Martedì, 17 Luglio 2018
Lunedì 05 Aprile 2010 19:33

La croce e il pane (Frei Betto)

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La croce è il simbolo cattolico del cristianesimo. Secondo i pubblicitari, il logo più semplice e geniale che sia mai stato creato: due pezzi di legno incrociati o appena due tratti perpendicolari tracciati sulla parete o, ancora, due dita attaccate, una in verticale, l'altra in orizzontale.

di Frei Betto

 

La croce è il simbolo cattolico del cristianesimo. Secondo i pubblicitari, il logo più semplice e geniale che sia mai stato creato: due pezzi di legno incrociati o appena due tratti perpendicolari tracciati sulla parete o, ancora, due dita attaccate, una in verticale, l'altra in orizzontale.

Peccato che la confessione religiosa che celebra la vita come il dono più grande di Dio adotti come simbolo uno strumento di morte.Le croci sono adeguate nei cimiteri, sulle tombe. Non è il caso di Gesù, che ha lasciato vuoto il suo tumulo di pietra. La sua morte non e l'evento centrale della fede cristiana. È la sua Resurrezione. Come dice Paolo, se Gesù non fosse resuscitato, la nostra fede sarebbe vana (1Corinzi 15,14).

Come simboleggiare la resurrezione? Ad oggi non conosce nessuno che si sia mostrato sufficientemente creativo per riuscirci. Ci sono quadri e immagini in cui Gesù appare rivestito di un corpo glorioso, ma sembrano evocare piuttosto un uomo che esce dal bagno.

Nella Chiesa primitiva, era il pesce il simbolo segreto della fede cristiana, in riferimento al battesimo attraverso l'acqua. Così come i pesci vivono nelle profondità del mare e dei laghi, i cristiani rinascevano attraverso l'acqua battesimale, immersi nelle catacombe, dove sono state trovate varie immagini di pesci. Per sant'Agostino, Cristo è il pesce vivo nell'abisso della mortalità, come in acque profonde (De Civitate Dei XVIII, 23). Oltre a ciò, pesce, in greco -ichthys - era considerato acrostico di Iesous Christos Theou (H)yios Soter (Gesù Cristo, Figlio di Dio Salvatore).

È stata la persecuzione romana a indurre le comunità ad adottare la croce, strumento di supplizio e morte nell'Impero, con cui Gesù è stato sacrificato. La più antica croce che si conosce risale al IV secolo e si trova nell'atrio della chiesa di Santa Sabina a Roma, sull'Aventino, annessa al convento che ospita il governo generale dei domenicani.

Cessata la persecuzione alla Chiesa, la Croce è passata dalla clandestinità alla centralità delle torri delle chiese e cappelle. E, poco a poco, ha steso la sua ombra sul cristianesimo. Al punto che la Via Crucis, prima della riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II, contava solo quattordici stazioni. Si chiudeva con la morte nel Calvario. Oggi sono quindici. La resurrezione di Gesù è il punto culminante di questa forma di devozione cristiana.

La predominanza della croce ha introdotto nel cattolicesimo una spiritualità lugubre, preti e beate si vestivano di nero. Il riso, l'allegria, i colori sembravano banditi dalla liturgia. Si enfatizzava più la morte di Gesù per la redenzione dei nostri peccati e le pene dell'inferno che la sua resurrezione come vittoria della vita, di Dio, sulle forze della morte. Più il dolore che l'amore.

Come simboleggiare la resurrezione? Attraverso qualcosa che esprima la vita. E non conosco miglior simbolo del pane. Alimento universale, si trova in quasi tutti i popoli nel corso della storia, sia fatto di granturco, di mais, di mandioca, di segate, di orzo o di qualunque altro grano o tubero. E possiede una proprietà speciale: si mangia tutti i giorni, senza che stanchi.

