Mercoledì, 26 Giugno 2019
Stefano Blasi

Stefano Blasi

Esperto di Comunicazione
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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“In Guatemala abbiamo una situazione paradossale: il 95% dei guatemaltechi si considerano cattolici (o cristiani), ma abbiamo anche l’indice più alto di disuguaglianze nella ripartizione dei beni. Se cristianesimo significa condividere, come mai c’è questo altissimo divario tra  ricchi e poveri?”. Non usa mezzi termini monsignor Alvaro Leonel Ramazzini Imeri, vescovo di San Marcos, presidente della Conferenza episcopale del Guatemala, per descrivere la difficile situazione sociale del suo paese. Che si aggiunge a un dopoguerra che fatica a trovare un equilibrio tra esigenze della giustizia e della riconciliazione. E a una forte diffusione di violenza criminale e urbana.

Monsignor Ramazzini il Guatemala è un paese inquieto. Ancora tanta violenza, forti squilibri sociali. Perché?

Perché la vita non viene rispettata. Inoltre abbiamo una società molto conflittuale. La guerra vissuta per 36 anni ci ha condizionato in modo tale che non siamo più capaci di usare il dialogo e il ragionamento pacato per risolvere i nostri problemi. Ricorriamo alla forza, alla repressione, ai linciaggi. Io mi chiedo cosa facciamo, noi cristiani, per rispondere a questa violenza. Sul fronte sociale, c’è una disintegrazione molto forte della famiglia, a causa delle migrazioni in America del nord. Gli emigrati si creano nuove famiglie e credono di risolvere i problemi inviando soldi. Invece i bambini crescono da noi senza la presenza e la protezione dei padri. Questi segnali ci dicono che qualcosa non funziona a livello di pratica religiosa: molte persone cercano nella religione solo una sorta di guarigione alle malattie, ai loro problemi psicologici.

Un tema scottante è l’impunità dei protagonisti della guerra civile, La Chiesa può fare qualcosa?

Cerchiamo di fare qualcosa. Abbiamo uffici per i diritti umani che informano, formano, organizzano incontri per giustizia inefficiente, con giudici che si lasciano corrompere o che sono indifferenti, con processi che durano anni. È un problema serio: sappiamo che nelle istituzioni ci sono persone che hanno fatto cose molto gravi, ma continuano a vivere in tutta tranquillità. E le iniziative giudiziarie avviate in altri stati (Spagna, ndr) non funzionano perché si invoca il principio di sovranità del paese: li si ferma tutto, nonostante il Guatemala abbia ratificato accordi internazionali in materia. Non sono fiducioso in proposito.

Il 9 settembre (2007 ndr) in Guatemala si vota per le presidenziali. Tra i candidati c’è anche il premio nobel per la pace, Rigoberta Menchù, leader del movimento Indigeno. Che valore ha la sua candidatura?
È un buon segno, vuoI dire che c’è una maturazione politica all’interno dei popoli indigeni. Purtroppo in questo momento in Guatemala il movimento indigeno è molto disarticolato: le comunità non riescono ad agire insieme per raggiungere obiettivi comuni. Però temo che la candidatura della Menchù sia stata avanzata troppo in fretta. Avrebbe dovuto aspettare: negli ultimi anni è stata spesso fuori dal paese, di conseguenza la popolazione non la conosce abbastanza, soprattutto i giovani. In più non partecipa alle elezioni con un proprio partito, che sarebbe stato un fattore importante. Doveva cominciare a organizzare un partito a base indigena non esclusiva, ossia integrando altri settori sociali, e presentarsi alle prossime elezioni con una sua proposta. Spero di sbagliarmi, perché abbiamo bisogno di alternative, e un’alternativa dal mondo indigeno sarebbe interessante. Ma esercitare il potere è un lavoro di grandissima responsabilità, che richiede notevole preparazione, soprattutto in un mondo globalizzato, in cui la nostra economia dipende dagli altri e soggiace a pesanti condizionamenti esterni, soprattutto degli Stati Uniti.

Lei ha partecipato alla quinta Conferenza dell’episcopato latino-americano ad Aparecida, in Brasile, Quali frutti principali ha prodotto?
È andata molto bene. Abbiamo cercato di essere sinceri e obiettivi sui problemi più importanti della Chiesa e della società in America Latina. E’ stato molto importante riprendere il tema delle comunità ecclesiali di base e della scelta preferenziale ed evangelica per i poveri come esigenza da rivolgere all’intero popolo cristiano, compresi noi vescovi, per vivere davvero in atteggiamento di povertà, non rimanendo nella teoria. Abbiamo parlato anche della necessità di dichiararci in uno stato permanente di missione e pensare alla missione ad gentes, al di fuori delle nostre diocesi e paesi. In questo senso ci sono ottime aspettative. Ma saremo capaci di portare avanti questo impegno, o rimarranno parole sulla carta? E’ una sfida, credo ci sia la volontà di essere coerenti con gli impegni presi.

Di cosa ha bisogno oggi il cristianesimo in America Latina?
Bisogna tornare a ciò che è essenziale nella vita cristiana: essere discepolo e missionario. In molte occasioni siamo molto più attenti all’elemento istituzionale della Chiesa, ossia a non perdere fedeli e ad aumentare il numero dei battezzati, e dimentichiamo l’essenziale del cristianesimo. In America Latina e America del nord non è in crisi solo l’aspetto istituzionale della Chiesa, ma il cristianesimo stesso. Bisogna chiedersi quale pratica del cristianesimo conduciamo e proponiamo. Anche perché, se non ci fosse questa crisi, avremmo un continente con più pace, più giustizia, maggiore rispetto verso i migranti, e non contrasti e disuguaglianze tanto gravi.


di Patrizia Caiffa
Italia Caritas /Settembre 2007


Problemi sociali gravissimi dopo 36 anni di guerra civile
Il Guatemala, piccolo paese dell’America centrale, ha vissuto per 36 anni una guerra civile, finita con gli Accordi di pace del 1996, che ha lasciato dietro di sé 200 mila morti, soprattutto Indigeni discendenti dai maya, e un milione.e mezzo tra profughi, vedove, orfani e desaparecidos. Il  90% dei massacri sono stati compiuti dall’esercito, il resto dalla guerriglia. Rimane oggi un’eredità pesante di ingiustizie economiche e sociali a tutti i livelli, aggravata da una totale mancanza di giustizia nei confronti del responsabili dei crimini contro l’umanità, primo fra tutti l’ex generale dell’esercito Rios Montt, ancora coinvolto nella vita politica e in cariche istituzionali che gli assicurano l’impunità.
Anche la Chiesa ha avuto i suoi martiri, tra cui i 77 catechisti del Quiché, per i quali è in corso a livello diocesano la causa di canonizzazione. Il più famoso è stato però il vescovo monsignor Juan Gerardi Conedera, ausiliare di Città del Guatemala, ucciso il 26 aprile 1998, due giorni dopo aver presentato un rapporto della Chiesa sulle responsabilità e i crimini commessi durante il conflitto.
Il paese centramericano, che sarà chiamato alle urne a settembre per eleggere il nuovo presidente della repubblica, è un concentrato di gravi problemi sociali. Su 13 milioni di abitanti, l’80% vive al di sotto della soglia della povertà, il 13,5% con meno di 1 dollaro al giorno, mentre una ristretta oligarchia bianca detiene il potere economico e politico, il 22% della popolazione è malnutrito (il Guatemala è settimo tra i paesi con il più alto indice di denutrizione), la mortalità infantile è una delle più alte al mondo (43 ogni 1000 nati prima dei 5 anni), la sanità è troppo onerosa per i poveri, il tasso di analfabetismo è alto, migliaia sono i bambini di strada vittime di soprusi a Città del Guatemala, Violenza e criminalità continuano a fare registrare tassi elevatissimi: dal 2004 al 2006 sono stati commessi 2.400 omicidi.

