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Giovedì 07 Febbraio 2008 10:26

Nella prigione del dollaro

A San Salvador, capitale del paese centroamericano, tutte le mattine il centrocittà viene invaso da una marea di ambulanti, che occupano le strade tra povertà, cantilene e commerci, più o meno legali. Mentre il macellaio squarta la carne ai piedi della chiesa in stile coloniale, nella strada di fronte, accanto alla succursale della banca nazionale, s’improvvisa un ristorante all’aperto di piatti tipici, largo quanto il marciapiede. Il centro storico e questo mercato improvvisato sono diventati un tutt’uno, immersi in una moltitudine ondeggiante, che si muove come al ritmo d’un vecchio bolero popolare salvadoregno.

In Salvador, la dollarizzazione dell’economia è arrivata il 10 gennaio 2001, accompagnata da varie promesse, come l’aumento degli investimenti stranieri e delle esportazioni di prodotti nazionali. Da allora invece sono aumentati soltanto il costo della vita e la disoccupazione, con sullo sfondo un paesaggio sociale che si deteriora giorno dopo giorno. La mancanza di lavoro si è tradotta in un aumento del settore informale, che evidenzia la incongruenza tra la dollarizzazione e il Dna di un paese povero come El Salvador. Come risposta ai problemi economici, il governo di Elías Antonio Saca ha approvato il tanto discusso «articolo 15» che penalizza la vendita informale. A metà maggio, i 17.000 ambulanti della capitale hanno realizzato manifestazioni di protesta, chiedendo l’abrogazione della legge e la liberazione di Vicente Ramirez (dirigente dell’«Associazione dei lavoratori, venditori e piccoli commercianti salvadoregni», accusato di atti terroristici) sotto lo slogan «Siamo venditori, non terroristi».

In un paese come questo, la dollarizzazione ha significato non soltanto la moltiplicazione della povertà, ma anche l’impossibilità di svalutare la valuta nazionale. Pertanto, l’unico modo per accrescere la competitività del paese a livello internazionale (cioè per aumentare le esportazioni) è quello della «deflazione» (ridurre i prezzi delle merci). Per diminuire i prezzi delle merci occorre però precarizzare ancora di più le condizioni dei lavoratori, dando sempre più potere alle maquilas del settore tessile e alle multinazionali della frutta, che non pagano neppure il salario minimo. Nella situazione attuale, con le importazioni che superano le esportazioni, il mercato nazionale è letteralmente invaso da prodotti importati, specialmente nordamericani, dalle scarpe fino ai prodotti cerealicoli a basso prezzo (perché sovvenzionati) e geneticamente modificati. Questa invasione ha spazzato via l’autosufficienza alimentare: i contadini salvadoregni non producono più per il mercato interno, perché i cereali importati costano meno; questa situazione spinge i contadini ad abbandonare le campagne (dove ormai si concentra il 97% della povertà). D’altra parte, migliaia di artigiani e di piccoli produttori del settore calzaturiero sono rimasti disoccupati: le scarpe statunitensi costano meno, perché sono prodotte in quantitativi enormi e quasi sempre in Asia, dove i salari sono ancora più bassi che nel Salvador.

Sugli effetti quotidiani prodotti dalla dollarizzazione parliamo con la dottoressa Beatrice Alamanni de Carrillo, procuratore generale per i diritti umani della Repubblica del Salvador. «Come difensore dei diritti umani in Salvador - ci spiega - posso dirle che, per la gente, la dollarizzazione è stato un colpo terribile che si è ripercosso sulla vita quotidiana di ognuno. In pratica, si è passati all’equivalenza tra colon salvadoregno e dollaro Usa, una cosa insostenibile, perché le retribuzioni sono sempre calcolate in colones. Questo significa che i salari hanno perso 8 volte di valore, un fatto insostenibile per la gran maggioranza della popolazione. Con un salario minimo pari a 140 dollari è impossibile sopravvivere. Purtroppo, la tragedia della dollarizzazione pare un fatto irreversibile. Occorre affrontarla con interventi economici adeguati e con molta creatività».

