Domenica, 22 Settembre 2019
Stefano Blasi

Stefano Blasi

Esperto di Comunicazione
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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Domenica 23 Novembre 2008 17:14

PRIMAVERA LATINO-AMERICANA

Nel 1989, John Williamson, dell’Istituto di economia internazionale di Washington, dopo aver partecipato a una riunione di rappresentanti di paesi dell’America Latina per disegnare le riforme necessarie per far uscire il sub-continente dalla crisi del debito estero e recuperare la crescita che la regione non aveva avuto nella década perdida degli anni ’80, scrisse un articolo in cui espose ciò che, a suo giudizio, era un «accordo unanime» sulle politiche che i paesi poveri avrebbero dovuto varare per diventare più ricchi. Quell’accordo — noto come “Consenso di Washington” — altro non era che una trama cospiratoria dell’imperialismo, deciso a garantirsi uno spazio egemonico in America Latina, sostituendo le dittature militari con governi neoliberisti.

Molti presidenti — assistiti dai Chicago Boys (giovani economisti formati all’università di Chicago sotto l’egida di Milton Friedman e Arnold Harberger) — si affrettarono a “rottamare” il patrimonio nazionale con privatizzazioni irresponsabili e processi di “deregolamentazione” delle leggi sul lavoro, riducendo le rispettive nazioni in casas de mãe-joana (luoghi di gozzoviglie) del capitale transnazionale. Esempi di questa accondiscendenza agli interessi della Casa Bianca e di solenne disprezzo dei diritti fondamentali dei poveri sono stati i presidenti Collor de Mello (Brasile), Menem (Argentina), Fujimori (Perù), Arias (Costa Rica), Pérez (Venezuela) e Salinas (Messico).

Il “Consenso di Washington” servì ad accelerare le privatizzazioni e a promuovere la corruzione, lasciando come eredità debiti esteri spaventosi, inflazione accelerata, disoccupazione, dilapidazione delle industrie nazionali, concentrazione delle terre nelle mani di pochi e spostamento dei capitali dalla produzione alla speculazione.
Come reazione a ciò, assistiamo oggi al sorgere di un nuovo consenso, che definirei “Consenso-Sud”: quello dei paesi latino-americani guidati da partiti e presidenti impegnati a ridurre le disuguaglianze sociali. Dopo le dittature militari e i governi liberisti, sta sbocciando una primavera democratica, consolidata dall’elezione di leader politici che dicono no a quella politica che aveva applaudito all’Accordo nordamericano per il libero scambio (Nafta), appoggiato l’invasione dell’Irak da parte di George Bush padre, e coltivato il sogno dell’Alca (Area di libero commercio delle Americhe), proposto da Clinton come fine del Mercosul (Mercato comune del Sud America).

Le vittorie di Chávez in Venezuela, Kirchner in Argentina, Lula in Brasile, Morales in Bolivia, Vázquez in Uruguay, Correa in Ecuador, Ortega in Nicaragua e il vescovo Lugo in Paraguay, sommate alla “rettifica” cubana di Raoul Castro, disegnano una nuova geopolitica continentale, capace di neutralizzare l’ingerenza degli Usa in America Latina.
È vero che alcuni governi non sono stati del tutto coerenti con le promesse elettorali (in Brasile e Argentina la riforma agraria è ancora un tabù; altrove si minaccia di rompere il “Consenso-Sud” per firmare unilateralmente l’accordo di libero commercio con gli Usa). È vero che non siamo ancora a quella democrazia partecipativa che coniuga suffragio universale con garanzia di accesso per tutti ai diritti economici e sociali basilari (tutti votano, ma molti hanno fame; tutti hanno il diritto all’educazione, ma molti bambini non sono a scuola; tutti hanno il diritto alla salute, ma pochi riescono a goderla, grazie a schemi assicurativi di medicina privata). Ma è anche vero che l’America Latina non ha mai conosciuto un periodo tanto democratico quanto quello presente.

La vera novità è che i paesi del “Consenso-Sud” s’impegnano a combattere la misera e l’inflazione, non criminalizzano i movimenti sociali, moltiplicano meccanismi di consultazione popolare e riscattano la funzione dello stato come agente di sviluppo sociale ed economico. In politica estera, rafforzano i progetti di cooperazione socio-economica tra i paesi (come il Mercosul e l’Alternativa bolivariana per le Americhe — Alba), si aprono all’asse Sud-Sud (Cina, India e Sudafrica) e riallacciano relazioni con l’Africa e il mondo arabo, diminuendo il peso dell’egemonia anglo-sassone.
Oggi la sfida è dare continuità a questo processo. È necessario che i governanti non cadano nella tentazione di un “neo-caudillismo” (caudillo: parola spagnola per indicare un leader politico-militare a capo di un potere autoritario): forti del proprio carisma personale, potrebbero cercare di stabilire canali diretti con i poveri, scavalcando la mediazione dei partiti e dei movimenti sociali. Sta qui il pericolo. Senza partiti rappresentativi, dotati di un progetto storico e di rigore etico, e senza un’accresciuta capacità di singoli e gruppi di controllare la propria vita attraverso il protagonismo dei movimenti sociali, il “Consenso-Sud” rischia di passare alla storia come un’altra speranza fallita.

Bisogna, quindi, annaffiare i fiori di questa primavera e svellere quanto prima ogni erba cattiva, perché la nuova stagione produca davvero frutti di giustizia e di libertà.

di Frei Betto
Nigrizia giugno 2008
Giovedì 26 Giugno 2008 10:58

Mai senza l’Altro

In risposta al clima sociale, politico, e culturale italiano ed europeo nei confronti dei migranti, gli Istituti Missionari italiani hanno preso posizione. Vi proponiamo il testo del documento finale.

Lettera della Commissione Giustizia e Pace della Conferenza Istituti Missionari (CIMI) alle comunità missionarie in Italia, nel contesto del corrente clima sociale politico culturale in relazione ai migranti.

Siamo missionari/e, cioè, migranti.

Abbiamo passato buona parte delle nostra vita altrove, da “stranieri”. Come tali ci siamo sentiti accolti, amati, e abbiamo convissuto esperienze esaltanti di incontro, scambio e arricchimento. Nei giorni di guerra e conflitti, alcuni/e di noi sono stati protetti e salvati da coloro che ci “ospitavano”.

Conosciamo per esperienza la “debolezza” di trovarsi in un Paese “straniero”. Quegli anni e quei volti e quelle speranze ci hanno resi più attenti e vulnerabili; ci hanno aperto gli occhi sulla realtà del nostro mondo; ci hanno trasformati!

Come missionari/e, siamo profondamente feriti da quanto sta accadendo nella nostra terra nei confronti dei migranti.

Ci preoccupa il “virus” che gradualmente sta infettando non solo parte della nostra società, ma, purtroppo, anche porzioni delle nostre stesse comunità missionarie! Un “virus” che spinge a considerare immigrati, rom, i “senza documenti”, come gente che ruba ed è violenta, come “il nemico” che minaccia la nostra sicurezza.

Come missionari/e, siamo profondamente indignati perché persuasi che ogni attentato perpetrato alla dignità della persona si afferma come radicale negazione di un comune progetto di umanità che insieme abbiamo la responsabilità di costruire.

La criminalizzazione dei migranti e il conseguente tentativo di farne il “capro espiatorio” per una crisi sociale che ha ben altre radici ci amareggiano e ci spingono a dissentire dallo spirito che sembra prevalere nella società.

Ci sembra di riconoscere lo stesso “virus” che ha coinvolto, attraverso il crescente ricorso alla violenza e alla logica della competizione e della manipolazione mediatico-politica, il nostro tessuto sociale, minandone le difese “civili”.

Come cittadini, siamo preoccupati del rinnegamento dei valori portanti di una Costituzione con la quale ci identifichiamo e che, seppur faticosamente, ha offerto negli anni spunti e prospettive di solidarietà e civile convivenza.

Come discepoli di Cristo, rimaniamo sconcertati nel constatare come episodi di intolleranza, giustizia sommaria, discriminazione ed esclusione abbiano potuto trovare terreno fertile anche in varie comunità cristiane. Questi fatti gettano una luce particolarmente inquietante sul tipo di Vangelo e di evangelizzazione che in tutti questi anni la Chiesa, cui apparteniamo e di cui siamo espressione, ha proclamato e testimoniato. Siamo, infatti, persuasi che il “virus” della paura dell’altro deve essere combattuto anche attraverso la nostra predicazione, l’accoglienza evangelica e la testimonianza quotidiana di ospitalità.

Vogliamo esprimere solidarietà e vicinanza ai nostri fratelli e sorelle migranti, assicurando loro che non saranno mai soli in questo viaggio di speranza comune.

Invitiamo le nostre comunità missionarie e quanti/e hanno a cuore la dignità della persona e i valori del Vangelo a contrastare in ogni modo la logica violenta dell’esclusione e della criminalizzazione dei migranti. Mettiamoci insieme per continuare a creare spazi di ospitalità e di dialogo, che soli assicureranno il germoglio di un futuro più umano per tutti.

Il futuro della nostra società è legato ai nostri cuori aperti e ospitali.

Mai senza l’altro!


Commissione Giustizia e Pace
Conferenza Istituti Missionari in Italia

Limone sul Garda
27 Maggio 2008
Domenica 22 Giugno 2008 20:17

LA NECESSITÀ DI UNA CONVERSIONE

Nell’ottobre del 2003, la nostra Commissione Affari sociali ha reso pubblica una lettera su "L’imperativo ecologico cristiano", intitolata: "Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, signore, amante della vita" (Sap 11, 26). In seguito, le Nazioni Unite hanno proclamato il 2008 l’Anno del pianeta terra. Noi cogliamo questa occasione per prolungare la nostra riflessione con la popolazione cattolica del nostro Paese.

Il rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti sull’evoluzione del clima (GIEC) ci fa prendere coscienza dell’ampiezza della sfida abbiamo di fronte. Sviluppi scientifici e tecnici potranno essere di aiuto. Ma non arriveremo a vincere tale sfida senza una conversione personale e collettiva. È in questo spirito che proponiamo la nostra riflessione.

La visione biblica della creazione e dell’essere umano

Per apprezzare l’ampiezza di questa conversione, ricordiamo il progetto di Dio sulla natura e sull’essere umano. Il Dio creatore porta la sua creazione dal caos al cosmo, cioè da un universo segnato dal disordine ad uno in cui regnano l’ordine e la bellezza. Dio stesso ne è fiero, e dice: "Ciò è buono". (Gn 1, 4 ss) È lo stesso sentimento che ci anima di fronte alle foto del nostro pianeta scattate dagli astronauti. Esso ci si presenta come una piccola palla azzurrina circondata da un fragile strato di aria e nuvole... Si direbbe una pietra preziosa.
Su questo minuscolo pianeta, un essere è creato a immagine e somiglianza di Dio: capace, come Lui, di conoscere, di amare, di agire in maniera libera e responsabile. "Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gn 2,15). Coltivare è favorire la crescita; custodire è assicurare la continuità delle risorse. L’idea di "sviluppo durevole" è dunque prescritta in tutte le prime pagine della Genesi. La terra è affidata all’essere umano come un giardino di cui egli non è proprietario ma custode. Egli è chiamato ad essere un buon giardiniere di specie vegetali e un buon pastore di specie animali. Deve rendere conto non solo della gestione del giardino che gli è affidato, ma anche dell’immagine di Dio che egli riflette in questa gestione.
Il termine "ambiente" (il francese environnement significa letteralmente luogo circostante, ndt) suggerisce l’idea di un centro, che è l’essere umano. Quest’ultimo è legato agli equilibri fisici e biologici non meno che alla complessa rete di relazioni che lo caratterizzano. Intervenire sull’una o l’altra relazione modifica l’equilibrio di molte altre. Mons. Renato Martino dice: "C’è un accordo tra la teologia, la filosofia e la scienza, il cui effetto è l’armonia del nostro universo, un vero cosmo, dotato di una integrità propria e di un equilibrio interno dinamico. Questo ordine deve essere rispettato".