L’impegno Caritas
La Chiesa in Guatemala ha svolto un ruolo significativo nel processo di pace. Oggi è molto impegnata nel settore sociale, negli ambiti dell’educazione, dello sviluppo e dei diritti umani appoggiando le comunità indigene e lavorando con i movimenti sociali .
Caritas Italiana sostiene alcuni progetti di Caritas Guatemala e di altri soggetti. La rete Caritas è anzitutto ancora impegnata nel programma di ricostruzione e riabilitazione, elaborato dopo le rovinose alluvioni causate, nell’ottobre 2005, dall’uragano Stan. Sostiene inoltre due progetti di recupero della memoria storica relativi a quanto accaduto durante la guerra civile, nella diocesi di San Marcos (progetto Remhi, in 29 municipi) e nella regione del Peten (progetto “Nuestra historia ldentidad futuro”, teso a ricostruire il tessuto comunitario dei popoli che convivono nella regione).
Insieme alla Pastorale sociale Caritas della diocesi di Verapaz, si lavora per il rafforzamento dell’azione sociale a favore delle comunità indigene, mentre a Cobàn viene sostenuto un centro di orientamento per donne.
Caritas Italiana infine, è presente in Guatemala con alcuni caschi bianchi e finanzia alcuni microprogetti.
Lunedì 10 Marzo 2008 15:38

RIPARTIAMO DAL BENE CHE C’È

Per quanto riguarda lo spettro degli
argomenti scelti e l’accuratezza con cui sono trattati, penso che i Lineamenta
per la Seconda assemblea speciale per l’Africa del sinodo dei vescovi siano
sufficientemente ampi e adeguatamente dettagliati, benché strutturati attorno a
tre sole aree principali: riconciliazione, giustizia e pace. Anche
l’intelaiatura teologica che sottostà ai tre temi è ugualmente comprensiva e
tale da offrire solide e profonde basi alla discussione: precisi sono i
parametri in fatto di cristologia, ecclesiologia, teologia dei sacramenti,
pastorale missionaria e spiritualità. In altre parole: ci è stato messo nelle
mani un documento ben fatto.

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I temi della giustizia e della pace sono
appropriati all’Africa odierna. E per le più svariate ragioni: storiche,
economiche, socio-politiche e culturali. I problemi più pressanti del
continente riguardano proprio questi due fondamentali valori. Onestà vuole,
però, che si ammetta che la storia mondiale è sempre stata crudele nei
confronti dell’Africa, anche se gli africani sono stati spesso la causa
strumentale delle loro sventure. Penso alla schiavitù, al colonialismo, al
neo-colonialismo (sotto forma di strutture economiche ingiuste che tendono a
perpetuare il circolo vizioso della povertà), al debito estero, ecc.

I Lineamenta descrivono l’odierna
situazione sociale, economica e politica dell’Africa con taglienti pennellate.
«Una delle sfide maggiori è il fallimento dello stato post-coloniale. Sarebbe
troppo semplicistico attribuire le ragioni di un tale insuccesso della politica
in Africa alla composizione plurietnica degli stati o ancora alle frontiere
artificiali ereditate dalla colonizzazione.

Al di là delle differenze e rivalità
etniche, esiste in effetti presso gli africani un’idea nazionale. Non sarebbe
altrimenti possibile spiegare l’attaccamento di ogni africano al proprio paese
e alla propria storia. La questione è sapere come trasformare la pluralità in
fattore positivo, costruttivo e non distruttivo (...) La sfida è quella del
buon governo e della formazione di una classe politica capace di recuperare il
meglio delle tradizioni ancestrali ed integrarlo ai principi di “efficienza di
governo” delle società moderne» (11).

Ancora: «In alcuni paesi africani
esistono tensioni sociali durature che bloccano il progresso, dando vita a
disordini politici e a conflitti armati. Il tribalismo, le dispute per le
frontiere e i tentativi di espansione conducono alle lotte armate, con un
pesante tributo in termini di vite umane, e all’esaurimento delle risorse
finanziarie. In alcune nazioni si assiste alla continua violazione dei diritti
fondamentali dell’uomo, con tutte le conseguenze che ne possono derivare. (...)
Fino a che non si arriverà alla creazione di stati di diritto, governati da
africani veramente democratici, c’è l’alto rischio che una tale situazione
possa ancora perdurare» (12).

Tutti gli africani sono consapevoli della
fondamentale “delinquenza” delle loro leadership politiche, della tendenza dei
loro presidenti e capi di governo ad atteggiarsi a semi-dei, della politica
discriminatoria messa in atto nei confronti di numerosi gruppi etnici, degli
innumerevoli colpi di stato... Tuttavia, ritengo di dover fare alcune
osservazioni riguardo al modo in cui i Lineamenta riassumono quanto è avvenuto
dal 1994 a oggi.

 

Analisi
economica da migliorare

Al termine della lettura del documento,
l’immagine che emerge dell’Africa e della sua chiesa appare alquanto negativa,
quasi che, a tredici anni dal primo sinodo, ad eccezione dell’aumento del
numero delle vocazioni sacerdotali e dei cattolici, non ci sia molto da
riportare come “passi positivi compiuti” dal continente, soprattutto dal punto
di vista socio-politico. È vero che il documento riconosce che «anche dal punto
di vista sociale, possiamo rilevare alcuni nuovi sviluppi» (7). Ma mi sarei
aspettato un’analisi più approfondita e più realista della situazione.

Non ci si può limitare a scrivere che
«nutriamo la speranza di vedere l’Unione africana diventare più effettiva e più
efficace nella risoluzione dei conflitti tra nazioni africane e tra gruppi
etnici» (ib.). In verità, ci sono stati autentici sviluppi positivi nel campo
socio-politico, soprattutto in termini di democratizzazione in molte nazioni.
Anche il semplice menzionarli avrebbe aiutato a presentare un’immagine più vera
dell’Africa contemporanea.

Il nuovo documento riconosce che, «di
fronte a situazioni così diverse, risulta difficile pronunciare una parola
unica e prevedere una soluzione che abbia valore universale. (...)

L’intento dei Lineamenta non è dire
tutto, ma elencare alcune priorità che emergono dallo studio e dall’azione nel
campo della riconciliazione, della giustizia e della pace». Cosa più che
comprensibile. Tuttavia, nel periodo preso in esame, i leader africani hanno
deciso alcune mosse politiche importanti e sarebbe stato bene riconoscerle. Dal
1994 a oggi, molte nazioni africane hanno fatto decisivi passi in avanti in
termini sia di democratizzazione e di primato della legge, sia di buon governo
e di trasparenza amministrativa.

Come dimenticare la disponibilità
espressa da vari capi di stato a sottostare al Meccanismo africano di
valutazione inter pares (Aprm), destinato a favorire la stabilità politica, la
crescita economica e lo sviluppo sostenibile, in virtù del quale i governi
accettano di sottoporsi a periodiche revisioni sulla base di criteri quali trasparenza,
“buon governo”, rispetto dei diritti umani e primato della legge?

Inoltre, a livello regionale, alcune
comunità economiche – come la Comunità economica degli stati dell’Africa
Occidentale (un accordo economico stipulato da 16 stati nel 1975 e tuttora in
vigore) – hanno portato la pace (e la mantengono) in varie ragioni e prevengono
la guerra in altre.

Sono chiari segni che l’africano sta
sempre più assumendo le proprie responsabilità, e spero che saranno debitamente
notati nel documento che guiderà i lavori del futuro sinodo.

In materia economica, il documento mi
sembra troppo cauto e diplomatico. Uno dei concetti meglio sviscerati e
spiegati nel corso del primo sinodo africano fu quello dell’autosostentamento,
nel contesto di una diminuzione degli aiuti esteri.

Eppure, quasi nulla è detto al riguardo
nel nuovo documento. Mi domando se ci sia una ragione per tale lacuna. Forse
non si è voluto dare l’impressione che gli africani stiano ancora incolpando il
mondo esterno dei propri problemi, invece che accettarne, almeno in parte, la
responsabilità?

Sta di fatto che i Lineamenta dicono
molto poco sulle ingiuste strutture internazionali che rafforzano e perpetuano
il vizioso circolo della povertà nel continente (vedi il debito estero). Penso,
ad esempio, all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto) e ai suoi molti
fattori limitanti (“colli di bottiglia”) che portano a sussidiare gli
agricoltori occidentali per consentire loro di esportare i propri prodotti sui
mercati africani, uccidendo le nostre industrie locali.

Come possiamo parlare di giustizia, se
poi non si dice nulla sulle alte tariffe imposte dalle nazioni ricche ai
prodotti africani di esportazione? E come è possibile parlare di pace, senza
tenere in considerazione i fattori esterni che contribuiscono alla mancanza di
questo bene nel continente?

Giustizia e pace presuppongono rispetto
reciproco, e questo rispetto dipende in gran parte dalla possibilità che uno ha
di gestire la sua vita con le risorse che ha a propria disposizione, senza
dover ridursi a elemosinare aiuti da altri. C’è sempre poca stima per un
mendicante! Negli scorsi tredici anni, si sono tenuti simposi e seminari su
questo tema a livello regionale, nazionale, diocesano, parrocchiale...
Paradossalmente, anche di questo lavorio niente è detto nei Lineamenta.

Spero che nella discussione che avrà
luogo nelle chiese locali si abbia il coraggio di approfondire questi e altri
punti non del tutto sviscerati dai Lineamenta. Se è vero che, sotto molti
aspetti, gli africani hanno mostrato di essere “irresponsabili”, è altrettanto
vero che fattori esterni hanno giocato – e continuano a giocare – un pesante
ruolo nel decadimento, specie economico, del continente.

