Venerdì, 17 Novembre 2017
Venerdì 21 Gennaio 2011 20:54

L’incontro con l'intruso. Pagine bibliche (Rosanna Virgili)

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Infrange gli equilibri, apre il cerchio. Ti spinge sull’orlo del cortile, ti sbatte sulla strada, ti fa sporgere sul pericolo, ti spintona sull’ignoto. Scoordina le leggi della fisica, con la sua intrusione di corpo estraneo. Pensi di morire, se lo fai accomodare; ti terrorizza che prenda piede.

L’incontro con l'intruso.

Pagine bibliche

di Rosanna Virgili *

 

Te ne accorgi quando è già arrivato. Non puoi fare più niente perché non lo sia. La prima sensazione è di ruggine: ti pesa, ti inquieta. Sgradevole come una cattiva digestione. Da quando è qui, nella tua casa, nel tuo spazio, non ti senti più libero. Come se fossi paralizzato. Ormai c’è e non potrai non farci i conti. Ti detta una urgenza, è lui che dà ritmo al tuo tempo e perimetra il tuo spazio. Ti affanna il respiro, ti circuisce, ti costringe. Ti sottopone a nuove modalità di relazione con coloro che facevano parte del tuo mondo. Incide radicalmente sui tuoi rapporti con gli altri. Potrebbe deformarli, riformarli, conformarli al fatto che, adesso, c’è lui. Un intruso è terribilmente invasivo, scomodo, destabilizzante.

Infrange gli equilibri, apre il cerchio. Ti spinge sull’orlo del cortile, ti sbatte sulla strada, ti fa sporgere sul pericolo, ti spintona sull’ignoto. Scoordina le leggi della fisica, con la sua intrusione di corpo estraneo. Pensi di morire, se lo fai accomodare; ti terrorizza che prenda piede.

Ma ha un sapore dolce-amaro. Perché se c’è ancora una vena scoperta nella tua carne, Lui la intercetta. Finché qualcosa di lui non ti intrighi. E quel fastidio si trasforma; ti fai coraggio e cerchi di alzare gli occhi verso di lui. Piano piano per paura che ti accechi e ti bruci la vista. Piano piano. Allora lui comincia ad addomesticarti, agisce di seduzione. Tu ci stai, ma come per gioco, lasciando, solo per un attimo, da parte la tua vecchia realtà. La lasci lì, la tua vera realtà, convinto che poi la riprenderai tale e quale, figuriamoci! La mia vita non cambierà, ci mancherebbe. Ma adesso vediamo, solo per un attimo, cosa potrebbe accadere se credessi nel nuovo arrivato, se mi abbandonassi ai suoi stimoli. Se ci cadi sei finito. Ti illudevi che fosse irreversibile, non lo sarà. Pensavi di pilotarlo, ti accadrà tutt’altro.

Prima esperienza: il disorientamento. La de-programmazione. Lo sfacelo. Accidenti! Ora che ne ho preso atto, ora che, in un certo senso, l’ho accettato, mi coinvolge. E’ inevitabile. Mi chiede molto. Mi chiede tutto. Mi chiede l’anima. Mi infetta l’ambiente. Mi infebbra il mondo. Sento che niente sarà più come prima, invece. E’ un veleno. Disgustoso e sublime, però. Ormai ci sono. Compromesso per sempre. Il danno è fatto.

Il primo intruso

Accadde così quel giorno. Il primo dopo il settimo. Il giardino era così bello e perfetto. Ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa. Equilibrio, simmetria, ritmia. Cosmo per le creature, per una vita ideale e governata con i nomi. Fuori dalla confusione, dalla cecità, dal caos, risplendeva il Paradiso. Un circuito d’affetto esclusivo ordinava Adamo ed Eva ad Adonai, mentre l’Eden danzava di fiori e frutti.

Ma ecco l’intruso. Lui, il serpente, il primo grande intruso. Esso esce dal suo posto, quello riservato alle bestie selvatiche e si introduce nei territori dell’uomo. Striscia fin là, dove la divina armonia bacia di una dolcezza esclusiva l’uomo e la donna. Quasi Dio e la sua creatura fossero una coppia di sposi, il serpente diventa, tra loro, il terzo incomodo. Viene a spezzare un legame di bontà, di fiducia, di amore. In quella descrizione bucolica del Paradiso nel testo di Gen 1 e 2, l’ingresso del serpente è davvero di pessimo gusto. Tutto era così nobile e gradito, sinora. Il clima cambia affatto. Il lettore è rigettato su di un piano primitivo, selvaggio, viscido, irritante. L’ingresso del serpente sembra una caduta di stile, nello sviluppo della narrazione. C’è gente che sviene alla vista dei rettili. In ogni caso guardarli o manipolarli richiede sempre un certo coraggio. Eva ne ebbe. E questo suo talento ce la fa subito decadere al piano del serpente, colora Eva di una certa aura malefica e selvatica.

