Domenica, 17 Dicembre 2017
Sabato 18 Settembre 2010 15:13

La guerra invisibile

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di Tommaso Di Francesco
da il Manifesto

È morto in battaglia il tenente Alessandro Romani, incursore italiano delle forze speciali che combattono di nascosto in Afghanistan una guerra persa, inutile e controproducente. E cosa dice il maggior partito dell'opposizione? «Il governo riferisca in parlamento». Siamo alla ritualità e al cordoglio istituzionale.

 

 

Inutile sperare in un esplicito «basta». L’Italia non può sparare sulla propria Costituzione di pace, questa guerra ha causato decine di massacri di civili. Invece tutto rientra nella rumorosa normalità della «guerra» per bande dentro la maggioranza di centrodestra - Fini solidale con la famiglia della vittima ha definito la presenza italiana «indispensabile» - e nel confronto scontro tra le forze del cosiddetto centrosinistra.
Eppure l’evidenza distruttiva della guerra ieri è precipitata sulla politica e sui palazzi italiani. 30 morti dal 2004 in un conflitto non dichiarato, ma che rivendichiamo pur affermando che «non siamo in guerra», dovrebbero essere un drammatico avvertimento sanguinoso. La guerra continua, nonostante abbia aiutato l’espandersi dei taleban che ora spadroneggiano in 33 delle 34 province afghane. Nonostante si sia addirittura estesa alle regioni confinanti dell’immenso e rischioso Afghanistan.
Domenica in Afghanistan si vota per le elezioni parlamentari. E allora riecco il menzognero ministro della difesa Ignazio La Russa motivare la presenza militare italiana a baluardo delle «elezioni e della democrazia». Dimentico che nemmeno un anno fa dichiarava lo stesso per il voto presidenziale che elesse Hamid Karzai, mentre la commissione degli osservatori internazionali dichiarava la consultazione inficiata da troppi brogli.
Ora Karzai è presidente perché l’Amministrazione Usa, pur consapevole dell’amara verità del voto in Afghanistan con una guerra in corso, ha tacitato la verità dei brogli elettorali. E Karzai, che cerca la rivincita, già mette le mani avanti annunciando che «ci saranno brogli». Con l’ineffabile ministro La Russa occupato a tenergli bordone dichiarando che «non c’è da preoccuparsi, ci sono brogli anche da noi».
Sarebbe da ridere, se non ci fossero di mezzo tante vittime, e non solo quelle dei contingenti occidentali della Nato - ieri sono state cinque in soltanto 24 ore - ma migliaia di civili massacrati dalla guerra condotta dall’alto, a base di raid aerei e droni, gli ipertecnologici velivoli senza pilota che, anonimamente e vigliaccamente, mirano ai «terroristi», ma sparando nel mucchio di villaggi abitati e seminando distrattamente stragi che non hanno più titolo sulle nostre cronache.
Solo poche ore prima dell’uccisione in battaglia del militare italiano, sempre il ministro La Russa, ricevendo il segretario della Nato Rasmussen, aveva dato la disponibilità dell’Italia ad aumentare il numero dei nostri soldati che ora ammontano a più di quattromila. Sarebbero «addestratori», ma è chiaro a tutti che si tratta di forze speciali da usare in combattimento, come per la battaglia di ieri, nelle aree a sud di Farah, sempre più vicino al fuoco del conflitto che è la provincia di Helmand malamente tenuta anche dalle truppe americane.
Oltre centomila statunitensi ormai, sui 150.000 complessivi del contingente Isaf, a guida Nato. Americani in difficoltà anche dopo l’arrivo dei trentunomila soldati in più chiesti dal generale Mc-Christal prima di squagliarsela e nonostante l’arrivo del generale Petraeus che stenta qui ad applicare la strategia dell’«acquista il nemico» in parte riuscita in Iraq.
Ce n’è abbastanza, prima che questa guerra scattata nell’ottobre del 2001 come vendetta per gli attentati dell’11 settembre a New York e Washington, diventi anche il nostro Vietnam, perché a sinistra un’iniziativa pacifista dica che la guerra non è «costituente», cioè utile a dimostrare l’adeguatezza bipartisan alle questioni della globalizzazione. Essa serve solo a distruggere le terre afgane e qui a militarizzare con il meccanismo della paura il governo della società, le questioni dei marginali, degli immigrati, della protesta sociale contro la crisi economica. Non altro. E se mettessimo la guerra all’ordine del giorno di quelle che vengono chiamate «primarie»?

Ultima modifica Martedì 28 Settembre 2010 14:21

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