Lunedì, 20 Novembre 2017
Arrigo Marchiori

Arrigo Marchiori

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NdR: questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 1 agosto 2006
Il primo ministro britannico ha rivelato di essersi accordato, venerdì scorso, con il presidente americano per effettuare «uno sforzo finale» e cercare di rimettere in moto le trattative, sospese a tempo indeterminato lunedì scorso, tra i 149 Paesi della Wto, l'Organizzazione mondiale del Commercio. George Bush, per parte sua, ha confermato di avere istruito la negoziatrice americana, Susan Schwab, a continuare negli sforzi per rianimare i colloqui nel giro di settimane. Qualche speranza affinché anche il sistema globale degli scambi non scivoli verso la strada delle ripicche e delle dimostrazioni muscolari, dunque, rimane. Non è però il caso di trattenere il fiato, per ora. Il dato di fatto è che il negoziato è saltato esattamente una settimana dopo che i leader del mondo, riuniti nel G8 di San Pietroburgo, avevano dato indicazione pubblica affinché i loro ministri del Commercio raggiungessero un accordo. Che Bush e Tony Blair tengano oggi aperta una porta, dunque, non è indicativo del fatto che Stati Uniti e Unione Europea riescano davvero ad arrivare a una liberalizzazione significativa, soprattutto in fatto di agricoltura. Men che meno è un segno della disponibilità delle potenze emergenti a raggiungere un compromesso in tempi rapidi: in un incontro tra la signora Schwab e il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim, sabato scorso, si è parlato di cinque-otto mesi prima che le trattative possano riprendere. Ieri, anche il commissario europeo al Commercio, Peter Mandelson, si è chiesto in un articolo molto aperturista sul «Financial Times» «quale fenice può risorgere dalle ceneri», dopo il fumo e le fiamme dei giorni scorsi. E ha sostenuto che «in agricoltura le posizioni non sono irriconciliabili»: la Ue deve muoversi verso il taglio delle tariffe chiesto dai Paesi emergenti e gli Stati Uniti devono tagliare pochi miliardi di dollari di sussidi agli agricoltori americani. Si può fare, dice Mandelson. In Europa, tra l'altro, si parla di un possibile consiglio straordinario dei ministri del Commercio per dare un mandato più flessibile al commissario stesso. Gli ostacoli politici, però, sono seri. La Francia, che vede arrivare le elezioni presidenziali, ha più volte detto di avere ormai superato il limite delle concessioni che i suoi agricoltori possono sopportare. E a Washington, con le elezioni di medio termine in autunno, la lobby degli agricoltori è fortissima. Un esito positivo del Doha Round beneficerebbe l'economia mondiale e soprattutto quella dei Paesi poveri. Ma, in questo momento, farebbe di più: sarebbe il rilancio di un sistema multipolare in un mondo con pochissimo ordine. Il litigio, invece, porta brutte notizie. Da quando i negoziati sono stati interrotti, le tendenze commerciali meno positive hanno preso a correre: la Russia ha dovuto accettare di rinviare al 2007 o al 2008 l'ingresso nella Wto; l'India ha detto che svilupperà i suoi accordi commerciali bilaterali, al di fuori del sistema multilaterale; la Cina sta già registrando rallentamenti nel passo delle riforme economiche (lo ha denunciato il dipartimento al Commercio americano). Le ragioni per insistere con il Doha Round sono insomma forti. Il guaio è che, come sanno Bush e Blair, lo erano già a San Pietroburgo.

Fonti:
Corriere della Sera
www.tradewatch.it
Mercoledì 21 Giugno 2006 22:53

America Latina: petrolio e banche private

Venezuela-Caraibi petrolio e diplomazia
Dopo la nascita in giugno di Petrocaribe, una sorta di succursale regionale di Pdvsa, l’industria petrolifera pubblica venezuelana, il 7 settembre in Giamaica è stato firmato un accordo per la fornitura di greggio a prezzi ridotti a 13 Paesi della zona caraibica (tra gli altri, Belize, Cuba, Guyana, Suriname, Repubblica Dominicana).
Il Venezuela, quinto produttore mondiale di greggio e unico membro latinoamericano dell’Opec, concede ai Paesi firmatari di acquistare petrolio pagando in denaro solo il 60% (qualora la quotazione superi, come avviene ora, i 50 dollari al barile); la parte restante potrà essere rimborsata con beni agricoli e industriali oppure con un debito a scadenza di 25 anni, con l’1% annuo di interesse. Al di là della sua scarsa rilevanza economica, viste le dimensioni e il “peso” dei Paesi coinvolti, l’accordo è significativo per le implicazioni politico-diplomatiche: potendo contare su un avanzo record nelle casse pubbliche grazie al boom dei prezzi petroliferi, il Venezuela di Chavez intende proporsi nella regione come un punto di riferimento alternativo al nemico di sempre, gli Usa, promuovendo il proprio modello di sviluppo “bolivariano” e anti-liberista.

