Martedì, 24 Ottobre 2017
Giovedì 17 Febbraio 2011 19:58

L'inizo d'anno della politica

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di Domenico Rosati
Settimana n. 2 anno 2011

A quanti abitano le società "liquefatte" si chiede di riorganizzare la speranza attorno ai due assi portanti "impopolari" del lavoro e della pace. I cristiani vadano oltre i lutti e le delusioni.

Inseguire la cronaca e/o decifrare la storia? L'analisi politica si muove sempre tra questi due fuochi. Con la propensione a concentrarsi sul primo con il risultato di trovarsi spiazzata dagli eventi quando questi irrompono sulla scena con la potenza dell'imprevisto. Questo inizio d'anno offre materia per segnalare le differenze. E per costringere a guardare un po' più in là delle apparenze e dei titoli dei giornali.

In Italia continua il gioco dell'oca delle scadenze. Pareva che tutto dovesse risolversi con il voto di fiducia/sfiducia per il governo alla fine del 2010, poi si è esaltata la "stabilità" dell'esecutivo retta da tre voti, ora si attende la fine di gennaio per fare la conta dei nuovi "appoggi" (segno che quelli di allora non bastavano) e ci si interroga sul peso che avrà la decisione della Corte Costituzionale sul "legittimo impedimento", cioè sul destino politico-giudiziario di un Silvio Berlusconi, sempre più "anatra zoppa" per dirla in linguaggio yankee.

Effetto tramonto? A ridosso di questo nucleo di questioni si dispone il formicaio delle forze in campo. Nella maggioranza residua la Lega, che pure ha rafforzato il proprio potere di coalizione, paventa un depotenziamento dell'ambito "federalismo fiscale" e ricorre a toni ultimativi: o passano le sue richieste o si va alle urne. Una certa agitazione si registra pure attorno alla figura del leader, oggettivamente indebolita non tanto dalla sottrazione di consensi ad opera della secessione di Fini, quanto dalla sua ormai conclamata impossibilità/incapacità di esercitare virtuosamente l'arte della mediazione politica per mantenere il consenso. Che cosa escogiterà per rimanere in sella? Basterà cambiare nome al partito, magari evocando (usurpando?) la gloriosa insegna "popolare" di Luigi Sturzo? E quanto restano tranquille le tante ambizioni coltivate all'ombra del capo se questa si allunga nell'effetto-tramonto?

Sempre inseguendo la cronaca, ci si imbatte nell'intervenuta alleanza tra Fini e Casini, con il contorno di Rutelli, di altri minori e, forse, di nuovi ingressi (Montezemolo?). Sarà davvero il dato più significativo del quadro che si va configurando? Un "polo altro" presuntivamente autonomo, oppure un nucleo-pendolare di volta in volta attratto da destra o da sinistra e sempre logorato dall'ambizione di svolgere un ruolo condizionante? Già da oggi sul nuovo aggregato in embrione si esercita la pressione berlusconiana con un'apertura riservata a Casini ancorché compiuta in modo alquanto sciatto: o fai un'alleanza esplicita o cerco di acquisire i tuoi ad uno ad uno. Ciò che fornisce all'interlocutore un argomento in più per non cedere: Casini infatti né può aprire una trattativa che escluda o mortifichi Fini, né sopportare la minaccia del prelievo spicciolo. Anche qui tuttavia resterà da verificare quanto sia gestibile, alla lunga, la linea di opposizione "americana": appoggio dei provvedimenti governativi graditi e bocciatura degli altri. Un problema delicato si pone semmai per il leader dell'Udc in presenza di quegli impulsi di provenienza cattolica che deprecano il sodalizio con il "laicista" Fini e, come era accaduto alla vigilia delle ultime elezioni politiche, vedrebbero meglio l'Udc inclusa organicamente nel circuito della destra, magari in nome di una pur problematica affinità culturale e di una propensione "moderata" ritenuta congeniale alla presenza dei cattolici in politica.

Quanto al Pd, il cronista potrebbe sentirsi persino dispensato dal chiedersi che cosa farà, visto che sono tanti coloro che, da dentro e da fuori, gli dettano la linea. Tanto da far ritenere che, tutto ponderato, esso guadagna… se sta fermo. Certamente non giova comunque alla percezione di una sua fisionomia univoca agli occhi degli elettori quel suo macerarsi in tanti attriti interni, nessuno dei quali risolutivo, ma tutti cumulativamente negativi. Soprattutto non giovano le preclusioni di schieramento, della serie: Tizio entra se Caio esce, con il risultato che ogni ricerca di coalizione si indebolisce in partenza (e perde) oppure ingloba tutti e vince ma litiga ed esplode dopo la vittoria. Si aggiungano le controversie intestine sulla leadership e sul modo di individuarla: primarie o non primarie, "rottamazioni" o altri metodi. Tutto già visto se non già vissuto…

Un'altra agenda è possibile. Ma è questa la vera agenda della politica? Se appena di solleva lo sguardo dal microcosmo del nostro furore quotidiano, ci si accorge che altre questioni ben più gravi ed importanti incombono, alle quali nessuna risposta affidabile può venire da incongrui esercizi di galleggiamento in acque basse.

Uno dei temi cruciali è stato posto dal presidente Napolitano nel discorso di capodanno: il futuro dei giovani in una società che non pensa al futuro. Si chiama lavoro, ma non solo. C'è un deficit di speranza che prende la vita delle persone quando non è ancora compiuto il loro sviluppo. Un sovraccarico di questioni irrisolte o rinviate si accumula sulle generazioni che popoleranno gli anni centrali del secolo. Si intuiscono tensioni inedite e conflitti imponderabili. Come affrontarli, con quali risorse intellettuali prima che economiche? Sarebbe il caso di evocare, con Edgar Morin, «una politica di civilizzazione», se non fosse che proprio la politica è in debito di ossigeno.

