Giovedì, 19 Ottobre 2017
Mondo Oggi - Economico
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Mondo Oggi - Economico (104)

Mercoledì 03 Maggio 2006 22:55

Corno d'Africa: Fao, 11 milioni contro la siccità

Pubblicato da Arrigo Marchiori
 Occorrono 11 milioni di dollari e occorrono in fretta per salvare i tre Paesi del Corno d'Africa colpiti da una grave siccita'. E' quanto chiede la Fao, lanciando un appello ai Paesi donatori affinche' si possa portare sostegno ai 15 milioni di persone del Kenya, Eritrea e Gibuti che rischiano di perdere i propri mezzi di sussistenza a causa della prolungata siccita' che sta interessando la zona. Tra questi, la situazione e' ancor piu' grave per 8 milioni di persone che hanno bisogno d'aiuti d'emergenza. C'e' urgenza di un maggiore impegno, sostiene la Fao, ''il sostegno della comunita' internazionale e' fondamentale - spiega Anne Bauer, direttrice della Divisione Operazioni d'Emergenza e Riabilitazione della Fao - per assistere queste comunita' di pastori a ristabilire le proprie condizioni di vita ed aiutare le popolazioni vulnerabili a soddisfare il proprio fabbisogno alimentare''. Le comunita' piu' a rischio sono quelle pastorali che continuano ad essere tra le piu' povere della regione a causa delle crisi ricorrenti e dei problemi strutturali. La siccita' nel Corno d'Africa e' un fenomeno ricorrente, si e' ripetuta infatti quattro volte negli ultimi sei anni. Le cause sono da ricercarsi nelle scarse precipitazioni, nell' accresciuta pressione demografica e nel degrado ambientale. E le previsioni per il futuro non fanno ben sperare: l'attuale tendenza climatica indica precipitazioni ancor piu'ridotte nel Corno d'Africa e nel resto dell'Africa orientale. Ma anche se ci fosse un periodo di piogge regolari - avverte la Fao - ci vorranno anni prima che greggi e mandrie potranno recuperare vigore e tornare a fornire ai loro proprietari mezzi di sussistenza stabili e durevoli. Per queste ragioni, le comunita' che gia' soffrono le conseguenze di anni di siccita' e di piogge discontinue al di sotto della norma, continueranno ad aver bisogno, in questi anni cruciali, di aiuti e di assistenza allo sviluppo.

Sabato 25 Settembre 2004 13:06

Globalizzazione

Pubblicato da Giuseppe Lami
di Fabrizio Galimberti


Ci sono nella storia dei punti di flesso, dei punti di svolta che ogni volta, con l’accelerazione del cambiamento, provano tensioni e fanno temere catastrofi. Dal punto di vista economico, è quello che successe con la Rivoluzione industriale nell’Inghilterra del tardo Settecento e del primo Ottocento, con la globalizzazione del primo Novecento (ancora più intensa, secondo alcuni parametri, di quella attuale ), con la Grande depressione…
Nel dopoguerra ci sono stati alcuni sommovimenti economici, dall’abbandono dei cambi fissi alle crisi petrolifere, ma niente di paragonabile a quei punti di svolta appena citati. Negli ultimi anni, tuttavia, si è andata profilando (era cominciata prima ma non ce ne eravamo accorti) un’altra ondata di cambiamenti epocali, legata alla globalizzazione e alla telematica: due fenomeni che non sono indipendenti, ma si completano e si nutrono a vicenda, e che vanno lentamente cambiando sia il modo di produrre che il modo di consumare nel mondo intero.
Come tutti i grandi fenomeni, ci sono aspetti positivi e negativi. Vediamoli, dal punto di vista economico, uno per uno. Useremo per convenienza il termine globalizzazione, con l’avvertenza però che questo termine racchiude tanti aspetti: fusione economica e fissione politica, ragnatela telematica e delocalizzazione della produzione, avvicinamenti e scontri fra culture. Menzioniamo quattro critiche che sono solitamenti rivolte alla globalizzazione e vediamone, dal punto di vista economico, la rilevanza.

1. Incertezza del domani e instabilità.
Certamente, la globalizzazione aumenta l’incertezza, come tutti i cambiamenti. Quando le cose cambiano, non si sa mai dove si andrà a finire. L’incertezza è obiettivamente uno svantaggio dal punto di vista economico, perché introduce grani di sabbia nei meccanismi delicati delle decisioni di investimento e di lavoro. Ma in tutte le grandi epoche di cambiamenti è aumentata l’incertezza. Il problema non è quello di constatare la maggiore incertezza, ma quello di capire se questo cambiamento è un cambiamento in meglio o in peggio.