Rottura dell’armonia con la natura

Lo sviluppo della scienza e della tecnologia, che ci ha portato incontestabili benefici, ha avuto effetti devastanti sulla natura: inquinamento dell’aria, dell’acqua e della terra, aumento dell’effetto serra, distruzione dello strato di ozono, deterioramento dei grandi ecosistemi, estinzione di diverse specie viventi, riduzione della biodiversità, ecc. Il GIEC, insignito nel 2007 del Premio Nobel per la pace, afferma che tutti i Paesi saranno colpiti dall’aggravarsi dell’effetto serra. Questi esperti prevedono la crescita di siccità e inondazioni. Lo scioglimento accelerato dei ghiacci ai poli innalzerà in maniera significativa il livello degli oceani, con effetti devastanti soprattutto nell’emisfero sud, dove si trovano i Paesi più poveri.
Dopo la firma del protocollo di Kyoto, con cui ci impegnavamo a diminuire le nostre emissioni di anidride carbonica del 6% rispetto al 1990, queste, al contrario, sono aumentate di circa il 25%. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano descrive il Canada come un "caso estremo" di mancato rispetto degli impegni.
Gli attuali problemi ecologici attestano che non abbiamo rispettato le leggi della vita. Abbiamo dimenticato che "non si comanda alla natura che obbedendole". È risultato più difficile rispettare le leggi della natura che inviare degli uomini sulla luna e riportarli a casa! Il verdetto è semplice: non siamo stati dei buoni custodi del "giardino" che ci è stato affidato.

Rottura dell’armonia con i nostri simili

Questa rottura di armonia con la natura genera conseguenze non meno drammatiche per le persone che condividono con noi la stessa umanità. Il Concilio Vaticano II ha affermato: "Dio ha destinato la terra e tutto ciò che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli" (Gaudium et Spes, n. 69). Commentando questa affermazione, Giovanni Paolo II dice: "È ingiusto che pochi privilegiati continuino ad accumulare beni superflui dilapidando le risorse disponibili, quando moltitudini di persone vivono in condizioni di miseria, al livello minimo di sostentamento. Ed è ora la stessa drammatica dimensione del dissesto ecologico ad insegnarci quanto la cupidigia e l'egoismo, individuali o collettivi, siano contrari all'ordine del creato, nel quale è inscritta anche la nostra interdipendenza".
Invece di favorire questa interdipendenza, abbiamo lasciato che il pianeta si dividesse in pezzi, in Terzo mondo e in Quarto mondo, come se girasse a più velocità. Ora, ci dicono gli esperti del GIEC, sono i Paesi più poveri quelli che saranno più colpiti dai cambiamenti climatici.
Ma l’ingiustizia è commessa anche nei confronti delle generazioni future. I nostri attuali governanti si preoccupano di non trasmettere ai nostri discendenti un debito monetario troppo pesante. Dopo aver consumato al di là delle nostre possibilità, è ragionevole non far pagar loro il prezzo. Ma un ambiente devastato rappresenta un debito incomparabilmente più elevato e più difficilmente colmabile. I costi economici necessari al suo ristabilimento sono di un livello insospettato. Si pensi solamente al costo dello smog, dei problemi di salute, degli squilibri climatici, ecc.
Un articolo della Carta dei diritti del fanciullo dice che la società intera ha il dovere di donare ai bambini ciò che ha di meglio. Come possiamo essere fieri di trasmettere loro l’eredità di un ambiente a tal punto deteriorato? Noi l’ab-biamo ricevuto in condizioni ben migliori!

Alcuni passi fatti

Bisogna riconoscere tuttavia che le questioni ambientali sono sempre più spesso all’ordine del giorno di governi, amministrazioni comunali, industrie, media… Metodi di sfruttamento più razionali vengono applicati alle risorse del mare, delle foreste e della terra. Alcune industrie riducono le proprie emissioni inquinanti; le amministrazioni comunali si sono dotate di costosi stabilimenti di trattamento delle acque reflue. La percentuale di recupero e di riciclo dei rifiuti aumenta progressivamente. Un numero crescente di persone fa degli sforzi personali a favore dell’ambiente: riduzione della velocità sulle autostrade, uso di mezzi di trasporto pubblici, diminuzione e riciclo dei rifiuti, acquisto di prodotti locali o regionali, migliore controllo della temperatura della casa, ecc. Si sta sviluppando una sensibilità ecologica che è sul punto di diventare un fatto di cultura.
Inoltre, dieci anni dopo la firma del protocollo di Montréal sulla protezione della fascia di ozono (1997), gli scienziati constatano con soddisfazione che l’emissione delle sostanze che impoveriscono lo strato di ozono è sostanzialmente azzerata. Molte città importanti, preoccupate di ridurre la quantità di smog e di assicurare una buona qualità dell’aria, sono in procinto di realizzare gli obiettivi di Kyoto. E così anche diversi Stati americani e dell’Unione europea.
Tutti questi passi sono significativi. Ma, ci dicono gli scienziati, stiamo andando a sbattere contro un muro; ciò che facciamo ora avrà come unico effetto di ridurre la forza dell’impatto. I nostri governanti hanno assunto degli impegni a Rio (1992), a Kyoto (1997), a Johannesburg (2002) e recentemente a Bali (2007). Ma non passano dalle parole ai fatti.
 Giovanni Paolo II ce l’ha ripetuto: la crisi non è solo ecologica ma morale e spirituale. E una crisi morale si affronta con una conversione, cioè con un cambiamento di prospettiva, di atteggiamenti e di comportamenti. Questa conversione avrà per oggetto le fratture che abbiamo creato con la natura, con il nostro prossimo e con Dio. Essa dovrà ristabilire questi legami, cioè suscitare una riconciliazione.

Ristabilire i legami con la natura

Sappiamo di essere uniti al nostro ambiente di vita molto più strettamente di quanto avessimo immaginato. Il nostro pianeta è una navicella spaziale sulla quale viaggiamo insieme al nostro ambiente, nel bene e nel male. San Paolo afferma che "tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto", sperando "di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione" (Rm 8,22 e 21). Uno sviluppo rispettoso delle sue leggi e dei suoi ritmi non sarebbe una prima forma di liberazione?
In questa prospettiva, ciascuno di noi è responsabile dei propri comportamenti nei confronti dell’ambiente. Potremmo credere che le azioni degli individui, dei gruppi e delle comunità siano come gocce d’acqua nell’oceano, in confronto alle sfide mondiali a cui ci troviamo di fronte. Ma l’effetto cumulativo di gesti semplici ha un suo peso. Che si ricordi la bella parabola de L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono, così brillantemente illustrata da Frédéric Bach. A titolo d’esempio, molti di noi potrebbero probabilmente ridurre di una tonnellata i gas ad effetto serra di cui sono responsabili annualmente.
Convertirsi è anche ritrovare il senso del limite. È adattare il nostro modo di vita alle risorse planetarie disponibili. Molte di queste non sono rinnovabili e quelle che lo sono possiedono un ritmo di rigenerazione troppo lento per la nostra impazienza. Un pianeta limitato non può rispondere a bisogni illimitati, soprattutto quando i suoi grandi ecosistemi subiscono un invecchiamento prematuro.
Poiché iperconsumo e spreco sono divenuti uno stile di vita, una conversione implica la liberazione collettiva dal-l’ossessione di possedere e consumare. Secondo l’espres-sione del famoso ecologista Pierre Dansereau, "un’austerità gioiosa" o una sobrietà volontaria ci aiuterebbero a ricentrarci sull’essere invece che sull’avere. Ne trarremmo un supplemento di umanità.
Ci sarà allora più facile rivolgere un altro sguardo alla natura. Invece di considerarla principalmente come una risorsa da sfruttare, saremmo meglio disposti ad ammirarne la bellezza e la grandezza. In questo modo, essa ci illuminerebbe sul mistero della Vita e del suo Autore. Giovanni della Croce diceva: "Egli è passato per questi boschi e il suo solo passaggio li ha lasciati impregnati di bellezza". Un atteggiamento di contemplazione contribuisce molto a stabilire una nuova alleanza con il nostro ambiente.

Riallacciare i legami con i nostri fratelli e sorelle

La questione ora cruciale dell’ambiente ci lega gli uni agli altri come mai prima. L’egoismo non è più soltanto immorale, diventa suicida. Non abbiamo altra scelta che una nuova solidarietà e nuove forme di condivisione.
La conferenza di Johannesburg del 2002 ha affermato chiaramente che la tutela dell’ambiente è impossibile se intere zone all’interno dei continenti continuano a vivere nella miseria. Molti fratelli e sorelle sono costretti ad uno stile di vita inaccettabile e indegno della loro condizione umana. Lo sappiamo oggi più che mai ma ci comportiamo come se fossimo miopi, sordi e insensibili.
Il nostro Paese si è impegnato, in passato, a versare lo 0,7% del nostro prodotto interno lordo sotto forma di aiuto allo sviluppo. Devolve attualmente meno dello 0,3%: briciole che cadono dalla tavola dei ricchi, mentre Lazzaro muore di fame (Lc 16, 19-30). Eppure, il messaggio evangelico ci ricorda che il cammino della ricongiunzione con Dio passa per quello dei nostri fratelli e sorelle.
Dobbiamo anche tessere, già ora, i legami con le generazioni future. Ricordiamo l’episodio evangelico in cui gli apostoli litigano per sapere chi di loro è il più grande. Gesù pone un bambino in mezzo a loro, invitandoli a vedere la realtà con gli occhi del bambino. I genitori e i nonni fanno esperienza di questa conversione dello sguardo che li riporta all’essenziale. Nell’ora delle decisioni importanti, ci auguriamo che i nostri eletti pensino innanzi tutto all’eredità che lasciamo ai figli. Quale ambiente, quale società vogliamo loro trasmettere? Un poeta spagnolo ha scritto: "È bello amare il mondo con gli occhi delle generazioni future" (Castillo).

Ricostruire i nostri legami con Dio

Non siamo come il figliol prodigo che ha chiesto a suo padre la sua parte di eredità e ha cominciato a dissiparla? (Lc 15, 11-32). Nella nostra volontà di guadagnare di più, di possedere di più, di consumare sempre di più, abbiamo sacrificato molto al dio denaro, diventato la sostanza della vita moderna. Abbiamo mal gestito il giardino dell’Eden che ci è stato affidato. Esso ha perduto una parte della sua integrità e della sua bellezza.
Inoltre, pur possedendo il sapere e i mezzi per condividere i beni della terra ai quali tutti hanno diritto, abbiamo preferito garantirci il nostro benessere e il nostro modo di vita di bambini viziati. Abbiamo ceduto a questo egoismo innato che segna ciascuno di noi come un peccato originale. Ancora oggi, Dio ci domanda: "Che hai fatto di tuo fratello?" (Gn 4,9).
Per questo, abbiamo offuscato l’immagine di Dio in noi. Ricevendo la sua benedizione originale, l’essere umano è stato invitato ad essere portatore dell’immagine di un Dio amico della vita, preoccupato della verità e della bellezza della vita, pieno d’amore e di compassione per tutti, in particolare per i poveri e i sofferenti. Siamo l’immagine di questo Dio?
Alcune delle nostre scelte dipendono dalla nostra condotta personale, altre da ciò che Giovanni Paolo II ha chiamato "strutture di peccato", alle quali partecipiamo di fatto più o meno consapevolmente. Portiamo in noi stessi un peso di morte e di rifiuto. Le sfide ecologiche ci offrono l’occasione di rilanciarci sui cammini del Vangelo. È, nel senso biblico del termine, un "momento favorevole" per affermare il nostro legame con Dio lasciandoci permeare dalla novità del Vangelo.

Conclusioni

La nostra fede in Cristo ci invita ad una scelta radicale: "Scegliere tra la vita e la morte" (Dt 30, 15). Tale invito non potrebbe essere più attuale. Solo un’autentica conversione ci permetterà di riparare le fratture e ritessere legami vitali con la natura, con le nostre sorelle e i nostri fratelli, con l’Autore della Vita. In questo senso, Francesco d’Assisi rappresenta un bel modello di uomo nuovo e di armonia ritrovata.


ADISTA – 19 aprile 2008
Domenica 22 Giugno 2008 20:15

«CON LORO RITROVIAMO LA FEDE DEL CUORE»

Una voce di spicco dell’episcopato statunitense racconta le sfide e opportunità dell’incontro con i latinos

«I latinos? La loro influenza sul futuro della Chiesa degli Stati Uniti sarà enorme. E finirà per integrare tra loro sempre più le Chiese del Nord America e dell’America Latina». Non ha dubbi in proposito l’arcivescovo di Denver Charles J. Chaput, frate minore cappuccino e figura di primo piano dell’episcopato statunitense. Una voce non ispanica (le sue radici sono in una tribù dei nativi americani), ma ugualmente molto attenta alle potenzialità e alle sfide che questo nuovo volto della società pone a tutto il Paese.