Globalizzazione

La globalizzazione è un fenomeno sociale
che ha importanti effetti nel continente e penso che avrebbe meritato una
valutazione più ampia e precisa nei Lineamenta, anche solo per aiutare una
discussione pure nella sfera socio-economica, non solo in quella
socio-politica.

Considero i temi della riconciliazione, della
giustizia e della pace strettamente connessi con quello dell’odierna
infatuazione per la globalizzazione.

Questo fenomeno è ambivalente a livello
economico: una vera e propria spada a doppio taglio. Da una parte, potrebbe
alleviare la povertà globale (ammesso che le culture dominanti oggi nel mondo
acconsentano alla giustizia e alla pace di regnare); dall’altra, specie se
giustizia e pace non vengono fondate su una riconciliazione a livello mondiale,
potrebbe infliggere ferite ancora più profonde alle fragili economie africane.

È mia opinione che, anche se il tema è
stato menzionato al paragrafo 20 dei Lineamenta nel contesto socio-politico,
esso merita maggiore spazio e approfondimento nel contesto socio-economico.
Pertanto, nell’eventuale Instumentum laboris da mettere nelle mani dei padri
sinodali, la globalizzazione dovrebbe essere affrontata in maniera dettagliata,
sopratutto nelle sue ricadute sull’economia. Mi permetto di suggerire alcuni
punti: la globalizzazione nel contesto di uno scontro di culture; i suoi forti
interessi economici; il suo lascito di sofferenze e lagnanze; la possibilità
che le culture meno forti ne siano vittime, più che beneficiarie; l’onnipotenza
e l’onnipresenza delle forze del mercato globale; le politiche economiche delle
nazioni ricche; la disuguaglianza nelle forze di potere...

In altre parole, ci si dovrebbe domandare
se e in quale misura, dal primo sinodo a oggi, l’Africa è stata oggetto di una
massiccia manipolazione economica. E se il problema non fa che acutizzarsi,
allora il continente può fare ben poco per risollevarsi, senza una genuina
cooperazione internazionale. Ecco il contesto vero nel quale i Lineamenta
avrebbero dovuto affrontare la discussione sulla globalizzazione. Non l’ha
fatto. C’è solo da sperare che il documento di lavoro ripari a questa mancanza.

Guarigione
e armi

Trattando del problema della
riconciliazione, i Lineamenta osservano – e giustamente – che «qui tocchiamo la
questione della guarigione, che ha una grande importanza nell’Africa nera» (70).
Dopo aver presentato “la guarigione nella sua dimensione socio-religiosa e
spirituale” (72-73), il testo affronta l’argomento della “guarigione in
rapporto alla politica, all’economia e alla cultura” (74-76), notando che
«nell’Africa nera... questa problematica non si limita alla sola sfera
religiosa, ma comprende e presuppone le sfere politica, economica e culturale».

Pertanto, «nell’impegno per la politica,
e in ogni impegno per migliorare le nostre condizioni di vita e di salute, così
come per migliorare la cultura dei nostri popoli, noi facciamo sì che questa
sia per loro una sorta di guarigione». Poi, ancora una volta, il linguaggio si
fa pesante: «Cristo può essere percepito come guaritore soltanto se i cristiani
si impegnano nei diversi campi per liberare l’Africa moderna da tutti i mali
che stanno per soffocare il continente, e in particolare il male della guerra»
(corsivi miei).

Due osservazioni. La prima: è vero che
oggi si registrano ancora tracce di conflitti etnici, tensioni e contrasti
civili, ma sarebbe stato doveroso notare che, dal primo sinodo a oggi, ci sono
stati positivi sviluppi proprio nel campo della riconciliazione e della
guarigione, e non solo in Sudafrica, con la creazione della Commisione “Verità
e riconciliazione”, presieduta dall’arcivescovo Desmond Tutu, ma anche nella
regione dei Grandi Laghi (vedi i tribunali tradizionali in Ruanda), in Liberia,
in Sierra Leone... Per molti africani questi risultati – seppur modesti –
riflettono sia l’impatto che Ecclesia in Africa ha avuto sul continente, sia la
loro volontà di fare meglio che in passato.

In secondo luogo, ritengo che i
Lineamenta avrebbero dovuto almeno spiegare che, dietro le guerre e i conflitti
etnici, ci sono spesso subdole forme di neo-colonialismo. La cosiddetta “propensione
africana alla guerra” è (anche) il risultato del fatto che alcune potenze
mondiali continuano a considerare l’Africa come una loro “proprietà”. La loro
logica è nota: mantenere gli africani in un continuo stato di guerra rende più
facile derubarli delle loro risorse naturali (diamanti, petrolio, minerali
strategici...).

Il testo accenna alle “guerre per
procura”, ma soltanto di passaggio, citando un precedente testo dei vescovi
africani. Perché non dare più spazio a questa odiosa realtà, descrivendola con
maggiori dettagli, per suscitare più consapevolezza nella gente circa il fatto
che «gli africani distruggono i propri paesi e si uccidono tra di loro per gli
interessi e i profitti “di altri”» (17)?

Strettamente legato alle “guerre per
procura” è il commercio delle armi. I Lineamenta ne parlano – «Il commercio
internazionale delle armi continua a mantenere l’Africa in perpetuo stato di
guerra. Non c’è dubbio che, in gran parte, a seminare la morte in Africa siano
interessi potenti che dominano il mondo, e i cui attori principali sono
altrove» (17) – ma non con la necessaria enfasi. Al paragrafo 78, il testo
ritorna sull’argomento: «Esigere la pace significa esigere la fine del
commercio delle armi nelle zone di guerra. Tutti sanno in che modo le parti in
conflitto si procurano le armi. C’è in questo una grande ingiustizia e un
furto: le risorse dei paesi poveri sono sistematicamente saccheggiate per
alimentare tale commercio». Quindi, si aggiunge: «Dobbiamo pretendere che alla
forza delle armi si sostituisca la forza morale del diritto».

Convengo pienamente con quel
“pretendere”. Il prossimo sinodo dovrebbe concretizzare questa sacrosanta
pretesa, facendo un forte appello alla comunità mondiale perché sia approvata,
una volta per tutte, una legge internazionale contro il traffico delle armi.

 

Di Peter K. Sarpong

Nigrizia – Giugno 2007

 

 

Incongruenze

Dopo oltre un decennio dalla pubblicazione di Ecclesia in Africa,
cioè l’esortazione apostolica che riassumeva i frutti del primo sinodo
africano, i nuovi Lineamenta invitano l’Africa «a fare un inventario e un esame
di coscienza» (1). Tre gli interrogativi: «Cosa ha fatto Ecclesia in Africa?
Cosa abbiamo fatto di Ecclesia in Africa? Cosa resta da fare, nella sua linea,
in funzione del nuovo contesto africano?» (ib.).

Penso che non si possa rispondere alle prime due domande in modo
del tutto lusinghiero. (Del resto, l’esortazione fu presentata come “piano
d’azione a lungo termine”, e, come tale, è tuttora in progresso). Ma non sono
d’accordo con il senso di pessimismo che scorgo qua e là nella valutazione che
i Lineamenta danno del periodo preso in esame. C’è una stridente contraddizione
tra la positività della Prefazione e il quadro alquanto nero dell’intero
documento.

Apprezzo l’approccio adottato ai paragrafi 38 e 39, in cui si
riconosce, dapprima, la presenza nel continente di valori profondamente
radicati nelle culture, e, solo in seconda battuta, si enumerano le
“negatività” da correggere. «Il senso della fraternità (...) è un valore
realmente radicato negli ambienti africani. Esso è fonte di ispirazione dei
comportamenti di solidarietà che hanno condotto molta gente fino alla morte,
perché hanno rifiutato di partecipare alla violenza esercitata dai loro gruppi
contro gli altri, o perché hanno protetto e difeso gente votata allo sterminio
da parte dei loro stessi gruppi» (38). «È in questa tradizione (...) che si
iscrive la definizione della Chiesa come Famiglia di Dio (...) È lo stesso
Sangue di Cristo che circola in ciascuno di noi… Versare il sangue del proprio
fratello vuol dire versare il Sangue di Cristo, vuol dire uccidere la sua vita
in noi» (39).

Come si nota, mentre si riconoscono “gravi peccati” contro la
vita, si registrano anche testimonianze di eroismo cristiano, spesso fino al
martirio. (Personalmente, avrei elencato anche i numerosi “buoni sforzi”
compiuti nella sfera socio-politica in termini di consolidamento della
democrazia, di rispetto della legge e di buon governo).

Rimango alquanto confuso, invece, quando confronto ciò che viene
affermato nei paragrafi 6 e 7 dei Lineamenta con certe affermazioni riscontrate
al numero 30. Da una parte, si afferma che «si devono discernere segni di
speranza per la rinascita di un cristianesimo fecondo e dinamico e per
l’avvento di società nuove» (6).

