Venerdì, 15 Dicembre 2017
Venerdì 18 Febbraio 2011 21:38

Governo Lula, è ora di forzare il limite

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La riforma agraria è un programma del governo diretto a risolvere un problema e occorre dunque partire dalla definizione di questo problema: un punto controverso in Brasile. Gli economisti neoliberisti negano l'esistenza di un problema agrario, perché partono dalla definizione classica secondo cui la questione agraria è un ostacolo alla penetrazione del capitalismo nelle campagne.

Noi crediamo, invece, che la questione agraria sia il modo per riscattare la grande povertà del popolo, perché la struttura agraria è alla base di una piramide sociale in cui un piccolo gruppo domina su tutta la popolazione. La struttura agraria è una fabbrica di miseria.

Da questa struttura dipende un modello agricolo che in Brasile viene molto esaltato, perché è ad alta produttività e perché consente alti livelli di esportazione. Non si considera, tuttavia, che questo modello genera miseria, crea dipendenza tecnologica e provoca un'aggressione violenta all'ambiente. Bisogna cambiare il modello, ma perché questo avvenga è necessario che il contadino abbia più forza. L'obiettivo del piano nazionale di riforma agraria era proprio quello di dare forza al contadino, perché in futuro possa fare pressione per un modello più giusto, equilibrato e rispettoso della natura. (…)

(…) Il Piano si proponeva di raggiungere un milione di famiglie in quattro anni, ciascuna delle quali dovrebbe ricevere una media di 30 ettari (secondo la natura del terreno), per un totale di 30 milioni di ettari di terra da distribuire. Le famiglie che hanno bisogno di terra sono in realtà molte di più: circa 4 milioni e mezzo. Ma già con un milione di famiglie insediate, a nostro giudizio, la struttura agraria verrebbe intaccata, provocando uno squilibrio virtuoso, una reazione a catena che permetterebbe ai contadini di acquistare forza. Tutto questo sarebbe costato 8 miliardi di dollari e avrebbe creato 3 milioni e mezzo di posti di lavoro permanenti con un reddito pari a tre salari minimi e mezzo a famiglia: una somma sufficiente a garantire una vita degna. Tuttavia, questo si scontrava con la raccomandazione del Fondo Monetario Internazionale di accantonare una somma pari al 4.25% del Pil, che è una quantità di denaro enorme. E il governo, per timore di rappresaglie, ha deciso allora di ridurre il piano a 520mila famiglie, poco più della metà: un buon programma, ma che non consente quella massa critica necessaria per colpire il latifondo, che è all'origine di tutto il problema della povertà in Brasile, un'origine anche culturale, politica, sociale.


Un'economia blindata
In Brasile si è avuto un grande processo di costruzione dell'economia nazionale, accompagnato da misure di protezione dell'industria locale. Dal 1930 al 1980 si è sviluppato nel Paese un parco industriale completo, finché la mondializzazione neoliberista non gli ha inferto un colpo fortissimo. Nel 1989, Lula si presentò come candidato presidenziale impegnandosi a portare avanti il processo di costruzione nazionale. Ma Lula venne sconfitto. E iniziò così un processo di apertura irresponsabile dell'economia brasiliana, che poi è finito nelle mani di Fernando Henrique Cardoso. Il governo Cardoso ha blindato l'economia brasiliana in modo tale che se viene spezzato un elemento si rischia di rompere tutto.
A mio giudizio Lula ha compiuto un errore: quello di impegnarsi in campagna elettorale a rispettare gli accordi internazionali firmati da Fernando Henrique Cardoso. L'équipe di consiglieri di Lula evidentemente non conosceva la profondità della blindatura operata da Cardoso. Se Lula viola uno di questi accordi la sua credibilità internazionale cade e il denaro straniero che sostiene la macroeconomia si dilegua.
Io credo che Lula stia sbagliando a non affrontare il Fondo Monetario Internazionale. Adotta una posizione prudente, nel timore che, se si scontrasse con la comunità finanziaria internazionale, subirebbe una rappresaglia che avrebbe come conseguenza l'aumento dell'inflazione e della disoccupazione: un problema molto serio di governabilità. Ma un Paese non può vivere sotto ricatto. E credo che il popolo darebbe un fortissimo sostegno a Lula. (…)

