Martedì, 17 Ottobre 2017
Domenica 30 Luglio 2017 08:32

Le mille vite dell'homo sovieticus (Faustino Ferrari) In evidenza

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Alcune considerazioni, ritornando dopo trent'anni in un paese dell'ex Unione Sovietica...

L’homo sovieticus non è morto. Sbarazziamoci subito di possibili equivoci: non dobbiamo pensare che, magari, sopravviva a stenti in una qualche isolata nicchia antropologica della Siberia, tra baffuti nostalgici staliniani o nei sussulti di qualche rancoroso vecchietto, che continua a vivacchiare in un ambiente che non gli è più adatto, dopo il crollo dell’Urss – e neppure che abbia i giorni contati. Non solo non è morto, ma gode di ottima salute.

Intendiamoci bene. L’homo sovieticus di cui parlo non corrisponde alla tipologia delineata da Aleksandr Aleksandrovič Zinov'ev. Non fermiamoci, quindi, a considerarlo nei tratti della passività, nella sua mancanza d’iniziative, con la sua indifferenza e l’accettazione supina. Questi elementi caratterizzavano sicuramente le persone della classe media dell’Unione Sovietica e permangono ancora come tratti distintivi di tanti rappresentanti del variegato mondo post-comunista. Il sarcasmo e la satira astiosa di Zinov'ev si sono indirizzati sugli aspetti più visibili. Ma Zinov'ev non aveva considerato (o non aveva voluto vedere) che l’homo sovieticus, in realtà, nei suoi tratti predominanti, vestiva ben altri panni e nascondeva ben altre caratteristiche. Non esisteva una sola tipologia di homo sovieticus, bensì almeno due. Il suo nucleo più importante, infatti, non era rappresentato dalla persona media, ma dagli esponenti degli apparati e del partito. E le sue caratteristiche non erano quelle della resistenza passiva… Nel sottosuolo s’aggirava un’altra creatura. C’era una belva nell’ombra. Parleremo, dunque, quasi esclusivamente di quest’ultima tipologia che, nel periodo post-comunista, ha potuto continuare a prosperare in tutta la sua potenza vitale.

Questo homo sovieticus ha cambiato il pelo, ma mantiene alcuni tratti fondamentali. Lo si ritrova in tutti gli ambienti di vita. In alcuni rappresenta la quasi totalità, in altri è più raro, ma occupa sempre i posti strategici, migliori. Siede nelle aule dei tribunali e nelle dume, nei consigli di presidenza ed in quelli d’amministrazione. Insegna nelle scuole e nelle università, lavora nei mass media e nella finanza. È stato capace, perfino, di trasformarsi in grande magnate dell’industria o possidente terriero, oligarca e multimiliardario. Suoi rappresentanti non mancano neppure tra il basso e l’alto clero. Insomma, forse il più difficile è incrociarlo quando si è per strada – ma questo avveniva già nei tempi passati. I suoi ambienti vitali sono altri, più riservati, più discreti e più… altolocati. Non si mescola, certo, con le sottospecie infime, quali l’homo viator

Nei primi anni ’90 del secolo scorso gli studiosi dei fenomeni sociali s’affrettarono ad affermare che si era rapidamente estinto. E fu la sua fortuna. Tirava una brutta aria per l’homo sovieticus, in quel periodo. Bisogna riconoscerlo. E, tuttavia, non era estinto. Si era semplicemente metamorfosizzato – e molto bene. Ha usato il principio leninista del radicarsi nella crisi ed ha atteso. Non c’è stato bisogno di una lunga attesa. Nel periodo iniziale della sua metamorfosi si è scoperto perfettamente adatto al nuovo clima. Paventava che per lui fosse iniziata una stagione troppo rigida. Ed invece, era il rigoglio di una nuova, splendida primavera…

Questo homo sovieticus possiede dei tratti caratteristici, inconfondibili. È diffidente ed opportunista al tempo stesso. La diffidenza è un carattere fondamentale per la sua sopravvivenza. Deve diffidare di tutto e di tutti. Soprattutto dei suoi simili – gli appartenenti alla sua stessa specie. Diffidare dell’ambiente in cui si ritrova (qualunque esso sia, anche quello familiare) e di coloro che lo circondano. L’homo sovieticus ha appreso che senza questa diffidenza diventa facile preda e può soccombere ad ogni istante. Non si sa mai cosa il futuro gli possa riservare – tra pochi istanti, o domani o il mese prossimo. Sa che è circondato da nemici. Nemici che minacciano sempre la sua sopravvivenza.