E ancora: «Anche dal punto di vista sociale, possiamo rilevare
alcuni nuovi sviluppi: l’avvento della pace in alcuni paesi africani, l’ardente
desiderio di pace largamente diffuso nel continente, in particolare nella
regione dei Grandi Laghi, la crescente opposizione alla corruzione, la forte
presa di coscienza della necessità di promuovere la donna africana e la dignità
di ogni persona umana, l’impegno dei laici nelle “società civili” per la
promozione e la difesa dei “diritti dell’uomo”, il numero sempre maggiore di
uomini politici africani consapevoli e determinati a trovare soluzioni africane
ai problemi» (7).

Poi, invece, queste “positività” sembrano passare nel
dimenticatoio, per dare ampio spazio a “negatività” sconcertanti. Dopo aver
parlato di «tanti odi e tante divisioni», ci si chiede: «Come annunciare il
Vangelo, in un’Africa segnata da odi, guerre e ingiustizie?». La risposta
offerta pare dimenticare la presenza di «segni di speranza per la rinascita di
un cristianesimo fecondo e dinamico e per l’avvento di società nuove»
menzionati all’inizio del documento. Di fatto, s’invita la chiesa «a cominciare
da capo, partendo da Cristo» (30).

Dopo 13 anni dal primo sinodo africano, l’Africa è certamente
ancora ai margini del mondo, specie in termini economici. Ma la situazione è
davvero tanto nera da avvertire il bisogno di dover “cominciare da capo”, come
se non ci fosse nulla di buono e come se il periodo post-sinodale sia stato del
tutto inutile?






























































































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Il panorama multireligioso italiano sembra ormai
avere trovato una propria stabilità: i cristiani sono circa la metà del totale
degli immigrati e i musulmani circa un terzo. Tutto lascia pensare che, se
continueranno a prevalere i flussi migratori dall’Europa dell’est, questa
situazione permarrà per diversi anni. La metodologia di stima del Dossier
statistico immigrazione Caritas-Migrantes
si basa sulle statistiche relative ai gruppi religiosi nei singoli paesi
di origine, che vengono poi applicate alle rispettive comunità presenti in
Italia.

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Gli ultimi dati sono aggiornati a inizio 2006. Su una
presenza di 3.035.000 cittadini stranieri, i cristiani sono 1.491.000:
cattolici (668.048) e ortodossi (659.162) hanno quasi la stessa consistenza
(22% e 21,7%), mentre i protestanti si attestano al 3,9%. Nel 2006 i cristiani,
pur aumentati di 112mila unità in termini assoluti, sono lievemente diminuiti
in percentuale: i protestanti dal 4,7% al 3,9%, i cattolici dal 22,6% al 22%,
mentre gli ortodossi sono aumentati dell’1,4%.

I musulmani sono passati da 912.492(33%) a
1.009.023(33,2%): per capire questo dato, bisogna tenere conto del fatto che il
2005 ha fatto registrare il più elevato numero di ingressi per ricongiungimenti
familiari. di cui si sono avvantaggiati in particolare Albania e Marocco.
Sostanzialmente invariato è invece rimasto il peso di induisti (2,5% e 75.125
persone, con un aumento di 8 mila unità), buddisti (1,9% e 57.688 unità, quasi
5 mila unità in più) e seguaci di religioni tradizionali (1,2% e 36.202, quasi
3 mila in più), mentre gli ebrei (0,2%) sono diminuiti di un decimale e di un
centinaio di unità in termini
assoluti. I restanti 358 mila immigrati sono stati considerati non credenti o
appartenenti ad altri gruppi religiosi.

Ultima istanza di mediazione

Questi sono i numeri della differenza religiosa in
Italia. Da essa bisogna ricavare un messaggio di vita. Per il cristiano è
Cristo il perno (o sacramento) della salvezza universale. Questo è il nucleo
centrale della sua fede, che non pregiudica affatto il rispetto delle diverse
credenze: la coscienza di ogni persona rimane l’ultima definitiva istanza di
mediazione con la realtà divina, pertanto va sempre rispettata, almeno fino a
quando essa non travalichi i diritti altrui.

La chiesa cattolica italiana ha considerato l’immigrazione
un “segno dei tempi” nel quale coinvolgersi per proporre il proprio messaggio
spirituale e promuovere il dialogo interreligioso, oltre che per assicurare un
apporto sul piano culturale e sociale. Senza venir meno a un’apertura
rispettosa agli altri credenti, l’ispirazione all’annuncio di Cristo consente
di non relativizzare la propria fede e dimenticare la propria tradizione, e
neppure minimizzare gli aspetti problematici che possono insorgere, ad esempio nel
caso dei matrimoni misti.

Non bisogna dimenticare poi la presenza di movimenti
religiosi alternativi (il termine “sette” ormai è in disuso), in particolare
tra i sub-sahariani e gli zingari. Questi movimenti sono numerosi, ma
prevalgono quelli che si denominano evangelisti-pentecostali: pur prendendo
atto di tutte le difficoltà, non si vuole rinunciare ai tentativi di dialogo
anche con essi, soprattutto per individuare le istanze profonde di realtà che
spesso sembrano animate da autentici sentimenti religiosi. Ma prima di ogni
altra considerazione, la presenza di tante persone di altre fedi ci deve
interrogare, in quanto cattolici, sui motivi per i quali tanti si sono
disaffezionati alla chiesa in cui sono stati battezzati e hanno trascorso parte
della propria vita.

di Bruno Mioli Fondazione Migrantes 










Ci sono tanti modi per affrontare la questione
femminile” e il radicale mutamento dell’immagine e ruolo delle donne nella
società. Paola Gaiotti de Biase, già parlamentare europea, esponente della
Margherita e che da molti anni vive e analizza questi temi in maniera
approfondita e originale, offre ora uno studio che è forse la cosa più
interessante e persuasiva che sia apparsa in argomento. Il volume di Paola
Gaiotti, recentemente edito dall’editrice Studium, che ricostruisce il ruolo
delle donne credenti di fronte alla modernità, è collocato, significativamente,
nella collana di Spiritualità cristiana contemporanea”, diretta dal professor
Massimo Marcocchi e dall’arcivescovo Cado Ghidelli.

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La tesi del libro è che il mondo di matrice cristiana
ha vissuto la modernizzazione (e la secolarizzazione) in un modo positivo,
scoprendo valori evangelici di libertà, uguaglianza, dignità personale.
Sappiamo tutti che si tratta di parole (ed espressioni) dal significato non
univoco e spesso ambivalente.

E tuttavia il nodo del problema appare ben chiaro
nelle pagine della Gaiotti: ci sono dei cattolici che pensano che il mondo
moderno, dall’illuminismo in poi, è tutto un cammino di allontanamento dal
cristianesimo, un cammino che trova oggi nella secolarizzazione il suo apice. E
secondo questi teo-con la nequizia dei tempi moderni, che hanno cancellato Dio
e la morale, si manifesta nella rivoluzione femminista: le donne rifiutano la
loro vocazione “naturale” di mogli e madri e vogliono imitare gli uomini: studiare,
lavorare, essere libere di decidere. Votano e persino fanno politica. Vogliono
parlare in chiesa e avere una responsabilità nel popolo di Dio anziché fare le
“perpetue” Con toni diversi e varia gradualità questo punto di vista è diffuso
nella società e anche nella comunità ecclesiale.

Questo libro affronta proprio la questione decisiva,
almeno dal punto di vista cattolico, perché dimostra che le donne hanno vissuto
il processo di secolarizzazione in maniera diversa e molto più positiva
rispetto agli uomini. Come hanno rilevato Pietro Scoppola, Renato Moro e lo
stesso Giuliano Amato, attuale ministro degli Interni, costituisce un passo
avanti anche nella storia della spiritualità e della vita cristiana.

Nelle note e in bibliografia, si ritrovano le intuizioni
e le analisi che hanno fatto maturare ed emergere questa nuova consapevolezza:
si pensi agli studi di Emma Fattorini, Cettina Militello, Maria Cristina
Giuntella, Adriana Valerio, Maria Cristina Bartolomei, Rosemade Goldie, Maria
Pia Bruzzichelli...

Ma nelle pagine di Paola Gaiotti accanto alle
studiose si incontrano anche le protagoniste che hanno segnato una strada
nuova. Non sempre capite e apprezzate all’inizio, esse hanno dimostrato coi
fatti che uscendo da un ruolo soltanto “domestico” le donne potevano portare
alla vita sociale ed ecclesiale idee, energie e valori in maniera nuova e
incisiva.

Basti pensare a riformatrici della vita religiosa
come la Vincenza Gerosa e Bartolomea Capitanio, fondatrici delle Suore di Maria
Bambina, la Verzieri e la Guerra; a innovatrici del costume e della cultura
come la Costanza d’Azeglio, la Da Persico, la Barelli, laTincani, la Piotti, la
Vittoria De Toni Trebeschi. Per non dire della vita politica, che sarebbe stata
certo più povera senza la Badaloni, la Gotelli, la Bianchini, la Cinciari
Rodano, la Martini, l’Anselmi (e la Bindi). E sarebbe certo migliore e più
ricca se le donne fossero molte di più...

