Martedì, 24 Ottobre 2017
Martedì 29 Gennaio 2008 22:50

Povertà, una patologia

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La povertà, nel nostro paese, è un fenomeno tutt’altro che residuale. Interessa, secondo le statistiche ufficiali, oltre l’11% delle famiglie e il 13% degli individui residenti. Se si aggiunge l’area della vulnerabilità sociale, quella dei cosiddetti “quasi-poveri”, soggetti poco sopra la soglia di povertà relativa, si arriva a sfiorare il 20%: quasi una famiglia italiana su cinque è indigente, o le manca poco per esserlo tecnicamente. Un dato strutturale preoccupante, una patologia sociale conclamata.

La prima ragione di questo allarmante (e protratto) stato di cose è che l’Italia manca di un piano di lotta alla povertà. Sono esistite ed esistono misure di contrasto settoriali, mai una visione d’insieme. Dai governi del dopoguerra il problema è stato preso diverse volte in esame. La storia dell’Italia repubblicana è disseminata di buone intenzioni in materia, mai però tradottesi in un piano esplicito, serio, organico.

Caritas Italiana e Fondazione Zancan presenteranno in autunno Rassegnarsi alla povertà?, settimo Rapporto su povertà ed esclusione sociale. Hanno anticipato a fine luglio, in una conferenza stampa a Montecitorio, il messaggio centrale del lavoro di quest’anno: la politica e la società italiana devono farsi carico di realizzare un piano di lotta alla povertà, per arginare le ricadute negative che questo vuoto comporta nella vita di tanti individui e famiglie e per circoscrivere il rischio di un progressivo allargamento dell’area dell’esclusione sociale.

Tante risorse per pensioni e sanitàIn Italia la spesa annua per l’assistenza sociale non è irrilevante. Il suo volume complessivo è di 44 miliardi 540milioni di euro (dato 2006), circa 750 euro pro capire. In Italia utilizziamo un quarto del prodotto interno lordo per la protezione sociale, in armonia con quanto accade in altri paesi europei (Grecia, Regno Unito, Finlandia), ma significativamente meno rispetto ad altri stati (Belgio, Austria, Francia, Germania, Danimarca e Svezia).

Il profilo di questa spesa manifesta inoltre evidenti squilibri interni: più della metà (56,1%) è destinata alla voce “pensioni in senso stretto e Tfr”; il resto è ripartito tra le voci “assicurazioni del mercato del lavoro” (6,6%), “assistenza sociale” (11,9%), “sanità” (25,4%). Gran parte delle risorse, insomma, vanno all’ultima fase della vita, molte meno alla prima fase e al sostegno delle responsabilità familiari. Negli ultimi dieci anni, inoltre, sono aumentati il carico pensionistico (dal 55,7 al 56,1%) e sanitario (dal 20,8 al 25,4%), mentre sono diminuite le risorse per assicurazioni del mercato del lavoro (dal 9 al 6,6%) e assistenzasociale (dal 14,6 all’11,9%).

I due principali centri di spesa sociale sono lo stato e i comuni. Dei 750 euro impegnati per italiano, circa 664 sono gestiti dallo stato o da amministrazioni da esso controllate. Degli 86 spesi dai comuni, 21 se ne vanno per ulteriori trasferimenti monetari e circa 65 sono effettivamente spesi per servizi. Soltanto l’8,6% dei 750 euro di spesa pro capite, in definitiva, viene erogato in servizi, mentre ben il 91,4% si concretizza in trasferimenti monetari al soggetto in difficoltà. È l’enorme problema consegnatoci in eredità dalla non attuazione dell’articolo 24 della legge 328/2000: prevale l’incapacità istituzionale e sociale di operare sulla base dei bisogni effettivi, non solo in relazione ai diritti acquisiti.