Sempre più banche private in America Latina
Secondo statistiche citate dall’agenzia Noticias Aliada, il settore bancario latinoamericano sta conoscendo – come nel primo mondo - un intenso processo di concentrazione. Inoltre il numero e il peso relativo delle banche pubbliche si riducono, mentre si affermano i grandi gruppi privati transnazionali. Ai primi dieci posti della graduatoria si trovano due banche pubbliche e otto private, quattro di queste sono di proprietà dei gruppi nazionali, quattro invece sono di gruppi stranieri. In testa alla classifica si trova una delle due banche pubbliche: il Banco do Brasil, con attività per 73, 2 miliardi di dollari nel 2004. Segue una banca privata brasiliana, il Bradesco. Al terzo posto l’altra banca pubblica presente nei primi dieci posti: la brasiliana Cef (Caixa Econômica Federal). Seguono, come detto, sette gruppi privati: Bancomer/Bbva (Messico/Spagna), Itaù (Brasile), Banamex/Citibank (Messico/Usa), Unibanco (brasile), Santander/Banespa (Brasile/Spagna), Abn_Amro/Banorte (Olanda/Messico).

Popoli 11/2005

 Occorrono 11 milioni di dollari e occorrono in fretta per salvare i tre Paesi del Corno d'Africa colpiti da una grave siccita'. E' quanto chiede la Fao, lanciando un appello ai Paesi donatori affinche' si possa portare sostegno ai 15 milioni di persone del Kenya, Eritrea e Gibuti che rischiano di perdere i propri mezzi di sussistenza a causa della prolungata siccita' che sta interessando la zona. Tra questi, la situazione e' ancor piu' grave per 8 milioni di persone che hanno bisogno d'aiuti d'emergenza. C'e' urgenza di un maggiore impegno, sostiene la Fao, ''il sostegno della comunita' internazionale e' fondamentale - spiega Anne Bauer, direttrice della Divisione Operazioni d'Emergenza e Riabilitazione della Fao - per assistere queste comunita' di pastori a ristabilire le proprie condizioni di vita ed aiutare le popolazioni vulnerabili a soddisfare il proprio fabbisogno alimentare''. Le comunita' piu' a rischio sono quelle pastorali che continuano ad essere tra le piu' povere della regione a causa delle crisi ricorrenti e dei problemi strutturali. La siccita' nel Corno d'Africa e' un fenomeno ricorrente, si e' ripetuta infatti quattro volte negli ultimi sei anni. Le cause sono da ricercarsi nelle scarse precipitazioni, nell' accresciuta pressione demografica e nel degrado ambientale. E le previsioni per il futuro non fanno ben sperare: l'attuale tendenza climatica indica precipitazioni ancor piu'ridotte nel Corno d'Africa e nel resto dell'Africa orientale. Ma anche se ci fosse un periodo di piogge regolari - avverte la Fao - ci vorranno anni prima che greggi e mandrie potranno recuperare vigore e tornare a fornire ai loro proprietari mezzi di sussistenza stabili e durevoli. Per queste ragioni, le comunita' che gia' soffrono le conseguenze di anni di siccita' e di piogge discontinue al di sotto della norma, continueranno ad aver bisogno, in questi anni cruciali, di aiuti e di assistenza allo sviluppo.

Venerdì 13 Agosto 2004 14:04

COME CAMBIA LA GEOGRAFIA DEL MONDO

Gli atlanti geografici, con le loro tradizionali carte politiche e fisiche - queste ultime ormai sempre più sostituite da fotografie satellitari- rappresentano ancora il volto reale del pianeta Terra?

I dati fisici - le montagne, i mari, i fiumi - sono sostanzialmente immutati, anzi meglio definiti, ma quei colori che formano un variopinto mosaico, identificando gli Stati nei loro confini come portatori di valori nazionali ed unitari, quanto sono ancora i veri protagonisti della scena mondiale?

