Giovedì, 11 Agosto 2022
Sabato 26 Giugno 2004 10:23

Per una spiritualità della creazione (Hermann Schalück ofm)

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La nostra fede afferma che la creazione non è un prodotto del caso. Essa è frutto della bontà e della sapienza di Dio.

Per una spiritualità della creazione

di fr. Hermann Schalück ofm

Anche il creato redento da Cristo

Punto di partenza per una spiritualità della creazione è dunque la convinzione, vissuta fin dall’inizio in molte forme, che il creatore è presente in tutto l'ambito della creazione. Egli si riserva anche il dominio definitivo della sua opera. Perciò gli uomini, che sono anch'essi creature fra le altre creature, non potranno mai pretendere di essere i padroni della natura.

Secondo la fede cristiana, è Dio che ha creato l’intero cosmo e nel cosmo rimane costantemente e creativamente attivo. Per questo, nella tradizione cristiana fin dall’inizio si è sviluppata una specie di mistica cosmica. La troviamo particolarmente marcata in Europa, fra l’altro con Ildegarda di Bingen, Mechthild di Magdeburgo, Meister Eckart e Giovanni della Croce. Ignazio di Loyola l'ha sintetizzata in questa formula: «Cercare e trovare Dio in tutte le cose». Non si tratta di speculazioni esoteriche. Già nel discorso di Paolo nell’areopago troviamo l'affermazione: «Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra non è lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,24ss).

Come l’aria che avvolge ogni essere vivente, fa respirare ed esistere, così Dio è l'elemento primordiale di ogni forma di vita, di tutte le attività e di ogni essere. La Bibbia scrive che Dio riempie l’intero cosmo: «Non riempio io il cielo e la terra?» (Ger 23,24). E Tommaso d’Aquino fa questo paragone: «Come l’anima è totalmente in ogni parte del corpo, così anche Dio è interamente nel tutto e in ogni singola parte». In una parola, si può dunque dire: Dio è dovunque e presente in tutto.

Da qui deriva una spiritualità, un atteggiamento di vita basato sulla fede, che deve impregnare la coscienza ecologica: tutti gli esseri della natura hanno un valore grande, perché in tutti è presente Dio.

La Trinità nel cosmo

Secondo la nostra fede cristiana, Dio è uno e trino, Padre, Figlio e Spirito Santo. Egli è dunque unità nella diversità, è vita in relazione, è reciproco arricchimento e partecipazione. Se Dio è il creatore del cosmo, allora questa esperienza e questa immagine di Dio devono impregnare anche la sua creazione. Il cosmo è dunque in maniera analoga unità nella molteplicità, intreccio di relazioni, una meraviglia di reciproca dipendenza. Tutta la creazione, secondo la spiritualità cristiana, può essere perciò paragonata a un unico grande organismo, le cui membra, compresi gli esseri umani, stanno in vivo rapporto con e tra di loro. E se si reca danno ad un membro, si reca danno a tutto l’organismo.

In questo contesto è importante la dimensione cristologica che sta a fondamento della creazione: secondo la testimonianza neotestamentaria, Gesù Cristo è, in quanto Figlio di Dio, mediatore della creazione, poiché egli ne è l’inizio e la fine, l’alfa e l’omega. Il Figlio di Dio, mediante l’incarnazione, ha, per così dire, assunto in sé la materia cosmica. La pervade ed è presente in essa. Con la sua risurrezione ha trasformato la materia. In modo tutto particolare, questa forza trasformante è presente per noi nel segno eucaristico del pane e del vino. La mistica cosmica, come è stata vissuta nel nostro tempo soprattutto da Teilhard de Chardin, parla volentieri del “Cristo cosmico”. In ordine alla nostra responsabilità verso la creazione, prendiamo così coscienza che anche le cose materiali inanimate, in forza di questo loro riferimento a Cristo, hanno una propria dignità.