In effetti non sarebbe così. Eva ebbe cuore di impattare l’intruso, poiché Egli le parlò. Si travestì da Dio. E le fece una proposta indecente, che scardinava le parole di Dio. Instillava il sospetto. Riguardo a quel frutto: «Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete» aveva detto Dio. «Non morirete affatto.. anzi si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio», suggeriva il serpente (Gen 3,3-5).

Un intruso scardina le vecchie verità. E’ un maestro del dubbio. Erode i fondamenti. Con Eva il serpente attaccava l’unica legge della nazione Paradiso, l’unico codice di quell’angolo felice: il divieto di mangiare del frutto di un albero. Non c’erano altre leggi, non vigevano altri canoni, a sostegno della convivenza, nella polis edenica. Dunque il serpente distrugge quel mondo. La visita di un intruso è una catastrofe!

La parola del serpente fece breccia sulla donna, perché ella stessa poté appurarne la verità. Ella «vide»: in effetti quel frutto era proprio buono! Eva esce dall’ordine dell’Eden, l’intruso ha mutato per sempre la sua vita e le sue relazioni: non sarà più la stessa con Adam, non sarà più la stessa con Dio e con il mondo: tutto ormai passerà per il filtro del bene e del male. Il serpente ha vinto. E’ stato capace di modificare geneticamente la creatura di Dio. Tanto potente che è riuscito a cambiare l’assetto divino del mondo. Anche Dio ha a che fare con l’intruso.

Ma un’altra cosa ancora importante c’è da dire: da quando ebbero mangiato del frutto, Dio stesso divenne per Adam e Eva un intruso. Quando, infatti, Adam sentì la Sua voce nel giardino, ebbe paura e si nascose (cfr. Gen 1,10). Dio, il Creatore, l’artigiano dalle cui mani erano stati plasmati, di cui sentivano ancora la carezza sul volto e sulla pelle, aveva subito una radicale trasformazione: era diventato un estraneo. Ormai si era infranto il cerchio della divina complicità e se ne era formato un altro, con il serpente. C’è stato un esodo.

Da allora in poi sarà difficile, altresì, riconoscere, per la creatura umana, con che tipo di intruso essa abbia a che fare: se con quello «buono» o con quello «cattivo». Non solo c’è il rischio effettivo del travestimento, per cui, da allora in poi, ogni intruso, al di là delle apparenze, potrebbe nascondere la visita di Dio; ma i discendenti di Eva sono caricati di una ulteriore responsabilità: quella di «gestire» l’intrusione, cioè di capire il senso e il percorso della stessa, nella loro vita e nella loro storia, la bontà o meno di essa. Anche un serpente, cioè, potrebbe portare qualcosa di buono, così come accadde in principio. Infatti, dopo che essi ebbero mangiato di quel frutto proibito, Dio stesso ammise: «Ecco l’uomo e la donna sono diventati come uno di noi per la conoscenza del bene e del male» (Gen 3,22). Questa conoscenza si mostrerà sì limitata, ma pur sempre preziosa e scintilla del divino nell’uomo; in essa c’è quanto fa dell’essere umano il più simile a Dio, tra tutte le creature!

Per contro sarà responsabilità dell’uomo decodificare anche l’intruso buono per eccellenza, cioè Dio. Anche il Suo volto appare, infatti, velato e tutto da scoprire... Egli può mostrarsi perfino incoerente e cambiare il suo decreto. Per fare solo un esempio: mentre nel libro del Levitico il Dio di Mosè ordina: «Non dovrete mangiare», riferendosi agli animali impuri (cfr. Lv 11,13ss.), il Dio di Gesù giunge a chiedere il contrario e dire: «Uccidi e mangia», come fece con Pietro nelle parole che hanno ispirato l’argomento del quaderno (At 10,13). In questo, come in tantissimi altri casi, Dio, l’intruso buono, appare ambiguo e difficile da interpretare nella sua autentica volontà.

L’intruso è, dunque, qualcosa di complesso che si crea e si muta in un gioco di ruoli, all’interno di legami e relazioni che si annodano e si sciolgono e degli spazi e tempi in cui le stesse accadono. In un certo senso le intrusioni sono parti integranti dell’esperienza della Vita. Così, certamente, nella Bibbia. Per questo, in ogni caso, quand’anche ci apparissero diaboliche, si può trattare sempre di «divine intrusioni».

