Lunedì, 11 Dicembre 2017
Domenica 04 Dicembre 2011 18:20

Un'autorità mondiale per la finanza globale

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La Santa Sede ha elaborato una proposta per un migliore governo
della finanza internazionale.

Fondamentale il ritorno all' etica e ai valori della persona.

Alcune regole concrete.

La crisi, ha rivelato comportamenti di egoismo, di cupidigia collettiva e di accaparramento dei beni su larga scala. Nessuno può rassegnarsi a vedere l'uomo vivere come "un lupo per l'altro uomo", secondo la concezione evidenziata da Hobbes. Nessuno può accettare lo sviluppo di alcuni paesi a scapito di altri. Se non si pone un rimedio alle varie forme di ingiustizia, gli effetti negativi che ne deriveranno sul piano sociale, politico ed economico saranno destinati a generare un clima di crescente ostilità e perfino di violenza, sino a minare le stesse basi delle istituzioni democratiche, anche di quelle ritenute più economiche». Le parole sembrano quelle di uno dei migliaia di cittadini "indignati" che sono scesi nelle strade delle capitali di tutto il mondo in questi mesi contro lo strapotere della banche e della finanza internazionale, principale responsabile della crisi economica attuale ma anche quella che meno di tutti la sta pagando. Ma così non è.
A pronunciare una simile dichiarazione, infatti, è la Santa Sede che, nell'attuale dibattito sulle responsabilità della crisi economica e in vista dell'incontro dei paesi che fanno parte del G20, che si è svolto a Cannes il 3 e 4 novembre, non solo ha inteso esprimere la sua idea in merito, ma anche avanzare una proposta per garantire un maggiore controllo e governo della finanza internazionale. Lo ha fatto presentando, il 24 ottobre scorso, un documento dall'eloquente titolo Per una riforma del sistema finanziario internazionale nella prospettiva di un'autorità pubblica a competenza universale elaborato dal Pontificio consiglio della giustizia e della pace. Si tratta di una nota articolata dove, accanto all'analisi dell'evoluzione del sistema finanziario degli ultimi decenni, sono elencati i motivi della crisi in atto e si tenta di trovare una soluzione realizzabile e non solo auspicabile.

Nella scia del magistero
Alla conferenza stampa, a cui hanno partecipato il presidente del dicastero, il ghanese card. Peter Kodwo Appiah Turkson, il segretario del medesimo dicastero mons. Mario Toso e il prof. Leonardo Becchetti, docente di economia politica all'università Tor Vergata di Roma, non è mancato chi ha visto tale nota come un modo per far proprie le rivendicazioni degli indignados di tutto il mondo. «Con questa nota la chiesa non si mette alla testa del movimento degli indignados, perché la chiesa segue il magistero dei papi», ha risposto il card. Turkson, evidenziando come a simili conclusioni la chiesa ci sia arrivata continuando un magistero che inizia con Giovanni XXIII.
Fu quel papa, infatti, nella profetica lettera enciclica Pacem in terris del 1963 - si legge nel documento della Santa Sede - «ad avvertire che il mondo stava andando verso una sempre maggiore unificazione, che era venuta meno la rispondenza tra l'organizzazione politica sul piano mondiale e le esigenze obiettive del bene comune universale, auspicando, un giorno, la creazione di un'autorità pubblica mondiale (Pacem in terris 70,71-74)».
Nel 1967, a concilio Vaticano II da poco concluso, un altro pontefice, Paolo VI, in un'altra profetica enciclica, la Populorum progressio, tracciava in maniera limpida le "traiettorie" dell'intima relazione della chiesa con il mondo. «La situazione attuale del mondo - scriveva - esige un'azione d'insieme sulla base di una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali.
Esperta di umanità, la chiesa, lungi dal pretendere d'intromettersi nella politica degli stati, non ha di mira che un unico scopo: continuare, sotto l'impulso dello Spirito consolatore, la stessa opera di Cristo, venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità, per salvare, non per condannare, per servire, non per essere servito».
Ed è ciò che la chiesa vuol continuare a fare, oggi più che mai, vista la crisi di quell'organizzazione economica che allora si stava delineando e che in questi ultimi anni ha mostrato i segni di un fallimento difficilmente negabile. Fu già Giovanni Paolo II a mettere in guardia, nel 1991, dopo il fallimento del collettivismo marxista, dal rischio di «un'idolatria del mercato che ignora l'esistenza di beni che per loro natura non sono e non possono essere semplici merci» (Centesimus annus, n. 70). Dopo vent'anni quel timore è divenuta realtà: il prevalere della finanza, del profitto fine a se stesso, staccato dall'economia reale, ha reso merce beni come l'acqua e la terra, e le persone valgono più come consumatori che come cittadini. La crisi che inevitabilmente ne è derivata - insegna Benedetto XVI - «ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole, a trovare nuova forme di impegno, a puntare su esperienze positive, divenendo occasione di discernimento e di nuova progettualità».
E’ dunque nell'alveo dell'insegnamento sociale della chiesa che si pone il documento, proponendosi come «un contributo ai responsabili della terra, un gesto di responsabilità non solo nei confronti delle generazioni presenti ma soprattutto di quelle future».
Molteplici sono le cause dell'attuale crisi, evidenzia il testo: pur nella diversità di opinioni, si riscontra una «combinazione di errori tecnici e di responsabilità morali». Mentre nel caso di beni materiali e servizi vi sono limiti dovuti a elementi concreti come la natura, la capacità produttive e le forme del lavoro, in materia monetaria e finanziaria le dinamiche sono diverse. Quello che è accaduto negli ultimi decenni è stata un'espansione del credito molto più rapida della produzione di reddito, da cui sono derivate «sacche eccessive di liquidità e di bolle speculative che si sono poi trasformate in una serie di crisi di solvibilità e di fiducia».
Una prima crisi fu quella degli anni 70 relativa ai prezzi del petrolio, a cui seguirono crisi locali come quella del Messico degli anni 80 e quella della Thailandia e dell'Argentina negli anni 90. Fino ad arrivare a quella del 2008 con la bolla speculativa sugli immobili e la crisi finanziaria attuale dovuta all'eccessivo ammontare di moneta e di strumenti finanziari. Ma con un di più: l'essere scoppiata nel cuore dell'economia e della finanza più avanzata, quella statunitense, a cui fa capo la stragrande maggioranza degli scambi internazionali. «Le conseguenze sulla cosiddetta "economia reale", passando attraverso le gravi difficoltà di alcuni settori come quello immobiliare, hanno generato una tendenza negativa della produzione e del commercio internazionale, con gravi riflessi sull'occupazione, con costi per miliardi di persone, nei paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo».
E, mentre il benessere economico globale si è accresciuto «in misura e rapidità mai sperimentate dal genere umano, sono aumentate enormemente le diseguaglianze all'interno dei vari paesi e tra di essi». Una globalizzazione non adeguatamente governata, che ha fatto del liberismo la sua ideologia, è alla base di tale profonda iniquità, come ammesso anche dal Fondo Monetario Internazionale in un suo rapporto del 2007.