2. Maggiori disuguaglianze.
Gli economisti sono divisi sul fatto che l’innegabile allargarsi delle disuguaglianze sia da attribuirsi alla globalizzazione. Ma il consenso che va emergendo è il seguente. All’interno dei Paesi ricchi l’allargarsi delle diseguaglianze è prevalentemente dovuto alla tecnologia e non alla globalizzazione. La rivoluzione industriale in corso (la “quinta” rivoluzione industriale, dopo il vapore e i telai di fine Settecento, l’elettricità e le ferrovie nell’Ottocento, la radio e la motorizzazione nella prima metà del Novecento, le materie plastiche e l’elettronica nella seconda metà del Novecento) sta trasformando l’economia in una “economia della conoscenza”, con le applicazioni della telematica nei processi produttivi, l’Internet e la fertilizzazione incrociata fra informatica, biologia e nuovi materiali. A questo punto si approfondisce il solco fra i “compensi alla conoscenza” e i “compensi al lavoro manuale”. Si tratta di qualcosa che è già successo nella storia e che spinge naturalmente ad elevare il livello di formazione e di istruzione di chi voglia andare avanti nel mondo. Si tratta di un processo irreversibile e non si può fare nulla per tornare indietro. Bisogna solo accettarlo e mettere in opera programmi di riaddestramento per preparare i lavoratori a mansioni segnate da maggiore conoscenza.
All’esterno dei Paesi ricchi, cioè nelle relazioni fra Paesi ricchi e Paesi poveri, invece, la globalizzazione riduce le diseguaglianze. Quando ci si lamenta che un programmatore in Italia viene scartato a favore di un programmatore in India, questo è molto triste per il programmatore in Italia ma è molto bello per il programmatore in India. E, dato che l’India è un Paese molto più povero che l’Italia, le differenze di reddito fra Italia e India si riducono. Nei Paesi emergenti i redditi stanno crescendo più rapidamente che nei Paesi ricchi per due ragioni: i lavori di manifattura passano nei Paesi nuovi, dove il costo del lavoro è minore (il disegno dei pantaloni italiani rimane in Italia, ma i pantaloni vengono tagliati e confezionati in Marocco); e i prodigi della telematica permettono di trasferire nei Paesi poveri anche quei lavori impiegatizi (ticketing per le linee aeree, trattazione dei rimborsi di spese mediche…) che si prestano a essere fatti a distanza. In più, i Paesi poveri di reddito ma con scuole che funzionano riescono anche a entrare, come accennato sopra, in quei “mercati della conoscenza” che sono la programmazione e la gestione di sistemi informatici.
Vi sono poi i casi famosi dei bambini che cuciono palloni da calcio nei Paesi del Terzo mondo: questi casi ricalcano situazioni di sofferenza che sono andate scandendo lo sviluppo economico dal Settecento in poi. Lo sfruttamento minorile nelle fabbriche inglesi del tardo Settecento è tristemente famoso. Allora, come adesso, le alternative non erano molto allegre. Un testimone dell’epoca ricorda che nelle campagne, da dove quei minori erano andati via per essere sfruttati nelle fabbriche, le cose andavano ancora peggio: ho visto, diceva, bambini morti di inedia lungo i fossati della strada. Le stesse alternative terribili esistono adesso, ora che la clamorosa miseria urbana in molti Paesi emergenti sostituiscie la miseria silenziosa delle campagne. Ma come nell’Inghilterra di allora anche nei Paesi in via di sviluppo di oggi le cose miglioreranno man mano che l’economia acquista forza in un contesto di globalizzazione. Intanto, è bene che i cittadini dei Paesi ricchi facciano sentire la loro voce, attraverso boicotti o denunce, presso le multinazionali che producono beni in quei Paesi, così da evitare situazioni estreme di sfruttamento.
Vi sono, purtroppo, dei Paesi che non beneficiano di questo processo di sviluppo, come molti Paesi in Africa. Ma non ne beneficiano a causa del fatto che la globalizzazione non li lambisce. Sono Paesi che si chiudono agli scambi internazionali, per oscurantismo culturale o per insufficienze, per non dire corruzione, della classe dirigente.