Negli Stati Uniti oggi vivono circa 47 milioni di ispanici, in maggioranza cattolici. La loro presenza sta cambiando la Chiesa statunitense? In che modo?
 In questo nuovo secolo che stiamo vivendo i latinos avranno un’influenza enorme sul cattolicesimo statunitense. Un’influenza simile a quella avuta dagli irlandesi nei secoli XIX e XX. La demografia è destino. I numeri dei cattolici latinoamericani modelleranno, ad ogni livello, la vita della Chiesa. Come questa influenza si tradurrà concretamente è più difficile dirlo, perché la cultura statunitense ha un genio particolare nell’assorbire e amalgamare i nuovi immigranti.

Gli immigrati ispanici sono profondamente legati alla religiosità popolare. Quale può essere l’effetto di questo tipo di devozione sulla Chiesa statunitense?
Penso che la fede dei latinos abbia radici profonde, naturali. Ed è una fede del cuore. Ha una robusta tradizione intellettuale, ma non è divenuta «cerebrale» e sterile come è accaduto alla Chiesa in certe parti d’Europa. La fede dei latinos ha una dimensione umana molto ricca. Pervade l’intera cultura dei latinoamericani e servirà come un antidoto salutare a certe tendenze secolarizzatrici della vita americana.

La forte identità culturale e religiosa della comunità ispanica finisce per essere un muro che la isola e la separa da altre comunità, come ad esempio quella afro-americana? Come si rapportano gli ispanici con le altre comunità degli Stati Uniti?
 In America i nuovi immigrati hanno sempre trovato davanti a sé un muro da superare. Ma l’identità dell’America, diversamente da quella dell’Europa e di molte altre società, deriva dagli immigrati. È il grande paradosso di questa terra. Fin dall’inizio gli Stati Uniti hanno avuto bisogno e hanno accolto i nuovi immigrati; ma allo stesso tempo hanno provato risentimento e timore nei loro confronti. La paura per il nuovo arrivato fa parte della natura umana e gli americani non sono diversi dagli altri. Infatti occorrono sempre due o tre generazioni perché una comunità immigrata trovi il suo posto negli Stati Uniti. Alla fine, però, lo trova sempre, perché estrarre nuova vita dall’influsso di persone nuove, con nuove energie e nuovi sogni, fa parte della natura della società americana. Penso che il vero problema in America non sia il «muro» che separa i gruppi, ma piuttosto il potere della società americana di amalgamare tutte le differenze in un unico, generico stile di vita basato sul consumo personale come credo unificante.

Che cosa sta accadendo con gli immigrati ispanici di seconda generazione?
 Imparano l’inglese e tendono ad avere un discreto successo, sia sul piano economico che sociale. Inoltre, sfortunatamente, spesso dimenticano le loro radici e annacquano la loro fede.

Le differenti nazionalità di provenienza degli immigrati ispanici costituiscono un problema per l’opera della Chiesa statunitense?
Uno degli errori più grandi del mainstream americano è quello di raggruppare i latinos in un unico gruppo. Invece esistono enormi differenze sul piano delle esperienze e della mentalità tra messicani, brasiliani, cileni, peruviani, cubani, colombiani... Come Chiesa, il nostro ministero pastorale ha bisogno di una maggiore sensibilità verso queste diverse realtà.

La presenza dei migranti sta facendo crescere il clero ispanico?
Certamente qui a Denver le vocazioni dei latinos oggi sono una delle nostre priorità. Il clero di origine latinoamericana è ancora troppo esiguo in proporzione al numero dei cattolici di origine latinoamericana che dipendono dalla nostra Chiesa. E questo è un problema serio.

La presenza degli ispanici riduce le distanze tra Nord e Sud? Aumentano le forme di collaborazione tra le Chiese dell’America del Nord e dell’America Latina?
Giovanni Paolo II è stato profetico quando - in occasione del Sinodo continentale del 1997 - ha parlato di «America» invece che di «Americhe». L’America è un solo continente con economie e culture sempre più interdipendenti. Dal momento che negli Stati Uniti la popolazione latina continuerà a crescere, penso che nasceranno forme di collaborazione sempre più strette tra le Chiese del Nord America e dell’America Latina.

Molti immigrati ispanici sono poveri, senza documenti e senza assicurazione sanitaria. La loro situazione potrebbe peggiorare ulteriormente con l’annunciata crisi economica. Come si pone la Chiesa di fronte all’emergenza sociale ispanica negli Usa?
Negli Stati Uniti la Chiesa deve obbedire alla legislazione americana in materia di immigrazione e, allo stesso tempo, lavorare per riformarla. Oltre a fornire molto aiuto in termini spirituali e di assistenza d’emergenza agli immigranti indocumentados, la Chiesa ha il dovere di lavorare nel campo dell’educazione e della politica per rendere le nostre politiche sull’immigrazione più coerenti e più giuste.

Pensa che il voto ispanico sarà decisivo nelle prossime elezioni presidenziali? Come pensa che voterà la maggioranza degli ispanici?
Se gli ispanici voteranno in blocco, i loro numeri li renderanno molto influenti. I latinos tendono a votare per i Democratici, anche se molti hanno votato per i Repubblicani nel 2004. Ma questa è una tornata elettorale molto complessa e non vorrei avventurarmi a predire un risultato.

Qual è la posizione della Chiesa sulla riforma migratoria? C’è unità tra i cattolici o ci sono opinioni divergenti?
Molti americani - e quindi anche molti cattolici americani - si sentono lacerati tra il bisogno legittimo della sicurezza nazionale e della salvaguardia dei confini, e l’ugualmente legittimo bisogno di una riforma migratoria inclusiva. La Chiesa degli Stati Uniti non può permettersi di stare da una parte sola o di essere naive. Da un lato i cittadini americani hanno il diritto di insistere sul rispetto della legge, sul controllo dei confini, sulla protezione della pubblica sicurezza, e hanno il diritto di assicurare la solidità delle loro istituzioni pubbliche. D’altra parte, però, non possiamo pretendere di fare tutto questo sfruttando quegli stessi lavoratori indocumentados di cui abbiamo bisogno per far correre la nostra economia.

Qual è la chiave per risolvere questa lacerazione?

Le persone hanno il diritto di emigrare e lavorare per sostenere le proprie famiglie. Questo è un principio fondamentale del pensiero cristiano. Attualmente abbiamo un sistema che implicitamente incoraggia l’immigrazione illegale, perché prospera su questo fenomeno. Poi però punisce i lavoratori senza documenti quando questi vengono catturati. Non solo non ha senso. È un dilemma che ha dei costi umani reali. Qui in Colorado abbiamo migliaia di famiglie senza documenti, in cui i genitori lavorano duro, pagano le tasse e vivono in pace coi loro vicini. Ma sono «illegali», mentre i loro figli nati negli Stati Uniti sono cittadini americani. Che cosa ci guadagneremmo col rompere queste famiglie con una deportazione? Se vogliamo servire il bene comune, dobbiamo farlo in modo che non solo salvaguardi la nostra sicurezza nazionale, ma rispetti anche la dignità degli individui e delle famiglie colpite.

Secondo i sondaggi, l’America Latina conta poco per gli Stati Uniti. La popolazione non la ritiene una regione importante, l’agenda politica la relega in secondo piano, i media ne parlano poco… Non è una contraddizione data la vicinanza, l’importanza strategica e l’intensa presenza di ispanici sul territorio?
Penso che questo atteggiamento sia stato sciocco e poco lungimirante. Finora, però, la storia e il costume hanno legato l’America all’Europa e reso possibile il nostro campanilismo. Adesso viviamo in un mondo molto diverso rispetto a quello di cinquant’anni fa. Gli Stati Uniti sono ancora la principale potenza mondiale, ma abbiamo a che fare con realtà globali molto diverse, che nessuna nazione può affrontare da sola. I cambiamenti demografici, economici e tecnologici ci porteranno sempre più verso l’America Latina. Ormai è un processo inevitabile.

di Alessandro Armato
Mondo e Missione / Maggio 2008


L’arcivescovo figlio dei nativi

Per metà di origine franco-canadese e per metà nativo-americano del popolo potawatomi, Charles J. Chaput nasce a Concordia, Kansas, nel 1944. La nonna materna è l’ultima della famiglia a vivere in una riserva indiana e lui stesso diviene membro della tribù in giovane età. Forse seguendo la via tracciata da due zie che - prima di lui - avevano scelto la vita monastica, nel 1965 entra nell’ordine dei frati cappuccini e nel 1970 viene ordinato sacerdote. Subito dopo frequenta un master in Teologia presso l’Università di San Francisco e nel 1983, dopo essere stato alla guida della parrocchia della Holy Cross a Thornton, in Colorado, diviene direttore generale e ministro provinciale dei cappuccini per il Centro America. Nel 1988 arriva l’ordinazione a vescovo di Rapid City (Sud Dakota) e nel 1997 Giovanni Paolo II lo nomina arcivescovo di Denver, carica che ricopre attualmente. Chaput è noto per pronunciarsi, con saggezza e coraggio, anche su tematiche controverse. Come, appunto, quella dell’immigrazione ispanica.

(a.a.)


«Per noi credere è una marcia in più»

Il testo che segue è stato raccolto nel corso di una conversazione con monsignor Jaime Soto a margine della Quinta assemblea dei vescovi latinoamericani ad Aparecida in Brasile, alla quale prese parte anche una delegazione di pastori provenienti dall’America del Nord. Classe 1955, di origini messicane, Soto è vescovo di Orange dal 2000; dall’autunno scorso è stato nominato vescovo coadiutore di Sacramento.

La maggioranza degli immigrati negli Usa dal Messico proviene dalle regioni rurali; è gente spesso senza un’educazione formale, ma molto lavoratrice e con grande fede.
Un sociologo californiano, David Haze Bautista, che ha analizzato le caratteristiche demografiche del popolo latinoamericano in California, sottolinea tre tendenze. La prima è che la popolazione latina lavora in percentuale in numero maggiore rispetto agli altri gruppi etnici (anglosassoni, asiatici e afroamericani). La seconda: i latinos si mantengono uniti come famiglia. Un terzo fatto è che i figli delle donne «ispaniche» nascono in genere sani e di buon peso, a differenza di quanto avviene tra i poveri di altri gruppi. Perché questi tre fattori nonostante la povertà e il trauma dell’immigrazione? Haze sostiene che c’entri, in qualche modo, la fede cristiana. L’idea che domani Dio ha in serbo qualcosa di positivo per tutti dà un orientamento ottimista e forza per lavorare duro.
I latinos portano inoltre un nuovo fervore religioso, un insieme di valori che non indeboliscono la cultura americana, ma, al contrario, la rafforzano, contrastando la secolarizzazione che la dissolve. Se si parla con i parroci che lavorano con la comunità ispanica, dicono che i latinos portano una fede molto viva, sono persone che sentono che Dio ha a che vedere con le loro vite. Nella comunità «latina» c’è grande fervore anche in virtù della religiosità popolare: Maria, i santi... Certo, talvolta si registra anche una tendenza al fatalismo o alla magia. Ma si è visto che la religiosità popolare arricchisce molto la fede cattolica negli Stati Uniti, che da sola è un po’ formale, perché manca di pratiche che mantengono quotidianamente un ritmo spirituale. I messicani, invece, hanno il santino della vergine di Guadalupe, la candela in camera, tengono il quadro del Sacro Cuore nella sala da pranzo… Tutti questi strumenti mantengono la coscienza della vicinanza di Dio. Alcuni affermano che nella Chiesa degli Stati Uniti sia in corso uno scontro. Più che di uno scontro siamo in presenza di due stili differenti. Io lavoro in una parrocchia trilingue, con anglosassoni, ispanici e vietnamiti; abbiamo tre sacerdoti che parlano le tre lingue, ma essi debbono lavorare insieme per non creare tre parrocchie parallele. Dobbiamo spronare i fedeli a una migliore comunione. Il consiglio parrocchiale e amministrativo, la celebrazione delle grandi feste (come il Natale), devono includere tutti. È una bella sfida.


Jaime Soto
vescovo di Orange
(testo raccolto da Gerolamo Fazzini)
Domenica 22 Giugno 2008 20:13

VICINI AL POPOLO, INQUIETI PER LE LEGGI

Lontani dal proselitismo, i cristiani algerini accolgono tutti nel rispetto delle differenze

In questi ultimi tempi, alcuni giornali algerini hanno ripreso a scrivere che l’impegno sociale della Chiesa locale è un mezzo per ottenere conversioni al cristianesimo. Si tratta ovviamente di falsità, che, una volta di più, cerchiamo di smentire innanzitutto con i fatti, ribadendo che la vita al seguito di Gesù implica la gratuità nel servizio. La nostra gioia più grande, infatti, è là dove noi possiamo accoglierci gli uni gli altri nel rispetto delle differenze. Far nascere la comunione tra gli uomini di origini, culture e religioni differenti è per noi la missione di Colui che «ha dato la sua vita per riunire tutti i figli di Dio dispersi».

