Mercoledì, 18 Ottobre 2017
Mercoledì 26 Dicembre 2007 13:15

UN MAGO ALLA CASA BIANCA

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UN MAGO ALLA CASA BIANCA

di Christian Salmon*

“Le Monde diplomatique” – dicembre 2007

(abstract)

In un articolo del “New York Times” pubblicato alcuni giorni prima delle elezioni presidenziali del 2004, Ron Suskind, editorialista del “Wall Street Journal” dal 1993 al 2000 e in seguito autore di numerose inchieste sulla comunicazione della Casa Bianca, rivelò i contenuti di una conversazione da lui avuta nell’estate 2002 con un consigliere di George W. Bush: “Mi ha detto che la gente come me fa parte di quella tipologia di persone ‘che appartengono a ciò che noi chiamiamo la comunità basata sulla realtà’ (“the reality-based community”): questo tipo di persone pensa che le soluzioni emergano dalla loro giudiziosa analisi della realtà osservabile”. Ho fatto cenno di sì, mormorando qualcosa sui principi dell’illuminismo e dell’empirismo. Mi ha bloccato: “Non è più così che funziona realmente il mondo. Oggi noi siamo un impero” – ha proseguito – “e creiamo la nostra propria realtà nel momento in cui agiamo. E mentre voi studiate questa realtà, nel modo ragionevole che ritenete auspicabile, noi ci muoviamo di nuovo, creando altre nuove realtà che voi studierete nella stessa maniera, ed è così che vanno le cose. Noi siamo gli attori della storia (...). E a voi, a voi tutti, non resta che studiare quello che facciamo”.

Definito “scoop intellettuale” dal “New York Time”, l’articolo di Suskind fece sensazione. Editorialisti e blogghisti s’impadronirono dell’espressione “the reality-based community”, che si diffuse sul Web al punto che il motore di ricerca Google contabilizzava, a luglio 2007, quasi un milione di contatti. Wikipedia le ha dedicato un’intera pagina (...).

Quelle considerazioni a proposito della “comunità basata sulla realtà”, dovute senza dubbio a Karl Rove alcuni mesi prima della guerra in Iraq, non sono soltanto ciniche, degne di un Machiavelli mediologico: sembrano tratte più da uno spettacolo teatrale che da un ufficio della Casa Bianca. Non si limitano a riproporre gli antichi dilemmi che agitano da sempre le cancellerie, in cui si scontrano idealisti e pragmatici, moralisti e realisti, pacifisti e bellicisti o, nello specifico del 2002, difensori del diritto internazionale e sostenitori del ricorso alla forza. Propongono invece una nuova concezione dei rapporti tra politica e realtà. I dirigenti della più forte potenza mondiale si sottraggono non solo alla realpolitik, ma anche al semplice realismo, per diventare artefici della propria realtà, maestri di apparenze, rivendicando quel che si potrebbe chiamare una realpolitik della finzione.

L’invasione americana dell’Iraq, nel marzo 2003, ha fornito una spettacolare dimostrazione della volontà della Casa Bianca di “creare la propria realtà”. In quell’occasione, i servizi del Pentagono, non volendo ripetere gli errori commessi durante la prima guerra del Golfo, nel 1991, sono stati particolarmente attenti alla strategia di comunicazione. Oltre ai 500 giornalisti “embedded” di cui si è tanto parlato, hanno posto una speciale attenzione nell’organizzazione della sala stampa del quartier generale delle forze americane in Qatar: un hangar per stoccaggio convertito – per la modica cifra di 1 milione di dollari – in studio televisivo ultramoderno, con podio, schermi al plasma e tutto il materiale elettronico capace di produrre in tempo reale video di combattimenti, carte geografiche, animazioni e diagrammi...

L’apparato scenico da cui il portavoce dell’US Army, il generale Tommy Franks, si rivolgeva ai giornalisti è costato da solo 200.000 dollari ed è stato realizzato da un designer che aveva lavorato per la Disney, la Metro Goldwyn Mayer e la trasmissione televisiva “Good morning America”. Dal 2001 era stato incaricato dalla Casa Bianca di creare il fondale per i discorsi del presidente; una scelta che non stupisce quando si conoscano i legami tra Pentagono e Hollywood. Più sorprendente, invece, la decisione del Pentagono di reclutare per questi lavori di scenografia David Blaine, un mago molto noto negli USA per il suo show televisivo e i giochi di prestigio in cui si affranca dalle leggi fisiche levitando o restando chiuso per giorni, senza cibo, in una gabbia. In un libro pubblicato nel 2002, colui che si definisce il “Michael Jordan della magia” rivendica l’eredità di Jean-Eugène Robert-Houdin, il leggendario mago francese che nel XIX secolo accettò di recarsi in Algeria per aiutare il governo a sedare una sommossa dando dimostrazione del fatto che le sue arti magiche erano superiori a quelle dei ribelli. Non sappiamo se è questo che il Pentagono si aspettasse da Blaine, ma il fatto che sia stato reclutato e inviato in Qatar suggerisce che i suoi talenti d’illusionista siano stati usati per qualche trucco o effetto speciale...