3. Lavoro (troppo) flessibile.
La flessibilità del lavoro è un bene quando viene dall’offerta. Cioè a dire, se chi si offre di lavorare ha bisogno non di un lavoro regolare ma di un lavoro parziale od occasionale, perché vuole conciliare studio e lavoro, o lavoro e famiglia, o semplicemente guadagnare un po’ di soldi per poi andare a fare il giro del mondo, è un bene che il sistema economico offra queste opportunità di lavoro. Non succedeva spesso tempo fa e succede adesso, perché la società è cambiata. La flessibilità del lavoro è anche un bene quando viene dalla domanda, cioè dai datori di lavoro: dovendo calibrare la produzione sulle quantità che i clienti richiedono, variabili lungo l’anno, è bene che i datori di lavoro possano avere a disposizione figure contrattuali diverse dal tempo pieno e dal contratto a tempo indeterminato tipici del passato. La flessibilità del lavoro non è invece un bene quando la domanda di lavoro flessibile e l’offerta di lavoro flessibile non si incontrano, così che chi vorrebbe il tempo pieno è costretto al tempo parziale o chi vorrebbe un contratto permanente è costretto a prendere contratti di tipo precario.
Questa precarietà rende certo la vita difficile a chi oggi si affaccia al mercato del lavoro. Ma è una precarietà connaturata alla fase di intensa trasformazione che stiamo attraversando. Gli unici rimedi sono quelli di considerare la vita lavorativa come una “formazione permanente”, attenti a cogliere i cambiamenti nei lavori e nelle professioni che l’economia richiede. L’importante è che l’economia cresca e che i nostri Paesi rimuovano gli ostacoli alla creazione d’impresa – mancanza di concorrenza, adempimenti burocratici soffocanti – che ancora impediscono di cogliere le opportunità offerte da questa straordinaria stagione di innovazione nei prodotti e nei processi.

4. Deregolamentazione selvaggia.
Un’altra caratteristica solitamente considerata negativa dalle temperie presenti è la degolamentazione, che finisce col sacrificare al “dio-mercato” le tutele e le sicurezze di ieri. Questo è un campo dove l’economista può dare il suo contributo, nel senso che ci sono casi in cui la deregolamentazione è positiva e casi in cui è negativa. In linea di massima, è normale che in tempi di rivoluzione tecnologica e di cambiamenti accelerati sia necessario spostare uomini e capitali dai settori in declino ai settori in espansione. Se le istituzioni dell’economia rendono questa mobilità difficile, è giusto deregolamentare. É difficile dire qualcosa di meno generale, perché bisognerebbe andare a studiare i singoli casi.
Esiste il pericolo che le resistenze incontrate dal processo di globalizzazione siano tali che il processo venga interrotto e si ritorni a una frammentazione dei mercati, a un “nuovo medioevo di mercati regionali”? No, questa possibilità è remota perché i benefici dell’apertura ai mercati, specie per i Paesi emergenti, sono ormai così evidenti che la frammentazione non è un’opzione. I problemi del mondo di oggi sono più politici che economici. Originano dal bubbone irrisolto Israele-Palestina, diventano contrapposizione di civiltà fra l’Occidente e l’Islam, esplodono nel terrorismo e nelle politiche sull’orlo del rasoio di Paesi che, come la Corea del Nord, si sono tenuti ai margini della globalizzazione.







Domenica 18 Luglio 2004 14:18

LA GESTIONE DELLE RISORSE SCARSE

Pubblicato da Arrigo Marchiori
I paesi "in via di sviluppo" ed i paesi "ricchi" sono indubbiamente due facce di una stessa unica enorme medaglia che è l'economia mondiale attuale. Ciò è tanto più evidente, quanto più si rammenta che lo svantaggio dei primi è stato il prezzo pagato dal pianeta per costruire il vantaggio dei secondi.

Tutto ciò per il semplice principio fisico in base al quale la Terra è un sistema chiuso, ovvero dotato di una quantità finita di risorse, da cui deriva -di pari passo con la comparsa e lo sviluppo dell'uomo sul pianeta- la nascita e lo sviluppo di un sistema organizzato di regole sociali per la gestione di tali risorse limitate, ovvero l'economia. Se un soggetto incrementa il proprio paniere di beni, quindi, necessariamente uno o più altri soggetti vedranno decrementare il proprio.