Un capitolo particolarmente importante è quello che
riguarda il ruolo del grande associazionismo cattolico. Esso ha aiutato
tantissime donne a uscire dall’isolamento e dalla dedizione esclusiva ai
fornelli. Ha insegnato che si può integrare la vita familiare e quella sociale,
con vantaggio per ambedue, E attraverso l’associazionismo, come spiega Maria
Teresa Bellenzier nel suo saggio conclusivo, le donne hanno potuto dare alla
Chiesa e alla società un contributo di cultura e spiritualità che sarebbe stato
altrimenti impossibile.

 

Di Angelo Bertani

Jesus /Dicembre 2006

Lunedì 10 Marzo 2008 15:26

Spiritualità ecologica

La spiritualità africana affonda le proprie radici
nella convinzione di una mutua interdipendenza - in verità, di una unicità - di
tutto il creato, nelle sue origini, nella sua permanente esistenza e nel suo
destino finale. Ogni creatura - in particolare quella umana - esiste come
risultato della forza divina, è pregna di tale forza e tende verso il divino.
L’ordine che sostiene ogni esistenza è espressione di questa forza, e spetta
alla società umana salvaguardare tale ordine, in modo da poter vivere sempre in
armonia sia con l’energia divina, sia con tutte le forze soprannaturali che da
essa emanano. Offendere l’ordine, che fa del mondo un cosmo, significa, in
ultima analisi, mettere a repentaglio l’umanità e l’intero creato.
L’Occidente sta solo oggi scoprendo la cura per la
salvaguardia del creato come parte costitutiva di una nuova spiritualità
mondiale. L’Africa, invece, è sempre stata consapevole degli obblighi che gli
esseri umani devono avere nei confronti della Madre Terra, grazie soprattutto
alla loro fede nella costante presenza “spirituale” (che non vuol dire  “fantasiosa” o “non reale”) degli
antenati. Le tombe dei padri che fanno del luogo in cui una persona vive non
solo la “dimora ancestrale”, ma anche la sua patria e quella dei suoi figli meritano
un grande onore ed un trattamento speciale. Alcuni boschi, fiumi, laghi e
monti, come pure alcuni animali e alberi, sono considerati “sacri”(e, quindi,
da non “manomettere” o “corrompere”), perché strettamente legati al culto e più
direttamente connessi con la vita umana. Anche al sole, alla luna e alle
stelle, che illuminano la terra e rendono possibile una vita ordinata, sono
attribuite caratteristiche proprie della divinità; una corretta relazione tra
il cosmo e la comunità è giudicata non solo auspicabile, ma anche
indispensabile.
L’africano possiede una dettagliata conoscenza del
proprio ambiente. I confini tra il mondo umano e l’habitat naturale sono
interscambiabili. Nel suo stile di vita (o spiritualità) è implicita la
coscienza che la mutualità e la reciprocità tra il mondo antropologico e il
cosmo fisico sono necessarie e desiderabili.
La moderna visione del cosmo, che l’Occidente cerca
d’imporre al resto del mondo attraverso la globalizzazione, ha già causato
gravi danni all’umanità. In un certo senso, è riuscita ad intaccare anche la
tradizionale spiritualità africana. Ma l’africano, nel profondo del suo animo,
sa che le cose più importanti della vita non possono essere spiegate con la
sola ragione, ma sono “percepite” attraverso l’intuizione, il cuore e il rito.
In
quanto cristiani africani odierni, dobbiamo imparare di nuovo a bere dai pozzi
della nostra spiritualità più vera. Dobbiamo reclamare il nostro spazio
spirituale nelle dimensioni “affettive” della vita,non meno importanti di
quelle razionali. Questo recupero si tradurrà per l’Africa in “redenzione”
dall’ormai dominante cultura occidentale, la cui inerente “ostilità” nei
confronti del mondo non ha più bisogno di dimostrazioni. E si rivelerà anche un
catalizzatore per il cambiamento dell’intera umanità: questa si sentirà
invitata a tornare a essere amministratrice della terra e responsabile della
sua sopravvivenza. L’esistenza di tutti sarà più felice e sana.
 
di Laurenti Magesa
Teologo Tanzaniano
Nigrizia/ marzo 2007
Lunedì 10 Marzo 2008 15:25

La shoah del nostro tempo

Prima di oggi, sono stato in Africa una sola
volta,nel 1991. Da allora ho sempre portato nel cuore questo continente,
consentendogli di ferirmi con il peso delle sue infinite tragedie: le guerre
fratricide,il genocidio ruandese, la triste sorte delle sue donne, dei suoi
bambini,gli effetti deleteri della moderna globalizzazione……Due giorni fa lo shock
della visita a Kibera, la più grande baraccopoli di Nairobi. Ho capito perché
dom Pedro Casaldaliga abbia definito l’Africa “la shoah del nostro tempo”, e l’economista Luis de Sebastian
abbia titolato il suo ultimo libro Africa, peccato dell’Europa

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Nella globalizzazione si dà per scontato che chi
convoca (“globalizza”) salvificamente è il Potere, soprattutto quello
economico. A questo, la Bibbia oppone un altro centro,molto diverso e
contrario: sono le vittime a convocare. Nel Vangelo di Giovanni è il crocifisso
che “attrae tutto e tutti”; il maligno, invece, “è mentitore e assassino”

Le vittime aprono i nostri occhi alla realtà. Su di
esse si scatenano la povertà, la crudeltà e la morte, svelando la disumanità
del mondo in cui viviamo. Da esse proviene una luce che denuncia e smaschera la
grande menzogna della globalizzazione. Accettare questa verità è il primo passo
da compiere.

Le vittime possono muovere alla conversione. Una
globalizzazione senza verità non umanizza e non può ”globalizzare”: può solo
escludere.

La menzogna e il camuffamento della verità negano la
realtà stessa delle cose. E così, “l’Africa non esiste”: è stata esclusa dalla
realtà,dalla contro-globalizzazione del silenzio.

Le vittime sono oggi i nuovi “maestri del sospetto”.
Non solo denunciano, ma fanno anche sorgere il dubbio sul male che può
nascondersi tra ciò che è davvero bene e ciò che è tale solo in apparenza.

Esse smascherano la globalizzazione: come ogni altra
ideologia, anch’essa ha i suoi vincitori e i suoi vinti.

Le vittime denunciano l’esistenza di idoli e
chiariscono quale sia la loro essenza. L’idolo del capitale è un moderno Molok,
che ha bisogno di continue “vittime sacrificali” per vivere. Idoli sono tutte
le realtà storiche che esigono vittime per la propria sussistenza

Le vittime re-inventano un linguaggio ampiamente
dimenticato. Tornano a parlare di impero. Dopo la caduta del muro di Berlino, gli Usa sono rimasti l’unica
superpotenza mondiale, ed essi si colgono come impero, cui sarebbe stata
assegnata, dall’alto, una missione: quella di “omologare” tutti e tutto a sé
stessi. Ma le vittime ci ricordano quanto già ebbe a dire sant’Agostino: imperum
est
magnum latrocinium.

Porre al centro del “globo” la sofferenza delle
vittime porta alla verità. Tuttavia, non ha nulla a che vedere con la
canonizzazione del sacrificio: è, invece, richiesta-invito a rispondere
umanamente dinanzi alle vittime, con misericordia e giustizia.

Al mondo di oggi serve una nuova mistica, una nuova
spiritualità: quella della compassione. Una compassione che porti tutti ad avvertire il bisogno di liberare  dalla sofferenza gli esseri umani, per
il solo fatto che esistono. Una compassione che non ha limiti. Per questo, la
compassione può esigere tutto, anche il dono della vita stessa. In tanti popoli
del cosiddetto Terzo mondo, esistono oggi molti testimoni di questa
“compassione totale”. Essi sono motivo di grande  speranza
e di profonda gratitudine.