Un'autorità mondiale
La chiesa è dunque consapevole che di questa situazione, «problematica anche per la pace», è responsabile innanzitutto «un liberismo senza regole e senza controlli», che spesso esistono a livello locale e regionale ma che a livello internazionale faticano a realizzarsi.
Da qui la necessità, ribadita in ogni sede e occasione dal magistero ecclesiale, di un'etica in economia che, tuttavia, non sia «un'etica qualunque, ma amica della persona», come espresso da Benedetto XVI nell'enciclica Caritas in veritate (n. 45).
Affinché, dunque, a prevalere sia la logica del bene comune, che molto spesso appare in contrasto con quella dell'utilitarismo individuale oggi dominante, occorre un'autorità sovranazionale, capace di garantirlo e di consolidarlo, secondo la profetica intuizione di Giovanni XXIII. «Tale autorità deve avere un'impostazione realistica ed essere messa in atto con gradualità, con l'obiettivo di favorire l'esistenza di sistemi monetari e finanziari efficaci, ossia mercati liberi e stabili, disciplinati da un adeguato quadro giuridico, funzionale allo sviluppo sostenibile e al progresso sociale di tutti».
Si tratta di un processo complesso e delicato che, perché possa realmente valere e funzionare, non può essere calato dall'alto ma deve «sorgere da un processo di maturazione progressiva delle coscienze e delle libertà, e dalla consapevolezza delle crescenti responsabilità». La sua costituzione dovrà necessariamente essere preceduta da una fase di concertazione e il suo esercizio essere super partes, con decisioni prese nell'interesse di tutti e non solo a vantaggio di alcuni gruppi o di alcuni governi nazionali, attraverso il metodo della sussidiarietà.
Occorre un lungo cammino - come è evidente - per giungere a questa autorità, ma il processo di riforma potrebbe svilupparsi già da ora avendo come punto di riferimento le Nazioni Unite, per l'ampiezza mondiale delle sue responsabilità.

Tassare le transazioni
Nel frattempo, occorre porre il mondo finanziario e monetario, cresciuto in maniera sproporzionata rispetto all'economia reale, sotto il controllo di regole condivise e rispettate, a partire da un organismo che svolga le funzioni di una sorta di "banca centrale mondiale", che riscopra quelle funzioni di coordinamento e di prosperità comune che portarono, nel secondo dopoguerra, agli accordi di Bretton Woods, i cui organismi hanno orientato l'economia degli ultimi 50 anni.
Altre misure risultano attualmente inevitabili: una tassazione delle transazioni finanziarie, utile per promuovere lo sviluppo globale e sostenibile e costituire una riserva mondiale per sostenere le economie più deboli, la ricapitalizzazione delle banche anche con fondi pubblici, vincolando tuttavia tale sostegno a comportamenti virtuosi finalizzati a sviluppare l'economia reale, e la differenziazione chiara tra attività di credito ordinario e di investimento finanziario, per consentire una disciplina più efficace dei mercati privi di controlli o di limiti.
È dunque nella logica di un riequilibrio tra economia e politica, tra profitto individuale e bene comune, tra tecnocrazie e democrazia, che si gioca, per la Santa Sede, il futuro dello sviluppo e dell'intera umanità. Un cammino che è solo all'inizio, richiesto a viva voce dalle piazze di molte parti del mondo, su cui convergere le energie prima che la crisi si accentui ulteriormente e la parola venga presa dalle istanze violente della società civile.

Sabrina Magnani


da: Settimana, anno 2011, n. 40, pg. 7

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00

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