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Venerdì 18 Gennaio 2008 18:56

Per non perdere la bussola - SERVE PROFEZIA

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Per non perdere la bussola
SERVE PROFEZIA

di Alex Zanotelli
Dossier Nigrizia / ottobre 2007

Nel suo libro, Il sogno europeo, l’economista statunitense Jeremy Rifkin scrive: «L’Europa è diventata la nuova «città sulla collina»: il mondo sta guardando a questo nuovo esperimento di governo transnazionale, sperando che offra quell’indicazione così necessaria riguardo alla direzione che l’umanità globalizzata deve prendere. Il sogno europeo, con l’accento che pone sull’inclusività, la diversità, la qualità della vita, la sostenibilità, i diritti umani universali, i diritti della natura e la pace, è sempre più affascinante per una generazione ansiosa di essere connessa globalmente e, nello stesso tempo, radicata localmente. È mia convinzione che l’Europa si trovi ottimamente posizionata tra i due estremi dell’individualismo americano e dell’eccessivo collettivismo asiatico, per fare da battistrada verso la nuova era». Ma è questa l’Europa?

L’”esperimento Europa” è iniziato in chiave economica ed è rimasto tale. L’Ue è l’Europa dei mercati, dove pesano le lobby, cioè i gruppi d’interesse. Si calcola che a Bruxelles ci siano 2.600 lobby, con 15miIa dipendenti, che fanno sistematica pressione sulle istituzioni Ue. Secondo l’Osservatorio europeo delle imprese, il 70% di questi lobbisti rappresenta la grande industria.

Realizzato il mercato unico, il Trattato di Maastricht ha fornito le modalità e i criteri per la politica monetaria e la moneta unica, in applicazione del neoliberismo di Reagan e della Thatcher: innalzare i profitti, contenendo i salari; rendere il mercato del lavoro più flessibile per stimolare la produzione. Dunque, Maastricht struttura l’Europa dei mercati.

Con la caduta del muro di Berlino (‘89), sono entrati in gioco, del tutto imprevisti, i paesi dell’Est europeo. Una grande opportunità per l’industria Ue: acquisizioni di aziende sottocosto, delocalizzazione della produzione più tradizionale in aree a basso costo di manodopera e un nuovo mercato di oltre cento milioni di persone. Di qui, le pressioni sull’Ue perché agganci questi paesi.

E non va dimenticato che Washington ha spinto i paesi dell’Est a entrare nell’Ue, perché così potevano essere ammessi alla Nato. Per quella via, gli Usa speravano di rilanciare la propria industria bellica, modernizzando gli obsoleti arsenali del Patto di Varsavia. Questa politica ha reso l’Ue prigioniera della Nato, che da organizzazione di difesa è diventata di offesa. Dal 1999 (vertice di Washington) la Nato interviene ovunque gli interessi vitali occidentali siano minacciati; dal 2002 (vertice di Praga) sposa la guerra preventiva.

Traiamo alcune conclusioni: a) l’Europa è stata costruita con un approccio orientato a una scelta economica di natura ideologica; b) si basa sulla crescita del Pil come motore di sviluppo; c) si presenta con disuguaglianze sempre crescenti; d) non è in grado di ripudiare la guerra.

Si potrebbe dire con Jean-Paul Fitoussi, direttore del Rapporto annuale sullo stato dell’Ue, che «oggi in Europa abbiamo un governo delle regole ispirato ai principi del mercato di cui sono custodi la Banca centrale europea, il Patto di stabilità e la Direzione per la concorrenza; non abbiamo, invece, un governo delle scelte su cui possono pronunciarsi i cittadini».

COMPETERE E INTEGRARE

Questa tendenza diventa ancora più evidente con la Strategia di Lisbona e il Processo di Barcellona. Con il vertice di Lisbona (2000), la crescita della competitività e del dinamismo economico è l’obiettivo dell’Ue. Ciò scaturisce dalla necessità di recuperare il divario degli anni ‘90 tra la forte crescita dell’economia americana, più flessibile e competitiva, e la quasi stagnante economia europea.

Ma un sistema economico-politico che fa della stabilità uno dei propri punti di forza ha interesse a ritrovare la stessa stabilità alle frontiere. Di qui, la necessità di favorire lo sviluppo e la stabilità delle regioni limitrofe, che agiscono da vere e proprie zone cuscinetto alle frontiere dell’Ue. E il Processo di Barcellona, inaugurato nel 1995, coinvolgendo Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Israele, Giordania, Autorità Palestinese, Libano, Siria, Turchia, Malta e Cipro. È la cosiddetta politica di prossimità. Gli obiettivi sono: la collaborazione in campo politico e in materia di sicurezza; un sostegno economico e finanziario dell’Ue che porti alla creazione progressiva di un’area di libero scambio; la cooperazione in campo culturale, sociale e umanitario.

