Martedì, 12 Dicembre 2017
Martedì 19 Luglio 2011 20:24

Aiuti allo sviluppo mai così pochi

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di Sabrina Magnani
da Settimana n. 26

In un'Europa dove, nonostante la crisi, ci sono paesi che aumentano gli aiuti, l'Italia continua a ridurli, arrivando al minimo storico. Non basta la riforma della legge, occorre ridiscuterla.

Una situazione drammatica: così la campagna "Sbilanciamoci", rete di associazioni della società civile sempre attenta ad esaminare con accuratezza settori vitali per la coesione sociale nazionale e internazionale, scrive nel suo rapporto annuale sulla cooperazione italiana, pressoché assente nell'agenda politica governativa. Un vero e proprio Libro bianco sulla cooperazione alla sviluppo, presentato a Roma a metà giugno, che analizza la situazione italiana nell'ambito del contesto europeo e mondiale, evidenziando peculiarità del nostro sistema ma anche, com'è nello stile della campagna, proponendo alcuni orientamenti che si potrebbero adottare in breve tempo.

La criticità della situazione è data innanzitutto dalla riduzione progressiva, registrata nell'ultimo decennio, dei fondi pubblici destinati allo sviluppo (Aps), attestandosi, in termini assoluti, a livello del 1997, nonostante i ripetuti inviti in sede internazionale, europea innanzitutto, a elevare la quota ad essi destinata. Nel 2010 è stato investito nell' Aps appena lo 0,15% del Pil contro una media europea dello 0,26%, mentre per il 2011 le stime calcolano una ulteriore riduzione di 148 milioni di euro, arrivando così allo 0,12%. Se si considera poi che un quinto degli investimenti per l'Aps italiano sono costituiti dalla cancellazione del debito estero, tale percentuale netta scende allo 0,009%, ponendo l'Italia all'ultimo posto in Europa, al pari della Grecia.

Il 20% degli aiuti allo sviluppo, infatti, sono costituiti da cancellazione o meglio dire, riconversione del debito di alcuni dei paesi che fanno parte del gruppo dei paesi del Sud del mondo più indebitati, quelli verso cui, nel 2000, si era concentrata l'attenzione dell'Occidente e che aveva visto l'Italia adottare una legge sul debito all'avanguardia sul piano internazionale, cancellando in dieci anni debiti per 3,36 miliardi di euro dietro condizioni ben precise. Peccato che, strada facendo, tale percorso si sia macchiato di incoerenze tali da risultare poco efficace se non controproducente. Circa i due terzi di questi debiti sono derivati da crediti commerciali dovuti alla SACE, l'agenzia per il commercio estero che tutela le imprese italiane che decidono di avviare un'attività commerciale all'estero e che si accolla eventuali debiti contratti dai governi locali verso queste aziende.

Un "aiuto" interessato. Vi è poi la tendenza a concentrare gli aiuti in paesi in cui l'Italia ha interessi economici e commerciali e nel sostenere iniziative private che si ritiene possano contribuire allo sviluppo economico del paese in cui si investe. Se si osserva la lista dei paesi prioritari per l'aiuto secondo le linee della Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo, si nota che sono 35, un numero molto più ristretto rispetto agli anni degli aiuti a pioggia, per la maggior parte paesi dove l'Italia ha interessi economici o militari o strategici dal punto di vista delle risorse energetiche. Eclatante il caso dell'Iraq, verso cui è previsto di investire il 25% degli aiuti nel corso del 2011, secondo una tendenza in atto da anni, da quando il nostro paese è militarmente impegnato in quell'area. Con 663 milioni di dollari l'Iraq è il primo paese beneficiario, seguito, a grande distanza, dall' Afghanistan, altro paese in cui l'Italia è stata presente militarmente in questi anni, dall'Etiopia, ex colonia con cui oggi esistono forti legami commerciali, dal Libano, dalla Cina, dal Marocco.