"Io sono il pane della vita", si è definito Gesù (Gv 6,48). Perché il pane rappresenta tutti gli altri alimenti. E la vita, come fenomeno biologico, sussiste grazie al cibo e all'acqua. Sono gli unici beni materiali che non possono mancare all'essere umano. In caso contrario, egli muore. Pertanto, è vergognoso constatare che, oggi, secondo la Fao, 842 milioni di persone vivono, nel mondo, in uno stato di denutrizione cronica. E questo in Paesi cosiddetti cristiani, musulmani, buddisti... A che serve una religione i cui fedeli non si preoccupano della fame altrui? Perché tanta indifferenza di fronte ai popoli affamati? Che significa adorare Dio se voltiamo le spalle al prossimo che soffre la fame? (1Gv 3,17).

Gesù ha fatto della condivisione del pane e del vino, del cibo e dell'acqua, il sacramento centrate della comunità dei suoi discepoli: l'eucaristia. Ha insegnato che ripartire il pane è condividere Dio. Nella Palestina del I secolo c'erano miserabili e affamati (Mt 25,34-45; Lc 6,21). Molti si impoverivano in conseguenza della perdita delle loro terre, del peso dei debiti, dei tributi richiesti dal potere romano, delle decime incassate dalle autorità religiose. Di fronte a ciò, Gesù ha assunto la causa dei poveri e ha promosso un movimento di condivisione dei beni essenziali alla vita (Mc 6,30-44), dove il filo conduttore è l'alimento e, in particolare, il pane.

Dall'inizio della sua militanza, la condivisione del pane è stata il segno di Gesù (Lc 1,53; 6,21). Il mangiare insieme era l'espressione vitale più caratteristica della sua spiritualità, per la quale c'era un'intima relazione tra il Padre (l'amore di Dio e a Dio) e il pane (l'amore per il prossimo). Padre nostro e pane nostro. Dio può essere acclamato come "Padre nostro", nella misura in cui il pane non sarà soltanto mio o tuo, ma nostro, di tutti. È quello che spiega l'assenza di pregiudizi da parte di Gesù quando si trattava di sedersi alla tavola con peccatori e pubblicani, per quanto questo gli valesse la fama di “mangione e bevone" (Lc 7,34; 15,2; Mt 11,19).

Condividere il pane era un gesto così caratteristico di Gesù che è stato questo a far si che i discepoli di Emmaus lo identificassero (Lc 24,30-31). E la cena è diventata il sacramento per eccellenza della presenza e della memoria di Gesù (Mc 14,22-24; 1Cor 11,23-25).

Il pane, ecco il simbolo (cioè quello che unisce) più significativo della prassi di Gesù, al punto da transustanziarlo nel suo corpo. E ogni pane che si offre a un affamato ha carattere sacramentale (Mt 25,34). È allo stesso Gesù che si offre. Alla vigilia della sua morte, Gesù ci ha anticipato la sua resurrezione dividendo con i suoi discepoli, nella cena, il pane e il vino. Egli si é dato a noi. Nel gesto di giustizia, al condividere il pane (che significa tutti i beni della vita) noi ci diamo a lui. Ecco il senso evangelico della comunione. È quello che raffigurano la parabola del figliol prodigo, in cui il perdono è celebrato intorno al cibo, il "vitello grasso" (Lc 15,11-32) e gli episodi del buon samaritano - l'attenzione per l'altro (Lc 10,29-37)-; della cananea - la cura (Mt 15,21-28) - dell'obolo della vedova - il distacco (Mc 12,41-44)-; delle frustate nel Tempio - l'indignazione di fronte all'ingiustizia (Gv 2,13-22).

Il pane, bene essenziale della vita, il dono più grande di Dio, che si è fatto carne e si è fatto pane, al punto che Gesù ha affermato "il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6,51). Se non abbiamo più, tra noi, la presenza visibile di Gesù, almeno adottiamo, come segno della sua presenza, quello che lui stesso ha scelto nell'ultima cena: il pane. Segno del fatto che siamo anche noi suoi discepoli, impegnati a rendere realtà, per tutti, “il nostro pane quotidiano", i beni che portano salute, dignità e felicità alla nostra esistenza.

(in Adista, 31 gennaio 2004, pp. 3-4)

Ultima modifica Giovedì 26 Aprile 2012 08:35
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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