è raddoppiato mentre si è triplicata la disuguaglianza economica. 900 milioni di persone - la settima parte della popolazione mondiale - soffrono di discriminazione etnica, sociale o religiosa. 170 milioni di persone vivono fluttuando nella migrazione. Il 44% della popolazione latino-americana vive in quartieri miserabili. L'Africa continua a sanguinare, nell'indifferenza e nello sfruttamento. E ci sono Paesi nel nostro mondo segnati nelle "liste di proscrizione", magari per una possibile guerra preventiva…
Però si "sta ben vincendo il male" nel nostro mondo ferito. Abbiamo celebrato di nuovo il Forum Sociale Mondiale; Via Campesina cresce e lotta; abbiamo smascherato e in parte fermato l'Alca; Israele e il popolo palestinese dialogano di passi concreti; la sinistra alza la testa in vari Paesi della nostra America e dell'Europa e cresce "il malessere (e la protesta) per la democrazia neoliberista". Se partiti e sindacati si demoralizzano sempre più, cresce però il movimento popolare con le sue manifestazioni su scala nazionale, continentale e mondiale. Ha preso avvio il Protocollo di Kyoto. E siamo sempre di più quelli che gridiamo, con Ignacio Ramonet, "sì alla solidarietà fra i 6 miliardi di abitanti del nostro pianeta; no al G-8 e al Consenso di Washington; no al dominio del 'poker del male' (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione per

la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, Organizzazione Mondiale del Commercio); no all'egemonia militare di un'unica superpotenza, no alle guerre di invasione e no al terrorismo…". E riassume Ramonet, e noi con lui, che "resistere è dire no, ed è anche dire sì ad un altro mondo possibile e sognarlo e contribuire a costruirlo".

Anche un'altra Chiesa è possibile e in molte parti e in molti modi la stiamo edificando: nelle comunità di preghiera, di fraternità, di impegno; nell'XI Incontro intraecclesiale delle Comunità ecclesiali di base (Ceb's) che si realizzerà in Brasile e nel rianimarsi delle Ceb's in Brasile, nel Continente, nel mondo; nel Forum mondiale di Teologia e di Liberazione celebrato insieme al Forum sociale mondiale; nella celebrazione del giubileo del martirio del nostro san Romero e della memoria militante di tutti i nostri martiri; nell'op-zione per i poveri e per le loro cause; nella denuncia profetica dei "genocidi sociali" e dell'iniquità dell'impero e delle sue oligarchie; in un ecumenismo reale e quotidiano; nel dialogo interreligioso; nel sostegno al processo conciliare come rivendicazione evangelica crescente e migliore commemorazione dei 40 anni dal Vaticano II; vivendo la nostra fede in modo adulto e corresponsabile per "la vita del mondo".

E qui ci va una confidenza ecclesiale, da vecchio vescovo che continua a sognare. Una volta, in occasione di un problema di salute di Giovanni Paolo II, si è parlato e scritto molto sul profilo del prossimo papa. Penso che si dovrebbe parlare molto di più - parlare e fare - del profilo del nuovo papato, di una ristrutturazione radicale di quello che chiamiamo

la Sede Apostolica, di un nuovo modo di vivere il ministero di Pietro: sensibile, come il cuore di Gesù, al clamore della povertà, della sofferenza, della deriva; senza Stato pontificio e con una curia leggera e di servizio; profeticamente spoglio di potere e di fasti; appassionato di ecumenismo e di dialogo interreligioso; deassolutizzato e collegiale; decentralizzatore e veramente "cattolico" nel pluralismo culturale e ministeriale; mediazione religiosa - in collaborazione con altre mediazioni, religiose e no - al servizio della pace, della giustizia, della vita.

Van Gogh, malgrado avesse visto cadere nella sua vita tanti mulini, reali o simbolici, scriveva a suo fratello Theo: "ma il vento continua". Dopo aver visto, anche noi, cadere tanti mulini, nella società e nella Chiesa, continuiamo a proclamare - nella speranza e nell'impegno - che "il vento continua"…

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L'ETERNO CONFLITTO TRA POLITICA E PROFEZIA. UN CONVEGNO A ROMA

 

 

Adista –notizie- n°89 del 25 dicembre 2004

 

 

