Giovedì, 23 Maggio 2019
Mercoledì 26 Maggio 2010 20:20

Un uomo uscì a seminare (Anna Maria Cánopi osb)

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La storia della salvezza potrebbe essere definita - simbolicamente - la storia di un seme celeste sepolto nella terra affinché, passando attraverso il disfacimento della morte, esso germogli, diventi spiga matura e dia frutti da restituire al cielo.

di Madre Anna Maria Cánopi osb *

Diceva Gesù: li Regno di Dio è simile ad un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte e di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce, spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga e poi il chicco pieno nella spiga. (Mc 4,26-28).

«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15): con questo annunzio solenne Gesù inizia la sua predicazione. Poi, con sovrana autorevolezza, chiama a sé i primi discepoli e insieme con loro inizia la sua “giornata lavorativa”, camminando instancabilmente lungo le strade della Palestina per seminare nei cuori la “buona notizia” della salvezza. Subito attorno a lui si raduna una folla immensa, attratta dal fascino che emana dalla sua persona e dalla sua voce. È gente povera, malata, bisognosa di tutto; gente che però custodisce nell’intimo una grande speranza. E proprio a questa moltitudine di “piccoli” Gesù si rivolge: «Ascoltate!» (Mc 4,3). È un comando che rievoca tutta la storia della salvezza: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo» (Dt 6,4). Il Dio misericordioso e pietoso, ricco di grazia e di fedeltà (cf. Es 34,6) non è soltanto vicino: ormai è presente... «È qui e ti chiama» (Gv 11,28). Il discorso del Maestro nazareno ora lascia lo stile solenne dell’inizio e diventa poetico, ricco di immagini tratte dalla natura e dagli ambienti della vita quotidiana. Mentre la folla si accalca in riva al mare, Gesù, seduto su una barca, si mette a insegnare (cf. Mc 4,1), a parlare di quel regno di Dio che è ormai presente proprio nella sua persona... Egli parla in parabole: brevi racconti semplici e “provocatori”, che stimolano a leggere la realtà con lo sguardo penetrante della fede.

In una prima e molto nota parabola, Gesù parla del regno dei cieli attraverso la storia di un’abbondante seminagione: «Ecco, uscì il seminatore a seminare….». Dio è il Seminatore instancabile, che getta a larghe mani e ovunque i semi del Vangelo... (cf. Mc 4,3-20). Nessuno è escluso; a tutti è offerta la straordinaria possibilità di una salvezza inattesa, inimmaginabile (il cento per uno!), purché si prepari bene il terreno del cuore, togliendo spine, sassi e ogni altro ostacolo... In una seconda parabola, brevissima e riportata solo dall’evangelista Marco, l’attenzione si sposta su un altro aspetto, generalmente meno sottolineato, ma non meno importante. Esso riguarda il tempo che intercorre tra il momento della semina e il raccolto. «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra...» (Mc 4,26).

La storia della salvezza potrebbe essere definita - simbolicamente - la storia di un seme celeste sepolto nella terra affinché, passando attraverso il disfacimento della morte, esso germogli, diventi spiga matura e dia frutti da restituire al cielo. Possiamo intuire la forte carica evocativa che questa immagine del seme assumeva quando Gesù la introduceva nel suo discorso. In realtà ogni volta che egli presentava le vicende di questo seme presentava la propria storia; una quasi inconcepibile storia che si stava svolgendo sotto gli occhi di coloro che lo ascoltavano, in mezzo ad un popolo e in un paesaggio naturale ben definiti, ma le cui origini si perdevano nello sfondo dell’eternità. «In principio» - quando ancora il tempo non esisteva - questo seme era il Verbo divino, era quel Seme carico di energia vitale, da cui il Padre fece sprigionare l’intera creazione (cf. Gen 1; Gv 1,1 -18). Fu poi il germe di verità seminato nel cuore del mondo, dove rimase nascosto per secoli e secoli, ignorato dai più. Solo un “popolo eletto” anzi, un “piccolo resto” attendeva che il seme germogliasse e desse inizio ad una nuova primavera.

E la primavera sbocciò veramente, quando la Vergine di Nazareth accolse in sé il Verbo di vita e lo diede alla luce. Dopo trent’anni trascorsi nel silenzio, Gesù ormai fatto uomo, uscì per le strade della Palestina: consacrato in Spirito Santo e potenza «passò beneficando e risanando tutti coloro stavano sotto il potere del diavolo» (At 10,38). giunta la sua ora, fu mietuto e trebbiato nella Passione per divenire Pane di vita per tutti: ««verità in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (cf. Gv 12, 24).

Quel “molto frutto” siamo noi, acquistati da Gesù al prezzo della sua Passione, Morte e Risurrezione. Ora egli viene a cercare proprio in noi quel contadino che, come lui e con lui, continua a gettare nella terra il buon seme. La parabola deve, quindi, compiersi in noi e per mezzo di noi. Come? Essa, non è un invito al fatalismo, quasi all’indifferenza. Ogni mattina noi siamo invitati a seminare, a donare generosamente tutto quello che abbiamo e che siamo. “Gettare il seme”, come il contadino evangelico, è il gesto generoso di perdere se stessi per amore, di donare quanto si possiede consegnandolo al Signore per i fratelli.

Solo dopo aver dato tutto giunge l’ora del “riposo”, è attesa fiduciosa; attesa che non conosce né di affrettare l’ora del raccolto, né l’ansia di vedere l’esito delle proprie fatiche, e neppure la paura dell’insuccesso, del perdersi inutilmente. Il cristiano sa - o dovrebbe sapere - che il regno di Dio è... opera di Dio: «Né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere« (1 Cor 3,7). A ciascuno di noi è chiesta soltanto un’umile e generosa collaborazione. Per il resto, tutto è nelle mani del Signore. Ogni eccessiva preoccupazione è, in fondo, segno di mancanza di fede. A questo proposito l’apostolo Paolo avverte: «Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di farcelo stare» (Rm 14,4). Che significa? Riprendendo l’immagine del seme, bisogna credere che, pur se il tempo della messe tarda a venire, il frutto abbondante a suo tempo ci sarà. Th, soltanto, non desistere dall’attendere e, nell’attesa, prepara la nuova seminagione per una nuova stagione della grazia.

La nostra parte è dunque semplicemente quella di consegnarci al Signore, di accogliere ogni giorno il dono stesso della vita e di riconsegnarlo a lui per riceverlo moltiplicato e gustarlo, insieme a una moltitudine di fratelli, ora nella Chiesa pellegrinante e poi al banchetto delle nozze eterne.

Il Regno di Dio nasce nella piccolezza e cresce silenziosamente. Così deve essere anche ogni credente: silenzioso, paziente e perseverante nel bene, aperto ad accogliere la grazia di Dio che dall’umile terra - che siamo noi - trae il frutto benedetto: Gesù Salvatore, Colui che unisce a sé l’umanità e il cosmo pienamente rinnovati. Meraviglioso disegno!

Signore, venga e si compia il tuo Regno!

 * Abbadessa del Monastero «Mater Ecclesiae» Isola San Giulio

Ultima modifica Lunedì 15 Aprile 2013 08:27
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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