Se la prima Società delle Nazioni , nata nel 1919 a Parigi, contava su 42 stati, l'Organizzazione delle Nazioni Unite ne raccoglie oggi ben 191. In poco meno di un secolo, cioè, sotto la spinta della decolonizzazione e degli avvenimenti, le tessere del mosaico si sono quasi quintuplicate. Questa moltiplicazione ha paradossalmente facilitato l'emergere di processi di senso opposto quali la internazionalizzazione e la globalizzazione, fenomeni che postulano una rivisitazione del modo di intendere la geografia politica ed economica del pianeta

Oggi, occorre tener conto e dare spazio a realtà transnazionali - organizzazioni internazionali , organismi interstatuali, raggruppamenti regionali, grandi regioni transfrontaliere, imprese multinazionali- che acquistano sempre più peso rispetto agli equilibri tradizionali ancorati agli stati e ancor più ne rivendicano nella Comunità mondiale, in nome della loro capacità di produrre benessere per l'uomo, assicurando maggior competitività e mercati più ampi alle economie dei singoli stati.

Le trasformazioni nel nostro modo di essere e di porci in rapporto con gli altri, dovute alle interrelazioni sempre più strette tra paesi e popoli, alla circolazione sempre più veloce e penetrante dell'informazione, pongono nuovi interrogativi sulle prospettive della società umana. Ci inducono ineluttabilmente a riflettere sul futuro delle forme storiche di aggregazione ed organizzazione della società umana , tendenti a basarsi non più esclusivamente sul radicamento su di un territorio fisicamente definito, ma sull'identificazione in comuni interessi.

Si affaccia sempre più insistentemente alla ribalta il cosiddetto “glocal”, ossia il “globale localizzato”, che vede nella persona non più solo “il cittadino di uno stato”, ma un individuo caratterizzato da una pluralità di appartenenze economiche e culturali, derivanti non solo dal nuovo rapporto tra il locale e globale, ma dalla riorganizzazione che il processo di globalizzazione richiede alla comunità internazionale, nella direzione di una de-localizzazione tale da introdurre necessariamente nuove forme di aggregazione e una modifica degli schemi organizzativi territoriali degli stati e della esclusività ed unicità de rapporto di cittadinanza . Ad esempio, si parla sempre più di una cittadinanza europea comune ai popoli dei 15 - e domani 25- Stati membri dell'Unione Europea, che affianca quella nazionale per sottolineare l'unicità di uno spazio comune - economico, giuridico, monetario- in cui coesiste con le singole identità nazionali viste come fattore di arricchimento, ma si parla anche di “regioni europee” che travalicano i confini statuali.

Se si guardano con attenzione l'evoluzione internazionale e l'impatto globale dei problemi politici, economici e sociali che caratterizzano i nostri giorni, le profonde trasformazioni delle strutture delle società occidentali ormai post-industriali e del nostro modo di vivere e di sentire, ci si rende conto delle dimensioni ed implicazioni del processo avviato.

Occorre perciò capire dove vogliamo andare ed individuare i modi con cui governare la tendenza, scongiurando meccanicismi e tecnicismi che finirebbero per impoverire l'umanità intera dei suoi valori fondamentali e a cancellare ogni forma di solidarietà.

Questo quadro complesso ed in continua evoluzione richiede saggezza, che -come insegna la Bibbia- non è solo conoscenza ma soprattutto discernimento. In una società sempre più fondata sull'efficienza e sull'immagine, in un mondo che sollecita tempi di reazione sempre più rapidi, in cui tutto è a portata di internet, occorre rinunciare alla scorciatoia del villaggio globale e trovare il tempo per riflettere e farsi una propria idea su quanto ci frastorna.

Ci occorrono sia conoscenza che capacità critica, intesa come una metodologia della conoscenza fondata sulla analisi di una situazione in base ai diversi elementi che contribuiscono a determinarla, siano essi politici od economici, storici o culturali, etnici o religiosi, naturali o sociali tutto ciò per comprendere meglio quanto accade intorno a noi senza delegare altri a farlo per noi.

Sono tutte realtà che nel mondo di oggi non possono più rappresentare il riservato dominio di specialisti, ma un patrimonio di conoscenze basilare per agire sul grande palcoscenico del pianeta, dove tutto e tutti finiscono per essere fatalmente interdipendenti, dove benessere, progresso e pace inevitabilmente possono misurarsi e concretizzarsi soltanto su scala planetaria.