ROMA. "Quello odierno non è un tempo di profeti. Nessuno sta in vedetta per scrutare segni dei tempi, ci si lascia distrarre da segnali di avvenimenti". In queste parole di Mario Tronti, filosofo della politica, l'invito a riflettere sulla profezia come bisogno, come dover essere della politica. Un convegno su "Politica e profezia", organizzato il 3 dicembre dalla Presidenza del Consiglio provinciale di Roma, ha voluto offrire, nelle parole del presidente Adriano Labbucci, un luogo di confronto e di dibattito "non-neutro" su questi temi, prendendo spunto dagli interrogativi posti da Massimo Cacciari nel suo libro "Della cosa ultima" (Adelphi 2004). Secondo Cacciari, il rapporto tra profezia e politica è ed è sempre stato agonico, conflittuale, perché la prima "denuncia come idolatrica ogni costruzione umana del futuro, ogni immagine offerta sulla terra della Gerusalemme celeste". Un contrasto che si sta però perdendo, a causa della crisi odierna dello spirito profetico, che lascia il 'politico' solo sulla scena del mondo ad amministrare e a rassicurare l'uomo. Si tratta, secondo Cacciari, di una crisi inevitabile, legata alla pienezza del mondo e della storia annunciate da Cristo: inevitabilmente esaurita, nelle sue parole, la riserva escatologica contenuta nel discorso profetico.
In parziale disaccordo Mario Tronti, per cui secolarizzazione e spoliticizzazione sono invece processi che procedono di pari passo, e che parallelamente devono essere pensati. Se si deve parlare di una 'fine' della storia, si tratta di una fine "provvisoria": il vero problema è leggere i segni per capire dove e in che modo essa ripartirà.
Da parte ecclesiale, si è invece sottolineata la vivacità e la necessità della profezia e dello spirito profetico nel mondo di oggi. Don Tonio Dell'Olio, coordinatore nazionale di Pax Christi, ha ricordato il carattere eminentemente "politico" dei profeti biblici e dei loro messaggi. "La profezia", ha aggiunto, "non è una dottrina quanto uno stile, un carattere" profetico che si esprime in alcuni atteggiamenti chiave: l'indignazione, la sobrietà della vita, la difesa dell'orfano, della vedova, dello straniero, l'amore della giustizia, la denuncia dell'ipocrisia, l'annuncio della pace. "I valori, la fede, la profezia sono quella luce che permette di distinguere in controluce le banconote vere da quelle false, nel corso della politica". Banconote false, ha ricordato Dell'Olio, come le parole dell'attuale ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, con la sua promessa, fatta più di un anno fa e mai concretizzata, di azioni legislative per assicurare agli immigrati il diritto di voto.
Rispondendo ad alcuni interrogativi posti da Tronti, padre Carlo Molari, teologo, ha affermato che la profezia tiene in guardia dal "rischio costante che la fede scada in una pratica, in una legge morale, in mera religione". Il ruolo profetico, oggi, non è più appannaggio di singoli, quanto di comunità, di realtà collettive. Le fedi, ha aggiunto, tutte le fedi, ciascuna nella sua specificità, creano "spazi profetici" importanti all'interno della politica, senza tuttavia poter offrire a questa "soluzioni miracolose".

 

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Lunedì 14 Febbraio 2005 21:12

SESSUALITÀ ED EUCARISTIA

Seconda parte

SESSUALITÀ ED EUCARISTIA: IL DONO DEL CORPO
Adista –documenti- n°90 del 25 dicembre 2004

 