Secondo il dato biblico è in particolar modo lo Spirito di Dio, che è anche lo Spirito del Risorto, la forza creatrice che chiama ogni cosa all’esistenza, opera costantemente nell’intero cosmo e continua a promuovere la creazione. «Lo Spirito del Signore riempie l’universo». Lo Spirito di Dio dimora come energia in ogni essere cosmico, persino nella materia inanimata. Lo Spirito di Dio elargisce vita: è principio dinamico, luce che rischiara, forza creatrice. Per questo la mistica cosmica avverte la presenza dello Spirito di Dio in tutte le realtà, specialmente negli esseri viventi. Questa forma di mistica, mediante la fede nella onnipresenza dello Spirito di Dio, ci fa prendere coscienza che tutte le creature del mondo meritano rispetto, poiché portano in sé l’impronta dello Spirito e della vita divina.

Spiritualità della con-creaturalità

Come riferisce il libro della Genesi, l’uomo occupa un posto speciale nella creazione. In certo modo egli è collocato al di sopra di tutti gli esseri viventi, anche se questo – come già detto in precedenza – non può e non deve significare dominio assoluto. L’uomo rimane sostanzialmente una “con-creatura” tra le altre creature. Per questo i credenti vedono negli altri esseri del mondo delle sorelle e dei fratelli, tutti con la stessa origine. Da questa mentalità e spiritualità della con-creaturalità derivano, come è facile capire, atteggiamenti di fondo della massima attualità proprio per il nostro mondo: rispetto della dignità di tutte le creature, rispetto dei diritti umani, delle donne, dei bambini, solidarietà con tutte le creature che soffrono e in particolar modo con i poveri. Nella spiritualità della con-creaturalità si tratta dunque di riconoscere il valore unico di tutte le creature che sono qui con noi. Niente e nessuno deve essere valutato solo in base alla sua utilità. In quanto esseri voluti da Dio, tutti hanno un’esistenza autonoma e un diritto alla vita. In linea di principio perciò non esiste alcun essere privo di valore, e allo stesso modo non esiste nessun diritto umano di disfarsi di animali e piante privi di un evidente valore per gli uomini. Nella spiritualità della con-creaturalità risulta inoltre che il rispetto verso le creature è l’atteggiamento fondamentale più appropriato. Riverenza e rispetto impediscono di disporre arbitrariamente dell'altro e degli altri o persino di trattarli in modo distruttivo. In questa spiritualità e corresponsabilità si radica in definitiva anche la responsabilità morale ed etica verso tutta la vita, in particolare verso la vita umana, sia essa nata o non-nata. L’uomo rimane in modo particolare un’immagine del suo creatore.

La spiritualità cristiana della creazione suscita in noi un altro atteggiamento: risveglia uno sguardo vigile verso la creazione, non offuscato da pensieri di interesse utilitaristico, e in grado di percepire l’infinita molteplicità dell’opera di Dio.

Teologi illustri del medioevo, come per esempio san Bonaventura, parlavano con entusiasmo della possibilità che ha l'uomo sensibile di leggere la creazione di Dio come un libro. Altri teologi e mistici, fino ai nostri giorni, hanno paragonato la creazione a una sinfonia in cui la molteplicità delle voci e dei singoli ritmi producono un meraviglioso concerto e una sinfonia infinita. L’uomo post-moderno invece si trova nella tentazione costante di non avere più né occhi né cuore per le forme e i colori, per i germogli e i fiori, per i pesci e le farfalle, per l’infinita molteplicità nel mondo inorganico dei minerali, per le forme e i colori dei cristalli, per la bellezza del cielo stellato che, comunque, certamente da noi nel nord Europa, a causa dei mutamenti dell’atmosfera, splende meno luminoso che non, per esempio, nel sud, come in Africa.