Il lebbroso

Dopo l’Eden anche l’Egitto ha il suo intruso. L’Egitto: quel secondo paradiso della Bibbia! Luogo di ricchezza e di potenza, madia di pane per i poveri clan di nomadi che orbitavano attorno ai suoi confini. Eldorado del Mediterraneo, regione di enorme, irresistibile attrazione, di acqua, di limo, di eleganza e grandi opere. Società di perfetta armonia, sostenuta da sacre gerarchie, a partire da Faraone.

A un certo punto nella grassa metropoli sul Nilo aleggiò l’ombra di un fantasma: «Si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli di Israele» (Es 1,12). Potrebbe sembrare inspiegabile che una etnìa di vecchia immigrazione, ormai assolutamente assorbita e inserita nell’economia e nella società egiziane, diventasse un’intrusa. Deve essere accaduto qualcosa di serio, perché essa, che era una delle protagoniste del suo benessere, cominciasse ad essere di troppo. Le ragioni, tuttavia, sono chiare e vengono poste sulla bocca del Faraone stesso: «Ecco che il popolo dei figli di Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire Che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese» (Es 1,9-10).

Finché quegli antichi stranieri si erano prestati a una struttura di potere ben definita, permettendo all’Egitto di fruire del loro notevole apporto e di diventare sempre più grande, in virtù della loro intelligenza e del loro lavoro, tutto andava bene. Ma ora questi ebrei erano diventati troppi, troppo potenti e pericolosi. L’ordine imperialistico stava traballando. Occorreva indebolire gli intrusi, in modo che su di loro non potessero far leva i nemici dell’Egitto e, inoltre, gli si doveva impedire di diventare una potenza autonoma, di costituirsi, cioè, in un’entità politica libera.

Lo storiografo apologeta cristiano Orosio (sec. V) racconta che il vero motivo per cui gli Ebrei uscirono dall’Egitto è che furono cacciati, perché erano lebbrosi. Questo giustificherebbe ancor più l’«incubo» di Es 1,12. La paura della contaminazione spinse, dunque, Faraone a scacciarli. E’ una tesi che contrasta con quella del libro dell’Esodo secondo cui, al contrario, gli Ebrei volevano andarsene dall’Egitto e Faraone, con i suoi carri e i suoi cavalli, li insegui fino alle acque del Mar Rosso. In realtà il testo di Esodo è piuttosto complesso.

Innanzitutto Faraone non aveva intenzione di espellerli dall’Egitto, ma di ridurli in schiavitù (cfr. Es 1,11ss.) fino a togliere loro qualsiasi identità, decapitandoli dei figli maschi (cfr. Es 1,16). Solo con la morte dei primogeniti Faraone si decise a scacciarli, come attesta quanto segue: «Gli Israeliti partirono da Ramsès, alla volta di Succot (...) erano infatti stati scacciati dall’Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste per il viaggio» (Es 12,37.39).

Sebbene qui il motivo della cacciata sia diverso da quello proposto da Orosio .— che basava, peraltro, le sue notizie sugli storiografi latini —, segni di lebbra sul popolo ebraico si ritrovano non solo nella mano lebbrosa di Mosè (cfr. Es 4,6), ma anche in Miriam, sua sorella, la quale divenne lebbrosa (cfr. Nm 12,9-16). Casi simili dovettero accompagnare la storia del popolo di Israele nel suo lungo corso (cfr. 2Cr 26,16-21), dato che la Torah contiene delle prescrizioni sul trattamento da riservare a quelli che sono colpiti da tale malattia e l’obbligo dell’isolamento (cfr. Lv 13,1-15).

La lebbra è una malattia sociale, poiché chi la contrae diventa un intruso nella società, deve essere isolato. La stravaganza di questi testi biblici è che proprio il popolo eletto da Dio, il popolo santo, diventi il lebbroso, l’intruso della humana societas. La Scrittura opera un gioco di mascheramento: dietro all’intruso si cela il diletto di Dio; dietro a chi deve essere isolato dal paese, si cela colui al quale il paese è dato in dono. In ogni caso c’è lo scardinamento di sistemi chiusi: l’Egitto sarà gravemente danneggiato dagli ebrei (si pensi alle dieci piaghe!); il benessere e la prosperità economica di quel paese subiranno un arresto a causa della partenza di Israele.

Dunque l’intruso è un elemento destabilizzante nelle società, così, come abbiamo visto nel caso del lebbroso. Ma mentre sconvolge egli fa anche crescere, provoca dei mutamenti che, a lunga scadenza, genereranno ricchezza. E’ il caso anche di altri tipi di «malati», quali i profeti: sono uomini diversi, voci fuori campo, elementi di disturbo. Geremia, ad esempio, dice di essere malato: «Perché il mio dolore è senza fine e la mia piaga incurabile non vuol guarire?» (Ger 15,18).