Castità è accogliere il principio di realtà
La castità non è innanzitutto la soppressione del desiderio, almeno secondo la tradizione di san Tommaso d'Aquino. Il desiderio e le passioni contengono verità profonde su chi siamo e su cosa abbiamo bisogno. Il semplice sopprimerli farà di noi esseri morti spiritualmente o persone che un giorno si autodistruggeranno. Dobbiamo educare i nostri desideri, aprire gli occhi su quello che veramente chiedono, liberarli dai piccoli piaceri. Abbiamo bisogno di desiderare più profondamente e con maggiore chiarezza.
San Tommaso ha scritto qualcosa che viene facilmente fraintesa. Diceva che la castità è vivere secondo l'ordine della ragione (II,II,151.1). Suona molto freddo e cerebrale, come se essere casto fosse una questione di potere mentale. Ma per Tommaso ratio significa vivere nel mondo reale, "in conformità con la verità delle cose reali" (Josef Pieper, The Four Cardinal Virtues, Notre Dame, 1966, p. 156). Cioè vivere nella realtà di quello che sono io e di quello che sono le persone che amo realmente. La passione e il desiderio possono portarci a vivere nella fantasia. La castità ci fa scendere dalle nuvole, facendoci vedere le cose come sono. Per i religiosi, o a volte per gli scapoli, ci può essere la tentazione di rifugiarsi nella fantasia perniciosa che siamo eteree figure angeliche, che non hanno nulla a che vedere col sesso. Questo può sembrare castità, ma è una perversione della stessa. Ciò mi ricorda uno dei miei fratelli che andò a dire messa in un convento. La sorella che gli aprì la porta lo guardò e disse: "Ah, è lei padre, stavo aspettando un uomo".
È difficile immaginare una celebrazione dell'amore più realista dell'Ultima Cena. Non ha niente di romantico. Gesù dice ai suoi discepoli semplicemente e liberamente che è arrivata la fine, che uno di loro lo ha tradito, che Pietro lo rinnegherà, che gli altri fuggiranno. Non è una scena da lume di candela in un ristorante, questo è realismo portato all'estremo. Un amore eucaristico ci fa scontrare in pieno con la complessità dell'amore, con i suoi successi e la sua vittoria finale.
Quali sono le fantasie nelle quali può farci cadere il desiderio? Due, direi. Una è la tentazione di pensare che l'altra persona sia tutto, tutto quello che cerchiamo, la soluzione a tutti i nostri aneliti. Questo è un capriccio passeggero. L'altra è non vedere l'umanità dell'altra persona, per farne semplicemente carne da consumo. Questo è lussuria. Queste due illusioni non sono fra loro tanto diverse come può sembrare a prima vista. L'una è il riflesso esatto dell'altra.
Suppongo che tutti noi abbiamo conosciuto momenti di totale incapricciamento, quando qualcuno diventa l'oggetto di tutti i nostri desideri e il simbolo di tutto quello cui abbiamo anelato, la risposta a tutte le nostre necessità. Se non arriviamo ad essere uno con questa persona, allora la nostra vita non ha senso, è vuota. La persona amata giunge ad essere per noi la risposta a quel grande e profondo bisogno che scopriamo dentro di noi. Pensiamo a questa persona tutto il giorno.
Come diceva tanto bene Shakespeare: "Di giorno le mie membra e di notte la mia mente non trovano pace né per me né per te". O, per essere un poco più attuali, la faccia dell'amato è come lo screensaver del nostro computer. Nel momento in cui uno si prepara a pensare ad un'altra cosa, ce l'ha lì. È come una prigione, una schiavitù, ma una schiavitù che non vogliamo lasciare. Divinizziamo la persona amata e la mettiamo al posto di Dio. Certamente quello che stiamo adorando è una nostra proiezione. Forse ogni vero amore passa per questa fase ossessiva. L'unica cura per questo è vivere giorno per giorno con la persona amata e vedere che non è Dio, ma solamente suo figlio o sua figlia. L'amore comincia quando siamo guariti da questa illusione e ci troviamo faccia a faccia con la persona reale e non con la proiezione dei nostri desideri. (...).