Se esaminiamo le condizioni che i paesi mediterranei devono rispettare,per beneficiare degli aiuti comunitari, appare chiaro che viene chiesto loro di adottare integralmente il modello di funzionamento dell’Ue, con la rinuncia definitiva a una propria via allo sviluppo. Le conseguenze sono molto gravi: si sottovalutano le differenze culturali e si considerano quei popoli incapaci di esprimere una società altra da quella occidentale.

E ancora più dura sarà la nuova politica Ue verso l’Africa subsahariana, espressa fino a oggi da un rapporto di preferenza commerciale e di cooperazione (Convenzione di Cotonou, già di Lomé). Finora, sotto la copertura di “buonismo” internazionale, l’Ue ha fatto i suoi affari. Ma dal 2008 li farà ancora meglio con gli Accordi di partenariato economico regionale (Ape/Epa), che puntano al libero scambio commerciale. Gli stati africani non potranno più imporre dazi doganali sulle esportazioni europee in Africa: ciò determinerà una caduta delle entrate fiscali dal 10% al 60%, e le merci importate butteranno fuori mercato i prodotti locali.

Esempio. L’Africa non può competere con i prodotti agricoli europei sostenuti a suon di euro: 50 miliardi l’anno. Il settore agricolo costituisce il 70% dell’economia africana, è fonte privilegiata di entrate in valuta ma assisterà impotente all’invasione di prodotti agricoli sovvenzionati.

E LA DEMOCRAZIA?

Cosa pensare di questa Ue? Che prevale l’aspetto economico-finanziario su quello democratico. E il fallimento delle proposta di costituzione comune ne è la riprova. La Convenzione costituente, - un’assemblea di 105 membri, in rappresentanza dei parlamenti europeo e nazionali e della Commissione - ha terminato il suo lavoro nel 2004. Ha lavorato con il metodo, molto discutibile, del “consenso” e la società civile è stata tenuta del tutto fuori dal processo decisionale.

Intellettuali e osservatori politici hanno criticato questo modo di agire. Raniero la Valle: «Nell’Ue non vi è una comunità che si fa ordinamento, ma un regime economico che diventa ordinamento». L’Ue rischia di non rappresentare altro che l’opzione per un modello di sviluppo economico elevato a supernorma, che mette tra parentesi il principio di uguaglianza sostanziale e i diritti sociali sanciti nelle varie costituzioni degli stati europei.

Questo spiega in gran parte il rigetto, nel 2005, da parte di Francia, e Olanda della proposta di-Trattato costituzionale. È stato un “no” all’Europa dei mercati, che ; avrebbe smantellato lo stato sociale

Un altro aspetto grave — sancito dall’Accordo di Schengen del 1995 — è che le frontiere, abolite dentro l’Ue, sono state spostate al limitare della “fortezza Europa”. Dunque, un’Ue aperta al suo interno, ma impermeabile dall’esterno.

E l’Africa ne paga lo scotto. Al di là dei proclami, non c’è nessuna politica di prossimità o di buon vicinato. Anzi, buona parte dell’aiuto pubblico che prima andava all’Africa oggi va all’Est europeo. Intanto, le difficoltà economiche, i conflitti e i regimi oppressivi spingono numerosi africani a tentare l’approdo in Europa. Un flusso migratorio, spesso gestito dalle mafie, che lascia dietro di sé una scia di morte.

Oggi l’Ue è un gigante economico-finanziario, parte essenziale del grande sistema che regge il pianeta. Un sistema che permette a pochi (20% della popolazione mondiale) di controllare l’83% delle risorse a spese di molti diseredati: 854 milioni di affamati, 50 milioni di morti per fame ogni anno, 3 miliardi che vivono con meno di 2 dollari al giorno. Per difendere i nostri privilegi spendiamo oltre 1.000 miliardi di dollari l’anno in armi, con uno sperpero di energie e di risorse che pesa sull’eco- sistema a tal punto da far dire agli scienziati che siamo sull’orlo del collasso del pianeta.

MISSIONE AL BIVIO

Tutto questo chiama in causa i cristiani: viviamo dentro strutture di peccato e di morte. Le Chiese riformate, riunite ad Accra (Ghana) nel 2004, hanno fotografato la situazione: «La globalizzazione economica neo-liberista è basata sulla competitività sfrenata, il consumismo, la proprietà privata priva di qualsiasi obbligo sociale, la speculazione finanziaria, la liberalizzazione e la deregolamentazione del mercato, la privatizzazione dei servizi pubblici e delle risorse nazionali. Con la promessa che ciò produrrà ricchezza per tutti. Avanza la falsa promessa di essere in grado di salvare il mondo per mezzo della creazione di ricchezza e prosperità, pretendendo di avere la signoria sulla vita ed esigendo una devozione totale, che equivale a idolatria».

Sono parole forti ma profondamente bibliche e cristiane. Come missionari comboniani, siamo sfidati a fare nostro questo giudizio, partendo dal cuore della tradizione biblica: “Il grande sogno di Dio”. Dobbiamo essere consapevoli che poteri economici, culturali, politici e militari costituiscono un sistema di dominio — “l’impero” — messo in campo da nazioni potenti per difendere i loro interessi. L’Ue è una delle colonne portanti di questo sistema di peccato.

