Giovedì, 26 Maggio 2022
Mercoledì 02 Giugno 2010 21:06

Gli ultimi discepoli di Zoroastro (Clea Chakraverty)

Valuta questo articolo
(1 Vota)

Venuti dalle Persia 1000 anni or sono, si sono insediati nel Goujart dove li chiamano Parsi. Mantengono viva una tradizione religiosa centrata sul culto del fuoco.

di Clea Chakraverty

Il zoroastrismo, una delle prime religioni monoteiste, dedita al culto d'Ahura Mazda, il Dio unico, è stata fondata da Zoroastro, un personaggio di cui poco si sa, se non che sarebbe nato in Iran, fra il IX et il VII secolo prima della nostra era. Se si potesse riassumere la dottrina zoroastriana in una sola espressione, diremmo il ‘libero arbitrio’. Ogni uomo, ha detto Zoroastro, ha la scelta fra il Bene e il Male; ed è proprio questa libertà che ha cantato nelle ghatas, le sue odi che parlano della lotta fra le due forze incarnate: Spenta Mainyu, lo spirito del Bene, e Angra Mainyu, lo spirito del Male. Lo zoroastrismo è la prima religione che ha proposto una via di salvezza personale, sanzionata da una sopravvivenza dell'anima, in inferno o in paradiso, secondo le azioni terrestri, aspettando la resurrezione finale. Religione di stato dell'impero persiano durante la dinastia sassanide (226-651), il zoroastrismo si è indebolito fortemente dopo l'arrivo dell’Islam. Resterebbero oggi appena poco più di 100.000 zoroastriani nel mondo, divisi fra gli Stati Uniti, l’Iran e l’India, dove portano il nome di parsi (i Persiani). Ce ne sono 60.000 a Mombay. Secondo alcune previsioni, considerando la debole natalità e le restrizioni sul riconoscimento delle unioni miste, non ne resteranno più di 23.000 nel 2020.

Diamanti falsi, sandali di cuoio, ornamenti  fantasiosi,  argenteria,  neon aggressivi, bar sordidi: Coloba, un quartiere celebre del sud di Mombay, attira giorno e notte turisti, drogati e venditori ambulanti abusivi. Questa fauna colorata si infila in mezzo ad una circolazione folle. In questo ambiente dantesco, il visitatore noterà una immensa porta di pietra che indica il quartiere pacifico di Cosrow Bang?

L'entrata si riconosce dai nomi che vi sono incisi e che hanno una risonanza persa, dai piccoli appartamenti privati e modesti, e, soprattutto dal gigantesco tempio che si trova di fronte alla porta. Guarnito sui fianchi di satrapi, di personaggi alati, di torce, sembra uscito direttamente dagli affreschi della mitica Persepolis.

Cusrow Bang è  infatti un importante bastione zoroastriano, chiamato parsi a Mombay perché "Viene dalla Persia".

Fuggendo  la  persecuzione  dei conquistatori arabi e dell'Islam in Iran, questo popolo che era anche chiamato i mazdei - poiché erano adoratori del dio Ahura Mazda - si è insediato per caso nel Gujarat, all'ovest dell'India, più di mille anni or sono.

Questo popolo avrebbe mantenuto una discendenza endogama.

L’Avesta, il libro ereditato dal Profeta

“Il gran prete ha versato zucchero in una scodella d'acqua. Poi l'ha consegnata al re indù che ha accolto i nostri antenati, simbolizzando così il nostro contributo a questa terra d'asilo: noi ci impegneremo sempre a rendere l'acqua più dolce", racconta  Dastur  Feroze  Korwal,  gran sacerdote che vive a Cosrow Bang. Anziano,  ritiratosi  dal  tempio  dove esercitava il suo ministero, si consacra ora interamente allo studio dei testi sacri.

Il suo abito immacolato si accorda con la sua barba bianca un po’ arruffata che con il suo cappello tradizionale di prete, il pugdi (un tessuto bianco inamidato arrotolato sulla testa), gli conferisce un'aria di profeta di Zoroastro il cui ritratto è di frequente attaccato ai muri delle case parsi. Là vicino, il libro sacro, eredità del Profeta, l'Avesta, troneggia sulla biblioteca.

Questa raccolta di testi e preghiere scritti in una lingua morta, che i Parsi recitano (a volte in una traduzione in inglese), dà un orientamento  del  pensiero  e  abitua l'individuo ad agire in funzione dei tre grandi principi o fondamenti della religione.