Per questo, al tempo stesso, ha sviluppato una notevole dose d’opportunismo. È capace di balzare su qualsiasi preda che si ritrovi in una situazione di debolezza e d’azzannarla mortalmente. Intendiamoci bene. Ora la sua faccia si presenta linda, sorridente, perfino democratica se necessario. Non mostra la faccia della belva sanguinaria – solitamente. Tende a sbarazzarsi degli avversari in una maniera pulita (1), appena se ne presenta l’occasione. Diffidenza ed opportunismo rappresentano per l’homo sovieticus una miscela mai a dosi fisse. L’una e l’altro sono sempre presenti in misura massiccia, ma mantenute in perenne fluidità osmotica. Solo lui è capace di calibrare bene questa caratteristica che lo trasforma nella temibile macchina mortale che viene ad assumere per ogni avversario. L’avversario (che magari non si riteneva tale, ma amico, compagno, collega o familiare…) è sempre colto di sorpresa, all’improvviso. L’homo sovieticus è tra i migliori rappresentanti di quella più ampia variante umana e sociale che è il gattopardismo.

Questo homo sovieticus era una persona dell’apparato e del partito. Anche se tutto sembra cambiato nei paesi ex-Urss, in realtà, poco o nulla è cambiato. Lui resta sempre ai vertici e continua ad avere in mano le leve del potere. Se non è più lui, ora sono i suoi figli e nipoti ad averle. Magari, ha pure una moglie che va a confessarsi dall’igumeno di qualche monastero – e ciò lo rende ancora più accattivante e potente nel nuovo habitat della società post-sovietica. Maggiore è la rete del suo controllo, maggiore è il potere che riesce ad esercitare, anche perseguendo tatticamente taciti, temporanei patti di desistenza con i suoi simili.

Questo homo sovieticus ama le vernici. Per un lungo periodo ha usato la vernice rossa dell’ideologia marxista-leninista. Era una vernice da impiegare in grande misura e che doveva sempre risaltare. Bisognava, a dire il vero, cambiare ogni tanto la tonalità, passando ad esempio dal rosso-sangue staliniano al sonnolento magenta chiaro del breznevismo cisposo. Gli aggiornamenti di tonalità, col tempo, si sono fatti sempre più sbiaditi, mentre il colore ha incominciato a logorarsi un po’ troppo. Le fabbriche dell’ideologia non riuscivano più a mettere sul mercato prodotti competitivi, mentre la gente comune dava segni di stanchezza nel vedere il mondo dipinto sempre di rosso... Il comunismo per l’homo sovieticus non era una questione di fede, ma un’opportunità. Quindi, ha cambiato il colore della vernice – ha visto che gli era divenuto ormai necessario iniziare ad usare quello nero della religione. Ha sperimentato che poteva farne un buon uso. Ora, in sostanza, lo mette un po’ dappertutto. C’è sempre un prete, uno ieromonaco, un vescovo, un metropolita o un patriarca disposti a pronunciare una buona parola e a recitare una breve preghiera, tracciando pure un segno di croce. In tutto ciò, non sono pericolosi, anzi, si mostrano pure utili nell’assicurare la stagnazione del sistema. I vari ecclesiastici, dal canto loro, restano strutturalmente incapaci a sottrarsi dal mortale abbraccio cesaropapista e si prestano al gioco delle parti.

