Mercoledì, 18 Ottobre 2017
Mercoledì 09 Giugno 2004 12:15

COMMERCIO ITALIANO DI ARMI: A TUTTI, DI PIÙ

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In un periodo in cui non si fa che parlare di recessione economica e di declino, è significativo che l’unico settore industriale che non conosce argine alla propria espansione sia quello del commercio delle armi. Lo conferma la relazione annuale presentata all’inizio di aprile dal governo al Parlamento.

Dalla sua lettura, emerge che il 2003 è stato un ennesimo anno record per l' export italiano di armi: il numero di contratti autorizzati l’anno scorso dal governo ha raggiunto la cifra di 1 miliardo e 282 milioni di euro, addirittura il 40% in più rispetto al 2002 (quando ci fermammo a 920 milioni). “Fra le autorizzazioni rilasciate – è scritto nella relazione governativa – oltre a non esserci alcun Paese rientrante nelle categorie indicate dall’ art. 1 della legge 185 (ossia Paesi belligeranti, regimi liberticidi, ecc. ndr) il governo ha mantenuto una posizione di cautela verso i Paesi in stato di tensione”.
Eppure spulciando la lista dei Paesi che acquistano i nostri armamenti, la presenza di “clienti”, che sono da anni nel mirino delle istituzioni internazionali e delle associazioni che si battono per i diritti umani, rivela una realtà ben diversa. Dopo la Grecia, che si piazza al primo posto con commesse per quasi 250 milioni di euro (si tratta dell’acquisto di aerei da trasporto C-27 dell’Alenia Aeronautica), nel rapporto vengono dichiarati 166 milioni di commesse belliche (spesi principalmente per l’acquisto di siluri navali), autorizzate per la vendita di armi alla Malaysia, retta da un governo autoritario che applica la legge islamica e la tortura e oggetto di una risoluzione del Parlamento europeo nel 2002 per una legge che consente la detenzione senza processo fino a due anni, rinnovabile in modo indefinito, per qualsiasi persona ritenuta una minaccia alla sicurezza. Il terzo posto, con 127 milioni di commesse, spetta alla Cina, da sempre nell’occhio del ciclone per le violazioni dei diritti umani a causa delle quali l’Unione Europea, sin dall’epoca di Tienanmen, ha stabilito, nei suoi confronti, l’embargo alla vendita di armi. Quarto posto per l’Arabia Saudita, cui l’Italia ha venduto 109 milioni di armi. Dopo la Francia (88 milioni per l’acquisto di sistemi radar), ci sono 70 milioni di euro spesi dal Pakistan (dotatosi pochi anni fa di armamenti atomici), 49 dalla Polonia, 41 dalla Danimarca, 37 da USA e Finlandia. Minori importi riguardano altri stati assai “chiacchierati”: l’Egitto (10 milioni) dove, anche secondo l’ONU, la pratica della tortura è all’ordine del giorno; la Turchia (8 milioni), il cui ingresso nella Ue è ancora sub sudice proprio a causa delle continue violazioni dei diritti umani; il Messico (7 milioni), accusato per la dura repressione in Chiapas e la violazione dei diritti delle minoranze indigene, e Israele (3 milioni), la cui politica di occupazione dei territori palestinesi è stata ripetutamente condannata dalle risoluzioni dell’ONU. Inoltre, le nostre armi arrivano anche in Siria, Paese inserito dagli USA nella lista degli “Stati canaglia” che sostengono il terrorismo internazionale, in India (che possiede armi atomiche), Nigeria e Tunisia.
Un altro capitolo è quello delle transazioni bancarie autorizzate dal Ministero dell’Economia per il commercio di materiale bellico: tra gli istituti di credito coinvolti in queste operazioni, ci sono Banca di Roma, Gruppo Bancario San Paolo Imi, Banca Intesa, Société Générale e la Bnl: insieme, hanno negoziato il 75% di tutte le operazioni autorizzate. Nella relazione del governo risulta ancora la presenza, tra le cosiddette “Banche armate”, di Unicredito, che pure, a maggio del 2001, cedendo alle pressioni della campagna promossa, tra gli altri, dalle riviste “Missione Oggi”, “Mosaico di Pace” e “Nigrizia” , annunciò di non voler più sostenere le esportazioni di armi.
Quelli contenuti nella relazione sono “dati quantomai preoccupanti” – afferma Giorgio Beretta della “Campagna banche armate” per il controllo dell’export di armi italiane. Soprattutto, sostiene Beretta, non si capisce “in base a quali leggi l’attuale governo possa concedere autorizzazioni per esportare armi alla Cina”, poiché la recente riforma della legge 185 prevede “che l’Italia non esporti armi a Paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l’embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite o dell’Unione europea”.
A ciò che emerge dalla lettura della relazione annuale del governo al Parlamento vanno aggiunti i dati elaborati dalla Camera di Commercio di Milano, secondo cui le esportazioni di armi italiane, negli ultimi dieci anni, sono cresciute del 94%. La capitale italiana del settore è Brescia, la città dove si è appena svolta Exa, l’annuale fiera mondiale delle armi leggere: la “leonessa d’Italia” da sola copre il 32% del totale delle esportazioni.
ADISTA 1 maggio 2004

Ultima modifica Lunedì 24 Ottobre 2011 20:52

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