La minoranza ricca del Salvador, assieme alla classe politica attualmente al potere, hanno voluto a tutti i costi la dollarizzazione dell’economia, per tutelarsi da un’eventuale salita al potere del Fmln («Farabundo Martì per la liberazione nazionale», la ex guerriglia ora diventata un partito politico di opposizione). Attraverso la dollarizzazione costoro possono controllare il paese anche dall’esterno, manovrando i flussi e deflussi di capitale. In sintesi, la dollarizzazione dell’economia non ha fatto che accrescere gli squilibri preesistenti, traducendosi a livello di macroeconomia in una camicia di forza, dato che l’economia salvadoregna ormai funziona come un «pilota automatico» alle dipendenze dei poteri economici statunitensi.


Di José Carlos Bonino
MC Luglio-Agosto 2007



IL GLOSSARIO DI «RADIO DI CARTA»

  • Dollarizzazione: è la sostituzione della valuta nazionale con il dollaro statunitense; oltre che a EI Salvador, la dollarizzazione è ufficiale in Ecuador e a Panama.

  • Deflazione: in economia, è la diminuzione del livello generale dei prezzi, l’opposto dell’inflazione; le imprese, non riuscendo a vendere i beni e i servizi prodotti, ne riducono i prezzi, ciò comporta una riduzione dei ricavi che esse cercano di compensare attraverso una riduzione dei costi (del lavoro, dei beni intermedi, eccetera); gli effetti negativi della deflazione tendono quindi a diffondersi, provocando una situazione di depressione economica.



Pubblicato in Mondo Oggi - Economico
Martedì 29 Gennaio 2008 22:50

Povertà, una patologia

La povertà, nel nostro paese, è un fenomeno tutt’altro che residuale. Interessa, secondo le statistiche ufficiali, oltre l’11% delle famiglie e il 13% degli individui residenti. Se si aggiunge l’area della vulnerabilità sociale, quella dei cosiddetti “quasi-poveri”, soggetti poco sopra la soglia di povertà relativa, si arriva a sfiorare il 20%: quasi una famiglia italiana su cinque è indigente, o le manca poco per esserlo tecnicamente. Un dato strutturale preoccupante, una patologia sociale conclamata.

La prima ragione di questo allarmante (e protratto) stato di cose è che l’Italia manca di un piano di lotta alla povertà. Sono esistite ed esistono misure di contrasto settoriali, mai una visione d’insieme. Dai governi del dopoguerra il problema è stato preso diverse volte in esame. La storia dell’Italia repubblicana è disseminata di buone intenzioni in materia, mai però tradottesi in un piano esplicito, serio, organico.

Caritas Italiana e Fondazione Zancan presenteranno in autunno Rassegnarsi alla povertà?, settimo Rapporto su povertà ed esclusione sociale. Hanno anticipato a fine luglio, in una conferenza stampa a Montecitorio, il messaggio centrale del lavoro di quest’anno: la politica e la società italiana devono farsi carico di realizzare un piano di lotta alla povertà, per arginare le ricadute negative che questo vuoto comporta nella vita di tanti individui e famiglie e per circoscrivere il rischio di un progressivo allargamento dell’area dell’esclusione sociale.

Tante risorse per pensioni e sanitàIn Italia la spesa annua per l’assistenza sociale non è irrilevante. Il suo volume complessivo è di 44 miliardi 540milioni di euro (dato 2006), circa 750 euro pro capire. In Italia utilizziamo un quarto del prodotto interno lordo per la protezione sociale, in armonia con quanto accade in altri paesi europei (Grecia, Regno Unito, Finlandia), ma significativamente meno rispetto ad altri stati (Belgio, Austria, Francia, Germania, Danimarca e Svezia).