Nel Cantico delle creature, Francesco d’Assisi ha cantato in modo impareggiabile la bellezza della creazione: dei fiori, delle piante e dell’erba, degli animali, delle acque, dei ruscelli, degli oceani, della volta stellata, e dell’uomo stesso. Ma non l'ha fatto come un esteta o un poeta – anche se naturalmente lo è –, bensì come uomo di fede che riconosce in tutto l’opera di Dio. Il mondo creato è specchio, segno, riverbero e splendore della gloria di Dio e della sua bontà. Ma anche in Francesco è presente un altro aspetto della con-creaturalità: non ci sono solo bellezze e meraviglie, ma anche il dolore. Una vera spiritualità della creazione prende sul serio il fatto che nella natura avvengano catastrofi e distruzioni violente e che tra gli esseri viventi ci siano dolore, malattia, vecchiaia e morte. San Paolo nella lettera ai Romani parla della natura che sospira, geme e soffre poiché è stata sottomessa alla caducità. Dice: «Sappiamo bene che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» (Rm 8,22). Ciò significa _ e l'espressione “doglie del parto” lo dice chiaramente _ che l’intera creazione è ancora in stato di compimento verso una meta. Paolo continua: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio. ... (Deve essere) lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,19.21). A questa situazione reagisce una fede che ama la terra, con sensibilità e solidarietà, con compassione e intima condivisione. Si tratta di avere delicatezza d'animo e di essere sensibili verso il dolore. Ciò inizia con la compassione verso gli uomini che soffrono nel corpo e nello spirito o anche per cause sociali. Ma ha a che fare anche con la compassione verso gli animali sottoposti a maltrattamenti, per esempio, a causa del comportamento di tanta gente. C'è inoltre un'altra forma di compassione, quella verso le piante che soffrono a causa dell’inquinamento del suolo, dell’acqua, dell’aria. Il fatto che i boschi “muoiano” non può lasciare indifferente il cristiano.

Solidarietà con-creaturale deve allora significare coscienza della comune appartenenza con le creature che soffrono e, per quanto possibile, offrire loro un forte sostegno. Occorre impegnarsi, in forza di questa intima comunione, per eliminare la sofferenza che è possibile evitare e soprattutto le cause ecologiche del soffrire.

Cosa significa "soggiogate la terra"?

Proprio negli ultimi decenni, quando l’impegno per la salvaguardia del creato è divenuto più visibile a livello mondiale e la ricerca di una spiritualità della creazione più intensa, è circolato sempre più esplicitamente una specie di rimprovero nei confronti della Chiesa e della stessa tradizione cristiana: diceva e dice che è stata proprio la tradizione biblica e cristiana a contribuire, in seguito a un’eccessiva accentuazione del posto dell’uomo nel creato, a provocare il suo dominio sconsiderato sulla natura.

Il mandato biblico "soggiogate la terra", in effetti, soprattutto se viene isolato dal contesto più ampio, poteva e può essere erroneamente inteso, come un incentivo al dominio sconsiderato dell’uomo su tutte le creature. Tale difficoltà e tale fraintendimento potranno essere superati soltanto se, come abbiamo già cercato di dire, Dio viene riconosciuto quale unico Signore di tutto il creato e se l’uomo, sebbene dotato di una speciale dignità, percepisce se stesso come creatura tra le creature. Mai l’uomo può assurgere a signore assoluto sulle sorelle e i fratelli! La sua posizione ha i suoi limiti all'interno di una duplice relazione. Da un lato, la relazione con Dio: in quanto creatura, l’uomo è totalmente dipendente da Dio e a lui sottomesso. Verso le altre creature è responsabile davanti a lui del proprio modo di agire. Inoltre c'è il rapporto con le altre creature: nella grande rete ecologica di tutta la creazione, egli è dipendente dagli altri esseri viventi e da tutta la natura. L'uomo ha le sue radici profonde nel grembo della madre terra.

Continuando, ciò significa: Dio solo è il Signore degli esseri viventi e della natura. L’uomo è l’amministratore e, secondo l’espressione della moderna teologia, il “fiduciario” di Dio nella creazione. L'uomo perciò ha il dovere di trattare la creazione allo stesso modo di Dio, ovvero di conservare con amorevole cura lo spazio e gli elementi vitali necessari alle creature, di proteggerli e promuoverne lo sviluppo secondo le possibilità. L’uomo deve rendere conto del suo comportamento verso la creazione. Nel rapporto con la natura, ciò significa che all’uomo non è lecito fare tutto ciò che può. Non gli è consentito si trattare la natura come un semplice oggetto, né di distruggerla e sfruttarla: deve rispettare il grande intreccio esistente, salvaguardarlo e averne cura. L’uomo deve inserirsi nella comunità con le altre creature e qui vale appunto la legge: tutti esistono con l’altro, per l’altro, nell’altro. Tutte le creature camminano insieme.

