Martedì, 22 Agosto 2017
Mercoledì 28 Maggio 2008 10:03

Protestano i

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DOC-1961. CITTÀ DEL MESSICO-ADISTA
“Sin maiz no hay pais”, senza mais non c’è Paese, hanno gridato i 200mila contadini provenienti da tutto il Messico che il 31 gennaio hanno sfilato per il centro della capitale contro il Trattato di Libero Commercio del Nordamerica (Tlcan, più noto in Italia nella sua sigla in inglese, Nafta). Obiettivo della “Marcia del Grano” - promossa da più di 300 organizzazioni contadine,
associazioni sindacali e movimenti sociali, riuniti in un Consiglio nazionale sociale ed economico - era la revisione dell’ultimo capitolo del Trattato, quello relativo ad agricoltura e allevamento, che dall’1 gennaio di quest’anno consente l’ingresso nel mercato messicano, senza alcuna restrizione, di mais (per di più transgenico), fagioli, zucchero di canna e latte in polvere provenienti dagli Stati Uniti e dal Canada. Per un’agricoltura già sofferente come quella messicana, è il colpo di grazia: i prodotti made in Usa, altamente sussidiati dallo Stato, e quindi assai più economici, sono inevitabilmente destinati a soffocare la produzione nazionale (secondo la Confederaciòn Nacional Compesino
, a fronte dei 2Omila dollari annuali versati in media ad ogni agricoltore statunitense, il contadino messicano ne riceve dallo Stato appena 770).


Ma l’inizio della fine, per l’agricoltura messicana, risale alla stessa entrata in vigore del Nafta, quattordici anni fa - quel primo gennaio del 1994 che segna anche l’avvio, in maniera nient’affatto casuale, dell’insurrezione zapatista -: è ad esso che si legano l’esodo rurale - sarebbero quasi 600mila, secondo le stime ufficiali, le persone costrette ad emigrare ogni anno - e lo smantellamento dell’agricoltura di sussistenza, rimpiazzata dalle monocolture controllate dall’agrobusiness. Unici a trarre profitto dal Nafta, come sottolinea il primo febbraio l’editoriale del quotidiano progressista La Jornada, dal titolo “Campi in rovina, governo sordo”, sono stati alcuni agroesportatori come l’ex presidente “Vicente Fox, la sua famiglia e il suo ex segretario di Agricoltura,Javier Usabiaga”. Per il resto, il Trattato di Libero Commercio tra Usa, Canada e Messico “ha rappresentato la rovina di milioni di agricoltori su piccola scala, ai quali la politica economica governativa offre solo tre possibilità”: emigrare, incorporarsi al narcotraffico o morire di fame.


Contro il nuovo colpo inferto all’agricoltura messicana, il movimento contadino è deciso, tuttavia, a dare battaglia a tempo indeterminato, potendo oltretutto contare sul pieno sostegno della classe operaia e delle organizzazioni popolari, oltre che sul favore di centinaia di organizzazioni di produttori del Canada e degli Stati Uniti (non a caso, diversi pre-candidati alla presidenza degli Stati Uniti sono stati spinti a promettere la revisione del Trattato): “Il governo dimentica - ha affermato Artemio Ortiz, in rappresentanza del Coordinamento nazionale dei lavoratori dell’Educazione - che siamo una razza invincibile, siamo figli del mais e questo morirà solo quando morirà il sole”.


E dalla parte del movimento contadino si è schierato anche l’episcopato messicano, esprimendo una forte preoccupazione riguardo alle conseguenze del Trattato in ambito rurale, un settore, cioè, ha affermato l’arcidiocesi capitolina, che da anni “non riceve l’attenzione e l’appoggio che merita”: i produttori messicani, ha proseguito, “avranno serie difficoltà a competere nel mercato nazionale”, cosicché un gran numero di agricoltori si vedrà costretto ad abbandonare le proprie terre. L’editoriale del 6 gennaio del settimanale dell’arcidiocesi Desde la Fe sferra, al riguardo, un duro attacco all’attuale governo e a quelli che lo hanno preceduto: “Cosa hanno fatto - si legge - dall’entrata in vigore del Trattato di libero Commercio per impedire che si verificasse questa mancanza di equilibrio tra una nazione e l’altra, questa mancanza di uguaglianza tra contadini e contadini? A giudicare da quello che sta succedendo, praticamente non si è fatto niente”. Secondo l’editoriale, “si richiede una politica più audace e nazionalista nel vero senso della parola da parte del governo messicano. Non possiamo più permettere che vengano maltrattati i milioni di messicani che rendono possibile la ricchezza agricola dei nostri vicini”. Tanto più che, “se i Trattati di Libero Commercio non mirano a una maggiore giustizia interna ed esterna, non hanno alcun senso”.