Scott Sforza, un ex produttore di Abc che lavorava per la propaganda repubblicana, ha creato molti degli sfondi sui quali Bush ha fatto le più importanti dichiarazioni dei suoi due mandati. È a lui che si deve la scenografia del 1° maggio 2003, in cui il presidente, sulla portaerei Abraham Lincoln, davanti a uno striscione con su scritto “Mission accomplished” dichiarava: “Le grandi operazioni di guerra in Iraq sono terminate. Nella battaglia in Iraq, gli USA e i loro alleati hanno vinto”.

Ma la messa in scena non finiva lì. Il presidente era atterrato sulla portaerei a bordo di un aereo da caccia ribattezzato per l’occasione Navy One e sul quale era scritto “George Bush, commander in chief”. Lo si vide uscire dal cockpit, vestito da aviatore, col casco in mano, come se tornasse da una missione, in un grandioso remake di “Top Gun”, il film prodotto da Jerry Bruckheimer, un habitué delle operazioni congiunte Hollywood-Pentagono, autore di “Profiles from the front line”, una trasmissione di tele-realtà sulla guerra in Afghanistan. Il commentatore di Fox News aveva visto giusto nell’esclamare, in segno di ammirazione: “È stato fantastico, come a teatro”. David Broder del “Washington Post” fu affascinato dalla “postura fisica” del presidente. Sforza aveva dovuto inquadrare la scena con grande attenzione, per evitare che all’orizzonte si vedesse la città di San Diego, distante una sessantina di chilometri: la portaerei, in realtà, avrebbe dovuto navigare in mare aperto, nella zona dei combattimenti.

Ma l’inquadratura di un discorso presidenziale non è mai stata così suggestiva come il 15 agosto 2002, quando il presidente degli USA si pronunciò solennemente sulla sicurezza nazionale davanti alla celebre falesia del monte Rushmore, dove sono scolpiti i volti di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosvelt e Abraham Lincoln. Durante il discorso, le telecamere furono posizionate in modo da filmare Bush di profilo, con il volto che si sovrapponeva a quello dei suoi illustri predecessori...

(...) Secondo Ira Chernus, professore all’università del Colorado, Rove ha praticato, durante i due mandati di Bush, una “strategia alla Sherazade”: “Quando la politica vi condanna a morte, cominciate a raccontare storie, storie così favolose, così accattivanti, così avvincenti che il re (o in questo caso i cittadini americani, che in teoria governano il nostro paese) dimenticherà la condanna capitale. (Rove) gioca con il senso di insicurezza degli americani, i quali hanno l’impressione che la vita gli sfugga”. La cosa gli è riuscita particolarmente bene nel 2004, al momento della rielezione di Bush, quando ha sviato l’attenzione degli elettori dal bilancio della guerra, chiamando a raccolta i grandi miti collettivi dell’immaginario americano: “Karl Rove” – spiega Chernus – “ha scommesso che gli elettori sarebbero rimasti ipnotizzati da storie stile John Wayne, con ‘uomini veri’ che combattono il diavolo alla frontiera, così da evitare la sentenza di morte che gli elettori medesimi possono pronunciare contro un partito che ci ha condotto al disastro in Iraq. Rove continua a inventare storie di buoni e cattivi a uso dei candidati repubblicani. Punta a trasformare ogni elezione in teatro morale, in un conflitto che oppone il rigore dei repubblicani alla confusione dei democratici. (...) La strategia alla Sherazade è una grande truffa, costruita sull’illusione che semplici storie moralizzanti ci possano trasmettere un senso di sicurezza, indipendentemente da quanto succede nel mondo. Rove vuole che ogni voto a favore dei repubblicani sia una presa di posizione simbolica”. Costretto alle dimissioni dai membri democratici del Congresso nell’agosto 2007, Rove ha annunciato la sua decisione con questa confessione, che equivale a una firma apposta in calce a tutta la sua opera: “Io sono Moby Dick, e loro mi inseguono!”.

*Scrittore, membro del “Centre de recherches sur les arts et le langage”. Ha appena pubblicato “Storytelling, la machine à fabriquer des histoires et à formater les esprits”, La Découverte, Parigi, 2007.

Ultima modifica Martedì 19 Febbraio 2008 23:46

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