Un'etica della creazione

Il comportamento dei credenti verso la creazione deve essere guidato dal principio della responsabilità e della corresponsabilità. Secondo la nostra convinzione di fede tutto il mondo proviene dal Creatore ed è fatto a sua immagine. In questa visione, l’uomo, in quanto amministratore e fiduciario, è responsabile di tutto l’ambito vitale della natura e dei singoli uomini. E responsabilità significa: prendere sul serio il cammino comune con tutte le creature, ascoltarle, essere lì per loro, e lasciare che esse traccino dei confini alla tentazione del potere e del dominio. La ragione di fondo della responsabilità è il dovere di prendersi cura: esso promuove lo sviluppo di tutte le creature nella loro peculiarità e nel loro proprio spazio vitale; si preoccupa per la salvaguardia di tutte le specie viventi e la tutela della genuinità di tutti gli elementi vitali; si impegna per la salvezza delle specie minacciate e per la ricostruzione degli spazi vitali naturali qualora fossero stati distrutti e contaminati. Questa consapevolezza universale di responsabilità si contrappone naturalmente alla mentalità edonistica oggi dominante, che tratta la natura e gli esseri viventi solo in funzione del loro valore economico e del mercato. La mentalità edonistica ha sempre la tendenza a sfruttare e a trascurare la grande interrelazione vitale che esiste fra tutti gli esseri. La sensibilità ecologica invece tiene conto delle condizioni di vita delle altre creature. Inoltre abbandona i propri desideri qualora la loro realizzazione recasse danno ad altri esseri viventi o elementi vitali. Per la mentalità puramente edonistica, tutto ciò che è debole è spesso privo di valore. Una spiritualità ecologica, invece, è particolarmente attenta a ciò che è debole e si adopera attivamente per la protezione degli esseri deboli e minacciati.

Una cosa deve essere particolarmente sottolineata. All’inizio del terzo millennio, siamo affascinati dal rapido progresso della tecnica, specialmente della tecnologia informatica digitale e dalla sua utilità. D’altra parte, la possibilità di trasformare il progresso tecnologico in uno strumento di terrorismo mondiale e di distruzione è qualcosa di impressionante, in particolare dopo i fatti dell’11 settembre. Mi pare che entrambe le tendenze possano in qualche modo affievolire la nostra sensibilità verso il comune legame e radicamento nell’habitat vitale. D’altronde però, proprio il crescere della violenza contro l’uomo e contro la natura e anche il potenziale distruttivo insito nel progresso tecnologico possono acuire la coscienza di molti uomini sensibilizzandoli a queste domande fondamentali: è veramente lecito all’uomo fare tutto ciò che gli consente la sua intelligenza? Per il futuro del nostro pianeta e di tutta la creazione non è forse indispensabile, al di là di ogni razionalità tecnica, promuovere un alto grado di sensibilità, capace di uno sguardo e un cuore compassionevoli verso gli uomini che soffrono a causa della violenza e dell’ingiustizia? E non è altrettanto importante, per la sopravvivenza e il futuro della creazione, cogliere il sospiro e il gemito della natura, il cui equilibrio viene alterato dalla cupidigia umana, dall’avidità di guadagno di gruppi privilegiati e dalla violenza bellica? La rassegnazione e l’indifferenza non possono essere la nostra risposta di fronte a queste tendenze.

Moderazione e sobrietà

Vorrei qui fare un paio di accenni su quale deve essere la risposta che i cristiani devono dare a partire dalla responsabilità che essi hanno verso la vita del mondo in base alla spiritualità della creazione.

