Sabato, 21 Ottobre 2017
Mercoledì 26 Settembre 2007 20:33

IL LAVAGGIO DEI CERVELLI IN LIBERTÀ

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IL LAVAGGIO DEI CERVELLI IN LIBERTÀ
Intervista a Noam Chomsky* - da “Le Monde diplomatique”, settembre 2007

(abstract)

Le Monde diplomatique
Cominciamo con la questione dei media. In Francia, nel maggio 2005, all’epoca del referendum sul trattato della Costituzione europea, la maggior parte degli organi di stampa sosteneva il “sì”, e tuttavia il 55% dei francesi ha votato “no”. Il potere di manipolazione dei media non sembra dunque assoluto.

Noam Chomsky
Il lavoro sulla manipolazione mediatica o sulla fabbrica del consenso fatto da Edward Herman e da me (Edward Herman e Noam Chomsky, “Manufacturing Consent”, Pantheon, New York, 2002) non affronta la questione dell’influenza dei media sul pubblico. È un argomento complicato, ma le poche ricerche approfondite sul tema suggeriscono che, in realtà, questa influenza sia più forte sulla parte istruita della popolazione. A livello di massa l’opinione pubblica sembra, invece, meno dipendente dal discorso dei media. Prendiamo, ad esempio, l’eventualità di una guerra contro l’Iran: il 75% degli americani ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero cessare le minacce militari e privilegiare la ricerca di un accordo diplomatico. Varie inchieste condotte da istituti occidentali affermano che l’opinione pubblica iraniana e americana convergono anche su alcuni aspetti riguardanti la questione nucleare: la stragrande maggioranza della popolazione di entrambi i paesi pensa che la zona che si estende da Israele all’Iran dovrebbe essere interamente liberata dalle armi nucleari, comprese quelle in dotazione alle truppe americane della regione. Ora, per trovare questo tipo di informazione nei media bisogna cercare col lanternino. Peraltro, nessuno dei principali partiti politici dei due paesi difende questo punto di vista. Se l’Iran e gli Stati Uniti fossero autentiche democrazie, all’interno delle quali la maggioranza determina realmente le scelte politiche, l’attuale scontro sul nucleare sarebbe senza dubbio già risolto. Ci sono altri casi del genere. Rispetto, ad esempio, al budget federale degli USA, la maggioranza degli americani auspica una riduzione delle spese militari e un aumento, invece, delle spese sociali, dei crediti versati alle Nazioni unite, dell’aiuto economico e umanitario internazionale, e infine la cancellazione delle riduzioni di imposta decise dal presidente George W. Bush a favore dei contribuenti più ricchi. Su tutti questi temi la politica della casa bianca è totalmente contraria alle richieste dell’opinione pubblica. Ma le inchieste che mostrano questa persistente opposizione pubblica raramente trovano spazio sui media. Cosicché i cittadini non solo sono allontanati dai centri di decisione politica, ma sono anche tenuti all’oscuro del reale stato d’animo dell’opinione pubblica. A livello internazionale si registra preoccupazione per l’abissale “doppio deficit” degli Stati Uniti: il deficit commerciale e quello di bilancio. Ma questi esistono solo in stretta relazione con un terzo deficit: quello democratico, che continua ad ampliarsi non solo negli USA, ma più in generale in tutto il mondo occidentale.

L.M.d.
Ogni volta che si chiede a un giornalista di grido o a qualche presentatore di un grande telegiornale se subiscono pressioni, se gli capita di essere censurato, questi risponde che è assolutamente libero e che esprime le proprie convinzioni. Sappiamo come funziona il controllo del pensiero nelle dittature, ma come si attua in una societò democratica?

N.C.
Quando i giornalisti sono chiamati in causa, rispondono immediatamente: “Nessuno ha fatto pressioni su di me, scrivo ciò che voglio”. È vero. Solo che, se esprimessero opinioni contrarie alla posizione dominante, non scriverebbero più i loro editoriali. La regola non è assoluta, certo; capita anche a me di essere pubblicato dalla stampa americana, neppure gli Stati Uniti sono un paese totalitario. Ma chiunque non soddisfi certe esigenze minime non ha alcuna possibilità di entrare nel novero dei commentatori di primo piano. D’altronde questa è una delle grandi differenze tra il sistema di propaganda di uno stato totalitario e il modo di procedere delle società democratiche. Esagerando un po’, si può dire che nei paesi totalitari lo stato decide la linea da seguire e tutti devono poi conformarvisi. Le società democratiche operano in modo diverso. La linea non è mai enunciata come tale, è sottintesa. Si procede, in qualche modo, a un “lavaggio di cervelli in libertà”. E anche i dibattiti appassionati nei grandi media si svolgono nel quadro dei parametri impliciti consentiti, tenendo al margine molti punti di vista contrari. Il sistema di controllo delle società democratiche è molto efficace; insinua la linea direttrice come l’aria che si respira. Non ce ne accorgiamo, tanto che a volte ci sembra di assistere a un dibattito particolarmente vivace. In fondo è infinitamente più efficace dei sistemi totalitari. Prendiamo, per esempio, il caso della Germania all’inizio degli anni ’30. Si tende a dimenticarlo, ma allora era il paese più avanzato d’Europa, all’avanguardia in campo artistico, scientifico, tecnico, nella letteratura e nella filosofia. Poi, in un brevissimo lasso di tempo si è prodotto un capovolgimento totale, e la Germania è diventata lo stato più sanguinario, più barbaro della storia umana. Tutto questo è stato possibile instillando la paura: paura dei bolscevichi, degli ebrei, degli americani, degli zingari, in breve di tutti coloro che, secondo i nazisti, minacciavano il cuore della civiltà europea, cioè gli “eredi diretti della civiltà greca”. In ogni caso, è quanto scriveva il filosofo Martin Heidegger nel 1935. Ora, la maggior parte dei media tedeschi che ha bombardato la popolazione con questo tipo di messaggi ha utilizzato le tecniche di marketing messe a punto... dai pubblicitari americani. Non dimentichiamo che un’ideologia viene imposta sempre nello stesso modo. Per dominare, la violenza non basta: ci vuole una giustificazione di altra natura. Così, quando una persona esercita il suo potere su un’altra – che sia un dittatore, un colonialista, un burocrate, un marito o un padrone – ha bisogno di un’ideologia giustificatrice, sempre la stessa: la dominazione è fatta “per il bene” del dominato. In altri termini, il potere si presenta sempre come altruista, disinteressato, generoso. (...).

* Docente di linguistica al Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, Stati Uniti.

Ultima modifica Sabato 24 Novembre 2007 22:32

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