All’interno della spesa sociale dei comuni, poco più di 363 milioni di euro (il 6,8% della spesa sociale complessiva) viene destinato all’area della povertà. Eppure, come detto, le famiglie che vivono in condizioni di povertà sono 2 milioni 585 mila (l’11,1% del totale) e raccolgono tantissime persone: 7 milioni 577 mila (il 13,1% del totale, tra essi molti bambini). Troppo spesso, insomma, la responsabilità di crescere i figli si scontra con le difficoltà economiche di famiglie a basso reddito. Il 26,2% dei nuclei con cinque o più componenti vive in condizioni di povertà (nel mezzogiorno il 39,2%); avere tre figli da crescere significa un rischio di povertà pari al 27,8% (nel sud 42,7%).

La povertà delle famiglie è una grande sfida. Le realtà familiari numerose sono le più esposte: brutalmente si può dire che ogni figlio porta con sé una crescita del rischio di impoverimento. L’Italia, coscientemente o meno, incoraggia le famiglie a non fare figli: nessuno sceglie liberamente di impoverirsi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: siamo agli ultimi posti nel mondo per fecondità familiare. Oggi la tendenza interessa anche i nuclei ricostituiti in seguito alla rottura di altre famiglie. Si rischia di entrare in una condizione di povertà soprattutto quando la famiglia diventa monogenitoriale, quindi molto spesso monoreddito: il fenomeno interessa quasi sempre madri sole con figli.

Dai trasferimenti monetari ai serviziPer dare vita a un piano organico di lotta alla povertà, occorre prima porsi alcune domande (e darsi alcune risposte). Cosa intendere per piano di lotta alla povertà? Quali centri di responsabilità devono essere coinvolti? Per quali povertà varare il piano? Quali infrastrutture organizzative, professionali e di processo impiegare? Con quante risorse?

Oltre a un piano di attività, serve un piano strategico, capace di avviare un percorso di condivisione e integrazione tra responsabilità (oltre che tra risorse). Questo percorso (politico, amministrativo, sociale) deve articolare diversamente il governo “orizzontale” e “verticale” delle responsabilità: su scala orizzontale, i livelli istituzionali (stato, regioni, enti locali) e altri soggetti interessati sono chiamati a condividere priorità e condizioni di fattibilità (risorse comprese) in sede di conferenza unificata; su scala verticale, le parti regionali e locali definiscono altrettanti piani di azione, dimensionando obiettivi e risorse in ragione dei risultati attesi di riduzione del bisogno, tenendo conto di come esso caratterizza il proprio territorio.

Soprattutto, però, occorre delineare due scelte strategiche, di medio e lungo periodo. Anzitutto, va impostato il passaggio da una logica imperniata sui trasferimenti monetari a un sistema che valorizzi i servizi (per un migliore governo della quantità delle risorse); la prevalenza di trasferimenti monetari caratterizza infatti i sistemi di welfare a ispirazione “socio-assistenziale”, cioè tradizionale, nei quali la cosiddetta “assistenza” è intesa come insieme di provvidenze economiche, erogate per “diritti acquisiti” e non necessariamente per “bisogni verificati”. E non basta, dunque, a garantire inclusione sociale e promozione dei diritti, né ad alimentare il necessario rapporto tra diritti e doveri di cittadinanza sociale.

La seconda scelta riguarda il passaggio da una gestione centrale a una decentrata: nodo non sufficientemente presente nel dibattito politico e giuridico, ma di portata storica e strutturale. Occorre studiare modalità per concretizzare il trasferimento di risorse e per definire i gradi di libertà nella finalizzazione delle risorse stesse, non solo riguardo ai trasferimenti connessi a forme di non autosufficienza, ma anche a quelli che interessano la famiglia e che devono essere “sostituibili” con servizi ad essa rivolti.