Il profilo di questa spesa manifesta inoltre evidenti squilibri interni: più della metà (56,1%) è destinata alla voce “pensioni in senso stretto e Tfr”; il resto è ripartito tra le voci “assicurazioni del mercato del lavoro” (6,6%), “assistenza sociale” (11,9%), “sanità” (25,4%). Gran parte delle risorse, insomma, vanno all’ultima fase della vita, molte meno alla prima fase e al sostegno delle responsabilità familiari. Negli ultimi dieci anni, inoltre, sono aumentati il carico pensionistico (dal 55,7 al 56,1%) e sanitario (dal 20,8 al 25,4%), mentre sono diminuite le risorse per assicurazioni del mercato del lavoro (dal 9 al 6,6%) e assistenzasociale (dal 14,6 all’11,9%).

I due principali centri di spesa sociale sono lo stato e i comuni. Dei 750 euro impegnati per italiano, circa 664 sono gestiti dallo stato o da amministrazioni da esso controllate. Degli 86 spesi dai comuni, 21 se ne vanno per ulteriori trasferimenti monetari e circa 65 sono effettivamente spesi per servizi. Soltanto l’8,6% dei 750 euro di spesa pro capite, in definitiva, viene erogato in servizi, mentre ben il 91,4% si concretizza in trasferimenti monetari al soggetto in difficoltà. È l’enorme problema consegnatoci in eredità dalla non attuazione dell’articolo 24 della legge 328/2000: prevale l’incapacità istituzionale e sociale di operare sulla base dei bisogni effettivi, non solo in relazione ai diritti acquisiti.

All’interno della spesa sociale dei comuni, poco più di 363 milioni di euro (il 6,8% della spesa sociale complessiva) viene destinato all’area della povertà. Eppure, come detto, le famiglie che vivono in condizioni di povertà sono 2 milioni 585 mila (l’11,1% del totale) e raccolgono tantissime persone: 7 milioni 577 mila (il 13,1% del totale, tra essi molti bambini). Troppo spesso, insomma, la responsabilità di crescere i figli si scontra con le difficoltà economiche di famiglie a basso reddito. Il 26,2% dei nuclei con cinque o più componenti vive in condizioni di povertà (nel mezzogiorno il 39,2%); avere tre figli da crescere significa un rischio di povertà pari al 27,8% (nel sud 42,7%).

La povertà delle famiglie è una grande sfida. Le realtà familiari numerose sono le più esposte: brutalmente si può dire che ogni figlio porta con sé una crescita del rischio di impoverimento. L’Italia, coscientemente o meno, incoraggia le famiglie a non fare figli: nessuno sceglie liberamente di impoverirsi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: siamo agli ultimi posti nel mondo per fecondità familiare. Oggi la tendenza interessa anche i nuclei ricostituiti in seguito alla rottura di altre famiglie. Si rischia di entrare in una condizione di povertà soprattutto quando la famiglia diventa monogenitoriale, quindi molto spesso monoreddito: il fenomeno interessa quasi sempre madri sole con figli.

Dai trasferimenti monetari ai serviziPer dare vita a un piano organico di lotta alla povertà, occorre prima porsi alcune domande (e darsi alcune risposte). Cosa intendere per piano di lotta alla povertà? Quali centri di responsabilità devono essere coinvolti? Per quali povertà varare il piano? Quali infrastrutture organizzative, professionali e di processo impiegare? Con quante risorse?

Oltre a un piano di attività, serve un piano strategico, capace di avviare un percorso di condivisione e integrazione tra responsabilità (oltre che tra risorse). Questo percorso (politico, amministrativo, sociale) deve articolare diversamente il governo “orizzontale” e “verticale” delle responsabilità: su scala orizzontale, i livelli istituzionali (stato, regioni, enti locali) e altri soggetti interessati sono chiamati a condividere priorità e condizioni di fattibilità (risorse comprese) in sede di conferenza unificata; su scala verticale, le parti regionali e locali definiscono altrettanti piani di azione, dimensionando obiettivi e risorse in ragione dei risultati attesi di riduzione del bisogno, tenendo conto di come esso caratterizza il proprio territorio.

