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Lunedì 23 Giugno 2008 22:10

PESA IL VOTO NERO? - Primarie negli USA. Le scelte della comunità afro-americana

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PESA IL VOTO NERO?
Primarie negli USA. Le scelte della comunità afro-americana

di Mariella Moresco
Nigrizia marzo 2008

Nonostante il “Supermartedì” elettorale del 5 febbraio, è una sfida ancora irrisolta quella in casa democratica tra Hillary Clinton e Barack Obama, la “prima donna” e il “primo nero” che potrebbero diventare presidente degli Stati Uniti. Altri candidati di colore, in passato, hanno partecipato alle primarie presidenziali: Dick Gregory nel 1968 Shirley Mita St. Hill Crisholm nel 1972 (prima donna eletta al Congresso), Jesse Jackson (erede di Martin Luther King e delle sue battaglie per i diritti civili) nel 1984 e nel 1988, e Al Sharpton nel 2004. Nessuno, tuttavia, ebbe mai qualche chance di farcela. Al contrario di Obama.

Le primarie presidenziali per la corsa alla Casa Bianca hanno avuto un’enorme copertura mediatica. Anziché tra i due maggiori partiti, il repubblicano e il democratico, la contesa più seguita è stata tra i due candidati democratici. I quali sono immediatamente divenuti candidati-simbolo, grazie a una identificazione razziale e di genere, che ha ben presto ottenuto l’effetto di rompere l’unità della base democratica, a volte in modo lacerante, come nel caso delle elettrici afro-arnericane.

The Joint Center for Political and Economic Studies, a sei settimane dal via delle primarie, pubblicò un sondaggio in cui Hillary Clinton raccoglieva oltre l’80% dei favori degli afro-americani, anche per l’effetto traino del marito, l’ex presidente Bill Clinton, molto popolare tra questo gruppo di elettori. Elettori che non riconoscevano, invece, in Barack Obama un african american, una persona, cioè, che, seppure indirettamente, aveva vissuto la realtà della segregazione e la grande stagione delle lotte per i diritti civili. Per di più, il consenso che aveva riscosso presso molti elettori bianchi aveva aumentato, inizialmente, la diffidenza dei neri verso Obama, che vedevano in lui «un nero dai modi di un bianco», ben educato e istruito nelle migliori scuole del paese. Comunque, la ripetuta enfasi su un candidato multirazziale (il senatore dell’Illinois è africano da parte di padre, bianco con sangue indiano da parte di madre) dimostra come non sia affatto vero che gli Stati Uniti sono una società che ha superato i traumi del razzismo. Il fatto che ai più alti livelli dell’amministrazione statale sono state cooptate persone come Colin Powell o Condoleeza Rice non significa che la popolazione di colore abbia un’effettiva uguaglianza di opportunità. Occorrerà ancora molto tempo prima che gli effetti del razzismo e della segregazione possano venire superati, dato che le condizioni economiche determinate da quella stessa situazione riproducono mentalità e atteggiamenti che tendono a perpetuarle e a mantenere, di fatto, un divario quasi incolmabile, non solo tra bianchi e neri, ma anche tra afro-americani e nuovi immigrati latini, caraibici e africani.

È noto come negli Usa le minoranze ammontino a circa 100 milioni di persone: 43 di ispanici, 40 di neri e 14,5 di asiatici. Ma il fatto nuovo è che il 22% dell’intera popolazione ha un parente stretto coniugato con una persona di etnia diversa. E nei prossimi decenni il 37% sarà di sangue misto.

Spesso si ricorre alla definizione “elettorato nero” per designare un gruppo di elettori che si presume condivida valori, aspettative, condizioni di vita e che, di conseguenza, esprima anche un voto tendenzialmente univoco. Anche se vero in linea di massima, l’assunzione acritica di questo giudizio fa perdere di vista una realtà più frammentata e complessa, fatta di retaggi del passato e di nuove spinte verso l’affermazione economico-sociale della borghesia e della recente immigrazione nera. Così, è fuorviante considerare la popolazione di colore come un corpo compatto, in grado di incidere in modo automatico sul risultato elettorale con la propria rilevanza numerica. Il voto nero è caratterizzato anche da un forte astensionismo e dalla preponderanza del voto femminile, causata dall’alta percentuale di giovani maschi incarcerati, cui viene precluso l’accesso al voto.

MIDDLE CLASS E IMMIGRATI

È negli anni ‘80 che nella vita economica e sociale statunitense emerge una nuova figura; la borghesia nera, costituita da professionisti, intellettuali e artisti, che compete con la classe media bianca nella conquista di vantaggi economici, e che non ha alcuna voglia di confondersi con chi vive nel degrado dei ghetti delle grandi città, divenuti centri di violente proteste, o negli stati rurali del Sud, dove è rimasto complicato affermare i propri diritti civili. Ancora oggi, in questi stati parte della popolazione bianca, gli angry white men (i “bianchi arrabbiati”, come vengono definiti), afferma: «We’re not racists; we just believe in segregation (“non siamo razzisti; solo che crediamo nella segregazione”).

