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Mercoledì 12 Marzo 2008 00:21

Il mio nome è Nessuno (Marco Galloni)

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Il mio nome è Nessuno (Marco Galloni)

È possibile, fatte le dovute distinzioni, trovare non poche somiglianze tra l’Odissea e la Bibbia, se non nel genere letterario certamente in alcune delle tematiche affrontate.

Lungi da noi l’idea di sostenere tesi audaci quanto contestate come quelle di Dennis Ronald MacDonald. Che nel suo The Homeric Epics and the Gospel of Mark (1), scovando insospettabili tracce dei poemi omerici in alcuni episodi capitali del Vangelo di Marco, arriva a classificare il più antico dei sinottici come narrazione mitica. È tuttavia possibile, fatte le dovute distinzioni, trovare non poche somiglianze tra l’Odissea e la Bibbia, se non nel genere letterario certamente in alcune delle tematiche affrontate.

La radice dell’Odissea è un albero d’olivo

Anche l’Odissea racconta di una kénosis. Quella dell’eroe Odisseo, che – giunto all’apice della gloria - affronta una dolorosa discesa al termine della quale, sfigurato e irriconoscibile, potrà restaurare gli affetti familiari e ristabilire il suo dominio. Al pari della redenzione operata dal Figlio dell’uomo, la restaurazione messa in atto dal figlio di Laerte avviene in un bagno di sangue, benché opposte siano le modalità dell’azione: Odisseo è l’autore della violenza, mentre il Cristo ne è la vittima innocente. È interessante notare che, in Omero, la restaurazione avviene solo quando Odisseo, dopo aver “molto errato”, centra il bersaglio nella gara dell’arco, azione specularmente opposta al significato del verbo usato nella Scrittura per indicare il peccato: amartáno, che vuol dire “manco il bersaglio”, “fallisco”.

Nell’Odissea come nella Bibbia, un albero gioca un ruolo determinante nel corso degli eventi. Se nella Bibbia è l’albero della conoscenza del bene e del male, nell’Odissea è l’olivo, come fa notare Paul Claudel: “La racine de l’Odyssée c’est un olivier” (“la radice dell’Odissea è un albero d’olivo”) (2). Nel fusto di questo albero, che sorge al centro della casa, Odisseo costruisce il suo letto nuziale. L’olivo è il punto di partenza del suo viaggio e nello stesso tempo la meta, il traguardo finale. In modo analogo, nella Bibbia l’albero della conoscenza del bene e del male rappresenta la causa iniziale e – nel suo secondo apparire sotto forma di croce – il punto finale della kénosis del Cristo.

Polifemo e la visione secolare

L’episodio di Polifemo è probabilmente tra quelli in cui la discesa e lo svuotamento di Odisseo appaiono con maggiore evidenza. Secondo un’interessante interpretazione in chiave psicologica proposta da Vittorino Andreoli, il ciclope rappresenterebbe il nostro Ego. Osservando più in dettaglio, possiamo riconoscere in Polifemo quella che, stando alla tripartizione freudiana, è la parte più istintiva, irrazionale e nascosta della nostra mente: l’Es, il regno delle passioni e delle pulsioni primitive, antitetiche alle istanze di carattere etico morale del Super-Io. Non a caso Omero dipinge la stirpe di Polifemo con tratti fortemente e pressoché unicamente negativi. I ciclopi non sembrano avere qualità né virtù, appaiono privi di compassione e incapaci di condivisione: “Sono superbi e senza legge, fidando negli dei immortali non piantano né arano mai, non conoscono assemblee né consigli, comandano alle mogli e ai figli, non si curano gli uni degli altri” (Odissea, Canto IX, 105 – 115).

