Sabato, 21 Ottobre 2017
Martedì 17 Gennaio 2012 19:47

Euro: l’anno che sta arrivando

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Per l’eurozona, il 2011 è stato un anno di scelte sbagliate e politiche miopi.

 

Per evitare il crack nel 2012, servono misure nuove e coraggiose


L’andamento dell’economia reale


Molti, nel gennaio del 2011, pensavano che il nuovo anno sarebbe stato quello della ripresa dell’economia e invece oggi ci ritroviamo con dei problemi ancora più gravi. In particolare, si chiude un anno a dir poco critico sia per le sorti dell’euro che per l’andamento dell’economia reale dei paesi dell’eurozona. È opportuno intanto ricordare alcuni aspetti della situazione dell’economia reale, e di quale sia quindi uno degli sfondi più rilevanti su cui si collocano le vicende monetarie. Il quadro, grazie anche alle decisioni prese sotto l’illuminata guida della Merkel e di Sarkozy, può essere sottolineato con poche cifre: la Goldman Sachs prevede che nel 2012 l’economia dei paesi dell’eurozona si contrarrà dello 0,8%, con un +0,1% per la Germania, un -1,6% per l’Italia, un -0,4% per la Francia, un -1,5% per la Spagna. Qualcuno, come G. Magnus, consigliere economico senior della UBS, arriva a stimare una caduta complessiva del Pil nei prossimi trimestri ben più elevata, valutabile al livello del 2,0% annuo.
Per quanto riguarda i livelli di disoccupazione, nell’eurozona mancano a tutt’oggi 3 milioni di posti di lavoro per ritornare alle cifre del 2008 e 4,2 milioni per quanto riguarda l’Europa a 27. Ma nella realtà dei fatti il deficit è molto più importante, se solo si ricorda che dal 1995 al 2007 si registrava una crescita annua dei posti di lavoro pari in media a 2 milioni di unità (Duval, 2011). Dal 2008 ad oggi l’Irlanda ha perduto un posto di lavoro su sette, la Spagna uno su dieci, la Grecia uno su dodici.


Quanto si è fatto sino ad oggi


Nei paesi dell’eurozona per molti versi si vanno combattendo una serie di battaglie sbagliate. La Merkel lotta con accanimento contro il debito, quando i problemi sono soprattutto la crescita e gli squilibri di competitività tra i vari paesi della zona euro; la Bce, sotto l’impavida guida di Draghi, continua con convinzione a combattere l’inflazione e l’istituto rischia così, come ricorda qualcuno, di passare alla storia come la banca centrale magnificamente ortodossa di un’unione monetaria fallita; il governo italiano, sotto la guida di un altro splendido liberista, avanza somministrando al paziente una cura che, piuttosto che guarirlo, potrebbe contribuire ad ucciderlo in poco tempo. Anche l’ultimo summit della zona euro avrebbe dovuto essere risolutivo, ma si è rivelato per alcuni versi ancora peggiore di quelli precedenti: è stato deciso infatti di avviare l’approvazione di un nuovo trattato, che richiederà mesi di spasmodiche contrattazioni e che dovrà essere ratificato da parlamenti nazionali, alcuni dei quali piuttosto riottosi, creando una grande incertezza politica. Inoltre, le promesse di una maggiore austerità che i governi avanzano ad ogni vertice - ora anche con l’inserimento di una clausola di pareggio di bilancio nelle costituzioni dei singoli stati -, finiscono per spaventare piuttosto che rassicurare, e daranno luogo a economie più deboli e vulnerabili. Nell’accordo non c’è nessun riferimento alla crescita, ne c’è alcun paragrafo che tocchi la questione dei differenti livelli di competitività tra i paesi dell’eurozona. Niente sugli eurobond, niente di serio per quanto riguarda i due fondi salva stati, niente sul processo di unificazione politica del continente. In sostanza, la Germania e la Francia hanno deciso che non ci sarà proprio quello che serviva: un’unione “fiscale”, finanziaria e politica (Wolf, 2011, a). È possibile dunque prevedere una caduta prolungata dell’attività economica, una riduzione dei salari e delle pensioni in termini reali, un ulteriore aumento dei livelli di disoccupazione.
Intanto la Bce ha aperto i cordoni della borsa almeno verso le banche, che si sono precipitate a farsi prestare ben 489 miliardi di euro. La notizia può essere interpretata almeno in due modi diversi (Pratley, 2011). Da una parte ci si può felicitare perché, dopo essere stata ferma per tutto l’anno a guardare la tragedia che incombeva, finalmente la banca è intervenuta, con una misura che qualcuno spera darà una spinta allo sviluppo; dall’altra, però, vista la corsa all’accaparramento delle risorse, si può anche pensare che le difficoltà del sistema bancario dell’eurozona siano peggiori di quanto si immaginasse. Nessuno sa poi se e quanto la misura porterà beneficio all’economia reale o se invece le banche terranno i soldi in cassa. Nessuno sa neanche se e in quale misura questi soldi verranno usati, come forse spera la Bce, per comprare titoli dei paesi in difficoltà. Le banche oseranno spaventare i mercati e i loro azionisti comprando titoli italiani e spagnoli? Infine, si tratta di una misura che porta un sollievo temporaneo, ma non risolve i problemi di fondo e non esime i politici dagli interventi che sarebbero richiesti.