Questa malattia gli derivava dall’odio che i suoi concittadini gli portavano, a causa delle sue parole di denuncia contro la loro malvagità. L’uomo di Dio era costretto all’isolamento, disprezzato, perseguitato, incarcerato, lo volevano togliere di mezzo. Eppure la sua sarà una voce assolutamente importante per la sopravvivenza di Israele, anche dopo l’esilio.

La figura di Geremia anticipa quella di Gesù, anch’egli perseguitato dai suoi concittadini e fratelli, fino ad essere davvero fatto fuori. Ma prima di morire Gesù concede all’intruso un posto d’onore, nell’intelligenza della sua preziosa presenza. Gesù guarirà, tra i primi, proprio un lebbroso (cfr. Mt 8,1-4; Mc 1,40-45; Lc 5,11-16) consentendo a lui, l’immondo e l’escluso, di abitare quella terra dove scorre latte e miele.. la terra della promessa e della grazia. Sarà il Suo un rovesciamento ulteriore dell’ordine del mondo. Un’autentica e splendida «catastrofe» escatologica!

La donna

Chissà se per statuti acquisiti proprio dal primitivo impatto col serpente dell’Eden, la donna diventa, poi, nel percorso biblico, una delle più frequenti e speciali figure di intruso. I numerosi casi sono anche molto diversi tra loro e l’intrusione assume varie aggettivazioni. Talvolta l’intrusa svolge, apparentemente, una funzione solo negativa, tal’altra, invece, appare presto l’incidenza positiva del suo intervento. C’è una costante: che sempre una donna intrusa modifica la situazione di partenza, scombussola lo status quo, produce una rivelazione, cui farà seguito un avanzamento, un progresso della storia. Ed ecco alcuni casi di intrusioni al femminile.

La moglie etiope

Durante il duro cammino nel deserto, Miriam ed Aronne tentarono di ribellarsi all’autorità del loro fratello Mosè e si resero ostili allo stesso: «A causa della donna etiope che aveva sposato» (Nm 12,1). Una donna fu capace, pertanto, di interrompere l’amore ancestrale che doveva regnare in quella specie di umana trinità familiare. Sappiamo come Miriam fosse stata determinante affinché Mosè, ancora neonato, fosse salvato dalle acque (cfr. Es 2,4.7); sappiamo come Aronne fosse, addirittura, la bocca, la lingua stessa di quel Mosè, profeta di Dio, che era incerto e balbuziente nel parlare (cfr. Es 4,10-17). Insomma si può dire che i tre fossero un tutt’uno.

Ma c’è qualcuno che può insinuarsi dentro le più compatte pagini di fraternità, comunione, simpatia: questo è l’intrusa, una presunta moglie di cui non si dice neppure il nome, ma potente a tal punto che un bel giorno, nel bel mezzo del duro arrancare nel deserto, quando prezioso sarebbe stato restare uniti, nasce una diffidenza che viene così descritta dall’agiografo: «Maria e Aronne parlarono contro Mosè» (Nm 12,1).

Tale spaccatura rese indispensabile nientemeno che un intervento diretto di Dio, il quale, dopo aver tentato, inutilmente, con le parole, fu costretto a ricorrere al fuoco della sua ira. Una reazione che costò a Miriam di rimanere lebbrosa ed isolata fuori dall’accampamento di Israele (cfr. Nm 12,,10ss.).

Un’intrusa qualsiasi, insomma, fu capace di mettere a repentaglio la grande, epica marcia che doveva condurre Israele fuori dal deserto, nella Terra promessa. Condizionando e mettendo alla prova non solo l’agire degli uomini, ma anche quello di Dio, grande regista dell’epopea esodica.

Ester

Un altro Paradiso: siamo nella città di Susa, una delle quattro località di residenza dell’imperatore di Persia, Assuero (cfr. Est 1,1-8). Nell’anno terzo del suo regno il grande re fece un banchetto, naturalmente innaffiato dal vino. Alla fine del convito, quando tutti erano alticci, il re chiamò sua moglie, la bellissima Vasti, invitandola ad intervenire alla festa, perché tutti potessero ammirarne la straordinaria bellezza. Ma Vasti non volle andare. Ripudiata per la sua disobbedienza, la regina doveva essere, allora, sostituita.