“Humata, Hukhta, Huvarashta, i buoni pensieri, le buone parole, le buone azioni", spiega  Mani  Patel,  una donna sulla cinquantina che invece di andare al tempio, preferisce  meditare  nel  suo  giardino, scacciando corvi. "Il profeta ha rivelato agli uomini che sono responsabili delle scelte che fanno nella vita terrestre". Tocca il sacchetto sospeso al collo della sua sudra, la camicia bianca che portano normalmente i Parsi. "Noi conserviamo qui virtualmente le nostre buone azioni" ci dice Mani Patel raccontandoci un brano di Shahnamia, il libro dei re di Ferdosi, opera importante nella letteratura persiana.

"C'era un giorno un uomo che conversava con Ahura Mazda, questi gli annunciò che avrebbe mostrato alla sua anima l'inferno e poi il paradiso. L'uomo scoprì che in questi luoghi nessuna anima, malvagia o virtuosa, trovava la pace.

Quando domando spiegazioni a Ahura Mazda, questi gli spiegò che queste anime non avevano cercato di aiutare gli altri uomini a diventare migliori. L'uomo fu quindi rinviato sulla terra. Egli insegnò ai suoi che il Bene doveva essere un'azione quotidiana e condivisa. Ahura Mazda gli diede un sacchetto con una 'daram', un chicco di un melograno e un pezzo di 'daran', un po’ di pane, simbolizzando questo messaggio. Noi utilizziamo questi elementi ancora oggi per i rituali dei morti.

I Dungerwadi, le torri del Silenzio

La sacralità degli elementi naturali dovendo essere sempre rispettata, i parsi hanno sviluppato riti funerari molto specifici. La morte, considerata come sporca, è l'incarnazione del Male. Per purificare i defunti ed anche coloro che sono stati vicini a loro, i preti effettuano cerimonie precise senza guardare i morti che sono stati lavati e isolati. Poi le spoglie sono portate in un luogo particolare: i dungerwadi, le famose Torri del Silenzio. Ce ne sono due a Mombay, ma una sola è utilizzata, quella di Malabar Hill. Situate su di una spianata sopraelevata,  la cui superficie misura parecchi ettari, nel cuore della città, esse sono poco visibili, grazie anche a una folta vegetazione, cosa rara a Mombay.

I morti sono deposti in alto sulle torri, costruzioni  larghe  e  severe.  Qualche avvoltoio, ancora in vita nella regione, viene a cibarsene, dando così un senso religioso e generoso alla morte, un altro principio della zoroastrismo. Le famiglie debbono effettuare dei rituali che si prolungano molti mesi, a date precise, durante almeno un anno.

Pensiero libero e amore della natura

Strettamente osservanti o no, c'è un altro principio che i parsi rispettano: proteggere e onorare il fuoco sacro portato dall'Iran, vera incarnazione d'Ahura Mazda. In casa è venerato; vietato formalmente di soffiare su di una fiamma (l'alito è impuro), di gettarvi dei rifiuti, di cremare i corpi, cioè in generale di fare cattivo uso del fuoco. Ugualmente, secondo la loro fede, anche gli altri elementi naturali sono sacri: per esempio non si urina nell'acqua.

Il luogo in cui, però, il fuoco assume tutto il suo significato resta il tempio del fuoco o agiari, uno spazio magico e esclusivo al quale i non-parsi non hanno accesso.

All'entrata del tempio di Cusrow Bang, il visitatore può distinguere, attraverso le porte  socchiuse,  una  rappresentazione colorata di Zoroastro.

Il legno di sandalo che brucia lentamente emana un profumo penetrante, ma anche distensivo. Anziani discutono seduti sui banchi davanti all'atrio dell'agiari.

Gli uomini si coprono con la topi, copricapo rotondo, le donne d'un piccolo foulard, proprio prima di salire i gradini che li separano dal santuario dove dimora il fuoco. Un non-iniziato può soltanto indovinare quello che succede nell'interno, fra queste mura. Là ciascuno si toglie e poi si riannoda il Kusti (1) (cordone sacro), recita preghiere sul tappeto nella sala principale, prima di gettare qualche pezzo di legno di sandalo nel fuoco sacro. I fuochi più grandi, chiamati anche atash behram, si trovano in altri templi più importanti. Costituiti da sedici altri fuochi, impuri, saranno sottomessi a diversi rituali complessi, dai grandi sacerdoti, al fine di purificarli - nozione predominante per i parsi -, e poi riunificarli in un solo fuoco. "Il fuoco lava i nostri cattivi pensieri, ci aiuta ad agire con convinzione seguendo l'Ara, la verità e l'Asha, la via diritta. Nel tempio il fuoco ha anche un ruolo spirituale perché il focolare, 'gunbad', o il Santo dei Santi, situato nel mezzo dell'edificio, ha la funzione di comunicare direttamente con Dio", precisa Dastur Kotwal. "Quando mi sento infelice ho bisogno di andare al tempio. Mi siedo vicino al fuoco e le mie piaghe si cicatrizzano. I 'gatha', i canti litanici dei preti, il marmo ghiacciato che tocco con la fronte quando mi avvicino a Dio, il nerofumo eterno nell'interno della cupola, tutte le vibrazioni del luogo, mi apportano la pace" confida Ader Gandi, abitante di San Francisco ritornato solo pochi anni fa nella sua terra natale. "Se esistesse una Mecca per gli zoroastriani, questa  sarebbe Mombay. Questa città emana una energia spirituale estremamente forte per me. Potete immaginare che tutti questi fuochi vengono dallo stesso, quello che hanno portato i nostri antenati molti secoli fa?" Dice pensoso lasciando Cusrow Bang, mentre le pesanti porte del tempio del fuoco si richiudono lentamente dietro di lui.