Ma il pronunciamento più dettagliato e puntuale “sulle conseguenze per gli indigeni e i contadini dell’eliminazione delle tariffe doganali nel Trattato di Libero Commercio” viene da un messaggio dei vescovi della Commissione episcopale per la Pastorale sociale, datato 14 gennaio, dal titolo “Gesù Cristo, vita e speranza degli indigeni e dei contadini”. Lo riportiamo qui di seguito in una nostra traduzione dallo spagnolo.


di claudia fanti


ADISTA 16 febbraio 2008





NESSUN SISTEMA È INTOCCABILE: RIPENSIAMO IL MODELLO ECONOMICO

Commissione episcopale di Pastorale Sociale




Al popolo di Dio e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà del nostro amato Messico (...):


1. Lo scorso 1 gennaio è entrata in vigore l’ultima tappa del processo di riduzione delle tariffe doganali previsto dai Trattato di Libero Commercio tra il nostro Paese, gli Stati Uniti e il Canada (Tlcan o Nafta). Con ciò, vengono aperte totalmente le frontiere all’importazione ed esportazione dei prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento. Questo significa che si potrà comprare e vendere mais, fagioli, zucchero, latte in polvere ed altri prodotti senza restrizioni tariffarie fra i tre Paesi.


2. Non c’è dubbio che la maggiore intensità del commercio internazionale sia un segno dei tempi e che non sia possibile vivere isolati in un mondo sempre più globalizzato. Il Messico non può chiudere le proprie frontiere indefinitamente, non solo perché non siamo autosufficienti in tutto, ma anche perché attualmente il mercato oltrepassa i confini nazionali, con benefici e limitazioni. Tuttavia, quando le leggi del mercato si impongono sui diritti delle persone e dei popoli, il profitto viene elevato a valore supremo a vantaggio dei grandi gruppi di interesse che escludono i poveri, generando un sistema economico globalizzato ingiusto e disumano.

3. Convivendo con il nostro popolo, in maggioranza povero, contadino, operaio e indigeno, temiamo che questa apertura commerciale, che beneficerà pochi agricoltori potenti e tecnologicamente attrezzati, abbia conseguenze dolorose per coloro la cui sopravvivenza dipende dai campi. Nelle attuali circostanze, di fronte agli enormi sussidi versati agli agricoltori dagli Stati Uniti e dal Canada, essi si troveranno in situazione svantaggiosa se non verranno introdotte misure che regolamentino e facciano da contrappeso alle nostre asimmetrie economiche.

4. Il settore rurale è stato trascurato e dimenticato in Messico. Da anni si è venuta perdendo la capacità di autosufficienza e di competitività nella produzione di alimenti di base per la popolazione. La maggior parte dei contadini è rimasta senza crediti e con terre che si vanno riducendo, erodendo ed esaurendo.


5. Se non si interviene su questo punto, c’è il rischio reale che aumenti ancora l’impoverimento, soprattutto in ambito rurale e indigeno e che molti altri contadini siano spinti ad abbandonare i campi e ad emigrare in città che non sono preparate per riceverli, o a tentare di arrivare negli Stati Uniti, che in questo momento hanno un severissimo e disumano programma anti-immigrati. Altro rischio, che non può essere trascurato, è dato dalla tentazione delle coltivazioni illecite, una porta aperta all’insicurezza e alla violenza.

6. In questo contesto, non possiamo non prendere in considerazione il fatto che la crescente domanda di carburante da parte dell’industria stimola la produzione di biocombustibili derivati da cereali. Ciò pone in pericolo gli obiettivi primari della produzione agricola, con conseguenze gravi per l’alimentazione e la sovranità alimentare del Paese.