Soprattutto, però, occorre delineare due scelte strategiche, di medio e lungo periodo. Anzitutto, va impostato il passaggio da una logica imperniata sui trasferimenti monetari a un sistema che valorizzi i servizi (per un migliore governo della quantità delle risorse); la prevalenza di trasferimenti monetari caratterizza infatti i sistemi di welfare a ispirazione “socio-assistenziale”, cioè tradizionale, nei quali la cosiddetta “assistenza” è intesa come insieme di provvidenze economiche, erogate per “diritti acquisiti” e non necessariamente per “bisogni verificati”. E non basta, dunque, a garantire inclusione sociale e promozione dei diritti, né ad alimentare il necessario rapporto tra diritti e doveri di cittadinanza sociale.

La seconda scelta riguarda il passaggio da una gestione centrale a una decentrata: nodo non sufficientemente presente nel dibattito politico e giuridico, ma di portata storica e strutturale. Occorre studiare modalità per concretizzare il trasferimento di risorse e per definire i gradi di libertà nella finalizzazione delle risorse stesse, non solo riguardo ai trasferimenti connessi a forme di non autosufficienza, ma anche a quelli che interessano la famiglia e che devono essere “sostituibili” con servizi ad essa rivolti.

Il deficit di solidarietà intergenerazionale, infatti, è in Italia un problema sempre più evidente e stridente. La distribuzione e l’orientamento della spesa sociale lo amplifica, visto lo sbilancio di risorse destinato a favore dell’ultima fase della vita. La quasi inesistente capacità di rappresentanza delle nuove generazioni rispetto alla generazione anziana rende questo problema scarsamente presente nel dibattito civile e politico. Ma i segnali di sofferenza e insofferenza sono sempre più forti, anche su scala europea

Una “grande opera” inattuata Dopo il 2000, in base alla legge 328, si è aperta una breve stagione di sperimentazione del Reddito minimo di inserimento (Rmi). Essa ha evidenziato che per i soggetti svantaggiati, senza occupazione e reddito avrebbe più senso parlare di Piani di inserimento con sostegno al reddito (Pisr), enfatizzando il fine principale (l’inserimento sociale) e non il mezzo temporaneo (il reddito minimo). Altra conferma che è necessario superare l’approccio per “misure” e sostituirlo con l’approccio per “problemi”.

Un piano nazionale di lotta alla povertà dovrebbe inoltre equivalere a una “prenotazione” dei livelli essenziali di assistenza sociale. Tale operazione produrrebbe profonde conseguenze sulle infrastrutture organizzative, professionali e di processo che prendono in carico, nel nostro paese, la condizione di bisogno sociale.
La povertà di individui e famiglie, i servizi da assicurare e i livelli essenziali di assistenza rappresentano, in altre parole, un banco di prova per un sistema di welfare oggi sostanzialmente fermo e incapace di modificare i propri elementi strutturali. Il blocco costituito da una gestione immobile delle risorse e l’assenza di volontà politica di riorientarle (per evitare la crisi di consenso da parte di alcuni gruppi, interessati a mantenere le cose come sono) inducono a lavorare con i “resti”, ovvero i finanziamenti ad hoc, che nascono da una finanziaria e sperano di essere incrementati dalla successiva.