L’homo sovieticus vive di riti e liturgie. Ha scoperto, fin dall’inizio della sua comparsa, che queste cose producono una grande presa sulla gente comune. E, poi, una volta codificata la ritualità, sono facili da ripetere, in schemi fissi. Riti e liturgie, per lui, non sono quelli che si celebrano nelle chiese, ma negli incontri pubblici, nelle piazze e nelle aule magne, nelle sale consiliari e nelle accademie, nei congressi e nei parlamenti. Tutte celebrazioni che, a ben vedere, tendono a produrre una continua esaltazione di se stesso. Certo, è stato necessario compiere un aggiornamento. I tempi nuovi lo richiedevano. Le variazioni hanno riguardato gli inni (l’Internazionale e il Gimn Sovetskogo Sojuza sono stati sostituiti dai vari inni nazionali, ad esempio); la polemica antireligiosa e la propaganda ateistica hanno lasciato il posto al breve intervento dell’autorità religiosa presente alla celebrazione… È bastato questo – e poco altro.
Tutto il resto è rimasto:

- Gli interventi delle autorità civili che celebrano i brillanti risultati raggiunti.
- Gli interventi delle autorità militari, che codificano l’adesione alla causa comune e l’assicurazione della difesa armata di tutto ciò.
- L’esaltazione degli eroi. Un tempo questi erano gli eroi della rivoluzione bolscevica, gli stacanovisti, i pionieri-modello per le nuove generazioni, ecc. Ora abbiamo nuove specie di eroi celebrati. Nelle repubbliche ex-sovietiche sono i caduti del Donbass o della Cecenia o del Dagestan… Nella Russia odierna, invece, si tende a cancellare la memoria di queste morti. Il collaudato schema degli eroici modelli è capace di sfornare sempre nuovi soggetti, ora rispolverando vecchie categorie (medici, uomini della scienza e della tecnica, ecc.), ora generandone nuove (volontari, benefattori…).
- I momenti di silenzio in memoria di questi eroi o d’altri personaggi degni di essere ricordati.
- Il riconoscimento, tramite attestati e con il conferimento di medaglie, dei “valori” dimostrati da alcune persone degne di menzione.
- La proiezione di documentari sul tema dell’incontro. (Secondo i parametri occidentali, questi filmati non hanno nulla di documentaristico, in quanto pura esaltazione propagandistica intorno al soggetto che vede il motivo del raduno).
- Il dovere morale della partecipazione. Anche se diversi tra i partecipanti hanno coscienza che si stia celebrando una farsa, sanno che non possono non presenziare in quanto in un prossimo futuro ciò potrebbe costare loro molto caro.

Il tutto resta condito con l’abbondante retorica e con le incessanti esortazioni, in un rituale che non è cambiato di una virgola e Slava… (Gloria a…) è la parola più ricorrente, pronunciata in ogni momento.

Questo homo sovieticus è un innato militarista. Ama i capi e le divise. Anzi, il suo amore è tutto per il capo. Il capo è sempre un condottiero, che conduce le sue battaglie con animo intrepido e generoso. Siano queste battaglie combattute nel campo militare o nel campo sanitario o accademico od economico… Tutta la vita è un campo di battaglia e c’è sempre un nemico da sconfiggere, sia esso la malattia o il decadimento valoriale rappresentato dall’Occidente.

L’addestramento inizia già nelle culle e prosegue per tutta la vita, con i suoi eroi ed i suoi miti fondanti. Questo diffuso militarismo struttura capillarmente le menti ed i cuori. La Seconda Guerra Mondiale è stata trasformata nella Grande Guerra Patriottica. Non è più possibile pensare alla Nazione senza una stretta connessione con la dimensione militare. Prima ancora di considerarsi cittadini, ci si considera combattenti – ad un punto tale che questo sembra naturale, imprescindibile dalla natura umana. Si è formati ad essere soldati poiché il concetto di cittadinanza resta una dimensione subordinata, quasi estranea per l’homo sovieticus.

Questo suo tratto militarista ha trovato nuova linfa nei nazionalismi locali. L’homo sovieticus è diventato tra i più ferventi sostenitori del nazionalismo e del patriottismo. Se in passato gli era stata necessaria l’ideologia internazionalista, ora gli è altrettanto necessaria l’ideologia nazionalista. Vi trova nutrimento e forza. Se durante la rivoluzione bolscevica era il mondo capitalista a minacciare l’esistenza dei soviet, ora è la Patria che deve lottare per salvaguardare la propria esistenza (in alcune ex-repubbiche sovietiche) o per ripristinare l’antico splendore, sciaguratamente dilapidato dalla Perestrojka di Michail Gorbačëv, dell’attuale Russia. Paesi amici sono soltanto quelli che condividono questo pensiero. Tutti gli altri, se portatori di una visione più articolata e complessa della politica internazionale, sono necessariamente in combutta con i nemici.