Giuseppe Panocchia
ambasciatore, europeista,esperto del mondo arabo
Domenica 18 Luglio 2004 14:18

LA GESTIONE DELLE RISORSE SCARSE

I paesi "in via di sviluppo" ed i paesi "ricchi" sono indubbiamente due facce di una stessa unica enorme medaglia che è l'economia mondiale attuale. Ciò è tanto più evidente, quanto più si rammenta che lo svantaggio dei primi è stato il prezzo pagato dal pianeta per costruire il vantaggio dei secondi.

Tutto ciò per il semplice principio fisico in base al quale la Terra è un sistema chiuso, ovvero dotato di una quantità finita di risorse, da cui deriva -di pari passo con la comparsa e lo sviluppo dell'uomo sul pianeta- la nascita e lo sviluppo di un sistema organizzato di regole sociali per la gestione di tali risorse limitate, ovvero l'economia. Se un soggetto incrementa il proprio paniere di beni, quindi, necessariamente uno o più altri soggetti vedranno decrementare il proprio.

Ciò premesso, non si può prescindere -nel considerare un ipotesi di sviluppo dei paesi poveri- dal considerare questo banale assioma. Non è possibile ipotizzare, dunque, uno sviluppo di colossi demografici come India e Cina (che all'incirca costituiscono un terzo della popolazione mondiale) su un modello economico di tipo occidentale, sviluppatosi in modo apparentemente (ed illusoriamente) sostenibile solo perchè riguardante un'esigua minoranza.

Europa e Stati Uniti sono le potenze economiche che sono, grazie ad una politica secolare basata sul colonialismo e sullo sfruttamento intensivo delle risorse. Un pianeta di 5 continenti che ne serve 1 e 1/2.
E ciò in base ad una cultura dominante dei consumi che (soprattutto nell'ultimo secolo) si è sempre più distaccata da una semplice necessità soddisfazione dei bisogni primari dell'uomo, ma che si è via via uniformata ad un modello ideale di consumo basato sull'appagamento di bisogni indotti, assolutamente secondari. E mentre Europa e Usa soddisfano i loro desideri gerarchicamente più elevati, il resto del modo fa fatica a trovare conforto dei bisogni più elementari.

Non è concepibile un idea di sviluppo basata sull'elevazione di gran parte della popolazione mondiale al livello dei più ricchi. Uno dei problemi immediati che si riveleranno in maniera drammatica nei prossimi decenni è quello energetico: se è provato che la gestione attuale delle risorse ambientali ed energetiche -al servizio del famoso 20%- non è in alcun modo sostenibile, come si può pensare di utilizzare allo stesso modo insostenibile risorse relativamente ancor più scarse per servire il 50% e oltre del mondo (con l'ingresso, appunto, di India e Cina nella società dei consumi)? Pensiamo solo all'ipotesi che ogni famiglia Indiana o Cinese voglia possedere un automobile o voglia avere la luce elettrica in casa.

Il modello della tassazione "ambientale" proporzionata al consumo reale di risorse, sulla base della teoria economica del recupero delle esternalità, sarebbe un modo per garantire una più equa gestione delle risorse. Ogni impiego o modificazione più o meno permanente di beni pubblici (aria, acqua, vegetazione, ma anche temperatura, rumore, elettromagnetismo, etc.) potrebbe essere considerata come un costo "aziendale" in piena regola (calcolato sulla base del costo necessario alla loro rigenerazione) e non più come una attività del tutto priva di oneri. I "protocolli" ambientali degli ultimi decenni sembrano avvicinarsi lentamente a questa idea.

Il problema, però, diventa ancor più grave per i paesi in via di sviluppo, che non possono permettersi una crescita completamente sostenibile. Ed è per questo che non è ipotizzabile un obiettivo di sviluppo globale incentrato sul raggiungimento degli standard occidentali. La soluzione delle disparità tra "Nord e Sud" del mondo e la gestione delle risorse ambientali sono temi da trattare come un unico grande problema, ipotizzando necessariamente per entrambi una soluzione intermedia: una distribuzione più omogenea delle risorse scarse ed allo stesso tempo un ridimensionamento degli standard di benessere ad un livello sostenibile per tutti.

Per questo motivo non è assolutamente pensabile lasciare l'intera questione in balia della "mano invisibile". E' fuor di dubbio che le "economie di comando" siano tra le maggiori responsabili del sottosviluppo dei paesi poveri, ma è anche per questo motivo che la liberalizzazione totale dei mercati, in economie e culture fortemente arretrate, non può che essere una soluzione molto rischiosa. Pensare che ogni soggetto, perseguendo il proprio interesse egoistico, contribuisca all'interesse collettivo, è pura teoria.