Benedetta intimità!
Cosa cerchiamo in tutto questo? Cosa ci spinge ad incapricciarci? Posso parlare solo per me. Direi che quello che c'è sempre stato dietro le mie turbolenze emozionali è stato il desiderio di intimità. È l'anelito ad essere totalmente uno, di dissolvere i limiti fra se stessi e l'altra persona per perdersi nell'altro, per cercare la comunione pura e totale. Più che passione sessuale, credo che sia l'intimità che la maggioranza degli esseri umani cerca. Se viviamo attraversando crisi di affettività, credo che allora dobbiamo accettare il nostro bisogno di intimità
La nostra società è costruita intorno al mito dell'unione sessuale come culmine dell'intimità. Questo momento di tenerezza e di unione fisica totale è quello che ci porta all'intimità totale e alla comunione assoluta. Molta gente non ha questa intimità perché non vive una situazione matrimoniale, o perché si tratta di coppie non felici, o perché sono religiosi o sacerdoti. E possiamo sentirci esclusi ingiustamente da quella che è la nostra necessità più profonda. Ci sembra ingiusto! Come può escluderci Dio da questo desiderio profondo?
Credo che ogni essere umano, sposato o single, religioso o laico, deve accettare le limitazioni all'intimità che può conoscere al momento. Il sogno di comunione piena è un mito che porta alcuni religiosi a desiderare di essere sposati e molti sposati a desiderare di stare con una persona diversa. L'intimità vera e felice è possibile solo se ne accettiamo i limiti. Possiamo proiettare nelle coppie di sposati un'intimità totale e meravigliosa, che è impossibile, ma che è la proiezione di nostri sogni. Il poeta Rilke capì che non si può avere vera intimità all'interno di una coppia fino a quando non ci si rende conto che in qualche modo si rimane soli. Ogni essere umano conserva solitudine, uno spazio intorno che non può essere eliminato: "Un buon matrimonio è quello in cui ognuno dei due nomina l'altro guardiano della propria solitudine, e gli mostra fiducia, la più grande possibile… Una volta che si accetta che anche fra gli esseri umani più vicini continua ad esistere una distanza infinita, può crescere una forma meravigliosa di vivere uno a fianco all'altro se si riesce ad amare quella distanza che permette ad ognuno di vedere nella totalità il profilo dell'altro stagliato contro un ampio cielo" (John Mood Rilke on Love Other Difficulties, translations and Considerations of Rainer Maria Rilke, New York 1933 27ff.. quoted by Hederman op. cit. p. 81). (...).
Per gli sposati è possibile una meravigliosa intimità se, come dice Rilke, si accetta che siamo guardiani della solitudine dell'altra persona. E quelli di noi che sono single o celibi, possono anche scoprire un'intimità con gli altri profondamente bella. Intimità viene dal latino intimare, che significa stare in contatto con la parte più interna di un'altra persona. In quanto religioso, il mio voto di castità mi rende possibile essere incredibilmente intimo con altre persone. Il fatto di non avere intenzioni recondite, e il mio amore non dovrebbe essere divoratore o possessivo, fa sì che io possa avvicinarmi moltissimo al fondo della vita della gente.
La trappola opposta all'incapricciamento non è fare dell'altra persona Dio, ma renderla un semplice oggetto, qualcosa con cui soddisfare le necessità sessuali. La lussuria ci chiude gli occhi alla persona dell'altro, alla sua fragilità e alla sua bontà. San Tommaso dice, scrivendo sulla castità, che il leone vede il cacciatore come cibo, e la lussuria ci rende cacciatori, predatori che vedono qualcosa da divorare. Vogliamo semplicemente un poco di carne, qualcosa da poter divorare. Una volta di più la castità è vivere nel mondo reale. La castità ci apre gli occhi per vedere che quello che abbiamo davanti è sì un bel corpo, ma quel corpo è qualcuno. (...). Quello che spesso sono state attentamente pianificate.


La lussuria ha a che fare con il potere, più che col sesso
Si può avere l'impressione che la lussuria sia passione sessuale fuori controllo, desiderio sessuale selvaggio. Però Sant'Agostino, che comprese il sesso molto bene, credeva che la lussuria avesse a che vedere con il desiderio di dominare altre persone piuttosto che con il piacere sessuale. La lussuria è parte della libido dominandi, l'impulso di aumentare il nostro potere di controllo e convertirci in Dio. La lussuria ha più a che vedere con il potere che con il sesso. (...).Il primo passo per superare la lussuria non è sopprimere il desiderio, ma restaurarlo, liberarlo, scoprire che il desiderio è per una persona e non per un oggetto. Molti dei tristi scandali di abusi sessuali sui minori sono venuti da sacerdoti o religiosi che erano incapaci di confrontarsi in relazioni adulte con uguali. Potevano cercare solo relazioni in cui loro detenevano il potere e il controllo. Volevano rimanere invulnerabili. Nell'Ultima Cena Gesù prende il pane e lo dà ai discepoli dicendo: "questo è il mio corpo offerto per voi". Egli consegna se stesso. Invece di prendere il controllo su di loro, si consegna ai discepoli perché facciano di lui quello che vogliono. E noi sappiamo quello che ne faranno. È l'immensa vulnerabilità dell'amore vero.
La lussuria e il capriccio passeggero possono sembrare due cose molto differenti e tuttavia sono l'una il riflesso dell'altra. Nel capriccio uno converte l'altra persona in Dio, e nella lussuria uno in persona si fa Dio. (...).
Così la castità è vivere nel mondo reale, guardando all'altro come lui, o lei, e a me come io sono. Non siamo né esseri divini né semplici pezzi di carne. Entrambi siamo figli di Dio. Abbiamo la nostra storia. Abbiamo fatto voti e promesse. L'altro è impegnato in una coppia o con un coniuge. Noi come sacerdoti o religiosi siamo consegnati ai nostri ordini o diocesi. È così come ci troviamo, impegnati e legati ad altri impegni, che possiamo imparare ad amare con il cuore e gli occhi aperti.
Questo è duro perché viviamo nel mondo di internet della World Wide Web. È il mondo della realtà virtuale, dove possiamo vivere in mondi di fantasia come se fossero reali. Viviamo in una cultura in cui risulta difficile distinguere tra fantasia e realtà. Tutto è possibile nel mondo cibernetico. Per questo la castità è difficile. È il dolore di scoprire la realtà. Come possiamo rimettere i piedi per terra?


