Mercoledì, 13 Dicembre 2017
Lunedì 20 Settembre 2010 13:31

Africa all'etanolo

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Anche se lo scorso anno è stato una corsa ad ostacoli, non meno di 30 paesi sono oggi impegnati nella filiera dei biocarburanti. Puntano sul consumo interno e sul mercato europeo.

Per il meglio e per il peggio, l'Africa è impegnata risolutamente nella filiera dei biocarburanti. Sono coinvolti almeno 30 paesi, tra cui il Sudafrica, dove la società Ethanol Africa conta di aprire entro quest'anno dieci fabbriche di etanolo.

Lo scorso anno, tuttavia, il settore ha sofferto per la mancanza di investimenti, come ha riconosciuto Thilo Zelt, presidente della Jatropha Alliance, nel corso della conferenza sui mercati mondiali dei biocombustibili, che si è tenuta lo scorso marzo ad Amsterdam. Secondo Zelt, la crisi economica, nel provocare la caduta del prezzo del petrolio, ha anche reso i biocarburanti meno interessanti.

Nonostante questa congiuntura sfavorevole, la rotta è tracciata. Numerosi paesi africani hanno modificato la loro legislazione per incoraggiare la produzione e il consumo di biocarburanti. II Sudafrica, per esempio, si è imposto, entro il 2013, l'obiettivo del 2% del totale del consumo dei carburanti per il trasporto. L'Etiopia ha fissato la quota del 5% entro il 2015 e punta a raggiungerlo mettendo a disposizione una capacita di 108 milioni di litri di etanolo.

L'Europa, che si è data il traguardo del 10% entro il 2020, potrebbe offrire qualche opportunità agli esportatori africani, perche dovrà importare il 20% dell'etanolo o degli oli vegetali. Questa almeno è la previsione di Meghan Sapp, dell'organizzazione non governativa Pagea, partner dell'Euro-African Green Energy. Il Malawi, dove sono attivi due stabilimenti di etanolo con una capacita annua di produzione di 16 milioni di litri ciascuno, ha già cominciato a esportare verso l'Ue. E va rimarcato che queste due fabbriche producono la metà di quanto potrebbero, a causa dell'insufficiente approvvigionamento di materia prima. In ogni caso, questo paese possiede un patrimonio di competenza spendibile in tutto il continente.

Il Sudan, dove la Kenana Sugar Company coltiva più di 42mila ettari sulla riva sinistra del Nilo, 250 km a sud di Khartoum, si è dotato nel 2009 della più grande fabbrica di etanolo dell'Africa, con una capacità di 65 milioni di litri di etanolo l'anno. Lo scorso anno, ne ha già esportati 5 milioni verso l'Ue.

Ma c'e un ostacolo sulla strada degli esportatori africani: i criteri di affidabilità di cui sta per dotarsi l'Europa (ad esempio, che i biocarburanti garantiscano un abbattimento del 35% dei gas a effetto serra rispetto ai carburanti fossili; la garanzia che non provengano da zone ecologicamente sensibili, ecc.).

Da parte sua, la Nigeria si lancia nella filiera dell'etanolo a base di manioca. La società Cassava Agro Industries Services Ltd partecipa a un progetto gigantesco, che prevede la costruzione di 5mila fabbriche di bioetanolo in tutto il territorio della federazione: entro 5 anni dovrebbero produrre 1,8 miliardi di litri l'anno, con un investimento di 2 miliardi di dollari. Lo scopo è di rimpiazzare il cherosene utilizzato per cucinare. Lo scorso gennaio, un contratto per la fornitura di 8 milioni si tonnellate di tubercoli coltivati su 320mila ettari è stato siglato con la Nigerian Cassava Growers Association.

Va sottolineato anche un problema. La jatropha curcas, pianta non commestibile dell'America Centrale, ha sollevato molte aspettative, ma ha anche creato disillusioni, quando ci si è resi conto che, se cresce su terreni marginali o poco irrigati, il suo rendimento ne soffre.


Investimenti

Oggi l'industria del biodiesel è entrata in una fase di maturità, anche se ha risentito delle analisi che hanno attribuito la responsabilità della crisi alimentare all'espansione delle superfici coltivate per i biocarburanti. La ricerca e progredita con la scoperta, da parte dell'università del Rajasthan (India), di una varietà molto produttiva che fornisce 35% di olio in rapporto alla quantità di noci prodotte. Il Madagascar è stato uno dei primi paesi a esportarlo, in gennaio verso l'Ue, pur in quantità modesta (60 tonnellate d'olio).

Grandi società, come la compagnia internazionale di messaggeria Tnt, cominciano a investire. La Tnt ha lanciato in Malawi, con 1.500 piccoli contadini, un programma per piantare 24 milioni di alberi che dovrebbero produrre 25 milioni di litri da rivendere sul mercato locale.

Questo modello tende a sostituirsi a quello, controverso, delle monocolture. Si assiste sempre più allo sviluppo di colture miste. In Madagascar, le mucche pascolano tra le piante di jatropha della Gem Biofuels. In Ghana, la compagnia Jatropha Africa coltiva la pianta alternandola al karité, alle arachidi e ai tubercoli.

In Mozambico, la Sun Biofuels Ltd si appresta a produrre il suo primo olio di jatropha per il prossimo giugno a partire dai 5mila ettari delle 11 piantagioni di tabacco che ha riscattato nel 2006. Nei prossimi dieci anni si arriverà a coltivare 15mila ettari, con un potenziale annuo di 30mila tonnellate di olio. Nello stesso tempo, la Sun Biofuels vuole creare un modello agro-forestale, coltivando 300 ettari di prodotti alimentari (mais, soia, girasole), contribuendo alla sicurezza alimentare dei 1.000 impiegati e dei membri delle loro comunità.

Tutto ciò s'inscrive in una politica fondata sul rispetto dei principi di sviluppo duraturo, che potrebbe aiutare la Sun Biofuels a esportare verso l'Ue, spiega a Nigrizia il direttore dello sviluppo della compagnia, Harry Stourton.

A più lungo termine, le alghe potrebbero rappresentare un'importante opportunità per l'Africa, se si considera che le coste del continente rappresentano uno dei luoghi più favorevoli allo sviluppo di questo business. Lo sostiene Koen Vanhoutte, presidente del consiglio di amministrazione della società belga Sustainable Bio-Engineering for Aquatic Environment (Sbae Industries). Per ragioni climatiche, le coste africane garantiscono i migliori rendimenti per la biomassa delle alghe, arrivando a 200-240 tonnellate per ettaro all'anno, contro le 16 tonnellate della Spagna e dell'Italia e le 80 tonnellate della Norvegia. Per questa ragione, la società sta per far partire un progetto-pilota in Kenya.


di Francois Misser

Nigrizia Maggio 2010

Ultima modifica Lunedì 20 Settembre 2010 13:46
Salvo Celeste

Salvo Celeste

Dottore in Giurisprudenza

Rubrica L'Angolo del Diritto ecclesiastico;
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