Purtroppo numerosi fatti recenti hanno risvegliato, in certi ambienti, diffidenze e ostilità che ci sembrano ingiuste e ingiustificate. E non possiamo che vivere con dolore e preoccupazione il contrasto che si è creato tra il nostro desiderio di vivere la «solidarietà evangelica» con il popolo algerino e gli ostacoli che si sono presentati in questi ultimi mesi e che cerchiamo di affrontare senza perdere la speranza. Queste difficoltà non riguardano unicamente la Chiesa cattolica, ma colpiscono tutte le Chiese presenti in Algeria e le diverse comunità cristiane. In particolare, lo scorso marzo, abbiamo dovuto accomiatarci, con grande dolore e rammarico, dal pastore Hugh Johnson, 75 anni, ex presidente della Chiesa protestante d’Algeria, costretto a lasciare il Paese dopo 45 anni di vita e di servizio in questa terra. Il Consiglio di Stato, infatti, si è dichiarato incompetente a decidere il destino di Johnson e ha rifiutato di rinnovargli il permesso di soggiorno, dopo che in un primo momento aveva annullato l’ordine di espulsione. A nulla sono valsi i nostri appelli e il nostro intervento presso lo stesso ministro per gli Affari religiosi, Abdullah Ghulamallah. Eppure, in un recente incontro proprio con il ministro, gli avevamo ribadito la volontà di solidarietà di tutte le comunità cristiane con la popolazione locale, solidarietà attraverso la quale si esprime il rispetto della Chiesa per la società algerina, per le sue tradizioni e per i suoi riferimenti religiosi. Ma gli abbiamo espresso anche l’inquietudine della comunità cattolica in Algeria di fronte a certi provvedimenti e a certe decisioni amministrative recenti. E nonostante il ministro abbia ribadito che lo Stato non ha alcuna volontà di mettere in discussione la presenza della Chiesa cattolica nella società algerina, restiamo comunque alquanto preoccupati. Tanto più che, lo scorso mese di aprile, abbiamo dovuto affrontare il processo al padre Pierre Wallez della diocesi di Orano e a un medico algerino, accusati di aver visitato senza permesso un gruppo di migranti subsahariani che vivono alla frontiera con il Marocco e di aver celebrato in un luogo non riconosciuto dal governo. Eppure da almeno nove anni i servizi di sicurezza algerini sono al corrente del fatto che membri della Chiesa cattolica visitano regolarmente i migranti subsahariani in quella zona e garantiscono momenti di preghiera presso i cristiani.

In seguito a questo incontro con il ministro per gli Affari religiosi, ci incoraggia perlomeno il fatto che si sia previsto di lavorare, insieme ai suoi collaboratori, in una commissione creata ad hoc dal ministero per studiare nei dettagli i diversi articoli della legge del 28 febbraio 2006 e dei suoi decreti applicativi. Si tratta di un testo che regolamenta i culti non-musulmani e che prevede misure per noi difficili da accettare, in quanto si parla di prigione per tutti coloro che presentano il cristianesimo ai musulmani. Questo non è accettabile e non è una soluzione. Certamente bisogna trovare modi di relazione rispettosa tra cristiani e musulmani e allontanarsi da forme di proselitismo propagandistico. Io stesso ritengo che la comunicazione spirituale possa avvenire ad altri livelli. Ma speriamo anche che il governo trovi altre soluzioni, che non siano l’arresto e la prigione. Noi, come Chiesa d’Algeria, non possiamo far altro che continuare a dar prova, come abbiamo fatto nel corso di molti anni, del fatto che la ricerca di fratelli e sorelle in umanità è la nostra fondamentale vocazione e la nostra missione in questo Paese. In questo modo, realizziamo l’appello di Cristo: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi», rinnovando ogni giorno il nostro impegno e la nostra solidarietà

Henri Teissier
arcivescovo di Algeri
Mondo e Missione / maggio 2008
Domenica 22 Giugno 2008 20:12

ORISSA, I PERSEGUITATI DI SERIE B

A Natale in India un’ondata di violenza ha lasciato dietro di sé morti e rovine. Per mesi alle ong cristiane è stato impedito di portare aiuti. E il mondo sta in silenzio


Nel villaggio il clima tra noi e gli indù era sempre stato buono. Li invitavamo alle nostre feste e noi partecipavamo alle loro. Ma adesso abbiamo tutti paura».

Parla della sua Baminigam padre Santosh Kumar Singh, giovane prete dell’arcidiocesi di Chuttack-Bhubaneswar. Parla di un villaggio come tanti altri in questa zona dell’India Orientale. Un gruppo di case nella foresta che, all’improvviso, si trasforma nell’epicentro della più imponente ondata di violenze anti-cristiane degli ultimi anni. È la storia di quanto avvenuto qui in Orissa a Natale. Con le scorribande dei fanatici indù dell’Rss che hanno lasciato dietro di sé sette morti e centinaia di case, chiese, scuole e dispensari bruciati nel distretto di Kandhamal. E un clima di intimidazione che - a ormai diversi mesi di distanza - qui si tocca ancora con mano. Ancora alla Domenica delle Palme, ad esempio, nel villaggio di Tyiangia, una folla istigata dai soliti noti si è radunata gridando slogan anti-cristiani. Le violenze sono state evitate solo perché il parroco ha deciso di annullare la processione.

Tutto è cominciato a Baminigam il 24 dicembre. «Vuoi sapere come è andata davvero?», chiede subito padre Santosh. Ci tiene a raccontarlo. Perché di ricostruzioni dei fatti ne girano parecchie. E quella apparsa sui giornali indiani cita come scintilla l’aggressione contro lo swami Laxmananda Saraswati, un santone indù legato all’Rss che gira per l’Orissa per «riportare alle loro origini» i tribali convertitisi al cristianesimo. «Non è vero - ribatte padre Santosh -. Tutto è nato quando la mattina del 24 dicembre ci è stato revocato il permesso di celebrare in piazza il Natale. Sono arrivati i nostri negozianti e gli è stato detto che dovevano tornare a casa. Ci sarà stata anche tensione. Ma dalla foresta sono subito spuntati fuori duecento uomini armati di bastoni che hanno cominciato a distruggere e bruciare tutto».

Sono andate avanti quattro giorni queste violenze. Favorite da inspiegabili ritardi nell’intervento delle forze dell’ordine. Con i cristiani costretti a scappare nella foresta per sopravvivere, mentre le loro case continuavano a bruciare. Ci sono rimasti per giorni e notti, al freddo, nutrendosi di quello che trovavano. Finché, finalmente, le autorità locali hanno allestito delle tendopoli. E nel distretto di Kandhamal è tornata una calma carica di tensione e di grossi dubbi.

«Avevamo capito quello che stava per accadere - racconta mons. Raphael Cheenath, l’arcivescovo di Chuttack-Bhubaneswar, nel cui territorio si trova il distretto di Kandhamal -. Il 22 dicembre avevamo detto chiaramente alle autorità che per Natale temevamo di subire violenze. Loro ci avevano promesso protezione. Invece non hanno fatto proprio niente». Incontriamo mons. Cheenath a Bhubaneswar, la capitale dell’Orissa. Il distretto di Kandhamal da qui dista cinque o sei ore di macchina nella foresta. Eppure in quei giorni la violenza è arrivata fino all’arcivescovado, con una bottiglia incendiaria lanciata contro l’ingresso. E non è un mistero per nessuno che le riunioni dell’Rss in cui si additano i cristiani come nemici avvengano anche in questa città di 800 mila abitanti. Ma, più dei conciliaboli segreti, sono le decisioni pubbliche a preoccupare l’arcivescovo. L’atteggiamento perlomeno ambiguo tenuto dal governo locale, guidato dal primo ministro Naveen Patnaik, alleato del Bjp, il partito nazionalista indù.

«A febbraio - continua l’arcivescovo - proprio qui in Orissa c’è stato un attacco da parte dei guerriglieri maoisti. Hanno assaltato una caserma di polizia e ucciso alcuni agenti. Lo stato di emergenza è scattato immediatamente: nel giro di poche ore i militari sono arrivati in massa. A Natale, invece, - quando nel distretto di Kandhamal a subire le violenze erano i cristiani - ci sono voluti quattro giorni. Perché questa differenza di comportamento?».

Ma c’è anche il problema dell’assistenza alle vittime, ancora aperto. «Non permettono alle nostre ong di  portare aiuti - denuncia mons. Cheenath -. Là c’è gente che ha perso tutto: hanno bruciato loro le case, sono rimasti con i vestiti che avevano addosso. Il governo ha promesso che provvederà, ma gli aiuti non arrivano. E la popolazione continua a soffrire». Con le case, nel distretto di Kandhamal, è l’intero lavoro di trent’anni a essere andato distrutto: scuole, dispensari, centri di assistenza... Persino la casa dei Missionari della Carità, il ramo maschile dell’ordine di Madre Teresa di Calcutta - che ospita lebbrosi e malati di tubercolosi -, è stata attaccata. Tutto è stato lasciato per ore a bruciare, mentre i cristiani scappavano nella foresta. E adesso si fa lezione sotto le tende. Misereor - l’organizzazione di solidarietà internazionale della Chiesa tedesca - si è fatta avanti per aiutare a ricostruire. Ma il governo dell’Orissa non dà i permessi. Allo stesso arcivescovo per 42 giorni è stata negata la possibilità di recarsi a visitare le comunità colpite.

«Ufficialmente - commenta monsignor Cheenath - ci dicono che è per motivi di sicurezza. Ma la verità è che vogliono ostacolare la presenza delle ong cristiane. Gli estremisti indù ci accusano di operare conversioni attraverso gli aiuti. Ma è un’accusa falsa: lo hanno visto tutti qui in Orissa nel 1999, quando c’è stato il super-ciclone. Furono duemila i nostri volontari mobilitati. E aiutarono tutti, senza distinzioni». Per sbloccare questa situazione è dovuta intervenire l’8 aprile la Corte Suprema indiana, con una sentenza che ha dichiarato illegittimo il divieto.
 Guardi questa grande città, così uguale a tutte le altre, e fai fatica a credere che sia un covo di fanatici. «Sappiamo che molti indù sono contrari alle violenze - conferma il presule -. Privatamente ci hanno anche espresso solidarietà. Però hanno paura di esporsi. E così questa campagna d’odio condotta dai fanatici sta producendo risultati. Ci dipingono come i nemici, dicono apertamente che vogliono distruggerci».
«Ma secondo lei da dove nasce tutto questo odio contro i cristiani?», gli chiediamo. «Sono convinto - ci risponde l’arcivescovo - che dietro all’estremismo religioso vi sia una motivazione più nascosta, che è di ordine sociale. Il vero problema non sono le conversioni, ma l’opera di promozione che negli ultimi 140 anni in Orissa i cristiani hanno compiuto a favore dei tribali e dei dalit. Prima erano come schiavi. Adesso - almeno una parte di loro - studia nelle nostre scuole, mette in piedi attività nei villaggi, rivendica i propri diritti. E chi - anche nell’India del boom economico - vuole mantenere intatta la vecchia divisione in caste, ha paura che acquistino troppa forza. L’Orissa di oggi è un laboratorio. In gioco c’è il futuro dei milioni di dalit e tribali che vivono in tutto il Paese».

L’Orissa come il nuovo laboratorio dei fondamentalisti: lo ripetono in tanti nella comunità cristiana. Perché è vero che questo è uno degli Stati più poveri del subcontinente. Però anche qui a Bhubaneswar qualcosa si sta muovendo. Esci dall’arcivescovado e ti imbatti nel «Big Bazar», il nuovissimo centro commerciale in stile americano. L’aeroporto - come tutti gli scali indiani - è in espansione. E in città crescono le torri dei centri direzionali. «Sembra incredibile, ma quando abbiamo aperto, vent’anni fa, qui intorno c’era ancora la giungla», racconta padre E. A. Augustine, direttore dello Xavier Insitute of Management, uno dei fiori all’occhiello della città. Una facoltà di economia dalla storia interessante: è frutto di un accordo tra il governo dell’Orissa e la Provincia dei gesuiti. Anche in uno Stato in cui vige la legge anti-conversione, dunque, non c’è alcun problema a tenere il nome di San Francesco Saverio nella ragione sociale di un ente di diritto pubblico. Perché in India Xavier School  è ovunque sinonimo di qualità. «Tutti vogliono le nostre strutture - continua padre Augustine -, ne riconoscono la qualità. A parte pochi fanatici, ci rispettano. Però noi non vogliamo essere un centro d’élite. E allora - ad esempio - organizziamo anche corsi di management rurale, pensati specificamente per lo sviluppo dei villaggi». E poi - sempre qui a Bhubaneswar - c’è l’altro volto della presenza dei gesuiti. Quello dello Human Life Center, con i suoi corsi popolari di spoken English per aiutare chi è emigrato in città dalle aree rurali. O i corsi di sartoria, di dattilografia, di informatica, per dare un’opportunità a chi non ne avrebbe altre. E poi le sette scuole aperte direttamente negli slum di Bhubane-swar. Perché il cambiamento deve arrivare anche lì.