Un'altra caratteristica della cooperazione italiana è data dall'essere sempre più delegata all'ambito europeo. Il 65% dell'aiuto italiano, infatti, è gestito dalla commissione europea in materia tramite strategie già decise dagli stati membri. Oltre a tale delega, evidenzia il Rapporto, «l’Italia è uno dei principali responsabili del mancato raggiungimento in sede europea del traguardo dello 0,56 % del Pil fissato nel 2005 e fermo per ora allo 0,46% nell'Europa a 27». Quello italiano si configura, pertanto, come un aiuto prevalentemente multilaterale ed europeo, e legato, secondo una tendenza trentennale, alla fornitura di beni e servizi da imprese italiane, così da rendere anche questo settore un ambito appetibile per il business "made in Italy".

Si può affermare che l'Italia sia stata all'avanguardia nell'anticipare il sistema oggi dominante che è quello di considerare l'aiuto essenzialmente in termini di sviluppo economico, secondo la logica di una globalizzazione totalmente improntata sulla finanza e le sue volubili speculazioni.

Nel mondo occidentale si tende ad inglobare negli aiuti tutti i soggetti, a partire dai privati, che si rendono attivi nelle economie di quei paesi e verso cui si tende a non porre alcun vincolo di qualsivoglia natura. Si assiste, pertanto, ad una riduzione sempre più accentuata di quello "spazio politico" fondamentale per garantire i diritti delle popolazioni locali a non vedersi privare di risorse fondamentali per la loro sopravvivenza. Mentre il dominio incontrastato della finanza continua, nonostante la crisi del 2007 ne abbia evidenziato le pesanti storture. I governi, in questi quattro anni, hanno puntato la loro attenzione e le loro risorse nel salvare le banche senza minimamente intervenire in quei "limiti", per esempio ponendo una minima tassa sulle speculazioni finanziarie o facendo una dura lotta all'evasione fiscale.

A pagare sono i poveri. In questo contesto, notano gli estensori del Rapporto, «i paesi poveri pagano più di tutti il prezzo della crisi economica e finanziaria, sia in termini economici, con la riduzione dei pochi benefici che l'economia globale e la crescita avevano portato loro negli ultimi decenni, sia con la riduzione progressiva degli aiuti sottoforma di politiche di cooperazione allo sviluppo sempre meno efficaci. Le risposte dei "grandi" della terra affrontano sempre meno i nodi centrali, come quello dei paradisi fiscali che sottraggono in tasse più di 100 miliardi di dollari ai paesi poveri ogni anno. Siamo in presenza di uno scandaloso "welfare al contrario": i soldi si muovono dalle nazioni più povere verso quelle più ricche e i paesi del Sud sono gravemente colpiti dalla speculazione finanziaria che si sposta sempre di più sulle materie prime e sulla terra coltivabile. Le evoluzioni dei prezzi mettono i contadini del Sud in ginocchio ogni giorno, mentre le istituzioni finanziarie internazionali come Banca mondiale e Fondo monetario internazionale rinnovano le politiche che hanno portato al collasso e alla crisi sociale».

È in questo contesto globale che occorre ridiscutere l'intero sistema degli aiuti italiani allo sviluppo. Nonostante le molteplici raccomandazioni dell'OCSE per il rilancio della cooperazione e per la riforma della Legge 49 del 1987, l'argomento è ormai fuori dall'agenda politica parlamentare. A mancare - afferma in conclusione "Sbilanciamoci" - è «la volontà politica di percorrere nuove strade», quelle che proprio il Libro bianco raccoglie, per ripensare a un nuovo modello di cooperazione, basato sul principio reale di solidarietà tra i popoli, andando oltre anche alle autoreferenzialità in cui ancora si muovono molte Ong e valorizzando quel patrimonio di esperienze e di buona volontà espressa da una società civile che con i suoi sforzi ha spesso sopperito alla carenza dell'azione governativa. Una sfida, insomma, che è per tutti.

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00

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