Un piano condiviso di lotta alla povertà può rappresentare una grande occasione per il nostro paese per affrontare i principali nodi, non risolti, dell’intero sistema di welfare. È una “grande opera” inattuata: va quindi considerato non solo per il suo valore in sé (etico, culturale e politico), ma anche come occasione per rimettere in corsa il paese. E per contrastare la crisi di fiducia che nega, soprattutto alle nuove generazioni, la speranza del futuro.

di Tiziano Vecchiato
Italia Caritas / Settembre 2007



Non è un fenomeno “naturale”, non va delegata al privato sociale «Come considerare la presenza di una fascia così consistente di poveri, in un società ricca come la nostra? Considerarla fatalisticamente, come una componente “naturale” dello sviluppo economico che lo stato dovrebbe limitarsi ad arginare, impedendo che divenga esplosiva e pericolosa per l’ordine pubblico, ma senza illudersi di poterla eliminare? Oppure ritenerla un fenomeno da affidare agli interventi volontaristici e umanitari, che lo stato dovrebbe incoraggiare e promuovere, ma senza intromettersi in prima persona? Caritas e Fondazione Zancan ritengono che la teoria della “povertà naturale” è una spiegazione di comodo, che si rifà a una concezione della società vecchia e superata La povertà non esiste in natura ma è conseguenza di situazioni in cui “la politica non frequenta la giustizia”.

Caritas e Zancan escludono inoltre che il problema della povertà possa essere risolto delegandolo al solidarismo privatistico. Gli interventi del privato- sociale e della stessa Chiesa sono indubbiamente utili e necessari, ma sono di loro natura Integrativi dell’intervento pubblico e per lo più settoriali.

Non hanno pertanto né la capacità né. il potere di affrontare globalmente il problema della povertà e delle sue cause, né quello di garantire ai poveri risposte sul piano dei diritti».

(monsignor Giuseppe Pasini, Presidente Fondazione Zancan, presentazione del rapporto “Rassegnarsi alla povertà?” )
Pubblicato in Mondo Oggi - Economico
NdR: questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 1 agosto 2006
Il primo ministro britannico ha rivelato di essersi accordato, venerdì scorso, con il presidente americano per effettuare «uno sforzo finale» e cercare di rimettere in moto le trattative, sospese a tempo indeterminato lunedì scorso, tra i 149 Paesi della Wto, l'Organizzazione mondiale del Commercio. George Bush, per parte sua, ha confermato di avere istruito la negoziatrice americana, Susan Schwab, a continuare negli sforzi per rianimare i colloqui nel giro di settimane. Qualche speranza affinché anche il sistema globale degli scambi non scivoli verso la strada delle ripicche e delle dimostrazioni muscolari, dunque, rimane. Non è però il caso di trattenere il fiato, per ora. Il dato di fatto è che il negoziato è saltato esattamente una settimana dopo che i leader del mondo, riuniti nel G8 di San Pietroburgo, avevano dato indicazione pubblica affinché i loro ministri del Commercio raggiungessero un accordo. Che Bush e Tony Blair tengano oggi aperta una porta, dunque, non è indicativo del fatto che Stati Uniti e Unione Europea riescano davvero ad arrivare a una liberalizzazione significativa, soprattutto in fatto di agricoltura. Men che meno è un segno della disponibilità delle potenze emergenti a raggiungere un compromesso in tempi rapidi: in un incontro tra la signora Schwab e il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim, sabato scorso, si è parlato di cinque-otto mesi prima che le trattative possano riprendere. Ieri, anche il commissario europeo al Commercio, Peter Mandelson, si è chiesto in un articolo molto aperturista sul «Financial Times» «quale fenice può risorgere dalle ceneri», dopo il fumo e le fiamme dei giorni scorsi. E ha sostenuto che «in agricoltura le posizioni non sono irriconciliabili»: la Ue deve muoversi verso il taglio delle tariffe chiesto dai Paesi emergenti e gli Stati Uniti devono tagliare pochi miliardi di dollari di sussidi agli agricoltori americani. Si può fare, dice Mandelson. In Europa, tra l'altro, si parla di un possibile consiglio straordinario dei ministri del Commercio per dare un mandato più flessibile al commissario stesso. Gli ostacoli politici, però, sono seri. La Francia, che vede arrivare le elezioni presidenziali, ha più volte detto di avere ormai superato il limite delle concessioni che i suoi agricoltori possono sopportare. E a Washington, con le elezioni di medio termine in autunno, la lobby degli agricoltori è fortissima. Un esito positivo del Doha Round beneficerebbe l'economia mondiale e soprattutto quella dei Paesi poveri. Ma, in questo momento, farebbe di più: sarebbe il rilancio di un sistema multipolare in un mondo con pochissimo ordine. Il litigio, invece, porta brutte notizie. Da quando i negoziati sono stati interrotti, le tendenze commerciali meno positive hanno preso a correre: la Russia ha dovuto accettare di rinviare al 2007 o al 2008 l'ingresso nella Wto; l'India ha detto che svilupperà i suoi accordi commerciali bilaterali, al di fuori del sistema multilaterale; la Cina sta già registrando rallentamenti nel passo delle riforme economiche (lo ha denunciato il dipartimento al Commercio americano). Le ragioni per insistere con il Doha Round sono insomma forti. Il guaio è che, come sanno Bush e Blair, lo erano già a San Pietroburgo.