Un recente sondaggio del Pew Research Center, svolto tra settembre-ottobre 2007, ha rilevato un crescente divario di reddito, e del conseguente stile di vita, tra la middle class nera e gli afro-americani più poveri. Un divario che rende impossibile considerarli un gruppo sociale omogeneo. Oltre il 65% degli intervistati ha dichiarato che negli ultimi dieci anni si sono accentuate le differenze nel modo di pensare tra neri poveri e borghesia nera, mentre si sono assottigliate quelle tra neri e bianchi, entrambi accomunati dalla propensione verso le politiche conservatrici, ritenute più adatte alla difesa dei privilegi raggiunti.

Non tutti i neri che vivono negli Usa sono identificati come afro-american o black american, definizione utilizzata dai movimenti per i diritti civili degli anni ‘60, o ancora come african american, cioè africani che vivono in America, nella definizione preferita da Malcon X, l’attivista dei diritti dei neri assassinato a New York nel febbraio 1965. Nell’accezione statunitense, african american sono i neri anglofoni, residenti negli Usa e discendenti dagli schiavi tratti dall’Africa nelle colonie britanniche per venire impiegati, dopo la guerra di indipendenza, soprattutto nelle piantagioni del Sud, dove rimasero privi del diritto di voto e in uno stato di assoluta inferiorità sociale fino a tempi assai recenti. Non rientrano, quindi, in questa definizione i neri di altri paesi (ad esempio, brasiliani, caraibici, africani), né gli africani bianchi residenti negli Usa.

Negli ultimi anni, è aumentato il numero di persone di colore provenienti dall’Africa, dai Caraibi o da altri paesi dell’America Latina e, per distinguerli, è entrato nell’uso il termine new black o new black people, dei quali è ancora poco studiata la rilevanza politica.

Gli immigrati di colore, che hanno contribuito a una crescita del 25% del numero globale di neri americani tra il 1990 ed il 2000, sentono come un ostacolo la comunanza del colore della pelle con un gruppo posto ai più bassi livelli sociali. Preferiscono identificarsi come gruppi distinti, investendo più nella loro specificità nazionale che in quella di razza.

Si sono formate, di conseguenza, molte comunità nere separate da lingua, cultura e origine. Un fatto, questo, che ha un peso notevole specialmente nelle grandi aree metropolitane, dove i gruppi dei new black possono costituire anche il 20% dell’intera popolazione nera, arrivando a occupare cariche amministrative importanti. Un caso è quello di Boston, una delle 10 aree metropolitane con il maggior numero di cittadini neri, dove nel 1999 è stato eletto il primo haitiano nell’organo legislativo del Massachusetts. E se nel 1972 gli amministratori neri negli Usa erano solo 1.469 su un totale di 500mila circa, nel 2000 il numero è salito a 9.040, una cifra ancora pari solo al 2% del totale, ma 6 volte superiore a prima.

Il censimento del 2000 ha evidenziato, poi, che il 60% dei nuovi black people proviene da Haiti e Giamaica e vive sulla costa orientale, concentrandosi nelle aree metropolitane di New York, Miami e Fort Lauderdale. Invece chi proviene dai paesi dell’Africa subsahariana è più disperso, preferendo risiedere nelle città di Washington, New York, Atlanta, Minneapolis e Los Angeles. Anche se soffrono della discriminazione comune a tutti i neri ed esprimono naturali differenze di classe sociale, in genere i caraibici sono più istruiti e vivono meglio degli african american: di questi non condividono il substrato culturale della schiavitù, pur provenendo da paesi la cui storia ne è stata segnata, e come gli altri immigrati vivono gli Stati Uniti come il paese delle opportunità, nonostante una quotidianità che li accomuna ai neri nativi e tende a relegarli ai livelli più bassi della scala sociale. I giamaicani hanno vissuto, quindi, con grande orgoglio la nomina di Colin Powell a segretario di stato americano. La loro “diversa negritudine” è percepita dall’opinione pubblica nord-americana come una caratteristica più positiva rispetto a quella dei nativi: un successo che ha rafforzato nei caraibici la resistenza all’assimilazione con gli afro-americani. Una separazione aumentata anche dall’atteggiamento della popolazione bianca, che guarda ai caraibici come a un gruppo modello, meglio educato, non segnato dalle tensioni razziali e con l’ottimismo degli immigrati recenti, contrapposto agli african american, considerati fomentatori di problemi. Si favoriscono, in tal modo, tensioni e competitività tra gruppi già divisi da rilevanti differenze culturali, che giocano a sfavore dei nativi in termini di possibilità di lavoro e di istruzione.