Vengono convocate tutte le ragazze più belle del regno, perché possa Assuero scegliere, tra loro, la futura consorte. Ed ecco che entra in gioco Ester, una giovane orfana ebrea che viveva in diaspora presso suo zio Mardocheo, in Susa. Si sottopone alle cure di bellezza necessarie per apparire splendida, ma anche per mascherare la sua provenienza eterodossa. Riesce, così, con l’astuzia della cosmesi, ad entrare nelle grazie del re e a farsi sposare da lui, prima ancora di rivelargli la sua vera identità.

Ester ci appare come una autentica infiltrata nella roccaforte di Assuero, che si rivelerà presto scomoda per i grandi del Palazzo. Amàn, il più alto dignitario di corte (cfr. Est 3,1ss.) comincia subito a sentirla come un’intrusa. E davvero lo era, tanto che, a corte, la regina Ester conosce i meccanismi che regolano i rapporti di potere e scopre come si può sfruttare un sistema di legalità per procurarsi la vendetta sui più deboli e la sleale sottomissione dei nemici. Proprio quanto macchinava Amàn! Con la sua intelligenza e il suo coraggio, Ester riesce ad intervenire sul pachiderma burocratico imperiale, così da arrivare a gestirne il governo, strappandolo agli iniqui usurpatori.

Ester si introdurrà nei gangli del potere tanto da modificare il decreto sigillato dal re - orami irrevocabile! - che ordinava lo sterminio degli Ebrei in tutto il regno persiano. In forza di una straordinaria strategia diplomatica seppe capovolgere le sorti e trasformare un decreto di morte, per i suoi fratelli ebrei, in decreto di condanna per coloro che ne avevano ordinato la soluzione finale.

Così Ester, l’intrusa nel palazzo di Persia, rovesciò il destino del suo popolo e il giorno stabilito per il lutto divenne il giorno della festa e della danza per Israele: il Purim, il carnevale ebraico.

Benedetto sia l’intruso!

La peccatrice

Il toccante quadretto della «donna peccatrice», unico del Vangelo di Luca (cfr. Lc 7,36-50), pone subito il lettore in un clima di contrasto: da una parte si avverte il rigore di coloro i quali, come i farisei, sono attaccati alle osservanze religiose, ingessati nella loro compostezza morale e rituale; dall’altra il «disordine» dei gesti, della presenza e del fare della donna peccatrice.

La storia è questa: Gesù è, invitato a cena dal fariseo Simone. Egli arriva e si mette a tavola. A un certo punto entra una donna che non era stata invitata e che, per di più, tutti conoscevano, poiché era una pubblica peccatrice.

La scena può essere proiettata da due punti di vista: uno dal basso e uno dall’alto. In basso, rannicchiata e addossata sui piedi di Gesù è la donna che compie gesti del tutto fuori luogo: piange, bagna i piedi di Lui con le sue lacrime, poi li asciuga con i suoi capelli, li massaggia con un profumo delizioso che aveva portato con sé. Sono gesti di grande intimità e allo stesso tempo impuri e contaminanti.

In alto ci sono, invece, gli ospiti seduti a tavola, che dovevano essere imbarazzatissimi, ma che tacevano, pur pensando tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice» (v. 39). Sì, quella donna è proprio una guastafeste e rovina, peraltro, l’immagine di Gesù. Se Simone lo aveva accolto a casa sua perché, evidentemente, gli aveva concesso una certa dose di stima, ora, invece, non aveva più dubbi: Gesù non era certo un profeta! La donna è prima di tutto una intrusa nella vita di Gesù.

Poi lo è negli ambienti delle buone famiglie giudaiche, che rispettano la legge e non si contaminano con le prostitute. Lo è nel clima composto di un pranzo farisaico, dove non sta bene comportarsi a quel modo. La donna stride, imbarazza, crea tensione, si lascia andare, piange, bacia: crea un autentico caos! Il suo fare infrange le regole dell’ospitalità, della religione, della buona società, della cultura vigente. Ma, allo stesso tempo, la sua intrusione rivela quanto di profondo e di vero ci fosse a quel banchetto. Rivela la distanza tra il fariseo e Gesù: «Simone, voglio dirti una cosa. (..) Un creditore aveva due debitori...» (vv. 40-41); tale per cui Gesù deve rivolgersi a lui con una parabola! Rivela la verità del fariseo, la sua ospitalità formale, di facciata: «Tu non mi hai dato un bacio (...). Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato..» (vv. 45-46); e rivela la verità di Gesù: «Quello a cui si perdona poco, ama poco» (v. 47).

Con queste parole Gesù sconvolge l’assetto di integrità e purità della religione giudaica, parlando di una salvezza che deriva solo dall’amore. E’ il caso di dire che le derive dell’amore seppelliscano, inondino i confini della religione.

L’intrusa ha fatto già il suo bel danno.