Forzare il limite
Ho fatto parte del governo Goulart, progettando la riforma agraria del 1964. In quella occasione ci fu uno scontro tra il popolo e le forze interne ed esterne che volevano impedire il cambiamento. E la parola chiave era "limite". Io ero nella posizione di forzare il limite ma con molto timore. Anche oggi ci chiediamo se non sia stato imprudente forzare quel limite, perché a causa di ciò abbiamo avuto 20 anni di dittatura militare. Ma è anche vero che in questi anni si è formata nella Chiesa cattolica una coscienza liberatrice, è nato un sindacato vero come la Cut, è nato l'Mst. Oggi la situazione sociale del Brasile è molto più avanzata che nel 1964. E il dramma è lo stesso.
La mia posizione è che sarebbe necessario forzare il limite. Potrebbero esserci conseguenze negative, fatto che giustifica la prudenza di Lula. Il problema è nel limite di quella prudenza. Io credo che forse dovrebbe essere meno prudente.


Un vuoto preoccupante
Lula aveva suscitato enormi aspettative e queste aspettative si stanno ridimensionando. Ma per il popolo più povero Lula è ancora una speranza. Quando un addetto delle pulizie dell'aeroporto ha trovato una borsa con 30mila dollari e l'ha restituita, il direttore gli ha chiesto che premio avrebbe voluto: "Vorrei stringere la mano a Lula", ha risposto. Perché una cosa è quello che penso io, uomo politicizzato, un'altra è quello che pensano i milioni di brasiliani delle classi povere. Io penso che un giorno questa gente si solleverà e se noi avessimo un pensiero articolato e alternativo da offrire potremmo andargli incontro. Perché una cosa è certa: nessuna nazione può diventare indipendente senza affrontare problemi, senza vivere momenti di crisi e di lotta. (…)
Se il popolo perdesse speranza in Lula, il vuoto sarebbe brutale. Nel 1954, quando Getulio Vargas venne ucciso, il popolo brasiliano scese in strada. Ci riunimmo in una casa con un padre domenicano che era stato consigliere di Giovanni XXIII al Concilio. Ed egli disse: "questo è un popolo infantile che sta piangendo la morte di suo padre. Si lamenterà, si indignerà, protesterà, ma, poiché non ha orientamento politico, non ha un'organizzazione capace di dare una parola d'ordine, si stancherà e tornerà a casa. E se piove tornerà anche prima". E piovve! "Questo popolo cercherà un nuovo padre e se non avrà risposta fra dieci anni si troverà sotto una dittatura militare". Era il 24 agosto del '54 (il golpe contro Goulart avvenne il 31 marzo del 1964, ndt). Si sbagliò di appena sei mesi. Oggi, se Lula non riuscisse a dare una riposta, la forza capace di orientare politicamente il popolo esiste. E dunque il quadro istituzionale del Paese si modificherebbe, verso destra o verso sinistra. Sarebbe un vuoto preoccupante, perché non si sa quale direzione potrebbe prendere.

Un progetto asfissiato
Il progetto Fame Zero si presenta come un programma non meramente assistenzialista: doveva partire da un piano assistenziale per diventare poi un progetto strutturale. Si è però trovato asfissiato per due motivi: la mancanza di risorse (quando un medico prescrive una dose di penicillina, non serve a niente somministrare una dose di molto inferiore. Se però si volesse dare la dose giusta ci si scontrerebbe con l'Fmi) e il tentativo di fare una cosa che è impossibile con la miseria: quello di registrarla. Con una certa ingenuità, i responsabili del progetto, preoccupati del clientelismo politico e della corruzione che hanno caratterizzato tanti programmi assistenziali, volevano registrare tutto per dimostrare la loro correttezza. Ma così per un anno hanno potuto fare solo questo.


La 25.ma ora
Ho scritto un articolo dal titolo "La 25.ma", in cui sostengo che Lula si sta avvicinando alla 24.ma ora. Alla 25.ma non c'è più niente da fare. Lula deve fare qualcosa subito. E deve essere qualcosa di forte. Io credo che dovrebbe cambiare l'équipe economica del governo. La politica è fatta di simboli, di gesti. Il popolo aspetta un gesto e questo gesto non arriva ancora.

di Plinio de Arruda Sampaio

Ultima modifica Mercoledì 23 Novembre 2011 19:14

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