Il deficit di solidarietà intergenerazionale, infatti, è in Italia un problema sempre più evidente e stridente. La distribuzione e l’orientamento della spesa sociale lo amplifica, visto lo sbilancio di risorse destinato a favore dell’ultima fase della vita. La quasi inesistente capacità di rappresentanza delle nuove generazioni rispetto alla generazione anziana rende questo problema scarsamente presente nel dibattito civile e politico. Ma i segnali di sofferenza e insofferenza sono sempre più forti, anche su scala europea

Una “grande opera” inattuata Dopo il 2000, in base alla legge 328, si è aperta una breve stagione di sperimentazione del Reddito minimo di inserimento (Rmi). Essa ha evidenziato che per i soggetti svantaggiati, senza occupazione e reddito avrebbe più senso parlare di Piani di inserimento con sostegno al reddito (Pisr), enfatizzando il fine principale (l’inserimento sociale) e non il mezzo temporaneo (il reddito minimo). Altra conferma che è necessario superare l’approccio per “misure” e sostituirlo con l’approccio per “problemi”.

Un piano nazionale di lotta alla povertà dovrebbe inoltre equivalere a una “prenotazione” dei livelli essenziali di assistenza sociale. Tale operazione produrrebbe profonde conseguenze sulle infrastrutture organizzative, professionali e di processo che prendono in carico, nel nostro paese, la condizione di bisogno sociale.
La povertà di individui e famiglie, i servizi da assicurare e i livelli essenziali di assistenza rappresentano, in altre parole, un banco di prova per un sistema di welfare oggi sostanzialmente fermo e incapace di modificare i propri elementi strutturali. Il blocco costituito da una gestione immobile delle risorse e l’assenza di volontà politica di riorientarle (per evitare la crisi di consenso da parte di alcuni gruppi, interessati a mantenere le cose come sono) inducono a lavorare con i “resti”, ovvero i finanziamenti ad hoc, che nascono da una finanziaria e sperano di essere incrementati dalla successiva.

Un piano condiviso di lotta alla povertà può rappresentare una grande occasione per il nostro paese per affrontare i principali nodi, non risolti, dell’intero sistema di welfare. È una “grande opera” inattuata: va quindi considerato non solo per il suo valore in sé (etico, culturale e politico), ma anche come occasione per rimettere in corsa il paese. E per contrastare la crisi di fiducia che nega, soprattutto alle nuove generazioni, la speranza del futuro.

di Tiziano Vecchiato
Italia Caritas / Settembre 2007



Non è un fenomeno “naturale”, non va delegata al privato sociale «Come considerare la presenza di una fascia così consistente di poveri, in un società ricca come la nostra? Considerarla fatalisticamente, come una componente “naturale” dello sviluppo economico che lo stato dovrebbe limitarsi ad arginare, impedendo che divenga esplosiva e pericolosa per l’ordine pubblico, ma senza illudersi di poterla eliminare? Oppure ritenerla un fenomeno da affidare agli interventi volontaristici e umanitari, che lo stato dovrebbe incoraggiare e promuovere, ma senza intromettersi in prima persona? Caritas e Fondazione Zancan ritengono che la teoria della “povertà naturale” è una spiegazione di comodo, che si rifà a una concezione della società vecchia e superata La povertà non esiste in natura ma è conseguenza di situazioni in cui “la politica non frequenta la giustizia”.

Caritas e Zancan escludono inoltre che il problema della povertà possa essere risolto delegandolo al solidarismo privatistico. Gli interventi del privato- sociale e della stessa Chiesa sono indubbiamente utili e necessari, ma sono di loro natura Integrativi dell’intervento pubblico e per lo più settoriali.

Non hanno pertanto né la capacità né. il potere di affrontare globalmente il problema della povertà e delle sue cause, né quello di garantire ai poveri risposte sul piano dei diritti».

(monsignor Giuseppe Pasini, Presidente Fondazione Zancan, presentazione del rapporto “Rassegnarsi alla povertà?” )
Ultima modifica Giovedì 13 Marzo 2008 09:25
Emanuele Spada

Emanuele Spada

Operatore Finanziario
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Economico

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