L’impressione è che alla fine il vero problema stia proprio qui. La violenza in Orissa non è semplicemente l’eredità di un passato che l’India fa fatica a lasciarsi alle spalle. Lo scontro riguarda il presente e soprattutto il futuro del Paese. Riguarda una situazione sociale in cui quanti per secoli sono rimasti ai margini cominciano ad alzare la testa. E allora chi - al contrario - vuole mantenere lo status quo gioca la carta dell’identità minacciata. C’è un importante appuntamento elettorale in vista: salvo elezioni anticipate, nel maggio 2009 in India ci saranno le elezioni generali. Il Bjp - il partito nazionalista indù, sconfitto nel 2004 dall’alleanza tra il Partito del Congresso e la sinistra - mira alla rivincita. E - come hanno dimostrato nel 2002 le violenze con i musulmani in Gujarat - soffiare sulle tensioni tra gruppi religiosi è il modo più efficace per serrare le proprie fila. «Non è un caso - sostiene padre Jimmy Dhabby, direttore a New Delhi dell’Indian Social Institute - che queste violenze contro i cristiani siano scoppiate poche settimane dopo la riconferma alla guida del Gujarat di Narendra Modi, uno degli esponenti di punta del Bjp. E che sia avvenuto proprio in Orissa, Stato dove nel 2009 si voterà anche per il governo locale».

È un gioco che - nonostante i fatti di Natale - a Bhubaneswar va avanti. Apriamo l’edizione locale del quotidiano The Indian Express in un giorno qualunque. E puntuali troviamo le dichiarazioni del leader del Rss K. S. Sudar-shan: «Sono diverse le minacce che incombono sulla nazione: la violenza dei maoisti, la jihad islamica, le conversioni dei missionari cristiani. Dobbiamo unirci per reagire. Non aspettate che altri lo facciano per voi».

La stessa inchiesta promossa dal governo dell’Orissa per fare luce su quanto successo a Natale, sta procedendo con metodi quanto meno discutibili. «Dopo mesi in cui non se ne era saputo più nulla - ha denunciato sul suo blog John Dayal, segretario generale dell’All India Christian Council - il giudice incaricato è arrivato senza preavviso nel distretto di Kandhamal. Ha interrogato le suore e i preti. Che sono rimasti a bocca aperta sentendosi domandare: “Avete convertito qualcuno qui?”». Come se l’oggetto dell’inchiesta fosse l’operato dei cristiani, non le violenze commesse dai fanatici indù.

Altro capitolo preoccupante è quello dei risarcimenti. «Finora non sono state ancora date indicazioni ufficiali - continua Dayal -. Su alcuni giornali, però, abbiamo letto che scuole, ostelli e dispensari potranno ricevere un contributo di 200 mila rupie (circa 5 mila dollari), ma le chiese e i conventi saranno esclusi. Se così fosse sarebbe non solo sorprendente ma offensivo. Il principale obiettivo degli attacchi sono state proprio le chiese e i conventi. Escluderli non ha alcun senso».

Questo è il tipo di calma che si respira oggi in Orissa. «Sotto la cenere cova una situazione esplosiva - denuncia Hemanl Naik, dell’Orissa Dalit Adivasi Action Net -. Da tempo i nazionalisti indù fanno campagne per “riconvertire” i tribali cristiani. Ci sono discriminazioni sulle terre. Non sono violazioni delle leggi anti-conversione? Perché non le applicano?».

Resta, però, una domanda: persone uccise, case e chiese bruciate, zone vietate ai cristiani. Dove sta la differenza rispetto al fondamentalismo islamico cui - giustamente - è riservato così tanto spazio sui nostri giornali? E perché nessuno in Occidente alza la voce sull’Orissa? A Pasqua la protesta dei cristiani davanti al Parlamento a New Delhi non ha fatto notizia sui nostri giornali. La risposta del vescovo Cheenath è amara: «L’India di oggi è un mercato che fa gola a tutti - spiega -. Ci sono grandi interessi economici, tutti vogliono avere buone relazioni con noi. In una situazione del genere ciò che accade alle minoranze non interessa a nessuno». È un grido di dolore scomodo, quello che sale oggi dai cristiani dell’Orissa.

Giorgio Bernardelli
Mondo e Missione / maggio 2008


Adivasi e «zone speciali»

Un quarto dei circa 36 milioni e mezzo di abitanti dell’Orissa è costituito da adivasi, cioè da popolazioni tribali. È la quota più alta tra tutti gli Stati indiani. E se ai tribali si aggiungono i dalit - l’altro gruppo sociale più emarginato nella rigida scala delle caste indiane - si arriva quasi a un 40 per cento per quelle che, utilizzando ancora l’eufemismo britannico, la burocrazia indiana classifica come «scheduled castes and scheduled tribes». Basta questo dato per spiegare perché l’Orissa (insieme al Bihar) figuri in fondo a tutte le classifiche sugli indicatori di ricchezza degli Stati indiani. Tanto per fare qualche esempio qui ancora oggi il 65 per cento della popolazione non ha accesso all’acqua potabile e solo il 20 per cento delle strade sono asfaltate. Eppure lo stereotipo dello Stato arretrato può essere anche fuorviante. Perché anche l’Orissa oggi è uno Stato su cui fioccano gli investimenti. Nei pressi di Paradip - il suo maggiore porto - la sudcoreana Posco ha realizzato un mega-impianto da 12 miliardi di dollari per la produzione dell’acciaio. E la Reliance Industries - una delle più importanti società industriali indiane - si appresta a costruire a Hirma la più grande centrale termoelettrica del mondo, che con i suoi 12 mila megawatt dovrebbe rifornire di energia sei Stati indiani. I tribali nei villaggi della foresta. Gli impianti industriali modernissimi nelle zone economiche speciali. La miscela esplosiva dell’Orissa si spiega anche così.


Tensioni in tutta l’India

L’Orissa è il caso più drammatico di una situazione grave che tocca purtroppo anche altri Stati dell’India. Nel mese di marzo - ad esempio - due suore carmelitane che da tredici anni svolgono il loro ministero tra i tribali, sono state assalite dai fondamentalisti indù  nel Maharashtra, lo Stato di Mumbai. «Gridavano accusandole di operare conversioni», hanno raccontato alcuni testimoni. Nel Madhya Pradesh, invece, a Pasqua il governo ha disposto che le forze dell’ordine fossero schierate all’esterno delle chiese durante le celebrazioni. Una misura presa dopo gli oltre cento attacchi subiti dal dicembre 2003, cioè da quando il Bjp ha conquistato anche questo governo locale. Proprio negli stessi giorni, però, il Parlamento di un altro Stato indiano - il Rajasthan, una delle mete preferite dei turisti – approvava una legge anti-conversione che prevede una pena di cinque anni di carcere e una multa di 50mila rupie (circa 800 euro) per chi opera conversioni «tramite forza, coercizione o frode». Con il Rajasthan diventano sei gli Stati indiani dove è in vigore questo tipo di normativa. «È un insulto alla cultura della nostra nazione - ha dichiarato ad AsiaNews il cardinale Varkey Vithayathil, neo-presidente della Conferenza episcopale indiana -. Questa legge è del tutto inutile ed è voluta dalle forze fondamentaliste che, in questo modo, creano soltanto sfiducia ed intolleranza nella nostra società».
Domenica 22 Giugno 2008 20:09

QUALE DIALOGO CON CHI CI SFIDA?

Islam / L’esperienza dei cristiani in Bangladesh

«Insomma, vuole spiegarci razionalmente la Trinità?». Sono stato invitato a presentare il cristianesimo ad un centinaio di studenti universitari musulmani a Dhaka. Sembrano ben disposti, e mi sento a mio agio finché un giovanotto m’interrompe sfidandomi con questa domanda. «Non sono Dio - rispondo - non posso  accontentarti. Nessun essere umano, nessuna religione può dare una spiegazione razionale di Dio». Il tipo lascia l’aula con un sorrisetto ironico, seguito da una decina di amici.

Terminata la conferenza, alcuni studenti si avvicinano per scusarsi. Parliamo cordialmente, e una ragazza si mostra sinceramente addolorata perché non sono musulmano: «Noi conosciamo e rispettiamo Gesù; perché anche lei non accetta Maometto come l’ultimo dei profeti? Il Vangelo stesso ha profetizzato la sua venuta». Spiego che secondo la nostra interpretazione di Giovanni 16, Gesù si riferisce alla venuta dello Spirito Santo...

Per la Chiesa che vive in Paesi a maggioranza musulmana si può parlare di vari tipi di «sfide». Qui faccio cenno soltanto ad alcune di quelle che il cristiano incontra nella vita quotidiana. Anche per un laico, le differenze teologiche non sono la sfida minore. «Sono stanca - mi confida un’insegnante - di sentirmi continuamente giudicata da colleghi e studenti su Gesù figlio di Dio, e perché non siamo monoteisti, mangiamo carne di maiale, crediamo in una Bibbia falsificata...».

Da un lato, siamo vicini perché l’islam conosce Gesù e lo rispetta. Dall’altro, il Corano menziona la Trinità, l’incarnazione e la morte di Gesù in croce, ma per affermare a chiare lettere che si tratta di falsità. Considera la dottrina sulla Trinità e sull’incarnazione come una violazione del monoteismo, e sostiene che Dio non può aver permesso che il suo profeta Gesù morisse sulla croce.

Ai musulmani viene insegnato che la Bibbia è stata manipolata e la parola di Dio distorta, perciò i cristiani o sono ingannatori, o sono ingannati. Normalmente non sentono il bisogno di conoscere la nostra fede: il Corano, rivelazione ultima e perfetta, contiene la verità e tutto ciò che occorre sapere per vivere bene, ottenere il paradiso dopo la morte, e anche per rapportarsi con gli altri, cristiani compresi. L’islam offre «a complete code of life», un codice di vita completo che risolve tutti i problemi religiosi, sociali, familiari, politici, economici di ogni tempo. Il moderno approccio critico alla Bibbia e al concetto di rivelazione, che la Chiesa cattolica ha fatto propri, sono ben lontani da come loro accolgono il Corano e la rivelazione. Usiamo le stesse parole, ma il significato è diverso.

Come vivere circondati da questa mentalità che pervade non tutti, ma molti? L’atteggiamento di sfida - a volte arrogante - che alcuni musulmani hanno, non dovrebbe condurci alla disputa. La Trinità, la divinità di Cristo e la croce dovrebbero essere argomento di vita più che di conflitto.

I primi cristiani sono arrivati a quello che è ora parte del nostro credo attraverso l’esperienza della profondità umana di Gesù, tale da «mostrare» il mistero di Dio in Lui; e attraverso la loro stessa esperienza di vita nello Spirito. Fu la riflessione sull’esperienza con Gesù e nella Chiesa a generare la dottrina: soltanto vivendo, per quanto possibile, quella esperienza possiamo realmente accettare la dottrina.
Giovanni Paolo II scrisse che il nostro programma per il terzo millennio «si incentra in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste» (Novo millennio ineunte, n. 29).

Siamo dunque chiamati a trasformare la storia «vivendo» la vita trinitaria, più che offrendone «prove razionali»; abbiamo bisogno, come dice l’enciclica, di una spiritualità della comunione che «significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi».La nostra non è la religione di un Libro, di una legge; è la religione nata da un Uomo che conosciamo e seguiamo nello Spirito Santo di Dio. Che la salvezza giunga attraverso la Croce è una «follia» rivelata ai piccoli, a coloro che sono aperti a Dio che è umile e ci ama, tanto da identificarsi con gli affamati, i prigionieri, gli infermi. La Chiesa non è la soluzione a tutti i problemi dell’umanità; è una comunione di persone che cercano Dio guidati dallo Spirito, seguendo la via di Gesù.