Ciò premesso, non si può prescindere -nel considerare un ipotesi di sviluppo dei paesi poveri- dal considerare questo banale assioma. Non è possibile ipotizzare, dunque, uno sviluppo di colossi demografici come India e Cina (che all'incirca costituiscono un terzo della popolazione mondiale) su un modello economico di tipo occidentale, sviluppatosi in modo apparentemente (ed illusoriamente) sostenibile solo perchè riguardante un'esigua minoranza.

Europa e Stati Uniti sono le potenze economiche che sono, grazie ad una politica secolare basata sul colonialismo e sullo sfruttamento intensivo delle risorse. Un pianeta di 5 continenti che ne serve 1 e 1/2.
E ciò in base ad una cultura dominante dei consumi che (soprattutto nell'ultimo secolo) si è sempre più distaccata da una semplice necessità soddisfazione dei bisogni primari dell'uomo, ma che si è via via uniformata ad un modello ideale di consumo basato sull'appagamento di bisogni indotti, assolutamente secondari. E mentre Europa e Usa soddisfano i loro desideri gerarchicamente più elevati, il resto del modo fa fatica a trovare conforto dei bisogni più elementari.

Non è concepibile un idea di sviluppo basata sull'elevazione di gran parte della popolazione mondiale al livello dei più ricchi. Uno dei problemi immediati che si riveleranno in maniera drammatica nei prossimi decenni è quello energetico: se è provato che la gestione attuale delle risorse ambientali ed energetiche -al servizio del famoso 20%- non è in alcun modo sostenibile, come si può pensare di utilizzare allo stesso modo insostenibile risorse relativamente ancor più scarse per servire il 50% e oltre del mondo (con l'ingresso, appunto, di India e Cina nella società dei consumi)? Pensiamo solo all'ipotesi che ogni famiglia Indiana o Cinese voglia possedere un automobile o voglia avere la luce elettrica in casa.

Il modello della tassazione "ambientale" proporzionata al consumo reale di risorse, sulla base della teoria economica del recupero delle esternalità, sarebbe un modo per garantire una più equa gestione delle risorse. Ogni impiego o modificazione più o meno permanente di beni pubblici (aria, acqua, vegetazione, ma anche temperatura, rumore, elettromagnetismo, etc.) potrebbe essere considerata come un costo "aziendale" in piena regola (calcolato sulla base del costo necessario alla loro rigenerazione) e non più come una attività del tutto priva di oneri. I "protocolli" ambientali degli ultimi decenni sembrano avvicinarsi lentamente a questa idea.

Il problema, però, diventa ancor più grave per i paesi in via di sviluppo, che non possono permettersi una crescita completamente sostenibile. Ed è per questo che non è ipotizzabile un obiettivo di sviluppo globale incentrato sul raggiungimento degli standard occidentali. La soluzione delle disparità tra "Nord e Sud" del mondo e la gestione delle risorse ambientali sono temi da trattare come un unico grande problema, ipotizzando necessariamente per entrambi una soluzione intermedia: una distribuzione più omogenea delle risorse scarse ed allo stesso tempo un ridimensionamento degli standard di benessere ad un livello sostenibile per tutti.

Per questo motivo non è assolutamente pensabile lasciare l'intera questione in balia della "mano invisibile". E' fuor di dubbio che le "economie di comando" siano tra le maggiori responsabili del sottosviluppo dei paesi poveri, ma è anche per questo motivo che la liberalizzazione totale dei mercati, in economie e culture fortemente arretrate, non può che essere una soluzione molto rischiosa. Pensare che ogni soggetto, perseguendo il proprio interesse egoistico, contribuisca all'interesse collettivo, è pura teoria.

Specularmente, però, è altrettanto impensabile continuare a pensare ai paesi in via di sviluppo in modo assistenzialistico. Da un lato perché questo contribuisce a giustificare il protrarsi della loro situazione di svantaggio, quando -ad esempio- con una mano si danno gli aiuti umanitari e con l'altra si creano barriere all'entrata dei beni prodotti in questi paesi nei mercati internazionali. Dall'altro, perché in effetti così facendo questi paesi non avranno mai la possibilità di risollevarsi, non avendo di fatto l'opportunità di costruire e/o riformare in modo autonomo al loro interno quelle strutture istituzionali, sociali, politiche ed economiche che sono alla base dello sviluppo, attraverso un percorso di auto-coscienza possibile solo in un contesto di completa libertà da vincoli imposti dall'esterno.

