Domenica, 20 Agosto 2017
Lunedì 08 Dicembre 2008 13:57

Il crac del liberismo - Il casinò e il cantoniere

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Il crac del liberismo - Il casinò e il cantoniere

di Laurent Cordonnier
da Le Monde diplomatique – Manièr de voir
dicembre 2008/gennaio 2009

Quali che siano le misure adottate per tentare di “contenere” le malefatte della finanza, come potranno le nostre società voltare la pagina di un “modello di sviluppo” che aveva sapientemente saputo accostare la dinamica dell’economia reale (la produzione, la ripartizione degli stessi utili) alle turpitudini di una finanza sfrenata? Nello spazio di una trentina di anni le nostre economie nel loro insieme sono andate via via rassomigliando tutte a quelle città termali in cui la sopravvivenza del cantoniere dipende strettamente dalla prosperità del casinò locale la quale a sua volta dipende, attraverso le sue macchinette dispensatrici di soldi, dalla vaga malinconia provata dal cantoniere (l’eterno defraudato della storia).

Questo accoppiamento non saltava subito agli occhi. La finanza sembrava condurre la propria vita autonoma. Il pubblico si è persino chiesto, per un momento, in che cosa una “crisi finanziaria” poteva colpirlo. Fino ad un certo punto, l’ambito finanziario si è chiuso intorno alle dinamiche speculative che esso stessa esercitava, creando un mondo incantato in cui tutto sembrava essere stato concepito affinché “la cosa” salisse indefinitamente. Il rialzo dei prezzi dell’immobiliare serviva come garanzia di prestito alle banche entusiaste di prestare denaro a famiglie che non avevano una casa in cui vivere (dopo due secoli di progressi economici ininterrotti!).

Questi stessi prestiti poi, alimentavano la richiesta di alloggi e rafforzavano la scommessa al rialzo di coloro che offrivano crediti ipotecari a persone senza mezzi che ne avevano bisogno. Il rialzo dei prezzi immobiliari, offriva nello stesso tempo nuove possibilità di credito alle famiglie (man mano che il valore del loro alloggio aumentava) e sosteneva i loro consumi nel momento in cui l’aumento dei salari risentiva del dominio dell’azionariato nei confronti dell’impresa.

 

In Borsa, il rialzo dei corsi alimentato dai rendimenti finanziari esorbitanti imposti alle grandi firme quotate, favoriva l’acquisto a credito delle imprese, fatto che contribuiva in cambio, ad alimentarne il rialzo. Questi stessi prodigiosi rendimenti permettevano di liberare liquidità sovrabbondanti relativamente ai progetti di investimento produttivi che avrebbero dovuto finanziare ma che non finanziavano più. Il surplus andava ai dividendi e al riscatto di azioni,che riuscivano a mantenere solidamente il rialzo dei corsi. Dalla nascita alla morte, la vita dei protagonisti dell’economia, sembrava trasportata dal turbine della speculazione. I cherubini della finanza si indebitavano fin dalla culla per 200.000 dollari per pagare i loro studi sperando di “rifarsi”nello spazio di alcuni mesi nella sala dei mercati della Lehman Brothers. E quando il Titanic è affondato, lo hanno accompagnato fino alla tomba, affrettando la rovina della loro impresa centenaria praticando la speculazione al ribasso sulle sue azioni (vendita allo scoperto).

 

Durante tutta questa fase del capitalismo, che inaugurò la riabilitazione dei mercati finanziari alla fine degli anni 1980, la finanza non ha mai vissuto una “sua propria vita”. Non solo ha potuto svilupparsi solamente grazie ad un prelievo gigantesco sul prodotto del lavoro salariato, ma, di più, ha fornito a questo sistema, che sfidava tutte le leggi dell’equilibrio, di che vacillare senza però sprofondare.

 

Nello spazio di una ventina d’anni, la liberalizzazione dei mercati finanziari, lo sviluppo dei fondi di risparmio collettivo e le regole del nuovo baliato hanno interinato il dominio degli azionisti e sottoposto le imprese a esigenze di rendimenti finanziari eccezionali. In conseguenza gli investimenti hanno perso terreno, costretti entro i loro stessi limiti rigidi. E mentre imperversava il governo dei salari, si ponevano le condizioni perché il “freno”posto alla formazione della domanda non si volgesse contro l’operaio. L’investimento delle imprese e il consumo dei salariati costituiscono i due principali pilastri della spesa totale nell’economia; la loro atonia avrebbe potuto nuocere agli obiettivi degli azionisti, facendo abbassare i profitti. Ma, grazie ad un’astuzia di cui non si conosce il segreto, il ribasso degli investimenti delle imprese e del consumo proveniente dai salari, è stato progressivamente sostituito dal consumo dei copiosi dividendi versati agli azionisti e dalle spese delle famiglie finanziate con l’indebitamento. I profitti realizzati in altre zone del globo e riportati in patria dalle grandi imprese americane e europee, aggiungevano un ulteriore buon dividendo.

 

La dittatura degli azionisti è stata il perno dell’ordine economico in questi due ultimi decenni. Il ramo della finanza che crolla oggi, permetteva in parte al sistema di sopravvivere. Resta da sapere se l’elemento del “puzzle” che è saltato, provocherà lo spostamento del pezzo che si trova accanto. Ci si può sempre sforzare di far volare un aereo con un motore in meno. Volerà ancora, ma meno bene. Ma lo scopo non è forse quello di arrivare a destinazione?

Ultima modifica Mercoledì 24 Marzo 2010 17:51

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