Vicini a Gandhi

Per Mani Patel ciò che emana da una persona è la prova del bene. "Io credo a ciò che emana da una persona e all'elevazione dell'umano, operata dal Bene. Io cerco soltanto di allontanare Ahreman, colui da cui vengono tutti i mali e che ci spinge al Male".

Mani Patel razionalizza la religione che, lei afferma, si fonda sul libero pensiero e l'amore della natura piuttosto che sulla paura di Dio. "I miei cani, l'albero nel mio giardino, il mare, gli elementi, sono Lui. Ciò che non è stato fatto da mano umana è opera Sua". Esce dalla sua casa sul pianerottolo antistante e traccia, con il gesso, come ogni mattina, con precisione, un disegno per propiziarsi gli auspici divini: tradizione indù e gujarati, integrata dai parsi d'oggi. Per quanto parlino il gujarati (e non il parsi) e si siano appropriati delle tradizioni indiane, difendono con fervore la loro specificità."Per proteggere la nostra fede senza suscitare inquietudini nei nostri ospiti indiani, avevamo promesso al re indù di non accettarne la conversione e di non interferire nelle altre religioni, a condizione di poter esercitare liberamente la nostra" afferma Dastur Kotwal. Infatti, i parsi considerano religiosamente il giuramento fatto, un dovere di memoria intimamente legato alle loro opzioni religiose.

"La nostra identità è la nostra spiritualità. Noi vogliamo conservare la filosofia umanista e filantropica dei nostri antenati”, aggiunge Kekoo Gandhi. Questo anziano e celebre organizzatore di gallerie d'arte, è stato  ispirato  da  azioni  d'eminenti correligionari della sua epoca, fondatori di famiglie industriali di spicco. I parsi hanno acquisito la reputazione di essere ambiziosi, onesti e lavoratori. "La fede non proibisce il denaro, ma disprezza il fasto e lo spreco. Rendere  l'India  potente per mezzo dell'industria contribuiva alla liberazione dal giogo inglese e restituiva, in questo modo, l'aiuto che la nostra comunità ha ricevuto". Molti  parsi  hanno  realizzato  scambi commerciali importanti con i Cinesi (oppio, seta...) poi con gli Inglesi, elevandosi socialmente e occidentalizzandosi. I loro discendenti appartengono spesso alle classi indiane agiate.

Per Kekoo Gandhi, la fede zoroastriana si avvicina  paradossalmente  anche  al gandhismo e ai suoi principi. "Gandhi voleva la non-violenza, il rispetto degli altri e l'esser fieri delle proprie radici. Sostenere e partecipare alla vita d'un popolo, a modo mio, tali sono le mie convinzioni, più che seguire rituali e dire preghiere”. Così proclama fieramente l'anziano che ha 87 anni ed afferma di sentire una pace interiore quando ogni mattina dispone fiori nella casa della sua famiglia a Bandra. Situata a nord-ovest di Mombay di fronte al golfo del mare d'Arabia, lo stesso che ha portato i suoi antenati, guarda le onde."Non ho il tempo nella mia vita di pensare all'inferno o al Paradiso”

(1) Il kusti è il cordone di cui tutti i parsi, uomini o donne, devono cingersi, arrotolandolo tre volte, intorno ai fianchi, secondo un rituale preciso. Poche persone sanno tessere il kusti fatto con 72 fili di lana che rappresentano i 72 capitoli del Yazna, una raccolta di testi liturgici.. La lana deve provenire da un agnello bianco, senza un solo pelo nero. Ogni parsi che raggiunge l'età della pubertà deve fare il suo navjote per entrare nella comunità. Durante questa cerimonia, il prete gli annoda per la prima volta il kusti e gli insegna le preghiere. Lo toglierà soltanto per dormire. Potrà toccarlo solo dopo aver fatto le abluzioni.

(Pubblicato in Le monde des religions, pp. 50-54, gennaio-febbraio 2008)

Traduzione a cura di sr Immacolata Occorsio smsm

Ultima modifica Domenica 31 Ottobre 2010 20:21
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito

news

per contattarci: 

info@dimensionesperanza.it