A Kibera ho visto come “la solidarietà è la tenerezza
dei popoli” (Casaldàliga). Ho toccato con mano una “santità primordiale” : le
vittime sanno celebrare insieme la gioia di essere persone umane. Da esse ci
viene la salvezza e la redenzione. Solo le vittime possono trasformare “un
globo” in “una famiglia”. Solo esse sanno cambiare un “gigantesco supermercato”
in una vera casa

 

Di Jon Sobrino

Teologo di El Salvador

Nigrizia/Marzo 2007

Lunedì 10 Marzo 2008 14:58

ULTIMA CHIAMATA PER LA RICONCILIAZIONE

«La pubblicazione della Lettera è
arrivata giusto in tempo per salvare la Chiesa cinese». Parole pesanti, quelle
che mons. Luca Li Jingfeng, vescovo di Fengxiang (Shaanxi, nella Cina centrale)
ha affidato ad AsiaNews il primo luglio scorso. Parole di un presule anziano
(87 anni) e autorevolissimo, uno dei quattro vescovi invitati da Benedetto XVI
(invano, perché il governo cinese lo proibì) al Sinodo sull’Eucaristia
nell’ottobre 2005. Nel 2004 mons. Li venne riconosciuto dal governo come
vescovo, senza dover sottoscrivere l’adesione all’Associazione patriottica. La
sua diocesi non è una qualunque: fino al 2003 Fengxiang era forse l’unica, in
Cina continentale, dove esistesse soltanto la Chiesa «non ufficiale».
Ebbene, mons. Li parla della Lettera come
di un documento arrivato al momento giusto. Le indicazioni del Santo Padre -
aggiunge Li - «vanno verso una giusta direzione: quelli che seguono la
tradizione cattolica si sentono rassicurati, mentre quelli che non la seguono
molto hanno sentito la grande chiamata del successore di Pietro a tutto il
gregge di Dio». L’appello del Papa alla riconciliazione, sottolinea Li, è
quanto mai opportuno, ma le difficoltà non mancano: «La Chiesa “più
clandestina” forse farà fatica a fare marcia indietro sulla complessa questione
della comunione con il Papa».
Dalla Chiesa underground, perlomeno in
alcune zone, sono venute - accanto a un generale plauso e viva riconoscenza per
le parole di Benedetto XVI - anche velate critiche.
Un prete della Chiesa non ufficiale
(formato nei seminari clandestini cinesi, ma che ha proseguito gli studi
all’estero), in una testimonianza anonima diffusa dall’agenzia Uca News, scrive
che «la Lettera non dice una parola su vescovi e preti ancora in prigione» e
definisce questa - a suo dire - dimenticanza come «frustrante e scioccante».
Un positivo «effetto collaterale» della
Lettera è che essa ha incoraggiato quanti credono nella riconciliazione. Mons.
Giuseppe Wei Jingyi, vescovo clandestino di Qiqihar (diocesi nell’estremo Nord
del Paese) - ad esempio - ha fatto leggere in tutte le Messe un suo messaggio
nel quale spiega di volersi riconciliare con alcuni sacerdoti della diocesi,
che sin qui gli avevano negato obbedienza giudicandolo troppo morbido nei
confronti del regime comunista. Mons. Wei Jingyi ha poi invitato tutti a
partecipare ai sacramenti amministrati dai vescovi e dai sacerdoti ufficiali,
purché in comunione con Roma.
 A parlare di un testo provvidenziale, arrivato al momento
opportuno «prima che si creassero i presupposti per uno scisma», è anche il
cardinale Joseph Zen, vescovo di Hong Kong. Interpellato da Mondo e Missione,
il presule salesiano elogia l’equilibrio di Papa Benedetto XVI nell’affrontare
la delicatezza della situazione cinese, esprimendo gratitudine per la premura e
la sensibilità manifestate dal Papa e, soprattutto, plaude al tono complessivo
del documento che contempera la tensione alla verità con un atteggiamento improntato
alla carità. Zen, però, puntualizza: «Adesso non c’è tempo da perdere. Occorre
attivare la Commissione vaticana per la Cina in modo da attuare al meglio, nel
concreto, le indicazioni della Lettera». Fin qui, fa capire il cardinale,
originario di Shanghai, Roma ha dato l’impressione di muoversi in risposta alle
iniziative di Pechino, mentre il combattivo porporato auspica che la Santa Sede
assuma una policy chiara e lungimirante in grado di anticipare le mosse dei
politici cinesi.
 I vertici di Pechino non hanno emesso commenti ufficiali.
Interpellato dall’agenzia Sir, il 16 luglio scorso, il cardinale Tarcisio
Bertone, segretario di Stato vaticano, dichiarava: «Dalle istituzioni cinesi
non abbiamo ancora avuto dei segnali precisi e siamo in attesa. Siamo in un
momento di riflessione e ripensamento». Quel che si sa è che il 28 e 29 giugno,
alla vigilia della pubblicazione della Lettera papale, un certo numero di
vescovi ufficialmente riconosciuti dal regime erano stati radunati nei pressi
di Pechino dal Fronte unito, organismo-chiave nell’attuazione della politica
religiosa. Obiettivo: un «indottrinamento preventivo».
Alle parole del Papa non fanno certo
difetto chiarezza e lucidità. Tuttavia, data la materia incandescente e la
pluralità di visioni che pure albergano all’interno della stessa Chiesa
cattolica, non sono mancati distinguo, precisazioni e persino polemiche
sull’interpretazione della Lettera di Benedetto XVI.
 Emblematico, sotto questo profilo, il dibattito fra uno dei
più noti e apprezzati sinologi cattolici - padre Jeroom Heyndrickx, fondatore
del Verbiest Institute dell’Università Cattolica di Lovanio (Belgio) - e lo
stesso cardinale Zen.
In una nota apparsa su Uca News, padre
Heyndrickx  aveva affermato che la Lettera del Papa invita gli appartenenti
alla Chiesa clandestina a uscire allo scoperto, e li incoraggia a ottenere il
riconoscimento delle autorità civili e a condividere i sacramenti con i vescovi
e i preti della Chiesa ufficiale.  La replica di Zen è netta: l’appello
non c’è nella Lettera di Bene-detto XVI; i sacramenti possono essere condivisi
solo con i vescovi e i preti della Chiesa ufficiale in comunione col Papa, non
con quelli in rotta con Roma. Infine Zen sottolinea che la condizione dei
vescovi che hanno scelto la clandestinità continua ad avere una ragion
d’essere. Almeno fino a quando le autorità comuniste pretendono di controllare
e soggiogare la Chiesa; purtroppo, in molti casi (anzi, «quasi sempre», dice
Zen citando il testo della Lettera) la richiesta di riconoscimento ufficiale
comporta obblighi «contrari ai dettami della loro coscienza di cattolici».
Padre Heyndrickx non ha tardato a
rispondere, a sua volta, alle parole del cardinale Zen, in qualche passaggio
forse troppo dure, ribadendo che la finalità principale della Lettera di
Benedetto XVI è di incoraggiare le due comunità cattoliche cinesi, l’ufficiale
e la clandestina, a pregare e a celebrare l’Eucaristia insieme.
 Non si tratta di sfumature di poco conto o di mere diatribe
tra studiosi, come qualcuno potrebbe pensare. Data l’importanza del documento
pontificio, è logico che la sua interpretazione - corretta o meno - dia luogo a
precise conseguenze. Giacché l’una o l’altra delle componenti ecclesiali si
appellerà fatalmente ad essa per giustificare scelte e azioni. Tutto questo
aiuta a capire un piccolo «giallo» verificatosi nei giorni successivi
all’uscita della Lettera.
Ancora una volta, tra i protagonisti
della vicenda c’è il cardinale Zen. Che a Mondo e Missione spiega: «Da tempo
avevo fatto presente a chi di dovere la delicatezza della
questione-traduzione». Ma la versione cinese della Lettera, a detta di Zen, era
stilisticamente poco fluida. E dimenticava un inciso importante. Alla fine del
capitolo 7 della Lettera, il Papa scrive che «nella procedura di riconoscimento
[da parte delle autorità politiche] intervengono organismi che obbligano le
persone coinvolte ad assumere atteggiamenti, a porre gesti e a prendere impegni
che sono contrari ai dettami della loro coscienza di cattolici». Ciò avviene -
recita il testo originale - «in non pochi casi concreti», «se non quasi
sempre». Ebbene: la versione cinese omette di tradurre queste ultime
significative parole.
 Per favorire una maggior diffusione del documento e una
comprensione più efficace del testo, il cardinale e i suoi collaboratori hanno
effettuato una nuova versione integrale del documento e lo hanno fatto stampare
in Hong Kong in trentamila copie.
La speranza è che la diffusione della Lettera apra un sereno
dialogo interno alle due comunità, in vista di un cammino di riconciliazione e
unità.

di Gerolamo Fazzini
Mondo e Missione / Ottobre 2007
Martedì 26 Febbraio 2008 16:06