7. La produzione di biocombustibili derivati da cereali non può essere valutata solo per i vantaggi economici o per le opportunità commerciali che rappresenta. Di fondo, c’è una questione etica da considerare. Non si può subordinare il diritto all’alimentazione delle persone ai vantaggi dell’industria, favorendo questa rispetto ai campi.


8. Per questo, noi vescovi della Commissione episcopale per la Pastorale sociale, a nome della Conferenza episcopale messicana, sentiamo l’obbligo pastorale di esprimerci sulle conseguenze che, per i contadini del nostro Paese, avrà questa ultima tappa dell’apertura commerciale del Tlcan. Lo faremo ispirandoci alla Dottrina sociale della Chiesa e in continuità con il messaggio “Per la dignità dei campi”, sulla situazione dei campi messicani, pubblicata 5 anni fa dai vescovi che costituivano allora questa Commissione.

“Voi stessi date loro da mangiare”

9. Di fronte ad una moltitudine che aveva fame, quando gli apostoli suggerirono a Gesù di non occuparsene, che ognuno andasse a comprare qualcosa da mangiare risolvendo il problema per conto proprio, egli disse loro: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6, 35-36). Chiese loro di condividete i cinque pani e i due pesci che avevano con sé: con la sua benedizione, bastò per tutti e persino ne avanzò.

10. Questo atteggiamento di Gesù ci porta ad occuparci dei contadini e degli indigeni che soffriranno ancor più la fame, poiché in un contesto in cui non sarà più conveniente produrre il proprio mais e i propri fagioli, essi si ridurranno a meri consumatori, passando a dipendere dai grandi produttori nazionali, statunitensi e canadesi.

11. L’alimentazione è uno dei diritti umani primordiali e uno degli obblighi etici dello Stato a favore di tutti i cittadini. La dipendenza alimentare ha effetti sociali molto gravi in una società tanto diseguale come la nostra. Per questo, lo Stato messicano ha l’obbligo di garantire il diritto umano all’alimentazione e di proteggere la produzione nazionale.


12. Inoltre, e questa è la cosa più grave, permettendo l’importazione di cereali senza alcun controllo, e non producendo più il mais nativo, allorché si voglia seminare in futuro, si dovranno acquistare semi di origine straniera. A noi vescovi preoccupa la possibilità che entrino nel Paese semi geneticamente modificati, che implicano gravi rischi per la salute, per la biodiversità e per l’economia contadina. Perdendo il mais nativo, sarà necessario comprare i semi dalle grandi imprese, nazionali e straniere, creando una dipendenza economica che ridurrà i contadini e il Paese in una schiavitù strutturale.

13. Oltre all’impatto economico, ci preoccupa l’impatto culturale. Per quanto sia sempre più alto il numero di persone che risiedono in città, la percentuale di coloro che vivono in ambito rurale è significativa. I contadini e gli indigeni sono valutati, da alcuni amanti delle statistiche, in base al loro contributo al prodotto interno nel nostro Paese; tuttavia, il loro contributo culturale è più importante di quanto possiamo immaginare.

14. Non dimentichiamo che nel nostro Paese il senso della vita di milioni di persone è intimamente influenzato dalla relazione di lavoro con la terra, il mais e i fagioli: La loro coltivazione crea relazioni di collaborazione, di lavoro familiare e comunitario, che rafforzano i vincoli familiari e sociali. Molte riunioni e assemblee popolari girano attorno al mais e ai fagioli. In molte luoghi si celebrano feste legate alla semina, alla cura e al raccolto di questi prodotti. Vi sono anche cerimonie e riti religiosi, tradizionali e cattolici, intorno al mais e ai fagioli. I due termini sono inclusi nel nome di un’infinità di popolazioni e di luoghi geografici e topografici in tutto il territorio nazionale.

15. La liberalizzazione dell’importazione di questi prodotti, in condizioni così sfavorevoli per i contadini messicani, può rompere definitivamente tali dimensioni della realtà sociale, culturale e religiosa di questa parte tanto importante della popolazione, con risultati assolutamente deplorevoli per il nostro Paese.