Come ha scritto Mario Deaglio commentando le dichiarazioni di Marchionne sul nuovo corso Fiat (Pomigliano, Mirafiori ecc.) ormai «alla politica non viene chiesta nessuna particolare benedizione né alcun particolare aiuto. La politica stessa viene sostituita dal mercato e dal profitto». Quanto è accaduto non è solo un fatto inedito nelle relazioni industriali e nei rapporti sindacali. Si è creata una situazione che conferisce a chi detiene il potere economico il diritto di stabilire, unilateralmente, non solo le condizioni del lavoro dei dipendenti ma anche, sostanzialmente, i requisiti dei loro rappresentanti. Senza che vi sia una plausibile alternativa di freno o di controllo, essendo chiaro, come si è asserito, che, in caso di rifiuto del pacchetto, gli investimenti prendono direzioni diverse, secondo convenienza.

È un passaggio cruciale. Rinvia ad un interrogativo che si è posto ad ogni svolta dell'economia: ieri con l'industrializzazione, poi con l'automazione, oggi con la globalizzazione. Ma questa globalizzazione è ineluttabile in tutte le sue conseguenze o c'è una possibilità di controllo e di indirizzo, in una parola, di governo? L'intera storia dell'iniziativa dei lavoratori è chiamata in causa.

Il destino del lavoro. Il movimento operaio, quello socialista come quello cristiano, si affermò a partire dall'affermazione che «il potere del capitale è senza valore quando è privo del nostro lavoro»: citazione dal Pionier of Trades Union Magazine, Londra 1883. Su questo presupposto, nei paesi capitalistici avanzati, si è sviluppato un confronto che ha consentito, di volta in volta, di raggiungere il consenso nella coniugazione delle esigenze del progresso tecnologico e dell'espansione produttiva con quelle della dignità dell'uomo che lavora. Vi è stata anche una stagione, lunga e positiva, in cui il riformismo sociale sembrò trovare nella dottrina del pieno impiego la formula del superamento della lotta di classe.

Per quanto nel caso specifico sia impraticabile la logica del rifiuto (a nessuno si può chiedere di fare a meno del pane), diventa urgente e indispensabile compiere quella riflessione organica sul destino del lavoro (dei lavoratori) al tempo della globalizzazione; riflessione che, per superficialità o per trascuratezza, non s'è fatta quando il tempo era propizio e c'era anche qualcuno che, andando contromano, la proponeva. Ritrovare l'unità dei sindacati e un minimo di convergenza contrattuale non basta: occorre un pensiero che rimetta i termini umani del lavoro al centro della scena economica. La politica e la legge sono gli strumenti da attivare non per paralizzare l'iniziativa o bloccare la crescita, ma per riaffermare un equilibrio che è indispensabile per garantire la qualità umana dello sviluppo.

Un impulso ad alzare gli occhi dal microcosmo interno è venuto, infine, dalla recrudescenza delle persecuzioni ai danni di cristiani di diverse confessioni, culminate in stragi efferate e discriminazioni inaccettabili. Qui il papa Benedetto XVI sembra aver trovato la giusta misura dell'atteggiamento cattolico con l'annuncio di una nuova convocazione dell'incontro interreligioso di Assisi per il prossimo autunno. Chi ha vissuto dall'interno la memorabile esperienza del 1986 può testimoniare quanto il dialogo tra le diverse fedi religiose sia per un verso indispensabile e per un altro impervio.

Lo spirito di Assisi. Dopo il 1986 ebbe campo il timore dell'irenismo relativista e ne seguì un depotenziamento dello spirito profetico di quell'iniziativa. La quale aveva il suo fulcro nell'impegno per la pace; e dunque per un obiettivo eminentemente politico che, come tale, non sconvolgeva le teologie delle diverse confessioni, che intatte appunto rimanevano, ma le impegnava a convergere su un metodo di lavoro che desse sostanza alla loro volontà di costruire un mondo libero dal flagello delle guerre, comprese quelle intestine. Pace, giustizia, salvaguardia del creato fu una successiva compiuta formulazione di quell'impegno.

Si può dire che dal 1986 ad oggi si sia realizzato un "esercizio" costante e coerente di quel programma appena abbozzato? Se si escludono le lodevoli "riprese" della Comunità di Sant'Egidio, non s'è avuta la continuità che sarebbe stata necessaria. Nel frattempo la situazione si è aggravata specie in relazione all'Islam, le cui opinioni pubbliche hanno associato Roma ad un Occidente ostile anche quando non c'era motivo di farlo. Ed in più sono cresciuti i fondamentalismi e si sono ridotti simmetricamente gli spazi di ricerca sul terreno di un'etica comune, secondo il noto pensiero di Hans Küng.

Per le società liquefatte del terzo millennio la sfida è quella di riorganizzare la speranza e di farlo attorno ai due assi del lavoro e della pace. Può essere un'impresa inizialmente impopolare, ma acquisterà credito con il crescere della consapevolezza sulla vacuità e/o l'ingiustizia delle ipotesi di mero prolungamento delle tendenze distruttive in atto.

È nel contrasto tra l'opacità delle sequenze quotidiane e la grandiosità delle sfide di civiltà che la fase storica propone all'impegno politico che si può rinvenire l'energia necessaria per non sottostare allo scoramento e non precipitare nella spirale dell'impotenza. Non appagarsi degli equilibri di un giorno, non stancarsi di cercare anche quando soffiano venti contrari, confidare nell'apporto delle buone volontà che esistono dovunque: per i cristiani, oltre la cappa delle delusioni e dei lutti, non c'è un ordine costituito da presidiare, ma un mondo da rimettere in ordine.

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00

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