Il  figlio

La Bibbia - specialmente il Primo Testamento - considera i figli una benedizione di Dio. Essi sono una sorta di compenso che il Signore riserva a tutti coloro che osservano la Sua parola e la mettono in pratica. Agli uomini giusti, insomma. Non per nulla, Giobbe - che era l’uomo più giusto di tutto l’oriente - aveva ben sette figli e tre figlie! Numerose sono, poi, le storie di donne tormentate dal desiderio di avere un figlio, come Sara, la moglie di Abramo, o Anna, la futura madre del profeta Samuele.

Ciò nonostante, non mancano casi in cui un figlio arriva anche per chi non lo aspetta e, allora, diverse sono le dinamiche che l’evento scatena nei prescelti genitori... Succede anche nella Bibbia ciò che capita nelle nostre vite di oggi: chi si è sistemato in progetti «perfetti» di vita, la venuta di un figlio, sarà, paradossalmente, una sorpresa del tutto sgradita, violenta.

Non per tutti un figlio risponde, infatti, a un desiderio. Gli eventi che esso annuncia e presenta non sono certo tranquilli. Sono scomodi e sconvolgenti. Non adatti per chi volesse difendere un benessere che già possiede, per chi tiene stretta la propria lecita o indebita fortuna, per chi ha la paranoia delle assicurazioni sulla vita, o per chi crede che generare un figlio ed allattarlo possa deturpare, irrimediabilmente, la bellezza e la forma fisica.

Ci sono degli esempi calzanti, nella Bibbia, di atteggiamenti di resistenza. Essi vengono specialmente dagli uomini, ma forse solo per ragioni storiche... Un primo esempio è quello del re di Giuda Acaz (cfr. Is 7,10-14). Egli si trova in un momento delicato della guerra siro-efraimita (734-733), mentre Gerusalemme è assediata e, da buon ebreo ortodosso, non vorrebbe tentare Dio, chiedendogli un «segno». Ma il Signore gli resiste e gli manda a dire dal profeta Isaia che quel figlio nascerà lo stesso! (cfr. vv. 14ss.).

Con lui l’onere di capire, di decodificarne il senso ed anche la libertà di cambiare il proprio punto di vista, sulla situazione. Avere a che fare con quel figlio significava, per il re Acaz, non poter più agire autonomamente, ma dover cercare di cogliere la volontà di Dio, capire cosa Dio stesso avrebbe voluto che si facesse in quell’imbrogliato e difficile frangente storico. Fare i conti con un figlio voleva dire tener conto di Dio nelle scelte politiche e governative.

Nonostante il diniego del re, fortunatamente il figlio arriverà e nascerà da una vergine: «Ecco la vergine concepirà e darà alla luce un figlio» (v. 14). Verrà dato alla luce quell’intruso che vestirà di luce Gerusalemme, invitandola a gustare la salvezza: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce...» (Is 60,1).

Sarà l’annuncio dei profeti di un domani.

Il padre

C’è una certa somiglianza tra la vicenda del re di Gerusalemme e Giuseppe, padre putativo di Gesù (cfr. Mt 1,18-24). Giuseppe, infatti, era un uomo «giusto» (v. 19) come anche Acaz certamente lo era (dato che rimase fedele a Yhwh e rifiutò di accettare un appoggio terreno nella lega siro-efraimita) e, come il re, anche lui non voleva avere a che fare con il «segno» scottante di Dio: un figlio.

L’«annunzio a Giuseppe», tutto matteano, fa affiorare una umanità piuttosto meschina del padre di Gesù: di fronte ad un annuncio così grande ed oneroso, anch’egli reagisce con timore e pudore. Non se la sente di essere coinvolto in una faccenda tanto complicata, che crea problemi di carattere legale, in cui non saprebbe come districarsi. La sua reazione affiora nell’ambiguità del verbo greco enthyméomai del v. 20 che può significare «riflettere», ma anche «sdegnarsi».

L’esempio di questi uomini che, in un primo momento, oppongono una resistenza alla venuta irruente di un figlio, nella loro vita, ci spinge a riflettere circa la nostra eventuale resistenza alla venuta dei figli. Essi rappresentano, spesso, ciò che scomoda, che pesa, ciò che viene a turbare la nostra esistenza assicurata sul diritto assoluto al benessere individuale.

Viviamo in una società che si chiude sempre di più ai figli, che si barrica di paura, contro il futuro; che ha postulato che «l’inferno sono gli altri» (J.P. Sartre); in cui l’individuo pensa e crede di poter fare volentieri a meno di ogni «altro» (del coniuge, dei figli, degli amici, perfino del padre o della madre, visto che si può nascere da una provetta!); si circonda di macchine sostitutive, atte a confermare e celebrare la «unicità dell’io». Si tratta di uno stile che conduce ad un amaro e arido orizzonte di vita.