Specularmente, però, è altrettanto impensabile continuare a pensare ai paesi in via di sviluppo in modo assistenzialistico. Da un lato perché questo contribuisce a giustificare il protrarsi della loro situazione di svantaggio, quando -ad esempio- con una mano si danno gli aiuti umanitari e con l'altra si creano barriere all'entrata dei beni prodotti in questi paesi nei mercati internazionali. Dall'altro, perché in effetti così facendo questi paesi non avranno mai la possibilità di risollevarsi, non avendo di fatto l'opportunità di costruire e/o riformare in modo autonomo al loro interno quelle strutture istituzionali, sociali, politiche ed economiche che sono alla base dello sviluppo, attraverso un percorso di auto-coscienza possibile solo in un contesto di completa libertà da vincoli imposti dall'esterno.

Il discorso del Debito Internazionale, poi, merita una riflessione ulteriore. E' vero che se i paesi poveri sono costretti a pagare più interessi sul debito di quanto non investono per lo sviluppo, non potranno mai uscire da questa spirale, ma è altrettanto vero che sarebbe assurdo pensare ad una cancellazione totale di questo debito. Una soluzione praticabile -a mio avviso- sarebbe quella di "congelare" i pagamenti dei debiti contratti in passato per un certo periodo di tempo e sospendere l'erogazione di enormi prestiti dalle istituzioni internazionali verso i governi locali, per destinare le stesse risorse a progetti medio-piccoli estremamente mirati e centrati sulle necessità di sviluppo infrastrutturale, individuati dai governi stessi e dalla popolazione, ma gestiti da istituzioni garanti del buon esito dei progetti. Non aiuti umanitari "generici", non immense somme di denaro che si perdono nelle tasche di governanti o imprenditori senza scrupoli, non interventi macro-strutturali che scavalchino le necessità locali, ma interventi di "credito etico" a breve scadenza e facilmente monitorabili. Questi micro-crediti, poi, potrebbero essere recuperati dopo un certo intervallo di tempo a condizioni non speculative dagli enti che li hanno erogati, successivamente alla creazione di una struttura economica in grado di generare quel surplus in grado di ripagarli. I vecchi debiti, in seguito, potrebbero eventualmente ricominciare ad essere restituiti potendo contare su una economia ormai sufficientemente matura per sostenerli.
Tutto ciò è sicuramente (almeno astrattamente) possibile, in quanto la sensibilità e la razionalità propria delle culture delle popolazioni del "sud del mondo" sono sicuramente un terreno fertile dove innestare un processo di sviluppo eticamente sostenibile. Basti pensare come viene vissuto il rapporto con le banche da un cittadino medio africano o sudamericano rispetto ad un cittadino europeo o statunitense: il contadino del Rwanda vorrà sapere nei particolari dove è finito il suo dollaro che ha messo in banca, chi ha finanziato e per cosa è stato utilizzato, mentre l'impiegato italiano difficilmente avrà lo scrupolo di andare a vedere che giri hanno fatto i suoi 10.000 euro investiti in obbligazioni. Le società emergenti dei paesi in via di sviluppo -se ne avranno la possibilità- ci daranno probabilmente una grossa lezione in termini di gestione delle risorse.

La questione di fondo, però, è a chi affidare il perseguimento degli obiettivi di re-distribuzione delle risorse (prima ancora che delle ricchezze) e di revisione degli standard di sviluppo. Non si può a tutt'oggi pensare ancora che le grandi istituzioni internazionali siano in grado di agire per il benessere dell'umanità in modo disinteressato, fintanto che queste saranno controllate in larga misura da chi non ha interesse a che lo status-quo venga modificato. E questo interesse sarà tanto più forte, quanto più si continuerà ad ignorare il fatto che le risorse a disposizione non solo sono mal distribuite, ma che sono troppo scarse per essere gestite nel modo attuale.

Purtroppo, stante la situazione attuale, soltanto nel momento in cui le risorse saranno talmente insufficienti -rispetto alla popolazione mondiale che ne richiederà la disponibilità- da rendere evidente il problema in tutta la sua drammaticità (basti pensare che il petrolio non si rinnova allo stesso ritmo in cui viene consumato), sarà inevitabile un ripensamento a livello globale della loro distribuzione e del loro livello ottimale di utilizzo.

Emanuele Iannuzzi

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