Fonti:
Corriere della Sera
www.tradewatch.it
Pubblicato in Mondo Oggi - Economico

Ancora prigionieri. Una famiglia in Zambia, paese che, come molti altri stati poveri, soprattutto in Africa, continua a risentire in modo rilevante del peso del debito estero.

Nella definizione dei temi fondamentali per un’agenda di riduzione dell’ingiustizia e della povertà nel mondo, il tema del debito merita ancora di essere considerato come prioritario. Dopo la grande mobilitazione dell’anno del Giubileo, l’attenzione dell’opinione pubblica è stata sollecitata negli ultimi anni da iniziative spesso più ad effetto che di reale efficacia. Ma in termini concreti, il totale del debito dei paesi in via di sviluppo, che nel 1999, prima dell’avvio dell’iniziativa “rinforzata” Hipc (Heavily Indebted Poor Countries è il nome dell’iniziativa internazionale per la cancellazione del debito, ndr) era pari a 2.347 miliardi di dollari, è oggi (dato aggiornato al 2004) pari a 2.597 miliardi; i paesi dell’Africa subsahariana, che nel 1999 pagavano 13,6 miliardi di dollari per rimborsare questo debito, ne hanno pagati nel 2004 15,23.

Questi dati bastano a dare una prima indicazione sullo stato dei fatti: l’iniziativa internazionale di cancellazione del debito non ha risolto il problema. Ha semmai contribuito a evitare una situazione ancora più pesante, senza però trovare la via di uscita sostenibile invocata come una delle ragioni per procedere alla cancellazione. Ora si tratta di fare ogni sforzo perché le iniziative già adottate siano portate avanti in modo efficace e perché vengano introdotti correttivi per gli elementi che ne limitano l’efficacia. In questo, l’attenzione della società civile è fondamentale, se si vuole mantenere una giusta tensione su una questione che continua a influire in modo drammatico sulle condizioni di vita della maggior parte della popolazione mondiale.

Difficoltà dai governi

L’iniziativa di conversione del debito promossa dalla chiesa italiana, attraverso la Fondazione Giustizia e Solidarietà (nella quale sono coinvolti numerosi soggetti, tra cui Caritas italiana), è stata portata avanti con un impegno faticoso ma efficace, in continuità con la campagna ecclesiale per la riduzione del debito, lanciata nell’anno giubilare a seguito del pressante appello di Giovanni Paolo II. Questa iniziativa ha trovato le sue prime concretizzazione in Guinea (dove il fondo di conversione del debito è attivo dal giugno 2003) ed è giunta anche in Zambia a una fase operativa.