Qui s’inscrive una variante genetica del nuovo homo sovieticus: il patriota. Un tempo ricopriva il ruolo di commissario politico o d’ideologo del partito. Ora è il garante della purezza nazionale. Il patriota è sempre presente, in ogni occasione, ricorrenza, celebrazione. Non tiene più in tasca la Pravda, poiché ora la Verità risiede soltanto sulle sue labbra. È sempre pronto a prendere la parola, incontrastato oratore. Una parola perennemente critica nei confronti di tutto il mondo – che disprezza – poiché non si fa mai abbastanza per salvare la Patria dalle minacce che incombono. Solo lui conosce la giusta ricetta per la salvezza: alzare sempre più il livello dei conflitti, per arrivare presto allo scontro totale, finale. Invita ad abbracciare le armi, per combattere e cancellare il nemico dalla faccia della terra.
Se qualcuno, tra i presenti, mostra il coraggio di controbattere e s’arrischia a porre un argine alle farneticazioni del patriota, resta isolato. Non ci sono altre voci che si levano solidali ad appoggiarlo. In questo deserto, il patriota ha sempre partita vinta.
Il patriota è pericoloso. Molto pericoloso. Non tanto per sé, quanto per gli altri – per tutti quelli che riesce ad incantare con le sue parole e che presto soccomberanno. Il patriota continua a vivere del suo patriottismo. Si ritiene talmente necessario alla causa che resterà sempre nelle retrovie, per incitare gli altri ad avanzare.

Questo homo sovieticus ha bisogno di nemici per vivere. Ciò è estremamente vitale per lui. Non può concepire la propria esistenza senza l’esistenza di almeno un nemico. Nemici esterni e nemici interni. I nemici esterni cambiano di volta in volta. Ieri erano i paesi capitalisti ed i nemici della rivoluzione, la plutocrazia, il fascismo e le forze reazionarie. Oggi il nemico esterno è rappresentato essenzialmente dall’Occidente. Occidente inteso non solamente come spazio fisico e geopolitico, ma culturale e valoriale. L’Occidente, con i suoi “valori” e la sua “democrazia” è solamente portatore di vizi, decadenza e caos. Anzi, tutti i mali che affliggono i paesi dell’ex-Urss sono causati da ciò che vi arriva dall’Occidente. Aids ed alcolismo, povertà e degrado urbano, disagi sociali ed omosessualità, disoccupazione ed anche la nefasta “democrazia”… hanno tutti la medesima origine: l’Occidente. Tutto ciò va contrastato. Va combattuto. In una nuova, estrema ed apocalitttica battaglia, poiché i veri valori sono soltanto quelli rappresentati dalla nuova versione nazionalista dell’homo sovieticus.

I nemici interni rimangono uguali nel tempo. E possono essere facilmente raggruppati in due principali categorie schematiche, molto funzionali:

1) tutti quelli che non hanno un pensiero uguale, identico all’homo sovieticus, essendo portatori di una visione diversa della vita e del mondo;
2) tutti quelli che ritengono che si possa vivere senza essere necessariamente circondati da nemici.

L’eliminazione fisica dei nuovi nemici interni non è mai venuta meno, anche dopo il crollo dell’Urss. Tra le vittime dell’homo sovieticus troviamo gli avversari politici ed i giornalisti, gli intellettuali e gli uomini di cultura… Se non fisicamente soppressi, i più vengono marginalizzati: non faranno mai carriera, non raggiungeranno mai qualche posto decisionale. Saranno presentati agli occhi dell’opinione pubblica come compromessi e non credibili, attraverso la fabbricazione di un qualche falso dossier, con la circolazione di calunnie e dicerie abilmente promosse.