Nella società industriale dell’occidente, una delle grandi tentazioni è l'esorbitanza e la noncuranza. Sembra che si possa fare e avere tutto. Tutto sembra possibile, a volte fino all'eccesso, e spesso senza considerarne le conseguenze e i danni. Ciò significa: aumento illimitato della produzione e della crescita economica, profitto senza limiti e consumi sfrenati. Tutto ciò ha una grande responsabilità nella crisi mondiale. Per contrastare questa tendenza può giovare solo un atteggiamento di moderazione e di sana sobrietà. Moderazione vuol dire che gli uomini riconoscono il loro limite di creature. Dobbiamo liberarci dell'idea di avere un dominio illimitato sulla natura e di conseguenza sul futuro; che le materie prime siano disponibili fino alla fine dei tempi; che il commercio e la produzione possano crescere in maniera illimitata. Tutto ciò non va. Moderazione in senso ecologico significa inoltre che gli uomini devono liberarsi da pretese che in parte non mirano a soddisfare alcun bisogno di fondo, ma che sono state imposte come esigenze schiavizzanti della società dei consumi. La liberazione dai desideri superflui e in parte imposti può portare a una libertà interiore ed esteriore inimmaginabile. Moderazione vuol dire anche rinuncia a vantaggi e comodità che, se soddisfatti, recherebbero danno all'ambiente e forse anche agli altri uomini. Moderazione significa inoltre rinuncia al profitto, a spese dell'ambiente. Questo vale in gran parte per tutta l’industria e il commercio occidentali, ma vale anche per le singole economie domestiche e, forse anche, per quelle dei monasteri e delle comunità religiose. Riflettere sull’utilità del gas naturale o dell’energia solare non è più un ghiribizzo di persone bizzarre amanti della natura. Deve scaturire da una rinnovata spiritualità della creazione. In particolare, la professione di povertà da parte degli ordini religiosi, la scelta di uno stile di vita semplice può ricevere oggi dalla spiritualità della creazione nuovi insospettati credibili impulsi.

Impegno concreto dei cristiani

La responsabilità davanti a Dio, la consapevolezza di essere tutti, uomini e donne, suoi fiduciari, e la coscienza di essere inseriti nella grande rete vitale di tutta la creazione possono agire nei cristiani come forza motrice interiore per un impegno ecologico rinnovato. Tutte le Chiese e le comunità cristiane devono sentirsi interiormente chiamate a impegnarsi con le parole e con i fatti per la salvaguardia del creato. Naturalmente questo vale anche per ciascun cristiano, come per tutti i gruppi, le comunità e gli ordini religiosi. Bisogna perciò chiamare chiaramente per nome i problemi ecologici, risvegliare, rafforzare il senso di responsabilità e incoraggiare a compiere passi concreti che aiutino a salvaguardare il creato.

La maggior parte dei responsabili delle Chiese in Europa hanno apertamente riconosciuto i segni dei tempi e, attraverso prese di posizione pubbliche, hanno cercato di rispondere, a partire dalla fede, agli interrogativi riguardanti la salvaguardia dell'ambiente e di sviluppare chiare motivazioni e orientamenti circa l’impegno sociale e politico dei cristiani. Se poi si analizza la questione più attentamente, ci si accorge che le domande fondamentali relative al nostro tema non sono affatto marginali alla nostra fede cristiana e all’impegno nel mondo. Stanno al cuore della nostra fede in un solo Dio, che è la vita stessa e ha promesso a tutta la creazione «la vita in abbondanza» (Gv 10,10).

E non sarebbe cosa responsabile, proprio tenendo presente il nesso che esiste tra interrelazione a livello mondiale, globalizzazione, e tra povertà e distruzione dell’ambiente, mettere da parte come irrilevanti le grandi sfide insite nella responsabilità e spiritualità della creazione e considerarle come piccoli giardini fioriti di alcuni sognatori amanti della natura. Non ci sarebbe niente di più fatale. Già nel 1980 la Conferenza episcopale cattolica tedesca aveva pubblicato un testo importante, dal titolo particolarmente significativo: Futuro della creazione – futuro dell’umanità. A questo, nel 1985 seguì una dichiarazione comune della Chiesa evangelica e cattolica dal titolo: Sentire la responsabilità per il creato. Lo sviluppo dell’umanità e del suo rapporto con il creato è sempre più vicino a un punto tale da richiedere una svolta radicale. C'è da dubitare che una svolta del genere possa essere realizzata con dei semplici appelli morali e politici, per quanto importanti. È opportuno, a questo proposito, un maggiore approfondimento dei problemi. I cristiani possono e devono fare la loro parte, devono articolare e vivere la loro fede in modo che sia percepita come un contributo “alla vita del mondo in abbondanza”, sia da parte dei cristiani sia dei non cristiani. “La salvaguardia del creato” deve sempre più diventare un leit-motiv della fede e della sequela cristiana. Di fronte alla crisi che il mondo attraversa, al crescente sfruttamento della natura e di ampi strati di popolazione del nostro pianeta, si può, almeno così mi sembra, considerare il tema “salvaguardia del creato” come pietra di paragone decisiva del nostro impegno cristiano nel mondo. Per tre ragioni:

  • lo squilibrio tra il primo e il terzo mondo non deve più aumentare. Ciò provocherebbe ulteriori tensioni. I debiti continuano a crescere, al punto che molti paesi diventano insolventi e precipitano nel caos. Solo un nuovo ordine economico mondiale può porvi rimedio. Ma per fare ciò, abbiamo bisogno, sul piano privato, nazionale e internazionale, di essere più disposti a condividere e a promuovere nuove forme di solidarietà;
  • dobbiamo imparare a rinunciare ad arricchirci ulteriormente a spese degli altri. Ciò avviene quando i prezzi del mercato mondiale dei beni nel sud sono tenuti bassi, mentre i paesi del nord aprono spesso nei paesi poveri mercati per cose che in fin dei conti non vengono neanche usate. Per esempio, la birra della Baviera e della Vestfalia esportate in Africa.

Ma se poi da lì si importano tabacco o frutti tropicali, allora le tasse doganali vengono aumentate. Le potenze economiche gestiscono il mercato mondiale secondo i loro criteri, spesso a danno dei deboli che, perciò, diventano ancora più deboli;

  • abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo, di una nuova ascesi, di un senso di responsabilità più radicale, di una rinuncia al superfluo, che altrimenti dovrà essere “pagato” dai bisogni vitali degli uomini della futura generazione. Offrire il proprio contributo in questo senso sarà uno dei compiti più importanti del cristianesimo e anche delle altre religioni. Un tempo si era soliti ripetere: è meglio insegnare alla gente a pescare anziché dar loro un pesce. Oggi bisogna aggiungere: dobbiamo tutti imparare a trattare l’acqua in modo tale che anche in futuro i pesci vi possano nuotare.

Il nostro mondo è finito, ma non ancora compiuto. Non possiamo fuggire dalla nostra responsabilità mondiale sociale e politica per rifugiarci in una natura romantica, che non avrebbe più nulla a che fare con la fede cristiana.

L’uomo, la natura e il creato hanno bisogno della redenzione definitiva. Dio redime e libera tutta la creazione, non solo gli uomini. Cristo è, come scrive il Nuovo Testamento, “il capo della nuova creazione”, non solo della Chiesa, dei cristiani, degli uomini. In molte raffigurazioni medioevali, Cristo è circondato, come cosa ovvia, dai simboli degli animali che rappresentano gli evangelisti: il vero Dio e vero uomo è collocato e radicato nel fiume vitale dell'intera creazione. È posto nel corso della storia, nell’evoluzione di tutto ciò che è creato e che ancora è in fase di sviluppo. Il mandato di Gesù di diffondere la fede ha valore universale: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). Questo è il compito delle Chiese cristiane, ed è anche il compito fondamentale di tutte le comunità e degli ordini religiosi. Francesco d’Assisi ha predicato agli uccelli, ha abbracciato e ammansito il lupo cattivo. Si tratta del mondo intero e di tutte le creature, della solidarietà di tutte le creature.

Tutto ciò che vive ha una storia comune e un medesimo fine: quello di una creazione nuova e compiuta. Questo compimento non è in nostro potere; rimane iniziativa e opera di Dio. Gli uomini però devono essere strumenti di quella pace che nel compimento della creazione regnerà su ogni cosa.

Ultima modifica Lunedì 28 Giugno 2010 15:39
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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