Proprio in Zambia la mancanza di un accordo tra i paesi debitori ha impedito a lungo di negoziare gli accordi bilaterali di cancellazione del debito e anche successivamente i due governi (zambiano e italiano) hanno frapposto numerose difficoltà all’ipotesi di creare un fondo di conversione del debito, come nel caso della Guinea. Per questa ragione, alla fine del 2004, il consiglio di amministrazione della Fondazione aveva stabilito di aprire un Fondo di riduzione della povertà, in accordo con la chiesa zambiana e amministrato secondo gli stessi criteri inizialmente individuati per la gestione del Fondo di conversione del debito, cioè con una larga rappresentanza della società civile zambiana. L’idea era che l’avvio unilaterale di questo fondo servisse anche come stimolo ai due governi. Dell’ammontare destinato dalla Fondazione
allo Zambia, pari a 10 milioni di euro, la metà è stato in un primo momento attribuita a questo fondo, in attesa di vedere se i due governi avrebbero dato seguito all’impegno circa il monitoraggio delle risorse liberate dalla cancellazione.

Rendere conto ai cittadini

Oggi, a un anno di distanza, entrambe le prospettive sembrano aver trovato concretizzazione: il Fondo Giustizia e Solidarietà per la riduzione della povertà (Isprf) è attivo e ha già identificato i primi progetti cui offrire un sostegno finanziario; i due governi hanno firmato nel gennaio 2006 un’intesa per la costituzione di un comitato di informazione, che avrà il compito di mettere a disposizione la documentazione riguardante l’impiego delle risorse liberate in seguito alla cancellazione del debito da parte del governo italiano (ai sensi della legge 209 del 2000) e in cui siederanno i rappresentanti dei due governi, un rappresentante della fondazione e un rappresentante della struttura operativa della chiesa zambiana, come garanzia di collegamento con la società civile locale.

Quest’ultima circostanza è significativa: il monitoraggio dell’uso delle risorse liberate con la cancellazione del debito è stato, negli anni scorsi, materia di accesa discussione nel dibattito pubblico in Zambia e ora per la prima volta i rappresentanti della società civile vengono coinvolti nello scambio di informazioni tra governi. Si tratta di un risultato politicamente importante: si afferma infatti il principio per cui è ai cittadini, in primo luogo dei paesi che beneficiano della cancellazione, che occorre rendere conto dell’uso delle risorse liberate. Un concetto diaccountability verso il basso, ben diverso dalle condizioni unilateralmente poste dai governi creditori o dalle istituzioni finanziarie internazionali.

Società civile coinvolta

Il comitato di informazione non ha collegamento funzionale con il Fondo di riduzione della povertà istituito in collaborazione con la chiesa zambiana, ma le due iniziative rispondono allo spirito originario della campagna giubilare, in particolare all’dea di un coinvolgimento diretto della società civile nella trasformazione della schiavitù del debito in nuove opportunità di sviluppo. Proprio in seguito alla costituzione del comitato di informazione, il consiglio di amministrazione della Fondazione ha avviato la riflessione sull’impiego della seconda metà dei 10 milioni.

Pochi mesi di attività del Jsprf sono sufficienti per tracciare un primo bilancio. Il comitato di gestione è presieduto da una rappresentante della chiesa zambiana e comprende rappresentanti delle principali reti di società civile, inclusa la più
grande federazione di produttori agricoli (i piccoli contadini sono il primo “ target sociale” delle attività del
fondo); nel comitato siedono anche due rappresentanti delle espressioni della chiesa italiana in Zambia (missionari e volontari). Il comitato, riunitosi per la prima volta nel novembre 2005, ha dato impulso all’intervento nei primi quattro distretti (Petauke, Kasempa, Isoka e Gwembe). È in corso una riflessione che potrebbe condurre all’allargamento delle aree coperte, senza tuttavia venire meno a un principio di concentrazione delle azioni, necessario per evitare interventi a pioggia, poco efficaci e di difficile gestione. Al momento sono stati finanziati 9 progetti per 485 mila euro: si tratta soprattutto di progetti di supporto alle attività economiche (produzione, stoccaggio, trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli), ma non mancano iniziative di microfinanza e di miglioramento dei servizi scolastici. Oltre progetti già approvati sono oltre 160 le proposte depositate da diversi attori della società civile e si può prevedere nei prossimi mesi un’accelerazione nel ritmo degli stanziamenti.

