Martedì, 17 Ottobre 2017
Sabato 22 Gennaio 2011 17:37

Per un'adeguata normativa di cittadinanza

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di Andrea Sarubbi
da Missione Oggi

Questo è il momento buono per parlare di cittadinanza, perché abbiamo iniziato le celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità d’Italia, un momento in cui siamo tutti invitati a chiederci cosa significhi essere italiani.

Se poteste chiedere agli antichi romani che cosa significasse essere romani, otterreste delle buone risposte. Numa Pompilio, primo re dopo Romolo, non era romano, ma della Sabina, che per i romani significava un mezzo straniero. Tarquinio Prisco, quarto re di Roma, era di sangue misto: sua madre era di Tarquinia e suo padre di Corinto (Grecia). Gli antichi romani conoscevano bene la mescolanza, al punto che, dopo una guerra vittoriosa, includevano i vinti nella loro città. Essi avevano ben chiaro che una cosa era la gens (gens Claudia, gens Cornelia, e così via), cioè la famiglia il cui legame passa per il sangue, un’altra era lo civitas, la comunità slegata dal concetto di sangue. I cristiani, in seguito, parleranno anche di communitas. [imperatore Claudio, nel 48 d.C., fece un discorso fantastico ai senatori, spiegando loro perché i Galli dovevano far parte del senato. Quando Tacito, negli Annales, cita questo discorso, dice testualmente: "La pace si consolida quando i transpadani (oggi …i francesi!) entrarono a far parte della cittadinanza. I loro discendenti rimangono con noi e nell'amore verso questa patria non sono a noi inferiori". Dunque, si può amare la patria anche senza esserne originari. D'altra parte non so quanti di voi possano dirsi bresciani "doc"! L’Italia non è un paese di sangue "doc", se andate in Sicilia, trovate persone con gli occhi azzurri e i capelli biondi: siamo sempre stati una mescolanza e lo siamo ancora oggi. Come lo sono i paesi europei nostri partner, anche se da noi tutto è avvenuto molto più in fretta. Perciò ci dobbiamo attrezzare. Lo hanno fatto molto bene gli Usa, forse perché hanno avuto più tempo. Infatti sono il paese in cui Obama, un immigrato di seconda generazione, è diventato presidente. Lì, anche se si è italo-americani, americani di origine irlandese, ecc., nessuno mette in dubbio il fatto che si è tutti americani. Tutti festeggiano il 4 luglio (festa dell'indipendenza) come se fosse il loro compleanno, molti hanno una bandiera americana in casa. Tutto ciò dimostra che un concetto diverso di patria è possibile. Per questo motivo è importante capire, a 150 anni dall'unità d'Italia, che cosa vuol dire per noi patria. Certo, noi siamo molto lontani dall'America, perché là un "ragazzo" di seconda generazione può diventare presidente mentre da noi non può neppure votare.

Il mio amico Jaska (che viene dal Punjab, in Pakistan) vive in Italia da quando aveva sei anni, ha frequentato le scuole, poi ha studiato scienze politiche. In occasione delle ultime elezioni regionali mi ha scritto una lettera commovente: "Questo per me è un giorno tristissimo, perché vanno tutti a votare, ma io non posso. Oggi mi accorgo di essere diverso, noi siamo quelli che non fanno mai notizia, siamo quelli per cui nessuno si è mai strappato le vesti. Fintantoché le leggi non cambiano, non potremo essere gli Obama italiani, ma nemmeno insegnanti, avvocati, magistrati, impiegati pubblici, notai, vigili del fuoco, poliziotti, bidelli, autoferrotranvieri, né esercitare qualsiasi altra attività che preveda l'accesso mediante concorso pubblico". Questo non è un caso, è un universo-mondo che c'è in Italia, perché i ragazzi nati qui e non ancora diciottenni sono 530mila, costituiscono la settima città italiana dopo Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova e Palermo, prima di Bologna, di Firenze e anche di Brescia. Se poi calcoliamo coloro che sono arrivati qui da piccoli, che hanno fatto le scuole qui, arriviamo a quota 862mila, la quinta città italiana. Mi chiedo: se la quinta città italiana tutta insieme scioperasse, non dichiareremmo lo stato di emergenza? Probabilmente sì. Siccome però tutte queste persone vivono sparpagliate in città diverse e sono pacifiche, nessuno grida alla rivoluzione.

Certamente ci sono dei diritti negati, una realtà di cui lo politica deve tenere conto. Il problema della politica è che arriva sempre tardi. L’Italia sta cambiando. Lo ha detto chiaramente il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, nel novembre 2008: "Il punto di partenza non può non essere una presa di coscienza collettiva del carattere non temporaneo che ha assunto il fenomeno dell'immigrazione in Italia. Dunque bisogna trarne le naturali conseguenze sul piano dello sviluppo e dell'integrazione, e anche sul piano delle norme e delle prassi per il conferimento della cittadinanza. È essenziale che a tale presa di coscienza giungano non solo le istituzioni, ma l'intera collettività nazionale". È quindi anche un discorso culturale quello che bisogna fare: giro molto per l’Italia dibattendo questi temi, e devo dire che in pochi mettono in dubbio il fatto che chi nasce qui, cresce qui, fa le scuole qui sia un nuovo italiano. È solo la politica che ha dei dubbi, ma credo che siano dovuti più a tatticismi che a una vera strategia. In questo momento siamo a un bivio: pensare a breve o a lungo termine. Nel primo caso si dice: gli immigrati sono una presenza temporanea, come in Germania negli anni '60, quando non si vollero integrare i turchi pensando che, risparmiato un po' di denaro, se ne sarebbero tornati a casa. Questo non è successo, i turchi sono rimasti e si sono creati dei ghetti. Ma dove ci sono i ghetti, c'è anche lo devianza, l'insicurezza.

Tutti coloro che fanno un discorso di sicurezza dovrebbero sapere (e secondo me lo sanno!) che il primo rimedio contro la criminalità e l'insicurezza è l'integrazione. Quando una persona si sente a casa, spazza per terra e pulisce; quando non si sente a casa lascia le cose come stanno. Per questi motivi è necessario un progetto a lungo termine, che stiamo tentando di portare avanti in Parlamento. Su un progetto di una nuova legge di cittadinanza ho cercato di mettere insieme esponenti di tutti i partiti, del centro-destra e del centro-sinistra (ho avuto qualche problema con la Lega, come potete immaginare!), in un disegno bipartisan, anzi pluripartisan, perché ci sono cose né di destra né di sinistra che la politica deve capire. Non so dirvi come andrà a finire. Se dovessi riferirvi ciò che sento dai singoli deputati, direi che c'è una buona disponibilità, soprattutto nei confronti dei minori, per cui sarei tentato di dire "ce la facciamo", poi però, quando si tratta di votare, non sempre il voto segue le stesse logiche del pensiero!

Ultima modifica Venerdì 28 Gennaio 2011 09:42

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