Restare fedeli a ciò che siamo può essere una scelta molto esigente. Qualche tempo fa ho chiesto ai miei studenti di islamologia di descrivere la loro esperienza di cristiani cresciuti in contesto a grande maggioranza musulmano. Sono bengalesi e tribali, provengono da villaggi dove vive gente semplice, con istruzione elementare o addirittura analfabeti.  Dai loro scritti emerge un quadro tutt’altro che roseo. Esprimono sentimenti contrastanti, ma a prevalere è il pessimismo.  I musulmani sono visti come persone che sanno poco della loro stessa storia e religione, eppure seguono ciecamente ciò che viene loro insegnato, senza porre domande. «Ripetono che l’islam è una “religione di pace”, ma nessuno si chiede perché siano in guerra ovunque». «Si sentono superiori, affermano che chi appartiene ad altre religioni è semplicemente khafir, pagano condannato all’inferno, non importa se buono e onesto oppure no…».
Alcuni miei studenti hanno l’idea che «non rispettano le loro donne, e tanto meno le nostre». Una giovane suora: «Nei nostri villaggi abbiamo un detto: “Il tamarindo non è dolce e i musulmani non sono ospiti”. Significa che non ci si può fidare: come non trovi un tamarindo dolce, così non trovi musulmano che sia vero amico». Questo sospetto, che spesso è paura, è vero specialmente per le famiglie che hanno figlie femmine. Quando un musulmano desidera una ragazza cristiana, la famiglia è quasi impotente: la comunità musulmana farà di tutto per avere la ragazza, che sarà «perduta» per i cristiani. D’altro canto, se un cristiano desidera una ragazza musulmana, la comunità cristiana può andare incontro a grossi guai.

La lista delle lamentele è lunga: «Sono duri, educano i loro figli a essere molto rigidi nel seguire le regole religiose, ma anche nel trattare con il prossimo... Spesso nei sermoni del venerdì lanciano accuse e false informazioni sulle altre religioni...». Nella minoranza cristiana predomina un senso di amarezza e frustrazione, convinti che non si possa mai avere giustizia quando si ha a che fare con un musulmano.
Non c’è da stupirsi che molti cristiani adottino un atteggiamento difensivo e cerchino di creare un ghetto chiudendosi il più possibile: «Il tamarindo non è dolce, i musulmani non sono ospiti». Da quando sono nati, i miei studenti sentono cinque volte al giorno, tutti i giorni, il richiamo islamico alla preghiera rovesciato su di loro a tutto volume da altoparlanti piazzati in ogni angolo, eppure nessuno si chiede quale sia il significato di quelle parole arabe. Non se lo chiedono i cristiani, perché quelle parole non li riguardano, sono un fastidio da subire fatalisticamente; non se lo chiedono i musulmani, per i quali sono un ordine cui obbedire ciecamente, senza bisogno di capire.

Tuttavia queste esperienze amare e la paura lasciano spazio, negli scritti dei miei studenti, alla sorpresa di alcune «eccezioni». Può trattarsi di una famiglia musulmana gentile che abita vicino; può essere un bravo insegnante, un amico, perfino qualcuno che ha affrontato l’ostilità della propria comunità per difendere i diritti di un cristiano... «Un imam ha infranto alcune delle mie idee negative. Guidava la preghiera e insegnava islam nella nostra scuola. Mi chiamava spesso abba per esprimere il suo affetto rispettoso. Ero l’unico cristiano della scuola, perciò non c’erano lezioni di cristianesimo, e per completare gli studi dovevo seguire il corso sull’islam. Mi aiutò molto e non mi invitò mai a convertirmi. Quando confidai il mio desiderio di diventare prete e di vivere il celibato, mi incoraggiò con calore...».

La sfida per la Chiesa è quella di prendere queste «eccezioni» sul serio, come segni da interpretare. Più ci isoliamo, meno riusciamo ad avere una percezione reale della società islamica; più siamo aperti e comunichiamo, più troviamo persone di buona volontà e fede sincera con cui poter interagire. Potremmo perfino scoprire che quelle «eccezioni» non sono, dopo tutto, tanto eccezionali…

Non dobbiamo essere ingenui: comprendo, ad esempio, la paura di genitori cristiani le cui figlie possono essere desiderate da ragazzi musulmani e quindi (non sempre, ma spesso) private della loro libertà. Tuttavia sono certo che esistono occasioni per tutti di avere relazioni sincere con musulmani onesti e disponibili. Potrà trattarsi di un’esperienza nuova per entrambe le parti, in alcuni casi sfocerà in una delusione, ma in molti altri sarà una reciproca scoperta di «mondi sconosciuti», e una base su cui costruire un futuro in cui le minoranze potranno sentirsi a casa nel loro stesso Paese, cosa che oggi spesso non avviene.

La sfida è ancora più seria in Paesi in cui, diversamente dal Bangladesh, non soltanto la gente comune, ma anche la Costituzione e la legislazione privano le minoranze di alcuni diritti. È noto a tutti che alcuni Paesi, in Asia e Africa, sono sotto pressione perché si introduca la sharia per tutti, affidando a tribunali religiosi la giustizia civile e penale. La libertà di conversione dall’islam è un tema scottante, come hanno dimostrato le polemiche di queste ultime settimane.

Purtroppo, non si può dire che questa situazione sia un retaggio del passato, destinata a cambiare in meglio, perché il fondamentalismo sembra piuttosto in crescita. In alcuni casi, le leggi «liberali» esistenti sono considerate un’imposizione dell’Occidente decadente e corrotto. L’islam - si sostiene - sa quel che è bene per l’umanità e come rispettare «i veri» diritti umani, compresi i diritti delle minoranze alle quali conferisce uno status speciale.

Questa tendenza potrebbe dimostrare che le società islamiche sono spaventate; potrebbe essere un segno di debolezza. Tuttavia, quando la Chiesa si trova di fronte a queste situazioni, sperimenta una dolorosa condizione di ingiustizia. In certi casi non c’è altra soluzione se non portare la croce in silenzio, perché anche la libertà di parola è stata soppressa... In altri casi è possibile una reazione pacifica ma chiara e aperta, come in Pakistan, Indonesia e altrove. La Chiesa, al fianco di molti musulmani di mentalità aperta, dovrebbe fare tutto il possibile perché i suoi diritti e quelli dei poveri siano rispettati.

Infine, vivere come cristiani in Paesi musulmani dovrebbe richiamarci a un rinnovato impegno all’ecumenismo. Ci presentiamo tradizionalmente come cattolici, battisti o evangelici, e sembriamo considerare le nostre divisioni più importanti del fatto stesso di essere cristiani. Non testimoniamo unità, ma una reciproca sfiducia. In un recente seminario sull’ecumenismo, tenutosi a Dhaka, ai partecipanti è stato chiesto perché l’ecumenismo è importante per la Chiesa in Bangladesh. Molti hanno risposto: «Per la nostra sopravvivenza. Uniti, possiamo sperare di avere diritto di parola in questa nazione, divisi no».

Non si tratta di volere a tutti costi dimostrare un’unità che non abbiamo. È un invito di Dio a renderci conto che siamo prima di tutto discepoli di Cristo, il quale è venuto per superare divisioni e odio, e per unire tutto e tutti per mezzo della sua croce. Portare la croce testimoniando l’incarnazione attraverso un amore attivo, e vivere la Trinità che ci porta a essere uno, sono - a mio parere - le principali sfide per i cristiani nei Paesi musulmani.

di Franco Cagnasso
Missionario del Pime a Dhaka
Mondo9 e Missione / Maggio 2008
(la versione originale dell’articolo è apparsa su World Mission, mensile dei Comboniani di Manila)


I passi
Vaticano-138: nasce un Forum


Non senza difficoltà, ma comunque  continua il dialogo tra la Santa Sede e il mondo musulmano avviato dalla lettera indirizzata da 138 saggi islamici alla fine del mese di Ramadan (cfr M.M., gennaio 2008, p. 41). Il 4 e 5 marzo si è svolto in Vaticano un incontro tra cinque rappresentanti dei 138 e il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Il frutto è stata la decisione di istituire il Forum cattolico-islamico, un organismo destinato a dare continuità a questo dialogo. È stato anche stabilito che il primo seminario di questo Forum si terrà a Roma dal 4 al 6 novembre e vedrà la partecipazione di 24 esponenti religiosi per parte che saranno ricevuti in udienza dal Papa. Due i temi al centro della discussione: «Fondamenta teologiche e spirituali» e «Dignità umana e rispetto reciproco». Con la scelta di istituire un Forum permanente, il Vaticano ha scelto di considerare i 138 un punto di riferimento importante. La stessa polemica seguita al battesimo di Magdi Cristiano Allam, ne ha offerto una conferma indiretta. Uno dei cinque islamici ricevuti in Vaticano, il professore giordano Aref Ali Nayed, ha inviato una nota in cui «senza mettere in dubbio la volontà di continuare il dialogo» esprimeva delle critiche. A questo testo ha risposto il direttore della Sala stampa vaticana padre Federico Lombardi. Difendendo le ragioni della scelta di battezzare Allam in San Pietro. Ma aggiungendo anche che Nayed «è persona con cui vale sempre la pena di confrontarsi lealmente».

(g.b.)
Lunedì 02 Giugno 2008 12:24

GUAI A DARE PIETRE AL POSTO DEL PANE

In concomitanza con l’ottantesimo compleanno di Benedetto XVI, è uscito nelle librerie, il 16 aprile 2007, “Gesù di Nazaret”, prima parte di un’opera teologica in due volumi, redatta dal Papa che sarà tradotta in venti lingue. Com’era prevedibile, il saggio conserva la veste rigorosamente scientifica che ha sempre contraddistinto gli scritti ratzingeriani anche se il racconto ha una forte valenza pastorale, attraverso un’avvincente commento ai quattro Vangeli.

Da una parte il libro rappresenta un’illuminata introduzione ai principi del Cristianesimo, consentendo peraltro all’accorto lettore di lasciarsi permeare dalla novità del messaggio evangelico; dall’altra vi è lo sguardo del pastore indirizzato verso il “presente” in cui vive immersa l’umanità di questo primo segmento del Terzo Millennio. Per una rivista missionaria come la nostra (Popoli e Missione, ndr), rivolta prevalentemente ad un pubblico di lettori attento all’impegno della Chiesa nell’annunciare le testimoniare il Verbo, è importante tentare di cogliere alcune sollecitazioni dal punto di vista dell’evangelizzazione nel mondo contemporaneo. Lo scopo principale dell’opera - che rispecchia la ricerca personale del “Volto del Signore” da parte di Joseph Ratzinger - è proprio quello di «favorire nel lettore la crescita di un vivo rapporto» con Gesù Cristo (cfr. p. 20).

Per Benedetto XVI, nel testo biblico si trovano condensati tutti gli elementi per affermare che il personaggio storico Gesù Cristo è anche effettivamente il Figlio di Dio venuto sulla terra per salvare l’umanità di ieri, di oggi e di sempre. Pertanto, pagina dopo pagina, esamina minuziosamente uno per uno, ogni aspetto cristologico, guidando il lettore in un’avventura da duplice significato: spirituale ed intellettuale. Il tema del “Regno di Dio” ad esempio (cap. 3) che è costantemente presente nell’annuncio di Gesù viene successivamente approfondito nella riflessione sul “Discorso della montagna” (cap. 4) in cui le Beatitudini costituiscono i punti cardine della Nuova Legge, uno straordinario autoritratto di Gesù, Figlio di Dio.

A questo riguardo, nel libro vi è anche la costante preoccupazione dell’autore di attualizzare il messaggio evangelico. Per esempio nella meditazione sulle tentazioni di Gesù si evince l’insegnamento che mette in guardia gli uomini e le donne del nostro tempo nel cedere alla lusinga di risolvere i problemi del mondo badando solo agli aspetti materiali: questa, è bene rammentarlo, era la promessa del marxismo - «trasformare il deserto in pane» che poi, alla prova dei fatti, s’è rivelata fallimentare. Per non parlare degli «aiuti dell’Occidente ai Paesi in via di sviluppo, basati su principi puramente tecnico-materiali che non solo hanno lasciato da parte Dio, ma hanno anche allontanato gli uomini da Lui con l’orgoglio della loro saccenteria. . » (cap. 2). Tali aiuti, rammenta il Papa, «hanno messo da parte le strutture religiose, morali e sociali esistenti... Credevano di poter trasformare le pietre in pane, ma hanno dato pietre al posto del pane» (ibidem, cap. 2).