Massimo Pallottino
Italia Caritas/Maggio 2006

Evoluzione del debito internazionale(dati in mld di dollari)

1982

1996

1999

2001

2003

2004

Paesi in via
di sviluppo

Debito
estero totale (DET)

715,79

2044,97

2346,64

2260,52

2554,14

2597,06

Servizio
del debito pagato

108,38

262,55

352,22

365,52

419,77

373,80

Di
cui interessi

62,85

96,15

113,88

110,33

101,18

103,14

Asia orientale
e Pacifico
(DET)

88,17

494,03

538,61

501,98

525,54

536,54

Europa e Asia
centrale
(DET)

88,46

368,32

503,45

507,78

676,00

728,47

America Latina
e Caraibi
(DET)

333,14

638,47

771,83

749,18

779,63

773,46

Medio Oriente
Nord Africa
(DET)

82,33

163,18

155,80

142,14

158,83

155,47

Asia
Meridionale
(DET)

47,35

149,62

161,99

156,25

182,79

184,72

Africa
sub-sahariana
(DET)

76,34

231,35

214,96

203,19

231,36

218,41

Fonte: elaborazione sui dati della Banca Mondiale

Pubblicato in Mondo Oggi - Economico
Mercoledì 21 Giugno 2006 22:53

America Latina: petrolio e banche private

Venezuela-Caraibi petrolio e diplomazia
Dopo la nascita in giugno di Petrocaribe, una sorta di succursale regionale di Pdvsa, l’industria petrolifera pubblica venezuelana, il 7 settembre in Giamaica è stato firmato un accordo per la fornitura di greggio a prezzi ridotti a 13 Paesi della zona caraibica (tra gli altri, Belize, Cuba, Guyana, Suriname, Repubblica Dominicana).
Il Venezuela, quinto produttore mondiale di greggio e unico membro latinoamericano dell’Opec, concede ai Paesi firmatari di acquistare petrolio pagando in denaro solo il 60% (qualora la quotazione superi, come avviene ora, i 50 dollari al barile); la parte restante potrà essere rimborsata con beni agricoli e industriali oppure con un debito a scadenza di 25 anni, con l’1% annuo di interesse. Al di là della sua scarsa rilevanza economica, viste le dimensioni e il “peso” dei Paesi coinvolti, l’accordo è significativo per le implicazioni politico-diplomatiche: potendo contare su un avanzo record nelle casse pubbliche grazie al boom dei prezzi petroliferi, il Venezuela di Chavez intende proporsi nella regione come un punto di riferimento alternativo al nemico di sempre, gli Usa, promuovendo il proprio modello di sviluppo “bolivariano” e anti-liberista.

Sempre più banche private in America Latina
Secondo statistiche citate dall’agenzia Noticias Aliada, il settore bancario latinoamericano sta conoscendo – come nel primo mondo - un intenso processo di concentrazione. Inoltre il numero e il peso relativo delle banche pubbliche si riducono, mentre si affermano i grandi gruppi privati transnazionali. Ai primi dieci posti della graduatoria si trovano due banche pubbliche e otto private, quattro di queste sono di proprietà dei gruppi nazionali, quattro invece sono di gruppi stranieri. In testa alla classifica si trova una delle due banche pubbliche: il Banco do Brasil, con attività per 73, 2 miliardi di dollari nel 2004. Segue una banca privata brasiliana, il Bradesco. Al terzo posto l’altra banca pubblica presente nei primi dieci posti: la brasiliana Cef (Caixa Econômica Federal). Seguono, come detto, sette gruppi privati: Bancomer/Bbva (Messico/Spagna), Itaù (Brasile), Banamex/Citibank (Messico/Usa), Unibanco (brasile), Santander/Banespa (Brasile/Spagna), Abn_Amro/Banorte (Olanda/Messico).

Popoli 11/2005

Pubblicato in Mondo Oggi - Economico
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