È altresì possibile spostare l’analisi dell’episodio di Polifemo sul piano mistico spirituale. Il termine greco kýklops (ciclope) ha conosciuto varie traduzioni e interpretazioni. Secondo alcuni significa “dall’unico occhio” o “dall’occhio tondo”. Secondo altri “dal guardo terribile”. Per altri ancora potrebbe voler dire “dal costruire enormi mura”. Quale che sia il suo significato, il termine è composto da kýklos, che vuol dire “cerchio”, “ruota”, e da òps, “occhio”, “viso”. Secondo Thomas Merton, da kýklos potrebbe derivare anche il latino saeculum, parola peraltro di etimologia incerta. Il saeculum, da cui il nostro secolare, sarebbe dunque ciò che è temporale, che gira per tornare al punto di partenza e ruota senza fine in cicli ricorrenti (3). In questo senso il ciclope simboleggia la creatura dalla visione secolare, incapace di guardare oltre, prigioniera di una mentalità sempre uguale che non consente superamenti. Ciò è sottolineato dalla struttura anatomica del gigante: un unico occhio in mezzo alla fronte non accorda che una visione piatta e ristretta, priva di profondità e ampiezza.

Non solo. Il ciclope che minaccia Odisseo e i suoi compagni si chiama Polifemo, cioè polýfemos, parola solitamente tradotta con “rumoroso”, “clamoroso”, “dalle molte voci”. Polifemo, dunque, emerge anche come figura anti-mistica per eccellenza: se nelle celle dei monaci e degli anacoreti di tutte le tradizioni religiose del mondo regna il silenzio che pone il devoto in contatto con Dio e lo rigenera, nella caverna di Polifemo risuonano e si rincorrono le mille voci dell’Ego che divorano l’uomo.

Da métis a noús: lo svuotamento di Odisseo

I greci hanno sempre operato una netta distinzione tra l’intelligenza attiva, la métis, e l’intelligenza contemplativa, o noús. Già nell’Iliade, Odisseo è presentato come polymétis (molto astuto) e polyméchanos (molto abile), un campione di quell’intelligenza pragmatica che, prima di agire, ogni cosa calcola e pianifica (4). Possiamo dividere in due parti la strategia attuata dal figlio di Laerte per sconfiggere Polifemo. Iniziamo dalla seconda, costituita dall’accecamento del ciclope e dalla fuga di Odisseo e dei suoi per mezzo delle pecore e del montone: in questa parte conclusiva è senz’altro in azione l’Odisseo polymétis e polyméchanos. Ma nella prima, senza la quale la seconda parte avrebbe poche possibilità di successo, appare un Odisseo del tutto diverso: compiendo un vero e proprio svuotamento, l’eroe omerico rinuncia a métis in favore di noús, l’intelligenza contemplativa. Alla domanda di Polifemo su quale sia il suo nome, Odisseo dimentica di essere polymétis, polyméchanos nonché ptolipórthos (distruttore di città) e risponde: “Nessuno è il mio nome. Nessuno mi chiamano padre, madre e tutti gli altri compagni” (Odissea, Canto IX, 365). Ed è proprio questo abbassamento e svuotamento, questa kénosis a disorientare Polifemo. L’Ego non ha più alcun potere su colui che si fa umile: “L’indovino Telemo mi disse che tutto questo sarebbe avvenuto” - grida il ciclope ormai privo della vista – “ma sempre aspettavo che qui giungesse un uomo di bell’aspetto, alto e dotato di una forza immensa. E invece un essere piccolo, debole, un uomo da nulla mi ha accecato, dopo avermi ubriacato col vino” (Odissea, Canto IX, 506 – 515). Già, un uomo da nulla. O, come forse è meglio dire, un uomo che si fa nulla.

Marco Galloni

Note

(1) Dennis R. MacDonald, The Homeric Epics and the Gospel of Mark, New Haeven – London 2000, pp. 169–190.

(2) Omero, Odissea, Letteratura universale Marsilio, marzo 2003, p. 30.

(3) Thomas Merton, La contemplazione cristiana, edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2001, p. 85.

(4) Omero, op. cit., pp. 11–19.

 

Ultima modifica Lunedì 10 Febbraio 2014 09:05
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input