Il dramma è che l’Europa non è cosciente di vivere in stato di peccato. È compito nostro di missionari proclamare come Giona ai niniviti: «Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta». Il Dio della vita, che si è rivelato in Cristo Gesù, non vuole vittime, non vuole crocefissi, non vuole morte. Per questo, l’attuale assetto del mondo — l’impero del denaro costruito su un’economia finanziarizzata e militarizzata — è per noi missionari un sistema di morte, un sistema di peccato. Ci tocca profondamente, perché è la negazione radicale del sogno di quel Dio/Abbà.

Questo Dio della vita, che noi missionari annunciamo, vuole che tutti i suoi figli vivano in pienezza. Al Sud (camminando con le vittime del sistema) come al Nord (con gli oppressori, i carnefici) abbiamo oggi un’unica missione globale: l’annuncio del Dio della vita, la denuncia di ogni sistema di morte e l’impegno concreto perché vinca la vita. Si tratta dello status confessionis, direbbe oggi Dietrich Bonhoeffer. Il quale ricordava alle chiese tedesche sotto il nazismo che non potevano proclamare la fede semplicemente recitando il Credo in chiesa, ma rivelando da che parte stavano: se dalla parte di Hitler o dalla parte delle vittime del nazismo.

Penso che oggi questo sia ancora più vero per noi. Noi cristiani dobbiamo proclamare il nostro status confessionis, dichiarando da che parte stiamo in questo sistema di morte. Se stiamo dalla parte del sistema, dobbiamo renderci conto che adoriamo l’idolo del denaro. Se invece vogliamo proclamare il Dio della vita, dobbiamo schierarci dalla parte delle vittime. È’ su questo che la missione oggi sopravvive o cade. È una missione globale che ci porta a contestare un sistema che uccide per fame, uccide per guerra; uccide il pianeta e ci uccide dentro. Per questo, la missione nel cuore del sistema, denunciandolo e contestandolo è missione tanto quanto l’annuncio della Buona Novella ai poveri del sud del mondo e a tutte le vittime del sistema. Su questo la missione oggi si gioca tutto. Io mi sento in missione. In Europa.

Rischio povertà

Secondo la Relazione congiunta sulla protezione sociale e l’inclusione sociale 2007, predisposta, all’inizio dell’anno, dalla Commissione europea, «il 16% degli europei è a rischio di povertà e il 10% vive in famiglie senza lavoro». In Europa c’è uno scarto di 3 anni tra la speranza di vita massima e quella minima per gli uomini, e le spese per l’assistenza sanitaria e le cure di lunga durata variano tra il 5 e l’11% del prodotto interno lordo.

Nell’Ue il 19% dei bambini è a rischio di povertà e la disoccupazione tra i giovani è un dato particolarmente inquietante: nel 2004 era del 18,7%, ossia il doppio del tasso medio di disoccupazione; inoltre, il 15% dei giovani di età compresa tra 18 e 24 anni risultava aver lasciato la scuola prematuramente, circostanza che accresce il rischio di esclusione sociale.

Secondo i dati diffusi da Eurostat, il tasso di disoccupazione dell’area euro è rimasto stabile al 6,9% a giugno 2007, rispetto al mese precedente; a giugno 2006 era del 7,9%. Anche per l’Ue dei 27 il tasso di disoccupazione è del 6,9%, contro il 7% di maggio. A giugno 2007 i tassi più bassi sono stati registrati in Olanda (3,3%), in Danimarca (3,5%), a Cipro (3,9%) e in Irlanda (4,0%); i più elevati, in Slovacchia (10,7%) e in Polonia (10,2%). A giugno, erano 16,1 milioni gli uomini e le donne disoccupati nell’Ue allargata a 27, di cui 10,4 milioni nella zona dell’euro. Secondo un recente Eurobarometro, la paura di perdere il posto i lavoro e di cadere in povertà sono le preoccupazioni più sentite dai cittadini europei, e l’aumento dei flussi migratori a causa dell’apertura dei confini è vista come una minaccia, anziché come un’opportunità. Esistono forti disparità anche nel campo dell’assistenza sanitaria: la speranza di vita varia per gli uomini da 65,4 anni in Lituania a 78,4 anni in Svezia; per le donne, da 75,4 anni in Romania a 83,9 anni in Spagna.

Oltre a valutare i progressi realizzati dagli stati membri e a stabilire priorità per le azioni future, la Relazione congiunta individua esempi di buone pratiche e di approcci innovativi già adottati sul piano nazionale. Ad esempio, il Regno Unito — dove il problema della povertà infantile è relativamente preoccupante — applica tutta una serie di misure per cercare di porvi rimedio, mettendo l’accento sull’apprendimento precoce e l’assistenza all’infanzia. L’Austria ha adottato programmi per risolvere il problema dei senza casa, limitando gli sfratti, e la Polonia sostiene l’economia sociale come mezzo per promuovere l’inclusione attiva.

Ultima modifica Mercoledì 05 Marzo 2008 00:07

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