E la domanda «Ma chi è veramente il prossimo?», posta dalla parabola del Buon Samaritano, diventa lo spunto per riflettere sulle responsabilità del colonialismo e sugli errori commessi dal cosiddetto Primo Mondo nei confronti del terzo Mondo, o sull’alienazione dell’uomo che pure vive nell’abbondanza dei beni materiali (cfr. cap. 7).

Il Pontefice denuncia, in particolare, le responsabilità dell’Occidente per le condizioni di povertà in cui versa buona parte del continente africano e sprona le nazioni ricche a non fare come il sacerdote e il levita che passano senza fermarsi davanti al viandante derubato e abbandonato mezzo morto su ciglio della strada. Da parte del Papa vi è dunque la consapevolezza che «il dramma delle popolazioni dell’Africa che si trovano derubate e saccheggiate ci riguarda da vicino», nel senso che «il nostro stile di vita, la storia in cui siamo coinvolti li ha spogliati e continua a spogliarli». Insomma un libro, questo di Papa Ratzinger che, partendo dalla riflessione sul significato della missione di Cristo, mette il lettore - credente e non credente - di fronte alle proprie responsabilità, invocando un impegno contro le contaminazioni mondane che costituiscono una minaccia per l’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio.

di Giulio Albanese
Popoli e Missione – Giugno 2007
Lunedì 02 Giugno 2008 12:23

Claverie e i suoi compagni martiri

Riuniti nella cappella della Maison diocesane di Algeri, dove a più riprese abbiamo celebrato l’Eucaristia dopo l’assassinio di numerosi nostri fratelli e sorelle, religiosi e religiose, lo scorso ottobre abbiamo aperto ufficialmente il processo diocesano di beatificazione delle nostre 19 vittime del terrorismo, uccise tra il 1994 e il 1996. Alcuni hanno esitato a prender parte a questo processo perché non volevano che i nostri fratelli e sorelle venissero separati dalle altre persone che sono state vittime della violenza negli stessi anni e nello stesso contesto della società algerina. Ma per noi è assolutamente evidente che, nel raccogliere le testimonianze e nella presentazione del «martirio» dei nostri fratelli e sorelle, non possiamo dimenticare di collocare il nostro sacrificio dentro la durissima prova sopportata da tutta la società algerina. E tuttavia, abbiamo pensato che era nostra responsabilità presentare alla Chiesa universale il sacrificio dei nostri fratelli e sorelle, nel contesto particolare di riconoscimento del loro martirio nel senso specifico che la Chiesa dà a questa parola. Ci è sembrato importante offrire alla fede di tutti i cristiani questa testimonianza: cristiani che hanno donato la loro vita per fratelli e sorelle musulmani, perché Dio ama tutti gli uomini e ci invia a comunicare questo amore a tutti.

Nel caso dei nostri 19 nostri fratelli e sorelle, si tratta certamente di una testimonianza di fede, dal momento che hanno scelto di restare in Algeria in risposta a una chiamata della Chiesa locale e delle loro congregazioni che li avevano mandati a incontrare, servire e amare altre persone che erano di confessione musulmana. Ma è soprattutto una testimonianza di carità dal momento che la ragione della loro fedeltà alla missione ricevuta in Algeria è stata innanzitutto la volontà di restare vicini al popolo algerino nell’ora del pericolo e di provare così un amore evangelico che supera ogni barriera tra gli uomini. Raccontando la parabola del buon samaritano, Gesù ci invita a «farci prossimo» di ogni uomo, quale che che sia la sua religione.

In un'epoca in cui molti cercano di contrapporre gli uomini gli uni contro gli altri, a motivo delle loro origini etniche, culturali o religiose, questa testimonianza di amore che oltrepassa tutte le barriere umane continua ad essere particolarmente attuale. È una testimonianza che vorremmo far riconoscere dalla Chiesa universale, per mostrare che un cristiano può offrire la sua vita anche per fratelli e sorelle non cristiani e, nello specifico, musulmani.

Ci è stato detto che decine di migliaia di algerini sono stati uccisi nello stesso periodo, spesso per azioni rimarchevoli di solidarietà con il loro popolo. Ciò è assolutamente vero ed è, del resto, la ragione per la quale la Caritas algerina ha trovato fondi per realizzare un film che mette in evidenza una quindicina di personalità musulmane che, nella città di Algeri, sono state vittime di quella stessa feroce violenza. Certamente noi desideriamo far conoscere la loro testimonianza, ma non possiamo presentarli come martiri in nome di Gesù e del suo Vangelo.

Nel gruppo dei nostri martiri, alcuni hanno avuto il dono di esprimere in maniera particolarmente efficace le loro motivazioni. L'hanno fatto a nome di tutti i loro fratelli e sorelle. Papa Giovanni Paolo II è stato impressionato dalla testimonianza di vita di Christian de Chergé e dal suo testamento al punto da avere fatto dipingere il suo volto in un affresco sul muro della sua cappella Mater Misericordiae. Secondo la tradizione della Chiesa cattolica, il nostro gruppo di fratelli e sorelle martiri verrà designato con il nome di mons. Pierre Claverie (dal momento che era vescovo) e dei suoi 18 compagni. Ma è chiaro che ciò che noi vogliamo presentare alla Chiesa è la fedeltà, nella loro vita e nella loro morte, di tutti i nostri fratelli e sorelle nella diversità delle loro vocazioni: religiose, religiosi preti e fratelli, missionari, monaci e un vescovo. È uno dei segni del loro martirio. Illustrano nella diversità delle loro vocazioni la missione della nostra Chiesa a «farsi prossimo» di coloro da cui avrebbe potuto restare lontana. «Se salutate solo i vostri fratelli che cosa farete di straordinario, visto che anche i pagani fanno lo stesso?».

di Henri Teissier
arcivescovo di Algeri
Urmia è una tranquilla città nel nord dell’Iran, capoluogo della provincia dell’Azerbaigian occidentale. Pare che il suo nome significhi «culla d’acqua». L’acqua in questione potrebbe essere quella del lago omonimo, sulle cui rive è distesa la città: un’acqua salatissima, forse più di quella del Mar Morto, tanto che in alcuni punti il sale si raccoglie e diventa spiaggia e scogli. Oppure potrebbe essere l’acqua che scende dai monti Zagros, sulle cui propaggini hanno cominciato ad arrampicarsi i nuovi quartieri della città.
Se si attraversano gli Zagros e si scende dall’altro versante, quello iracheno, si arriverà nella piana del Tigri, non lontano dai resti di Ninive, l’antica capitale dell’impero assiro, un nome che rimanda d’istinto al manuale scolastico di storia antica.

IDENTITA’ CRISTIANA
Quello assiro fu uno dei tanti imperi, la cui gloria sorse e tramontò in quella parte d’Asia che si suole chiamare «fertile mezzaluna». Dei regni e popoli che vi si succedettero - medi, sumeri, accadi, babilonesi, cassiti, hittiti, mitanni - oggi rimangono solo pochi resti. Si stenta a credere che gli assiri, invece, siano riusciti a non sprofondare nell’abisso della storia e siano arrivati fino a noi attraverso i millenni.
La conversione alla fede cristiana li ha distinti come gruppo e li ha aiutati a mantenere viva la coscienza della propria identità in una terra dove hanno sempre predominato altre religioni: lo zoroastrismo sotto i parti e i sassanidi, l’islam a partire dalla conquista araba del vii secolo. Altro tratto distintivo di questa comunità è la lingua: essi parlano una lingua semitica del gruppo aramaico, che nella variante antica è rimasta fino a oggi la lingua della liturgia.
 Gli assiri conobbero il cristianesimo già nel primo secolo; la loro evangelizzazione si fa risalire all’apostolo Tommaso, cui fu affidato il compito di portare la buona notizia alle genti della Mesopotamia.
Centro spirituale dei cristiani della Mesopotamia era il patriarcato di Seleucia-Ctesifonte, la cui sede si trovava fuori dei confini orientali dell’impero romano; di qui la definizione di chiesa d’Oriente, o siriaco orientale, con cui furono indicate le comunità cristiane costituitesi nell’impero persiano. La circostanza di trovarsi nel territorio dei persiani, nemici di Roma, fu determinante per la chiesa d’Oriente, perché non poté partecipare ai concili della cristianità occidentale e seguì un percorso suo. Essa adottò la dottrina cristologica antiochena, un rappresentante della quale, Nestorio, fu sconfessato al concilio di Efeso del 431. Per questo motivo spesso si parla, impropriamente, di chiesa nestoriana. In realtà, i cristiani d’Oriente non si riconoscono in questo termine e Nestorio rimane per loro una figura secondaria.
In quanto minoranza, in Oriente i cristiani sperimentarono forme diverse di ostilità e subirono la persecuzione sotto i re sassanidi. Essendo loro preclusa la via dell’Occidente, essi rivolsero il proprio slancio missionario a est e portarono il cristianesimo in India, Cina e Mongolia. I loro monaci erano tenuti in grande considerazione alla corte del Gran Khan.
Quando gli eserciti mongoli di Hulagu distrussero Baghdad, nel 1258, e stabilirono il proprio dominio sulla Persia, i cristiani non solo furono risparmiati, ma godettero del favore dei conquistatori. Nuove chiese furono costruite in diversi centri dell’Azerbaigian: oltre che a Urmia, dove la presenza degli assiri è attestata dall’inizio del XII secolo, a Tabriz, Salmas, Marāghe. I cristiani non sfuggirono, invece, alla ferocia di Tamerlano, che alla fine del XIV secolo percorse a più riprese la Persia e la Mesopotamia, distruggendo e uccidendo. I secoli successivi furono più tranquilli, ma con l’inizio della prima guerra mondiale una nuova tragedia si abbatté su queste comunità.

FUGA DAL GENOCIDIO
Si calcola che all’inizio del Novecento nella regione di Urmia i cristiani, tra assiri, caldei e armeni, fossero circa il 40% della popolazione. Essi abitavano prevalentemente nei villaggi. Nell’Ottocento avevano cominciato ad arrivare in Persia i missionari occidentali, primi tra tutti i protestanti americani, che nel 1834 aprirono una missione a Urmia, subito seguiti dai lazzaristi francesi, poi dagli inglesi e, infine, dai russi.
A quei tempi la Russia si contendeva con l’impero britannico il dominio sulla Persia che, rimanendo formalmente uno stato indipendente, era stata divisa nel 1907 in due zone di influenza: quella inglese a sud e quella russa a nord. Quando la Russia entrò in guerra contro l’impero ottomano, benché la Persia fosse neutrale, le sue province settentrionali furono ben presto interessate dal conflitto.
Alla fine del 1914 gli ottomani attaccarono le posizioni russe nel Caucaso e cominciarono ad avanzare verso Tabriz e Urmia. Questo fatto non lasciava presagire niente di buono per i cristiani. Nella regione si sapeva dei massacri contro gli armeni avvenuti in Turchia negli anni 1894-96 e della politica dei «Giovani turchi», sfociata nel genocidio di un milione e mezzo di armeni e 275 mila cristiani assiri e siro-caldei.
Alla notizia dell’arrivo dei turchi molti cristiani fuggirono verso il Caucaso russo, quelli rimasti cercarono rifugio presso le missioni occidentali, mentre le truppe irregolari curde al seguito degli ottomani razziavano e distruggevano i villaggi. Si calcola che le missioni americane siano arrivate a ospitare fino a 15 mila rifugiati, quella francese 10 mila. Sebbene gli ottomani rispettassero la loro neutralità, le condizioni al loro interno erano così terribili che moltissimi morirono per malattie e stenti. Alla fine della guerra, dopo una seconda occupazione ottomana nel 1918, ai cristiani fu permesso di tornare, ma la loro presenza nella regione non tornò mai più ai livelli di prima.