Tre passi per amare
Suggerirei tre passi. Dobbiamo imparare ad aprire gli occhi e a vedere i volti di quelli che ci stanno davanti. Con quale frequenza apriamo realmente gli occhi per guardare il volto delle persone e vederle per come sono? Brian Pierce, un domenicano degli Stati Uniti, sta per pubblicare un libro che paragona il pensiero di Meister Eckhart, il mistico domenicano del XIV secolo, con quello di Thich Nhat Hanh, un buddista del XX secolo. Per entrambi l'inizio della vita contemplativa è stare nel momento presente, quello che il buddista chiama "coscienza". È reale solo il momento presente. Sono vivo in questo momento, e pertanto è in questo momento che posso incontrarmi con Dio. Devo imparare la serenità di smetterla di essere inquieto per il passato e per il futuro. Ora, il momento presente, è quando comincia l'eternità. Eckhart chiede, "Cosa è oggi?". E lui risponde "eternità".
Nell'Ultima Cena Gesù afferrò il momento presente. Invece di inquietarsi per quello che aveva fatto Giuda, o perché i soldati si stavano avvicinando, egli visse il momento presente, prese il pane e lo spezzò e lo offrì ai discepoli dicendo, "questo è il mio corpo, offerto per voi". Ogni eucarestia ci immerge in questo presente eterno. È in questo momento che possiamo farci presenti all'altra persona, silenziosi e quieti in sua presenza. Ora è il momento in cui posso aprire gli occhi e guardarla. È perché sono tanto occupato correndo da tutte le parti, pensando a quello che succederà dopo, che può capitare che non veda il volto che ho di fronte, la sua bellezza e le sue ferite, le sue gioie e le sue pene. La castità, insomma, implica aprire gli occhi!
In secondo luogo, posso apprendere l'arte di star solo. Non posso star bene con la gente a meno che non sia capace di starci bene solo alcune volte. Se la solitudine mi fa paura, allora accoglierò altra gente non perché mi diletti in essa, ma come soluzione al mio problema. Vedrò la gente semplicemente come un modo per riempire il mio vuoto, la mia spaventosa solitudine. Pertanto non sarò capace di rallegrarmi con loro per il loro stesso bene. Perciò è quando uno sta con un'altra persona, che è veramente presente, e quando sta solo che s'impara ad amare la solitudine. Se non è così, quando uno sta con un'altra persona, si attaccherà a lei e la soffocherà!
Infine, ogni società vive delle sue storie. La nostra società ha le sue storie tipiche. Spesso sono storie romantiche. Il ragazzo conosce la ragazza (o a volte il ragazzo conosce il ragazzo), si innamorano e vivono felici per sempre. È una bella storia che capita di frequente. Però se pensiamo che è l'unica storia possibile vivremo con possibilità molto ridotte. La nostra immaginazione ha bisogno di essere alimentata con altre storie che ci parlino di modi di vivere e amare. Abbiamo bisogno di aprire ai giovani l'enorme diversità di forme nelle quali possiamo trovare significato e amore. Per questo erano tanto importanti le vite dei santi. Ci mostravano che c'erano diversi modi di amare eroicamente. Come persone sposate o singole, come religiosi o laici. Mi sono commosso molto per la biografia di Nelson Mandela, The long road to freedom. È un uomo che ha dato tutta la sua vita per la causa della giustizia e dell'abbattimento dell'apartheid, e questo ha significato che non ha avuto la parte di vita matrimoniale che anelava, visto che ha passato anni in carcere.
Così il primo passo della castità è scendere dalle nuvole. Molto rapidamente menzionerò altri due passi. Il secondo passo, in breve, è aprirci all'amore, perché non restino piccoli mondi su cui ripiegarsi. L'amore di Gesù si mostra a noi quando prende il pane e lo spezza perché possa essere condiviso. Quando scopriamo l'amore non dobbiamo conservarlo in un piccolo armadio privato per il nostro diletto personale, come una segreta bottiglia di whisky, salvaguardata dagli sconosciuti per nostro uso esclusivo. Dobbiamo condividere i nostri amori con i nostri amici e con coloro che amiamo. In questo modo l'amore particolare si espande e va incontro all'universalità.
Soprattutto è possibile allargare lo spazio perché Dio abiti in ogni amore. In ogni storia d'amore concreta può vivere il mistero totale dell'amore, che è Dio. Quando amiamo profondamente qualcuno, Dio sta già lì. Più che vedere i nostri amori in competizione con Dio, questi ci offrono luoghi in cui possiamo montare la sua tenda. Come Bede Jarret diceva a Hubert van Séller, "Se ritieni che l'unica cosa che puoi fare è ritirarti nel tuo guscio, non vedrai mai quanto Dio sia amoroso…. Devi amare P. e cercare Dio in P. … Goditi la sua amicizia, paga il prezzo del dolore che porta con sé, ricordalo nella tua Messa e lascia che Egli sia la terza persona in questo amore". (...). Se separiamo il nostro amore verso Dio dal nostro amore per le persone concrete, entrambi diventeranno aspri e malaticci. Questo è quello che significa avere una doppia vita.
Il terzo passo, forse il più difficile, è che il nostro amore deve liberare le persone. Ogni amore, che sia tra persone sposate o singole, deve essere liberante. L'amore tra marito e moglie deve aprire grandi spazi di libertà. E questo è tanto più vero per noi che siamo sacerdoti o religiosi. Dobbiamo amare perché gli altri siano liberi di amare gli altri più di noi stessi. Sant'Agostino chiama il vescovo amico dello sposo, amicus sponsi. In inglese diciamo "the best man" nel matrimonio. Il "best man" non cerca di far innamorare di lui la sposa, e neppure le damigelle d'onore! Sta ad indicare altro.