Il discorso del Debito Internazionale, poi, merita una riflessione ulteriore. E' vero che se i paesi poveri sono costretti a pagare più interessi sul debito di quanto non investono per lo sviluppo, non potranno mai uscire da questa spirale, ma è altrettanto vero che sarebbe assurdo pensare ad una cancellazione totale di questo debito. Una soluzione praticabile -a mio avviso- sarebbe quella di "congelare" i pagamenti dei debiti contratti in passato per un certo periodo di tempo e sospendere l'erogazione di enormi prestiti dalle istituzioni internazionali verso i governi locali, per destinare le stesse risorse a progetti medio-piccoli estremamente mirati e centrati sulle necessità di sviluppo infrastrutturale, individuati dai governi stessi e dalla popolazione, ma gestiti da istituzioni garanti del buon esito dei progetti. Non aiuti umanitari "generici", non immense somme di denaro che si perdono nelle tasche di governanti o imprenditori senza scrupoli, non interventi macro-strutturali che scavalchino le necessità locali, ma interventi di "credito etico" a breve scadenza e facilmente monitorabili. Questi micro-crediti, poi, potrebbero essere recuperati dopo un certo intervallo di tempo a condizioni non speculative dagli enti che li hanno erogati, successivamente alla creazione di una struttura economica in grado di generare quel surplus in grado di ripagarli. I vecchi debiti, in seguito, potrebbero eventualmente ricominciare ad essere restituiti potendo contare su una economia ormai sufficientemente matura per sostenerli.
Tutto ciò è sicuramente (almeno astrattamente) possibile, in quanto la sensibilità e la razionalità propria delle culture delle popolazioni del "sud del mondo" sono sicuramente un terreno fertile dove innestare un processo di sviluppo eticamente sostenibile. Basti pensare come viene vissuto il rapporto con le banche da un cittadino medio africano o sudamericano rispetto ad un cittadino europeo o statunitense: il contadino del Rwanda vorrà sapere nei particolari dove è finito il suo dollaro che ha messo in banca, chi ha finanziato e per cosa è stato utilizzato, mentre l'impiegato italiano difficilmente avrà lo scrupolo di andare a vedere che giri hanno fatto i suoi 10.000 euro investiti in obbligazioni. Le società emergenti dei paesi in via di sviluppo -se ne avranno la possibilità- ci daranno probabilmente una grossa lezione in termini di gestione delle risorse.

La questione di fondo, però, è a chi affidare il perseguimento degli obiettivi di re-distribuzione delle risorse (prima ancora che delle ricchezze) e di revisione degli standard di sviluppo. Non si può a tutt'oggi pensare ancora che le grandi istituzioni internazionali siano in grado di agire per il benessere dell'umanità in modo disinteressato, fintanto che queste saranno controllate in larga misura da chi non ha interesse a che lo status-quo venga modificato. E questo interesse sarà tanto più forte, quanto più si continuerà ad ignorare il fatto che le risorse a disposizione non solo sono mal distribuite, ma che sono troppo scarse per essere gestite nel modo attuale.

Purtroppo, stante la situazione attuale, soltanto nel momento in cui le risorse saranno talmente insufficienti -rispetto alla popolazione mondiale che ne richiederà la disponibilità- da rendere evidente il problema in tutta la sua drammaticità (basti pensare che il petrolio non si rinnova allo stesso ritmo in cui viene consumato), sarà inevitabile un ripensamento a livello globale della loro distribuzione e del loro livello ottimale di utilizzo.

Emanuele Iannuzzi
Mercoledì 16 Giugno 2004 09:23

UNA MERCHANT BANK ETICA

Pubblicato da Administrator

La tendenza al proliferare dei termini specialistici, la maggior parte delle volte anglofili, spesso induce i sovventori in errore - è tutt'oggi uno degli strumenti preferiti per garantire l'asimmetria informativa - e li porta a pensare che il movimento della finanza etica non abbia considerato tra le sue attività di riferimento quello dei servizi di accompagnamento alle imprese responsabili e sottocapitalizzate ... cioè che non sia possibile un merchant banking sociale.

Mercoledì 09 Giugno 2004 12:15

COMMERCIO ITALIANO DI ARMI: A TUTTI, DI PIÙ

Pubblicato da Administrator

In un periodo in cui non si fa che parlare di recessione economica e di declino, è significativo che l’unico settore industriale che non conosce argine alla propria espansione sia quello del commercio delle armi. Lo conferma la relazione annuale presentata all’inizio di aprile dal governo al Parlamento.

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