La madre

E’ cosa interessante che i Vangeli presentino due reazioni all’annuncio della nascita di Gesù: quella maschile, che abbiamo appena visto, e quella femminile (cfr. Lc 1,26-38), tra loro davvero molto diverse, ma in cui il figlio è sempre un mistero «intrusivo».

La storia di Maria è una storia che ha per noi, oggi, dell’incredibile... Un angelo fu mandato da Dio ad una vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide e quell’angelo le doveva annunciare che le sarebbe nato un bimbo» (cfr. Lc 1,26ss.)... Un figlio di Dio! Così il Vangelo di Luca ci propone l’annuncio a Maria, come un fatto miracoloso, inquietante ed assurdo.

Ogni donna provi a mettersi nei suoi panni, quelli di una ragazza normale, fidanzata ad un uomo e in attesa di sposarsi. Non manca ormai molto per il matrimonio, quando succede un fatto alquanto strano: un angelo le appare e le parla nel segreto della sua camera. Le prospetta un evento imminente che la riguarda molto da vicino: «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù» (Lc 1,31). Ma come, ma cosa sta dicendo quell’angelo, quella voce che batte forte sul cuore, come una ossessione? Ma come è possibile questo? Maria non ha avuto rapporti con un uomo (cfr. Lc 1,34), perché possa concepire un figlio.

Giustamente Luca dice che ella rimase turbata (cfr. Lc 1,29): e chi non lo sarebbe? Ma in queste parole risuonava per Maria di Nazaret la voce di Dio; in quell’annuncio, una visita dal cielo.

E’ questo il modo con cui, di solito, Dio viene ad incontrare l’uomo: un modo che turba, che disorienta, che sconvolge tutti i piani e i programmi. L’imputo con Dio è scomodo, dirompente, rischioso; solo pochi riescono a dire «sì», come Maria. Perché quel «sì» non sai dove ti porta e seguire una chiamata che viene da Dio non ti dà alcuna garanzia.

Tanto più sarebbe difficile, oggi, rispondere all’annuncio dell’angelo Gabriele, per un tipo di mentalità come quella corrente. Dove tutto deve essere razionalmente spiegato e ogni scelta motivata da un concreto, tangibile profitto. Cosa ci si guadagnerebbe ad accettare una proposta del genere? Quella di diventare madre di un Figlio di Dio, cioè di un figlio di nessuno sulla terra, rischiando di essere tacciata del sospetto di tradimento verso il fidanzato ufficiale e di essere esposta alla berlina, come ragazza madre.

Ma ancor più difficile sarebbe per noi credere che Dio volesse usare del nostro corpo, del nostro tempo, della nostra vita e del nostro cuore per venire ad abitare in mezzo a noi, per farsi carne come noi, per poter trovare anch’Egli un posto su questa terra.

Ancor più difficile sarebbe prestarci all’opera di un Altro, di un Dio in gran parte ignoto, sconosciuto, che vorrà parlare di giustizia, di libertà di pace, quando si sa che tutto ciò è una astrazione, un sogno, qualcosa di remoto e irrealizzabile, a questo mondo. Dove dominano incontrastati, invece, l’egoismo e l’amore per il potere ed il denaro e dove i pochi pesci grandi divorano i milioni di pesci piccoli.

Molto difficile sarebbe per ciascuno di noi credere che proprio «io» nel «mio piccolo» possa fare qualcosa, perché il mondo migliori, che valga la pena il mio esserci, il mio irrisorio contributo all’opera dell’Amore di Dio verso l’uomo...

Ma Maria, la ragazza di Nazaret, credette in questa impresa tanto ambiziosa e mise a repentaglio la sua vita, il suo presente e il suo futuro, si legò irrevocabilmente ad un Dio che non voleva abbandonare la storia dell’uomo a se stessa, ma voleva essere Emmanuele, «Dio con noi». Che voleva trovare un cantuccio nel paese, un corpo che potesse abbracciarlo e custodirlo. Dargli un po’ di calore.

Piuttosto di tirarsi indietro, di farsi paralizzare dalla paura di quanto avrebbe comportato la nascita di quel figlio, Ella credette, si affidò, consegnò il suo corpo alla Vita e alla speranza: «Avvenga di me secondo la tua parola» (Lc 1,38). E lo fece proprio accettando quell’ingombro nel suo grembo, quella piccola cosa ignota e strana che le sarebbe pian piano cresciuta dentro come un intruso. Il più invadente degli intrusi.