 

(...). Dio è sempre quello che ama di più di quello che è amato. Può darsi che sia proprio questa la nostra vocazione. Auden ha detto: "Se l'amore non può essere paritario, che sia io quello che ama di più" (Collected Shorter Poems 1927-1957 London 1966 p. 282).
Questo implica rifiutarsi di lasciare che le persone diventino troppo dipendenti da qualcuno e non occupare il posto centrale delle loro vite. Uno deve sempre cercare altre forme di sostegno alla gente, altri pilastri, affinché noi possiamo smettere di essere tanto importanti. Così la domanda che uno deve sempre farsi è: il mio amore sta rendendo questa persona più forte, più indipendente, o la sta rendendo più debole e dipendente da me?
Bene, mi avvio alla conclusione dopo un'ultima riflessione. Imparare ad amare è un compito difficile. Non sappiamo dove ci porterà. La nostra vita ne sarà stravolta. Capiterà che ci faremo male. Sarebbe più facile avere cuori di pietra che cuori di carne, però allora saremmo morti! Se siamo morti non possiamo parlare del Dio della vita. Però come trovare il coraggio di vivere passando per questa morte e resurrezione?
In ogni eucarestia ricordiamo che Gesù ha sparso il suo sangue per il perdono dei peccati. Questo non significa che doveva placare un Dio furioso. Né significa solamente che se sbagliamo possiamo andare a confessare i nostri peccati ed essere perdonati. Significa molto di più. Significa che, in ogni nostra battaglia per essere persone che amano e sono vive, Dio è con noi. La grazia di Dio è con noi nei momenti di caduta e di confusione, per metterci di nuovo in piedi. Nello stesso modo in cui con la domenica di Pasqua Dio ha convertito il venerdì santo in un giorno di benedizione, possiamo stare sicuri che tutti i nostri tentativi di amare daranno frutto. E perciò non abbiamo nulla da temere! Possiamo addentrarci in questa avventura, con fiducia e coraggio.

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
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