DUE ANIME IN TENSIONE

Sono stati tanti gli appuntamenti che hanno
caratterizzato il viaggio apostolico di Benedetto XVI in Brasile (9-14 maggio)
in occasione della 5a Conferenza generale dell’episcopato
latino-americano e dei Caraibi (Celam): cerimonia di benvenuto all’aeroporto di
São Paulo/Guarulhos; saluto e benedizione della folla dal balcone del Monastero
di São Bento; incontro con il presidente Lula; pranzo con i rappresentanti
della Conferenza dei vescovi del Brasile; incontro con i giovani nello stadio
di Pacaembu; santa messa e canonizzazione del Beato Frei Galvão, nel Campo de
Marte; incontro con la comunità della Fazenda da Esperança, un centro di
recupero per tossicodipendenti, a Guaratinguetà; santa messa di inaugurazione
della 5a Conferenza, nel piazzale di fronte al santuario di Nossa
Senhora da Conceição Aparecida, patrona del Brasile, situato ad Aparecida do Norte;
lunga relazione introduttiva della conferenza, che molti hanno avvertito come
un discorso programmatico...
E, tuttavia, va segnalato un episodio il cui
significato - che l’animo latino-americano coglie con immediatezza - è sfuggito
a buona parte dei 1.500 giornalisti stranieri al seguito del Papa. Il giorno
10, mentre si sta recando all’incontro con i giovani, Benedetto XVI si ferma
davanti ai Memorial dell’America
Latina, il monumento dedicato al dramma della “Conquista”: una mano alzata (di
Cristo?),dal cui centro sgorga del sangue, che cola creando una forma che
richiama quella del sub-continente americano, memoria della sofferenza che
grida al mondo di non dimenticare. Il Papa sosta in silenzio: sembra
identificarsi con questa sofferenza. Non riesco a distogliere gli occhi dal suo
volto: sono certo che sta pensando a ciò che i popoli latino-americani
subiscono tuttora. Prega. Poi solleva la mano destra e benedice il monumento.
L’avranno informato che quella scultura è stata
realizzata nel 1987 da Oscar Niemeyer, il più noto architetto brasiliano (sua è
anche la stupenda cattedrale di Brasilia), che, dall’alto dei suoi 100 anni,
continua a considerarsi «uno dei pochi comunisti veri viventi». Ironia della
storia: da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’allora Card.
Ratzinger fu ritenuto responsabile del clima di sospetto, di incomprensione -
se non di persecuzione - nei confronti della teologia della liberazione, cioè
di una esperienza e di una dottrina che sono espressione della cultura degli
oppressi; oggi, da Papa, viene profondamente colpito e ferito dalla realtà
dolorosa del continente latino-americano, che ora vede con i suoi stessi occhi
e tocca con la sua mano….., che si alza a benedire. Un amico mi domanda: «Cosa
vedi?». Rispondo: «La solidarietà e la preoccupazione di un Papa».
 
QUALE EVANGELIZZAZIONE 

Solidarietà e preoccupazione sono stati anche i due
sentimenti che più hanno segnato i lavori della Conferenza di Aparecida (13-31
maggio), quinta di una serie: Rio de Janiero (Brasile), 1955; Medellin
(Colombia), 1968; Puebla (Messico), 1979; Santo Domingo (Repubblica
Dominicana), 1992.
Come nei simposi precedenti, anche in questo è stato
difficile trovare un consenso su quali debbano essere le vie maestre da seguire
per la “Nuova evangelizzazione” del sub- continente, dove vive il 43% dei
cattolici del mondo. Per venti giorni, 166 vescovi (il numero è diminuito con
il trascorrere dei giorni) e un centinaio di inviati speciali di altre chiese
si sono confrontati e hanno riflettuto per definire le linee di azione per la
pastorale dei prossimi anni. Con coraggio, i delegati della Conferenza si sono
guardati allo specchio e in faccia: hanno analizzato la realtà ecclesiale
dell’America Latina dai più svariati punti di vista - religioso,
socio-politico, economico, culturale -, hanno formulato indicazioni e proposte
concrete, e, infine, hanno raccolto il tutto in un ricco documento finale, già
conosciuto come Documento di Aparecida. Il Card. Francisco Javier Erràzuriz Ossa, arcivescovo di Santiago del
Cile e presidente del Celam, ha commentato: «È parso una follia voler elaborare
un testo che soddisfacesse oltre 200 teste, ma ci siamo riusciti».
Il documento - 128 pagine, suddivise in 10 capitoli e
una conclusione - è stato votato alla quasi unanimità (127 favorevoli, 2
contrari, un’astensione). Come titolo porta il tema della Conferenza: “Discepoli
e missionari di Gesù Cristo, affinché i nostri popoli abbiano vita in Lui”:
Parla della testimonianza cristiana, della comunione
nella chiesa, delle sfide presentate dalla situazione socio-economica
dell’America Latina, della formazione dei sacerdoti e dei laici, dei popoli
amerindi e afroamericani, dell’ecologia e della questione dello sviluppo
sostenibile dell’Amazzonia.
Un tema nevralgico, entrato all’ultimo momento nel
documento finale, è quello delle comunità di base. Due argomenti tralasciati
(perché ritenuti da Roma ancora troppo polemici) sono stati la teologia india e
la cosiddetta “questione del genere”, cioè il ruolo e la responsabilità delle
donne all’interno della chiesa. Prima di essere pubblicato, il documento dovrà
ricevere l’approvazione del Pontefice.
 
MISSIONE E COMUNITÀ DI BASE 
Il sociologo Pedro Ribeiro de Oliveira,
dell’Università cattolica di Brasilia e consigliere della Commissione
episcopale per i laici, ritiene che, anche se il termine non è stato usato
pubblicamente, «è emerso, ancora una volta, lo scontro» tra le due principali tendenze della chiesa
latino-americana: la prima, più curiale, più attenta alla dottrina e legata a Roma;
la seconda, più pastorale, che fa riferimento alla teologia della liberazione e
alla tradizione delle conferenze di Medellìn e Puebla. «Questa tensione è di
vecchia data. Oggi però può essere interpretata come una ripresa da parte di
Roma della volontà di controllare la chiesa sia in America Latina e nei Caraibi
sia nel resto del mondo». Ribeiro ha partecipato ai lavori del Gruppo
Amerindia: una trentina di teologi e teologhe della liberazione; una presenza
non ufficiale, ma accettata dal Celam. Attraverso i vescovi a loro più vicini,
il gruppo è riuscito a far giungere il suo apporto alle varie commissioni di
studio, tanto che alcuni punti da esso sottolineati sono finiti nel documento
finale.
Alcuni si sono chiesti se quanto è avvenuto ad
Aparecida rappresenti un passo indietro o avanti rispetto alla “chiesa dei
poveri”. Dom Demétrio Valentini, vescovo di Jales e presidente della Caritas
brasiliana: «E’ innegabile che tra i partecipanti alla conferenza c’è stata una
ricca esperienza, che va valorizzata. Anche perché è poi confluita nel
documento finale. Anche se steso con il genere letterario tipico dei documenti
della chiesa, con numerose contraddizioni interne e con un palese squilibrio
tra le parti, esso offre buoni contributi destinati a segnare il futuro della
chiesa latino-americana. Forse non sarà un “grande” documento, ma contiene
chiari appelli e forti opzioni pastorali. Il messaggio emerge senza ombre:
ritorno al Vangelo e incontro con Cristo in una vera dinamica missionaria».
Dom Valentini non nasconde che, soprattutto
all’inizio dei lavori, s’è avvertito un certo disagio, forse vera e propria
paura, nei confronti delle comunità di base. «C’erano solo cinque vescovi alla
celebrazione promossa da queste comunità. Alla fine, comunque, siamo riusciti a
inserire nel documento finale l’affermazione che esse “fanno parte della stessa
struttura della chiesa”».
Anche Pablo Richard, insegnante di teologia biblica e
di sociologia della religione, direttore del Dipartimento ecumenico per le
ricerche di San Tomé (Cile) e membro del Gruppo Amerindia, ha parlato di paura:
«Ad Aparecida s’è incontrata una chiesa che ancora nutre numerosi timori,
soprattutto quello che possa esserci un magistero alternativo all’unico vero. È
vero che, rispetto a quello di Santo Domingo, il clima di questa conferenza è
stato più disteso e amichevole, e il dialogo più fraterno e aperto. Ma la paura
reciproca è rimasta: i laici hanno paura dei preti, che hanno paura dei
vescovi, che hanno paura di Roma, che ha paura della teologia della
liberazione. Un circolo vizioso».
Richard critica il documento finale: «Un testo per
vescovi, preti e religiosi. Più dottrinale che pastorale, a differenza di
quello di Puebla, che era interamente interessato alla vita ecclesiale pratica.
Il nuovo documento è più preoccupato di difendere la dottrina ufficiale e
riflette una chiesa rivolta a sé stessa, preoccupata più della sua identità che
del mondo in cui vive. Ad esempio, non c’è stato un vero riconoscimento della forza
dei movimenti sociali. Questo ha sorpreso molti, anche perché la conferenza si
è svolta in un paese che è la patria del Movimento dei senza terra, una delle
più importanti iniziative sociali al mondo».
Alla vigilia della conferenza, alcuni vescovi e media
brasiliani si erano preoccupati di dire che la teologia della liberazione è
ormai morta e sepolta. Richard, di rimando: «Aparecida li ha smentiti. Esistono
anche oggi teologi della liberazione, autori di ottimi testi sulla possibilità
di avere un mondo diverso, più giusto e solidale. Il Gruppo Amerindia ha
lavorato dietro le quinte, preparando numerosi testi sulla linea
teologico-ecclesiale uscita da Medellin e Puebla. Testi che alcuni vescovi
hanno fatto propri e sottoposto alla riflessione della conferenza. Non siamo
stati una lobby di pressione, ma un semplice “gruppo di appoggio”. In un
dialogo franco e aperto con il Celam, avevamo chiesto di essere presenti ad
Aparecida non come degli “invisibili” (com’era capitato a San Domingo), ma
legittimamente liberi di parlare con i nostri vescovi, visitarli negli alberghi
e passare loro le nostre riflessioni su quanto sarebbe capitato nel corso della
conferenza. E tutto ciò è avvenuto nella più grande libertà».
 