L’ESODO CONTINUA
Molte di queste cose mi erano ancora ignote quella mattina, mentre, seduta nel cortile della chiesa di Santa Maria, aspettavo di parlare con un rappresentante della comunità assira. Secondo una tradizione locale, questa chiesa fu eretta sulla tomba di uno dei magi che seguirono la stella di Gesù, ma nulla rimane dell’edificio originale e neppure di quello ricostruito dai russi a fine Ottocento, raso al suolo durante l’occupazione ottomana. Al suo posto è sorta una spartana cappella, accanto alla quale, in anni recenti, è stata costruita una chiesa molto più grande.
Era un venerdì, giorno di festa e di riposo in Iran; il cortile era pieno di giovani, venuti a fare lezione di aramaico. Sebbene lo parlino in famiglia, i ragazzi che frequentano le scuole statali non sempre imparano anche a scriverlo e a leggerlo.
Mentre osservavo i crocchi in attesa della lezione e meditavo su quale lingua avremmo utilizzato per comunicare, mi sono sentita salutare in perfetto italiano. No, non era uno sperduto connazionale capitato per caso in quel luogo, era padre Bengiamin, o Paolo, come si fa chiamare quando è in Italia. Non avrei potuto trovare una guida migliore.
Padre Bengiamin è in Italia dal 1996. È stato il patriarca Dinkha IV a chiedergli di venire a studiare nel nostro paese. Dopo essere stato ordinato sacerdote nel 2001 ha continuato gli studi. Ha alle spalle cinque anni di Gregoriana e adesso sta ultimando un master in diritto canonico presso il Pontificio istituto orientale.
Tanti anni in Italia, eppure ogni anno ha problemi con il permesso di soggiorno, come se fosse un novellino. In estate dà una mano all’altro sacerdote assiro di Urmia, padre Dariaush, che si trova da solo a provvedere a una comunità di 3-4 mila persone. Padre Bengiamin si ricorda di quando gli assiri erano 20 mila in città e provincia, quasi 50 mila in tutto l’Iran. Adesso i numeri sono diversi. A Teheran, dove c’è il gruppo più numeroso, sono meno di 6 mila. Anche la comunità assira, come quella armena, è afflitta dal fenomeno dell’emigrazione. Le mete principali sono America e Australia, più di rado l’Europa.

GIOCHI PANASSIRI
Proprio quel venerdì si concludevano i giochi panassiri, una manifestazione che si svolge ormai da sei anni e che raccoglie giovani da tutti i paesi in cui sono presenti le comunità assire: oltre all’Iran, la Georgia, l’Armenia, l’Iraq e la Siria. Tutti parlano la stessa lingua, con piccole differenze locali. I giochi si svolgono nel club assiro di Urmia; l’alloggio, invece, è offerto dal governo iraniano, che quest’anno ha messo a disposizione un albergo in riva al lago. La comunità non sarebbe in grado di pagare le spese della manifestazione, circa 50 mila euro, se non ci fossero i finanziamenti pubblici, ottenuti attraverso il proprio rappresentante in parlamento.
I giochi sono una grande occasione d’incontro: per 10 giorni i giovani stanno insieme, ne nascono amicizie, che proseguono con scambi di visite e che, a volte, hanno come esito il matrimonio. Per gli assiri iraniani questa possibilità non è irrilevante. I matrimoni misti in Iran non sono ammessi, a meno che l’uomo o la donna cristiani siano disposti ad abiurare la propria fede. Durante lo scià c’era libertà di culto, ma adesso la conversione a una fede diversa dall’islam è un delitto che prevede perfino la pena di morte.
Quando padre Bengiamin e padre Dariaush si recarono all’albergo per salutare i partecipanti ai giochi, mi invitarono ad accompagnarli. Gli iracheni erano già partiti, mentre gli altri gruppi si stavano raccogliendo nella hall e nello spiazzo davanti all’ingresso per godere degli ultimi momenti insieme. C’era un’atmosfera di festa. Per molti quello non voleva essere un addio, ma un arrivederci, ci si scambiava indirizzi, promesse di visite; qualcuno indossava la maglia della nostra nazionale di calcio, vincitrice della coppa del mondo.
Padre Bengiamin, che ben conosce le abitudini degli italiani, mi invitò a prendere il caffè preparato dagli armeni, gli unici a non condividere la predilezione orientale per il tè. Ne approfittai per scambiare qualche parola con loro.
L’Armenia, come la Georgia, è un paese cristiano, di conseguenza per gli assiri la vita è più facile che nei paesi di fede islamica. C’è, però, in agguato un pericolo d’altro genere, quello dell’assimilazione. Assimilarsi offre innegabili vantaggi: finché vengono percepiti come un gruppo a sé, gli assiri restano esclusi dalle reti di solidarietà, che favoriscono, nel lavoro e nella politica, gli armeni.
A questo proposito è interessante il ruolo che svolge la lingua. Si assimilano gli assiri che frequentano le scuole armene e che quindi finiscono per usare abitualmente la lingua locale, mentre quelli che frequentano le scuole russe mantengono la propria identità. Il fenomeno dell’assimilazione è massimamente diffuso tra coloro che sono emigrati in Occidente: difatti, mi diceva con un certo tono di recriminazione il rappresentante della comunità armena, gli unici a non partecipare ai giochi sono gli assiri della diaspora.


LIBERI... A SAN SERGIO
Per il pomeriggio mi avevano consigliato di visitare la chiesa assira di san Sergio, appena fuori città, sulle pendici degli Zagros, che nei giorni di festa diventa meta di escursioni e picnic. Quando vi fui arrivata, capii perché il luogo è così popolare. Circondata da campi e ulivi, l’antica chiesa si trova a metà collina, in una posizione che domina la regione circostante. Da lì lo sguardo abbraccia tutta Urmia e arriva fino al lago e ai monti lontani.
L’edificio è di un’estrema semplicità: rettangolare, in pietra; all’interno è diviso in due cappelle comunicanti, le pareti sono completamente spoglie e solo la croce sul fondo sta a indicare dove ci troviamo. Mi sedetti sull’unica sedia a contemplare quella pace. Di tanto in tanto entrava qualche visitatore; i musulmani si comportavano come in moschea: lasciavano le scarpe all’ingresso, anche se non c’erano tappeti da calpestare.
Saranno state le cinque, ma di gente lì intorno non se ne vedeva molta. Ero un po’ delusa, perché mi aspettavo di trovarvi più animazione. Ma un’ora più tardi, discendendo da una passeggiata su per la collina, mi si presentò uno spettacolo del tutto imprevisto: vie e spiazzo intorno a san Sergio formicolavano di gente, macchine parcheggiate dappertutto, altre stavano riempiendo un ampio prato poco distante. Mi domandavo dove avrebbero trovato posto tutte quelle che stavano salendo, formando una sequenza ininterrotta fino a dove arrivava l’occhio.
Non meno sorprendente era vedere che le persone lì convenute avevano messo da parte l’etichetta islamica: i giovani si mischiavano tra loro, molte ragazze e signore erano senza velo e, a volte, addirittura sbracciate.
Uno dei motivi per cui i cristiani lasciano l’Iran è di riacquistare la libertà di comportarsi in luogo pubblico come ci si comporta nel privato, tra familiari e amici. I doppi standard nel vestirsi, nei rapporti interpersonali, cui tutti sono costretti, cristiani e musulmani allo stesso modo, sono un aspetto assai poco piacevole della vita in questo paese.
Si può, dunque, capire l’aspirazione a liberarsi per sempre dalle rigide regole di comportamento imposte dalla Repubblica islamica, e non solo per poche ore, su a san Sergio. Di una libertà di tal fatta coloro che si trasferiscono in Occidente ne trovano in abbondanza.
C’è, però, chi ritiene che la presenza dei cristiani in questi luoghi continui ad avere un senso, anche nelle non facili condizioni in cui si trovano a vivere. Ne ebbi una conferma il giorno dopo, nell’incontro con l’arcivescovo caldeo di Urmia, mons. Thomas Meram.

CATTOLICI ASSIRO-CALDEI
Seppellita tra i vicoli di un vecchio quartiere di Urmia, non molto distante da quella assira, si trova la chiesa cattolica caldea.
Nel 1552, a seguito di una disputa sull’elezione del nuovo patriarca, all’interno della chiesa d’Oriente si verificò uno scisma. Coloro che non lo riconobbero ne elessero un altro, il quale l’anno successivo chiese e ottenne il riconoscimento di papa Giulio III Per la parte entrata in comunione con Roma si affermò da allora il termine «caldea». Il vecchio nome legato alla nazionalità, però, continuò a esercitare una certa attrazione, tanto che nel 1973 i caldei lo reinserirono: ora si chiamano ufficialmente «cattolici assiro-caldei».
La chiesa caldea di Urmia, un ampio edificio di recente costruzione, al momento della mia visita era deserta, finché arrivò il sacrestano a riordinare l’altare. Saputo che ero italiana, il signor Michail mi prese in simpatia e, vista la mia curiosità, mi domandò a bruciapelo se mi sarebbe piaciuto parlare con l’arcivescovo Thomas Meram, sempre che egli avesse tempo per ricevermi.
Di lì a poco, mi trovai di fronte un uomo sulla sessantina, in maniche di camicia, dai modi semplici e risoluti. Un incontro inaspettato per tutti e due. Da persona abituata a non perdere tempo in convenevoli, monsignore attaccò subito a parlare della sua comunità; nelle sue parole è risuonata quella nota di rimpianto che ben conoscevo: ai tempi dello scià i cristiani caldei erano 30 mila, adesso arrivano a malapena a 5 mila.
Quando era sacerdote a Teheran, nel 1977, mons. Meram conosceva personalmente le 1.600 famiglie della città, più altre 200 che non figuravano nei registri. Si celebravano 110 battesimi all’anno, 40 matrimoni. Ma adesso...
Adesso la gente se ne va in America, senza sapere neanche perché. Molti partono per ricongiungersi a parenti che vi abitano di già e che li chiamano. Non ci sono motivi gravi per lasciare il paese. «Qui possiamo praticare la nostra fede senza problemi - continua mons. Meram -. Quattro anni fa ho ricostruito la chiesa e un rappresentante del governo è venuto alla consacrazione; adesso stiamo costruendo una nuova sede arcivescovile».
Le sue parole si stavano facendo sempre più accalorate. «Penso che dobbiamo ringraziare Dio di vivere in un paese musulmano, in questo modo teniamo salda la nostra fede. E sì, perché l’Europa si sta scristianizzando. Guardi la Spagna. Zapatero non è un agnostico, ma uno che ha dichiarato guerra al cristianesimo. Tutto è lecito, ogni tipo di comportamento sessuale, ogni forma di manipolazione della vita.
Per un musulmano questa è la dimostrazione della superiorità della loro fede, e sa perché? Perché per loro l’Europa è una terra tutta cristiana, così come nei paesi islamici tutti sono musulmani. Per loro vale l’equazione: Europa = cristianesimo. Quindi, nella loro testa tutto ciò che accade in Europa è opera di cristiani. Così, quando è scoppiato il caso delle barzellette su Maometto, l’impressione che se ne è avuta qui è che siano stati dei cristiani a pubblicarle.
Quando il governatore della nostra provincia è venuto ad assistere a una messa in occasione dei 27 anni della rivoluzione islamica, giorno che coincideva con la presentazione di Cristo al tempio, ne ho approfittato per affrontare l’argomento. Gli ho spiegato che non bisogna mettere in conto quelle barzellette alla cristianità, perché in Europa, come nel resto del mondo, non esistono governi cristiani, semmai il contrario».
Le parole di mons. Meram non ammettevano repliche, né, d’altronde, io avrei avuto alcunché da replicare. L’arcivescovo di Urmia, che parlava un ottimo inglese, dimostrava di essere bene informato sulla situazione europea: era venuto diverse volte in Occidente e in quel momento davanti a lui, sul tavolo, c’era una nota rivista italiana d’attualità e politica.
Alla luce dei fatti recenti, qualcosa, però, si potrebbe aggiungere al suo discorso. Se è vero che i cristiani assiri e caldei non hanno motivi seri per abbandonare l’Iran, ciò non vale, purtroppo, per un altro paese musulmano. I loro confratelli che vivono al di là degli Zagros, in territorio iracheno, stanno attraversando uno dei peggiori periodi della loro storia millenaria: sono perseguitati per la loro fede e oggetto di continue minacce e violenze da parte di gruppi ed elementi che mirano alla totale islamizzazione del paese.
La cronaca riporta una serie continua di intimidazioni, attacchi a chiese e uccisioni di fedeli e religiosi. Nessuno è in grado di garantire la loro incolumità. Dal 2003 il numero dei cristiani in Iraq si è dimezzato e continua a diminuire. E come non fuggire, se per il solo fatto di portare al petto una croce si può essere impunemente ammazzati, come sotto i «Giovani turchi», che all’inizio del Novecento svuotarono il proprio paese della presenza cristiana?
Allora gli eccidi furono organizzati dal governo, adesso le violenze trovano terreno favorevole grazie al caos e alla mancanza di istituzioni credibili, ma il risultato potrebbe essere lo stesso.

di Bianca Maria Balestra
MC  febbraio 2008
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