Quanti sono portatori di un pensiero diverso da quello dell’homo sovieticus hanno soltanto un’alternativa: restarsene buoni, stare in disparte, fare finta d’essere consenzienti. Ciò gli assicurerà di non fare carriera, ma almeno la pagnotta. Saranno sempre i secondi di qualcun altro, i loro portaborse e, a volte, dovranno anche incaricarsi di sbrogliare gli affari più rognosi per conto dei loro diretti superiori. Dovranno prendere parola, ogni volta che gli verrà chiesto – per dire quello che ci si aspetta che dicano. Non avranno nessun obbligo formale a dover intervenire, ma non potranno tacere.

Anche quest’ultimi esponenti, prodotti dall’homo sovieticus, sono pubblicamente riconoscibili. Non diranno mai quello che pensano, ma il loro atteggiamento consenziente, sempre defilato, li rende facilmente identificabili. Sono vulnerabili. Facili prede. Lo sanno e sanno che la loro sopravvivenza sarà garantita finché se ne resteranno dentro i recinti loro assegnati.

Questo homo sovieticus è suscitatore di nostalgie. La nostalgia – questo fondamentale elemento che impregna l’animo slavo… S’allarga sempre di più la schiera di quanti rimpiangono i bei tempi passati. Quando il minimo vitale era assicurato. Quando le strade non erano piene di buche e nelle fabbriche c’era lavoro. Quando le terre non restavano abbandonate ed incolte. E, soprattutto, quando non c’era la corruzione… Questo homo sovieticus sguazza nella corruzione e nelle tangenti ed è colui che, col proprio comportamento, fomenta maggiormente la nostalgia della passata età dell’oro. I processi innescati sono quelli del ritorno indietro, con restrizioni sempre più evidenti delle libertà individuali e collettive. L’età dell’oro non è mai esistita, ma vivere in un clima sempre più concentrazionario dà l’impressione di essere di nuovo in un contesto egualitario, dove i diritti limitati risultano essere maggiormente condivisi.

Questo homo sovieticus è un divoratore d’anime. Chiunque gli sta accanto, a poco a poco perde la propria anima. Diventa sempre meno umano. Fiducia, pietà, misericordia, solidarietà, stima, confidenza, apprezzamento, rispetto, gratuità, compassione, comprensione, indulgenza, tolleranza, ecc., risultano essere tutte vuote parole. Anzi, parole che non possono essere prese in considerazione. Tutti altri sono i “valori” del nostro homo sovieticus. E standogli vicino, ci s’imbeve della sua visione del mondo e della vita.

Certo, ora c’è la religione che gode di libertà, purché s’inscriva bene all’interno di questa cornice spolpata d’ogni dimensione evangelica. Un metropolita può recitare Oče naš (il Padre nostro) liberamente, in ogni occasione pubblica, ma la preghiera rischia di restare una formula di sole parole. Non c’è più nulla che intacca le coscienze, facendo emergere un qualche dubbio, un qualche pensiero più alto, che porti a considerare che, forse, il Vangelo richiederebbe un agire un po’ diverso, con una visione della vita che inizi a coniugare l’amore di Dio con l’amore del prossimo.

I paleontologi stanno discutendo sui motivi che abbiano portato all’estinzione dell’Homo neanderthalensis. Alcune ipotesi teorizzano una lenta ibridazione con Homo Sapiens moderni, l’eliminazione fisica (genocidio), la competizione o la selezione sessuale. È legittimo chiedersi che cosa stia avvenendo per le altre specie umane che si accostano a questo homo sovieticus.

Nei giorni scorsi mi trovavo in un paese dell’ex-Urss ed una donna di quella città, seduta accanto a me durante una cerimonia avvenuta nell’aula magna dell’università, ha mormorato, citando la battuta finale di un’opera lirica: «La commedia è finita». Il riferimento era a I pagliacci di Leoncavallo. Ma quello che si svolge sul palco dell’opera è soltanto una tragedia, anche se la gente ha pagato per vedere, perché vuole ridere. Forse anche noi, come il pubblico de I pagliacci, non ci rendiamo conto della tragedia che all’orizzonte si va profilando…

1) Nel senso, evitando di macchiarsi di sangue, se proprio non è necessario.

Faustino Ferrari

 

Ultima modifica Domenica 30 Luglio 2017 09:13
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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