“Avevo fame e mi avete dato da mangiare”


16. Invitiamo tutti i cattolici a farsi solidali con la situazione che vivono i nostri fratelli indigeni e contadini. A nessuno dovrebbe meravigliare il fatto che i vescovi affrontino tale questione. Non possiamo limitarci a celebrazioni rituali e ad una predicazione astratta. E’ chiaro che la parola di Gesù non ci permette di adagiarci nella comodità dell’egoismo e della passività, ma ci spinge a fare per i poveri quanto è nelle nostre possibilità (cfr Mt 25,3 1-46).

17. Così afferma il documento conclusivo di Aparecida, frutto della V Conferenza Generale dell’Episcopato dell’America Latina e dei Caraibi: “L’opzione preferenziale per i poveri è implicita nella fede cristologica….. Nasce dalla nostra fede in Gesù Cristo”. E Lui “lo incontriamo in modo speciale nei poveri, negli afflitti e negli infermi….. Nel riconoscimento di questa presenza e vicinanza, e nella difesa dei diritti degli esclusi, si gioca la fedeltà della Chiesa a Gesù Cristo. L’incontro con Gesù Cristo nei poveri è una dimensione costitutiva della nostra fede in Gesù Cristo. Dalla contemplazione in essi del suo volto sofferente e dall’incontro con Lui negli afflitti e negli emarginati, la cui immensa dignità Egli stesso ci rivela, sorge la nostra opzione per loro. La stessa adesione a Gesù Cristo è quella che ci rende amici dei poveri e solidali con il loro destino”.

18. Mossi dalla nostra fede cattolica, sosteniamo che “le condizioni di vita di molti abbandonati, esclusi e ignorati nella loro miseria e nel loro dolore contraddicono il progetto del Padre e interpellano i credenti per un maggiore impegno a favore della cultura della vita. Il Regno di vita che Cristo è venuto a portare è incompatibile con queste situazioni disumane. Se pretendiamo di chiudere gli occhi di fronte a queste realtà non siamo difensori della vita del Regno e ci poniamo sul cammino della morte”.

19. (...)“E urgente creare strutture che consolidino un ordine sociale, economico e politico in cui non ci sia iniquità e vi siano opportunità per tutti. Si richiedono ugualmente nuove strutture che promuovano un’autentica convivenza umana, che impediscano la prepotenza di alcuni e facilitino il dialogo costruttivo per il necessario consenso sociale”.

20. “Il Santo Padre ci ha ricordato che la Chiesa è chiamata a farsi avvocata della giustizia e a difendere i poveri, di fronte a intollerabili disuguaglianze sociali ed economiche, che gridano al Cielo”.

21. In questo senso, Benedetto XVI, nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace dell’1 gennaio del 2008, ha detto che “non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; tutti stiamo percorrendo uno stesso cammino come uomini e, pertanto, come fratelli e sorelle”. “La famiglia umana, oggi più unita per il fenomeno della globalizzazione, necessita di un fondamento di valori condivisi, un’economia che risponda realmente alle esigenze di un bene comune di dimensioni planetarie” (...).

22. “Nella famiglia dei popoli si danno molti comportamenti arbitrari, tanto in ciascuno Stato quanto nelle relazioni tra Stati. Neppure mancano situazioni in cui il debole debba piegarsi non alle esigenze della giustizia ma alla forza bruta di chi possiede più risorse. Bisogna ribadirlo: la forza deve essere moderata dalla legge e questo deve avvenire anche nelle relazioni tra Stati sovrani”.


Proposte

23. Siamo coscienti, come ha detto lo stesso papa nella sua enciclica Deus Caritas est che “l’ordine giusto della società e dello Stato è il compito principale della politica e non della Chiesa. Ma la Chiesa non può né deve restare al margine della lotta per la giustizia”. Per questo, rivolgiamo rispettosamente le seguenti proposte:

24. Che le nostre autorità federali analizzino la possibilità giuridica e la convenienza economica di rinegoziare il capitolo su agricoltura e allevamento del Trattato di Libero Commercio e di proteggere con maggior decisione gli interessi dei contadini e degli indigeni poveri, che sono la maggioranza. Esistono condizioni giuridiche, economiche e morali per rinegoziare questo capitolo, che è un compito prioritario per il governo e per i legislatori.

