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Giovedì 04 Febbraio 2010 19:07

Diamanti rosso-sangue

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di Francois Misser
da Nigrizia - settembre 2009

Organizzazioni non governative denunciano la militarizzazione delle miniere di Marange e mettono in crisi il sistema di certificazione dei diamanti. È probabile che il fenomeno dei diamanti fuorilegge sia più ampio.  

 

Negli ultimi anni, dopo la sconfitta dei movimenti ribelli che finanziavano con il traffico dei diamanti la loro attività (Unita in Angola, Ruf in Sierra Leone), si riteneva che i "diamanti insanguinati" fossero una frazione minima del commercio mondiale. Ma una recente operazione in un'area diamantifera dello Zimbabwe, che chiama in causa l'esercito e il presidente Robert Mugabe, ha spinto alcune ong a voler rivisitare la definizione. Ci sono, infatti, grosse quantità di diamanti che possono stillare sangue.

All'origine del "processo di Kimberley", che associa 75 paesi produttori e consumatori di diamanti, c'è un sistema di certificazione messo a punto dagli stati, con il concorso dell'industria e delle ong, per stroncare il traffico di diamanti grezzi, che consente di finanziare movimenti ribelli in guerra contro governi legittimi o semi-legittimi. Il processo prende il nome dalla città sudafricana dove, nel 2000, è stato avviato. Ma le cose potrebbero cambiare ancora. Nel corso dell'ultima riunione del sistema di certificazione (Windhoek, Namibia, 23-26 giugno), le ong, con in testa la britannica Global Witness e la Partnership Africa-Canada (Pac), hanno posto sul tappeto la militarizzazione dei giacimenti di Marange (Zimbabwe) e la violenza esercitata dai militari nei confronti dei minatori, l'utilizzo di lavoro forzato e il contrabbando di diamanti gestito da persone legate al presidente Mugabe. Il 26 giugno, inoltre, l'ong statunitense Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto che denuncia nei dettagli la situazione. Secondo il giornale zimbabweano Financial Gazette, a innescare il tutto è stata l'operazione "hakudzokwi", lanciata dall'esercito all'inizio del 2009 per espellere i minatori clandestini e i commercianti dall'area di Marange. Alto il numero delle vittime.

Tuttavia, gli stati che aderiscono al processo di Kimberley non hanno trovato un accordo per poter decidere sanzioni immediate contro lo Zimbabwe. Ciò ha spinto l'attivista canadese Ian Smillie, fondatore della Pac e uno dei padri del processo di Kimberley, ad abbandonare la riunione. In effetti, alcuni governi si sono mostrati reticenti nel considerare "diamanti insanguinati" quelli di Marange, in quanto non sono serviti a finanziare movimenti ribelli. Particolarmente reticente a varare nuove sanzioni contro Harare è stato Bernard Esau, presidente di turno del processo e ministro namibiano delle miniere e dell'energia, in linea con la politica della "diplomazia morbida" del suo governo. Ma di fronte alle reazioni delle ong, gli stati membri del processo hanno finito con il decidere d'inviare una missione in Zimbabwe per verificare le violazioni dei diritti umani.

Una certa pressione è arrivata anche dal mondo dell'industria. Andrew Bone, del Worid Diamond Council (Wdc), ha subito solidarizzato con Ian Smillie e s'è detto favorevole alla sospensione provvisoria di un paese, in caso di necessità. Lo Zimbabwe, quindi, rischia di essere escluso dal processo di Kimberley, se non altro per non aver impedito il contrabbando di diamanti.

Negli ambienti di chi si occupa di diamanti si ci chiede se non si stia aprendo un nuovo "vaso di Pandora". Se si considera che si trovano "diamanti insanguinati" ogni volta che c'è uno scontro tra le forze dell'ordine o i servizi di sicurezza di una società mineraria e dei minatori clandestini, ne deriva che porzioni importanti della produzione e del commercio mondiale potrebbero essere "scomunicate". Si tratta ora di capire se stati, compagnie minerarie e commercianti sono pronti ad avallare questo cambiamento di rotta.

Ultima modifica Giovedì 04 Febbraio 2010 19:15

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