Cosa potrà accadere nel 2012


Tutti sono in attesa della prossima crisi acuta, che – dopo le ricche vacanze di fine anno dei banchieri con i soldi dei bonus – potrebbe essere scatenata ad esempio dal declassamento del rating della Francia e di conseguenza del fondo salva stati, che sarà deciso nel momento più propizio per favorire una nuova ondata speculativa. O che potrebbe essere originata dalle difficoltà di far sottoscrivere al mercato i nuovi titoli che Italia e Spagna dovranno emettere nei prossimi mesi, o ancora dal plausibile default della Grecia con l’arrivo della primavera. Ricordiamo a questo punto almeno in parte quelle che, più o meno, sono le mosse che bisognerebbe avviare al più presto per salvare l’euro. Il settore finanziario dovrebbe essere regolato da una qualche un’autorità comune; dopo aver ristrutturato il debito di alcuni stati del sud Europa, oggi sostanzialmente insolventi, si dovrebbe avviare un mercato degli eurobond per coprire almeno una parte importante delle necessità degli stati membri; si dovrebbe varare una disciplina rilevante e un coordinamento sostanziale delle politiche di bilancio degli singoli paesi; la Bce dovrebbe diventare un lender of last resort e comunque avviare una politica fortemente espansionista, esattamente il contrario di quanto sta facendo oggi; bisognerebbe inoltre creare un fondo per lo sviluppo dell’economia del continente e in particolare per i paesi del sud, oggi poco competitivi. In un regime democratico, nessuna di queste misure potrebbe essere accettata senza l’avvio di un’unione politica del continente, con un passaggio progressivo di poteri e di risorse a un’autorità comune, democraticamente eletta. Per altro verso, come tutta la storia finanziaria e monetaria del mondo insegna (Coggan, 2011), è il potere politico e la fiducia che esso ispira che sostiene qualsiasi sistema monetario.


Conclusioni


Senza almeno una decisione positiva e tempestiva sull’avvio di una serie di misure come quelle appena elencate, è facile immaginare che l’euro vada presto a pezzi o, quanto meno, si trascini penosamente di crisi in crisi (ma sino a quando sarà è possibile? Riusciremo ad arrivare alle elezioni tedesche e almeno a quelle francesi senza che l’irreparabile si compia e comunque sperando che si cambi poi registro?), con un ingestibile aumento dei rendimenti richiesti ai paesi più deboli. Alcune banche, come riferiscono i giornali, si stanno già preparando per il grande evento del crack. La crisi acuta dell’euro planerà poi come un’ombra minacciosa sulle economie di tutto il mondo. Personalmente sono pessimista, ma qualcuno tra i miei conoscenti sostiene che io lo sia quasi sempre. L’unica flebile speranza che ci può sorreggere è quella che, messi veramente alle strette, i politici europei alla fine si decidano, obtorto collo e all’ultimo minuto, a fare la cosa giusta.


di Vincenzo Comito • 31-Dic-11

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00

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