Domenica, 23 Settembre 2018
Mercoledì 24 Settembre 2008 23:29

A mensa con Gesù (Frei Betto)

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di Frei Betto

Cristo si è dato a noi come pane in un gesto di amore supremo. Noi ci doniamo a lui nella giusta condivisione del cibo. Ecco il senso evangelico della comunione.

La commensalità era un’espressione molto forte della cultura palestinese ai tempi di Gesù. Sedersi insieme a tavola era anticipare la gioia eterna. La mensa ero il luogo in cui si nutriva la vita e si consentiva agli spiriti di entrare in comunicazione.

Mangiare da soli era considerata una cosa deprimente. I testi antichi ci consentano di conoscere il menù delle famiglie di quel tempo. Nei giorni di festa, sulla tavola dei ricchi cerano pasticci di allodola, carne di antilope fritta in olio d’oliva, frittate di uova di struzzo, ostriche, oche arrostite con funghi e cipolle; vitello all’aglio; come dessert, dolci di mele con miele; il tutto, annaffiato con vino di Cipro. Quando Gesù fu ospite di Matteo - il collettore d’imposte divenuto suo discepolo e autore di uno dei quattro Vangeli - è verosimile che sulla tavola ci fossero ceci, cosciotti di montone con fave, agnello di Hebron con erbe aromatiche, fichi secchi; in piccole ciotole di terracotta, salse d condimenti vari: coriandolo, cumino, mento, ruta, mostarda e sale. In occasione di nozze - come quelle celebrate a Cana -, si ricorreva a semolino allo zafferano, stufati di pecora, arrosti di agnello con cipolle, grigliate di pesce alle noci, pasticci di pollo alle olive nere, paté di fegato e ceci; per addolcire la bocca: melegrane, angurie d’Africa, uva passa e zabaione con miele e cannella. Il menù usuale delle famiglie povere era, invece, minestra di cereali condita con olio d’oliva e aglio; in presenza di ospiti, ci potevano essere olive di’ Pereia, succhi di frutta, focacce azzime unte con olio d’oliva, legumi, datteri e frutta secca.

E’ nota la critica rivolta da Gesù ai farisei: «Vi preoccupate di pulire l’esterno del piatto e del bicchiere, ma intanto li riempite dei vostri furti». Li accusava di trasmettere al popolo la loro ossessione per le abluzioni e di sciupare il tempo a dibattere sul tipo d’acqua da usare per questo o quel lavacro, mentre avevano il cuore zeppo d’immondizie e la mente occupata da serpenti.

Durante l’ultima cena, Gesù prese il calice del vino e rese grazie: «Benedetto sii tu, o Signore, nostro Dio, re dell’universo, che crei il frutto della vite». Poi prese del pane azzimo e disse: «Benedetto sii tu, o Signore, nostro Dio, re dell’universo, che fai uscire il pane dalla terra». Non c’è simbolo migliore del pane per esprimere la vita. E’ un cibo ormai riscontrabile presso quasi tutti i popoli. E ha una speciale proprietà; lo si mangia tutti i giorni senza provarne nausea.

Gesù ha dato di sé questa definizione: «la sono il pane della vita) (Gv 6,48). La vita, come fenomeno biologico, sussiste grazie al cibo e alle bevande. Se questi mancano, si muore.

Un dato odierno, reso noto dalla Fao, mi pare vergognoso: 842 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica. Ci sono folti gruppi di denutriti in paesi che si definiscono cristiani, musulmani, buddisti... A che serve una religione, se i suoi seguaci non sono sensibili, alla fame altrui? Che significato può avere l’adorazione che riserviamo a Dio, se voltiamo le spalle al prossimo che non ha cibo?

Gesù ha fatto della condivisione .del pane e del vino il sacramento centrale della comunione tra suoi fedeli: l’eucaristia. Per lui, condividere il pane era condividere Dio. Nella Palestina del 1° secolo c’erano molti miserabili e affamati, “impoveriti’ dalla perdita della propria terra, dai debiti contratti, dai tributi esigiti dal potere romano, dalle decime richieste dalle autorità religiose... Gesù fece causa con loro e promosse un movimento che portava alla condivisione dei beni essenziali alla vita. «Date voi stessi loro da mangiare» (Mc 6,37). «Ho ricolmato di beni gli affamati» (Lc 1,53), aveva cantato sua madre. E lui: «Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati» (Lc 6,21).

Gesù vedeva un’intima relazione tra il Padre (amore di Dio e a Dio) e il pane (amore al prossimo), tra il “Padre nostro” e il “pane nostro quotidiano”. Dio può essere chiamato “Padre nostro” nella misura in cui il pane non è solo mio o tuo, ma nostro. Condividere il pane era stato tanto tipico del Gesù storico che i discepoli di Emmaus lo riconobbero risorto «allo spezzare del pane» (Lc 24,30-31) e la cena divenne il sacramento per eccellenza della sua presenza e della sua memoria (1 Cor 11,23-25).

Gesù non solo ha “transustanziato” il pane nel suo corpo, ma ha anche assegnato al pane offerto a chi ha fame un carattere sacramentale: «Ha avuto fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25,35). Alla vigilia della sua morte, ha anticipato la sua risurrezione condividendo con i suoi discepoli il pane e il vino. In quel gesto d’amore, egli si è dato a noi. Nella stesso gesto, di amore e di giustizia, noi ci diamo a lui. Ecco il senso evangelico dello comunione.

Il pane è il grande dono del Dio che si è fatto carne e pane. Gesù: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). Se oggi non godiamo più della presenza visibile di Gesù tra noi, almeno adottiamo, come segno della sua presenza, ciò che egli stesso ha scelto nell’ultima cena: il pane. Da autentici discepoli suoi, impegniamoci a farlo diventare “il pane di ogni giorno” per tutti, per dare a ogni abitante del mondo salute, dignità e felicità.

(da Nigrizia, marzo 2008)

Ultima modifica Lunedì 14 Gennaio 2013 15:45
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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