25. Insieme agli sforzi per la riapertura dei negoziati, è necessario che le autorità federali usino la propria creatività per stabilire meccanismi di sviluppo che aiutino i contadini e gli indigeni a superare gli effetti negativi del Trattato. Sottomettere i nostri contadini e produttori a regole e condizioni di produzione diverse da quelle di altri Paesi e produttori è intrinsecamente ingiusto, perché genera una povertà permanente e sistematica, da cui è impossibile uscire.


26. Dobbiamo costruire una globalizzazione di equità e di giustizia per la famiglia umana. Se viviamo in un mondo globalizzato, non possiamo restringere le opportunità solo all’aspetto commerciale. E necessario continuare ad insistere per una diversa politica migratoria fra i tre Paesi, i quali, come si sono accordati sul transito delle merci e sui liberi investimenti, così dovranno cercare meccanismi per una migrazione ordinata e giusta.

27. E urgente e improcrastinabile destinare maggiori risorse alle campagne e curarne il retto utilizzo, perché giungano ai piccoli produttori del campo e non vadano a beneficio dell’apparato burocratico o dei produttori con maggiori risorse di terra e di capitale o addirittura delle grandi imprese transnazionali. Bisogna lottare contro la corruzione del sistema amministrativo ed impedire la distruzione delle famiglie contadine che, di fronte al deterioramento economico, soffrono enormi conseguenze sociali, in termini di migrazione e di deformazione dei valori delle nuove generazioni. Non basta, tuttavia, destinare più risorse all’ambito rurale; è importante cambiare le politiche rurali e i loro obiettivi.

28. E’ necessario individuare le vie, nell’ambito del commercio internazionale, per cambiare quei sistemi che generano ingiustizia ed esclusione, a danno dei Paesi o dei settori meno sviluppati. Nessun sistema è intoccabile, quando genera .morte. Per questo non bastano palliativi a favore dei contadini: dobbiamo analizzare il modello economico in generale. Il documento di Aparecida, con una visione profetica, afferma: “Lavorare per il bene comune globale significa promuovere una giusta regolamentazione dell’economia, della finanza e del commercio mondiale. E’ urgente proseguire nella cancellazione del debito estero per favorire gli investimenti nello sviluppo e nella spesa sociale, stabilire regole globali per prevenire e controllare i movimenti speculativi di capitale, per la promozione di un commercio giusto e la riduzione delle barriere protezionistiche dei potenti, per assicurare prezzi adeguati alle materie prime dei Paesi impoveriti e norme giuste per attrarre e regolare, tra gli altri, gli investimenti e i servizi”.

29. Chiamiamo tutta la società messicana ad accompagnare i contadini, ad acquistare i loro prodotti e ad appoggiarli in tutti i modi possibili. Consideriamo opportuno un dibattito nazionale sul ruolo dei campi nella società e nel futuro del Messico, per trovare la via verso politiche più inclusive. Abbiamo tutti un dovere di solidarietà nei confronti dei contadini, per ascoltare le loro giuste rivendicazioni e accompagnarli nella loro lotta per una vita degna.

30. Bisogna appoggiare le cooperative e le organizzazioni dei piccoli produttori, affinché i loro prodotti giungano sul mercato senza intermediari, in maniera che i contadini siano i diretti beneficiari (...).

31. E’ necessario incoraggiare e sostenere i contadini perché continuino a seminare il mais nativo, poiché sarà questo la base della loro sussistenza nel tempo e della protezione della loro identità millenaria di donne e uomini di mais (...).

32. Dobbiamo tutti educarci all’austerità e alla sobrietà. I prodotti dei campi sono più sani ed economici e sono alla portata dei poveri. Per questo riconosciamo gli sforzi di chi promuove l’agricoltura e l’allevamento biologici, che conservano e alimentano valori umani come l’amore per la terra, dono di Dio di cui dobbiamo prenderci cura, E’ necessario educarci a riscoprire il valore dei prodotti dei nostri contadini, preferendoli a quelli che ci offre la pubblicità, e a non lasciarci catturare da un irrefrenabile consumismo.

33. Che l’esempio della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, che combinava perfettamente la preghiera con il lavoro, per vivere in maniera sobria, ma onesta e giusta, ci ispiri nella lotta per una vita degna per tutti.
Ultima modifica Mercoledì 25 Novembre 2009 09:24
Emanuele Spada

Emanuele Spada

Operatore Finanziario
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Economico

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