Forse si può azzardare l’opinione che negli Stati Uniti, sia pure in maniera inconsapevole, è in atto una vera e propria ridefinizione dell’idea stessa di “nero”. Minacciati anche dalla crescita demografica dei new black e dai loro successi nell’occupare posizioni di grande rilevanza e visibilità sociale con un ritorno di prestigio sull’intero gruppo di origine, i leader degli african american diffidano di chi non ha fatto esperienza delle conseguenze, anche culturali, del razzismo e dell’emarginazione. È il caso di Obama, di cui è stata messa in dubbio la lealtà verso la causa dei neri, in quanto uomo che è venuto «dal di fuori della nostra storia».

VOTO E CONTROLLO SOCIALE

A partire dalla fine degli anni ‘60 - da quando si concluse, da un punto di vista legislativo, il lungo cammino dell’abolizione della segregazione, ma con l’avvio di politiche sociali sempre più discriminanti la popolazione più povera - il voto bianco, specie negli stati più conservatori del Sud, si è progressivamente spostato verso il partito repubblicano. È da quegli anni che gli Stati Uniti diventano il paese con il più alto tasso di incarcerazione (quadruplicato a partire dagli anni ‘70): situazione che colpisce in modo spropositato i ceti più poveri e le minoranze etniche, spesso per crimini non violenti, come quelli inerenti lo spaccio di droga. Alcuni studiosi hanno indicato nell’ampliamento eccessivo delle misure di incarcerazione una forma, per quanto degenerata, di controllo delle minoranze, attuato anche attraverso la lotta alla droga e la riduzione dell’assistenza sociale.

È importante ricordare che in molti stati vige il disenfranchisement, ossia la perdita del diritto di voto, per gli ex carcerati, anche se condannati a pene lievi. Ciò comporta la drastica riduzione del voto maschile nero rispetto a quello femminile, diviso, in queste ultime primarie, fra una identificazione razziale e una di genere, che ha impedito l’automatismo del voto nero indirizzato al candidato nero. Secondo un rapporto del Dipartimento di giustizia degli Usa, nel 2003 era incarcerato il 12% dei giovani afro-americani maschi tra i 20 e i 34 anni, contro il 3,6% degli ispanici e l’1,6% dei bianchi non ispanici della stessa fascia di età, raggiungendo la cifra più alta mai registrata fino ad allora. Più recenti ricerche delle università di Columbia, Princeton e Harvard hanno rilevato che fra i giovani afro-americani meno scolarizzati la disoccupazione è in continuo, allarmante aumento, favorendone l’emarginazione e le probabilità di commettere reati. Nonostante il diminuito numero di crimini, la popolazione carceraria nera è in costante crescita, tanto che nel 2004 il 72% dei ventenni afro-americani maschi che non aveva terminato gli studi era disoccupato (contro il 34% dei bianchi e il 19% degli ispanici) e il 20% era in carcere; nello stesso periodo, il 60% dei trentenni neri aveva già avuto un’esperienza carceraria.

Nonostante le sfavorevoli condizioni sociali che incrementano l’astensionismo (come la bassa scolarizzazione) o che addirittura impediscono il diritto di voto (come l’alta percentuale di maschi neri con trascorsi carcerari), l’appoggio, degli afro-americani è fondamentale per assicurare la vittoria del candidato democratico. Un sondaggio del Wall Street Journal, effettuato dopo le elezioni di metà mandato del 2006 per il rinnovo delle Camere, ha evidenziato come il voto bianco si fosse distribuito in modo paritario tra repubblicani (49%) e democratici (48%), rendendo quindi decisivo il voto delle minoranze, in gran parte riservato ai democratici, che nel novembre di quell’anno vinsero in entrambi i rami del parlamento, sostenuti dall’87% dei votanti neri, dal 72% degli ispanici e dal 61% degli asiatici.

È forse il timore di questa forza elettorale, comunque sottorappresentata a livello nazionale nella storia degli Stati Uniti (Obama è solo il quinto senatore nero), a indurre alcuni politici a tentare di limitare la partecipazione al voto dei neri: dalla manipolazione delle liste elettorali fino alla proposta (bloccata poi dalla magistratura e avanzata nel 2005 dal partito repubblicano della Georgia) di reintrodurre

la PoIl Tax, una tassa di venti dollari per l’iscrizione nelle liste elettorali, con la speranza di allontanare dal voto i più poveri, in grande maggioranza neri.

Ultima modifica Giovedì 03 Luglio 2008 00:47

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