Le donne che hanno avuto figli sanno quanto già quei piccoli movimenti nella pancia, che cominciano a sentirsi al quinto o sesto mese di gravidanza, diano la sensazione dell’intrusività... e altrettanto come appaia estraneo quel corpicino, quando viene alla luce, di solito non proprio bello da vedere.., e sanno anche quanto ogni giorno che passa quel figlio, nato dal loro corpo, diventi sempre di più uno sconosciuto, man mano che si fa grande, adolescente e adulto...

La cosa inquietante della Bibbia sta nel fatto che proprio questa esperienza «intrusiva» del figlio, venga proposta come il caso più simile e vicino all’esperienza spirituale della Presenza intrusiva di Dio nell’anima dell’uomo.

Inquietudine e vita

In tutti i casi che abbiamo contemplato c’è una costante: la capacità di trasformazione dell’azione intrusiva. Qualcosa che, a prima acchito, si presenta rugginoso ed inviso si rivela, in seguito, determinante e provvidenziale. Al punto che, pensando all’intrusa Ester, ad esempio, ci verrebbe da dire: se ci fosse stato un «intruso» nei campi di concentramento nazisti, qualcuno che avesse avuto il coraggio di infiltrarsi e poi di scoprire e denunciare l’orrore che li si stava consumando, forse milioni di vite sarebbero state salvate.

Ma, certo, se solo per «reggere» l’avvento di un intruso ci vuole stoffa, forza e grazia, figuriamoci per trasformarsi in un intruso, per diventarlo noi...

 

* Docente di Sacra Scrittura all’istituto teologico marchigiano di Ancona e Fermo

(da Vita Monastica n. 238, gennaio-marzo 2008)

 


 

L’idea di «popolo eletto», che in apparenza è perentoria, invece è tremula e costitutivamente senza fondamento. E’ infatti un atto di fede in una Parola; non in un essere, ma in un non-essere, cioè in una promessa. Dio avrebbe eletto Israele, ma come depositario di una promessa. Non voglio mettere in dubbio l’attendibilità delle promesse di Dio. Voglio solo far notare che, quando diciamo «fondamento», pensiamo, secondo il buon senso, che si tratti di un a priori, come lo sono le fondazioni per la costruzione di un edificio. E’ vero, le fondazioni sono anche una promessa di edificio, ma prima di tutto ci sono ben piantate per terra. L’eletto, al contrario, è proprio «la pietra che fu scartata» e che «sarà la pietra angolare», come dice il Salmo 118. Consideriamo allora la difficoltà di un fondamento che non è una premessa ma una promessa, al futuro, come se una casa si pensasse fondata sul tetto. Diciamo francamente che si tratta di un non-fondamento.

È curioso che una delle identità collettive più antiche abbia una zona indefinibile nel suo centro. Questo punto indecifrabile si potrebbe forse riassumere così: un cuore antico che si fonda sul futuro. La fondamentale radice diasporica dell’ebraismo lo mette in sintonia con i primordi, i quali sono posti dalla Torà: il più deve ancora avvenire, Questo carattere di tendenza che non raggiunge la meta mi sembra inserita negli sviluppi del monoteismo. Un Dio che nel suo processo di maturazione si ritrae in profondità sempre più inaccessi- bili, lascia della Sua presenza solo un’orma vuota, il calco in negativo del suo passaggio, lo leggiamo nella traccia di una mancanza. Di sé Dio dice: «Sarò quel che sarò» (Es 3,14) che non definisce un essere ma una promessa di essere. La religione di Israele sembra pensare al popolo come ad un’impronta di Dio, del vuoto lasciato da Lui, e a Lui riservato per sempre. La sua fedeltà consiste nel non chiudere quel vuoto, nel non riempire quell’assenza con una presenza che è l’idolo, sostituzione di Qualcuno con qualcosa.

…Ma oggi ci sono in Israele i sintomi di una «normalizzazione» meno innocente: l’integralismo religioso e l’integralismo nazionalistico. Di questi integralismi si va riempiendo il mondo, e non c’è nulla di più uguale di queste «diversità» integrali. Che siano ebraici o cristiani o islamici o laico-nazionalisti, gli integralismi si somigliano come gocce d’acqua. L’integralismo nazionale o religioso è, per una comune struttura di pensiero, ossessionato dalla «globalità» e dalla «omogeneità». La diaspora è invece una specie di sindrome copernicana: non ha in sé il suo centro, ma fuori di sé, e intorno a questo gravita, ed esso si sposta, senza essere monopolio di nessuno...

Stefano Levi Della Torre

 

Ultima modifica Mercoledì 10 Ottobre 2012 15:50
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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