INDIOS
E AFRO 
Mons. Vittorino Girardi, comboniano, vescovo di Tiralàn
(Costa Rica), è soddisfatto: «Oltre al fatto che il documento finale sottolinea
la missionarietà come carattere essenziale di ogni chiesa, c’è stato anche un
chiaro appello dei vescovi, riassumibile nello slogan spesso ripetuto: “Per una
grande missione continentale”. Non si tratta di proselitismo o di una crociata
per il recupero dei milioni di fedeli che si sono allontanati dalla chiesa
cattolica per riversarsi nelle nuove chiese pentecostali. I vescovi chiedono
alle comunità cristiane di tornare a porsi domande fondamentali: a chi spetta
annunciare? chi dobbiamo annunciare? a chi è rivolto il nostro annuncio? con
quali mezzi possiamo diffondere il messaggio?» Ma il teologo Paulo Suess storce
il naso davanti allo slogan e mette in guardia sui possibili fraintendimenti
che la parola “missione” potrebbe causare: «Secoli di conquista e dominazione
europea hanno conferito al termine “missione” connotati colonialisti. Oggi si
dovrebbe “de-missionarizzare” la chiesa, per renderla sempre più una comunità
che sa convivere con l’altro, con il diverso, ed è capace di dialogo
interreligioso».
Mons. Girardi è contento anche del fatto che nel
documento finale i popoli amerindi e afro-americani occupino un posto di
rilievo. Esprime, però, una lamentela: «La teologia india continua a rimanere un tema tabù per la maggioranza
dei vescovi. Si è fatto troppo poco. Ma almeno si è affermata la speranza che
si possa avere presto un vescovo indio, che il numero dei prelati
afro-americani aumenti e che ci sia una liturgia veramente inculturata».
La teologa Silvia Regina mi ha espresso il suo
rammarico per i pochi vescovi neri presenti alla conferenza. Gilio Felicio,
l’unico vescovo afro-brasiliano, era in veste di “supplente” della delegazione
brasiliana. «Visto che in questa nazione il 45% della popolazione è afro e che
ad Aparecida c’è il santuario della Vergine Nera, mi aspettavo di vedere più
facce nere. Ovvio che anche vescovi bianchi possono essere efficaci portavoce
dei gruppi afro. Ma una persona che non vive anche “corporalmente” le
difficoltà che i neri sperimentano nelle nostre nazioni, difficilmente chiederà
che una risposta a tali difficoltà figuri tra le priorità della chiesa. Del
resto, lo scarso numero di vescovi neri ha come diretta conseguenza il fatto
che la riflessione sulla “negritudine” all’interno della chiesa
latino-americana è ancora alquanto superficiale. Spesso tutto si riduce alla
celebrazione di una messa “all’africana”, dove simboli, colori e musiche altro
non sono che cosmesi e folclore».
Volendo concludere con una sintesi estrema, si può
affermare che sia il Messaggio al popolo dell’America Latina e dei Caraibi sia il Documento di Aparecida risentono di un compromesso per accontentare le due
tendenze della chiesa del sub-continente: quella dottrinale e quella pastorale.
Toccherà ai rappresentanti dell’una e dell’altra impegnarsi nell’aspetto che è
loro più consono.

di Paulo Lima
da Aparecida do Norte (Brasile)
Nigrizia/ Luglio-agosto 2007





















































Martedì 19 Febbraio 2008 14:38

Solo la laicità salva le religioni

II 19 maggio, l’Algeria, che una volta si voleva
Paese laico, ha emesso un nuovo decreto contro l’esercizio dei culti non
musulmani, cioè contro il cristianesimo. Il decreto, reso pubblico il 4 giugno,
«fissa le condizioni e modalità dello sviluppo delle manifestazioni religiose
dei culti altri che il musulmano». Un decreto chiaramente contrario alla
libertà di coscienza.

Già nel 2006, il 28 febbraio, il 24 e 25 maggio, alcune
ordinanze o decreti avevano preparato la via a questo documento ufficiale. Una
manifestazione religiosa è un raduno momentaneo di persone organizzato da
associazioni in edifici accessibili al pubblico; deve essere sottomessa al wali
(governatore) almeno cinque giorni prima. Deve includere nomi e domicili degli
organizzatori, essere firmata da tre di loro, indicare lo scopo dell’incontro,
la sede dell’associazione che l’organizza, luogo, giorno, ora e durata, il numero
dei partecipanti, il modo di assicurare il sereno sviluppo del raduno fino alla
dispersione dei partecipanti, ecc. Se c’è «pericolo per la salvaguarda
dell’opinione pubblica», le autorità possono negare il permesso.

In pratica, sarà impossibile organizzare una
manifestazione e ottenerne il permesso. Inoltre, chiunque cerca di convertire
un musulmano a un’altra religione può essere condannato a cinque anni di
prigione e a una multa fino a 10 mila euro. Anzi, chiunque «fabbrica o
distribuisce libri o riviste o video ecc. allo scopo di indebolire la fede
musulmana» subisce le stesse pene. Invece convertire un cristiano all’islam è
un atto lodevole.

Si dice
che questo decreto non sia contro i cattolici (10 mila su 33 milioni in
Algeria), ma contro i nuovi gruppi protestanti che fanno proselitismo. Sarà
probabile. Non di meno è inaccettabile. Ogni persona ha diritto di fare
propaganda per le sue idee. Certo, tutti siamo invitati a rispettare l’altro, a
non aggredirlo, forse ideologicamente. Ma proclamare la propria convinzione è
un diritto fondamentale. Mi domando spesso se non ci sia anche un diritto a
proteggere la propria cultura. E la religione appartiene alla cultura di un
popolo. In questo senso, il decreto algerino mira a proteggere la cultura musulmana
del Paese. Per lo stesso motivo, la Malaysia ritiene che ogni malay è - per
natura sua, si potrebbe dire - musulmano. Perciò un malaysiano non può
convertirsi al cristianesimo. Cito il caso di Lina Joy, malaysiana diventata
cristiana senza che nessuno l’abbia evangelizzata: ha potuto cambiare nome
sulla sua carta d’identità, ma sullo stesso documento non ha potuto mutare
religione (M.M., ottobre 2006, p. 19). E i guardiani della sharia hanno detto
che se vuole essere cristiana può emigrare, ma se vuole rimanere nel Paese non
può cambiare religione.

Il fatto
evidenzia il conflitto tra legge islamica, che proibisce le conversioni, e
Costituzione civile, che garantisce la libertà di religione. Il 7 giugno
scorso, a un dibattito pubblico organizzato dal Democratic Action Party in
presenza di oltre 600 persone, il professor Azmin Sharom ha concluso così il
suo discorso: «Solo la laicità dello Stato può proteggere tutte le religioni».
Gli ha risposto Yusri Mohamad, presidente del Muslim Youth Movement of Malaysia:
«Il rispetto dell’islam viene prima di ogni possibile dialogo». 

Proprio questo è il problema: quale dei due diritti è
superiore? Quello della persona umana, libera di fare le proprie scelte anche
religiose, o quello della comunità di proteggere la propria cultura, vietando
la conversione religiosa?

La risposta del mondo musulmano è argomentata sul
fatto che la comunità ha priorità sull’individuo. Questa era anche la risposta
dei cristiani fino all’epoca moderna, che si appoggiava ad argomenti teologici:
la difesa del gruppo, e dell’identità del gruppo, prevale su quella
dell’individuo.

Oggi
vari studiosi del diritto naturale pongono la domanda se la difesa della
cultura di gruppo non sia un «diritto naturale», alla pari con il diritto alla
libertà religiosa. Se la cultura del gruppo prevale sulla libertà personale, si
dovrebbe dire che l’Europa non ha più una cultura da difendere! Rimango
convinto che la libertà personale sia caratteristica dell’ingresso nella
modernità. E sono d’accordo con il professor Sharom nel dire che solo la
laicità protegge la persona e salva le religioni.

di Samir
Khalil Samir

Gesuita e islamologo

Mondo e Missione / Agosto-Settembre
2007

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