Mercoledì, 23 Settembre 2020
Domenica 29 Maggio 2011 18:53

Ti basti la mia grazia (Emilia Palladino)

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“Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina”. Lo Spirito Santo è sostegno nella debolezza. Senza la sua azione, l’interiorità della persona umana non avrebbe alcuno sviluppo.

 

San Paolo e lo Spirito

 Ti basti la mia grazia

di Emilia Palladino

 

Quando mi è stato chiesto di scrivere questo articolo, ho pensato, sinceramente, che vi fosse stata una svista. Non ho competenze teologiche, né bibliche, né pastorali che giustifichino - almeno secondo i miei parametri di valutazione - un incarico simile. Di san Paolo, in realtà, conosco più o meno quello che conoscono quanti scelgono di vivere la propria fede in modo autentico e con l'atteggiamento di chi non si accontenta, ma cerca di approfondire un poco anche per suo conto. Nulla, però, di particolarmente qualificato. Scrivere quindi un articolo su "San Paolo e lo Spirito", mi è sembrato subito un compito che andasse un po' oltre le mie reali competenze.

A questa mia disposizione personale nei riguardi del tema, si aggiunge un fatto oggettivo che riguarda tutta la comunità ecclesiale. Siamo, infatti, alla fine dell’Anno paolino, iniziato il 28 giugno 2008, indetto da Benedetto XVI in occasione del bimillenario della nascita dell' Apostolo, durante il quale si è scritto e detto tantissimo, così come era giusto che fosse, per dare sia ai cristiani, sia ai non cristiani, un'immagine dettagliata e approfondita di questo grandissimo santo, che tanto ha fatto perché il cristianesimo arrivasse e si consolidasse «fino ai confini della terra». E, ancora, in questa sede si ricordano appena gli infiniti contributi di vario livello che possono trovarsi sulla vita, sull' opera di evangelizzazione e sulla teologia di san Paolo. Quindi, cosa potrei aggiungere che non sia stato già ricordato, studiato e approfondito?

Pensando a lungo, ho risolto che sarebbe stato sensato partire da una mia esperienza "diretta" - se così si può dire - di san Paolo, che richiama quanto egli sperimentò proprio riguardo a sé stesso e alla sua personale conoscenza dell'assistenza dello Spirito Santo e della potenza della misericordia di Dio. Posso senz'altro affermare che san Paolo ha "evangelizzato" anche me, chiarendomi alcune dinamiche particolari della vita ordinaria del credente e rendendomi così parte, a buon diritto, di quella moltitudine di "genti", di cui egli è stato l’Apostolo, per volontà stessa del Signore, che lo convertì con la sua gloria sulla via di Damasco (cf At 9,3-9).

«Quando sono debole, è allora che sono forte»

Questa mia riflessione ruota intorno a un passo della seconda lettera ai Corinzi: «Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina [...]. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: "Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza". Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. [...] Quando sono debole, è allora che sono forte» (cf 2Cor 12,7-10).

Ogni volta che leggo questo brano della Parola, mi sorprende la sua incredibile capacità di descrivere la natura profana dell' essere umano, non quella che si legge tanto nei comportamenti esteriori, ma quella che abita il cuore dell'uomo, che connota l'essere intimo dell'uomo, lì dove a volte non si comprende bene cosa ci sia e perché ci sia, lì dove sono presenti sentimenti, pensieri, ricordi che strutturano una persona dall'interno, misteriosamente, rendendola ciò che essa è davvero.

Quante volte - sia che siamo cristiani, sia che non lo siamo - ci confrontiamo con qualcosa di profondo e di semisconosciuto, con contorni indefiniti e che si manifesta a volte come inquietudine, a volte come insofferenza, a volte come vero e proprio dolore, a volte come insoddisfazione quasi implacabile, e che tuttavia ci appartiene in modo inscindibile. Quante volte vorremmo essere "migliori" di come siamo in realtà, "diversi" da come ci percepiamo, anche attraverso gli occhi degli altri. Quante volte sentiamo profondamente, con impietosa chiarezza, che non siamo "perfetti".

Qualcuno penserà che siccome la perfezione non è cosa di questo mondo, la propria debolezza e la propria inadeguatezza non possono costituire motivo di ansia o, ancor più grave, di angoscia. Quanti pensano, ma soprattutto vivono così, sono persone sagge. Eppure mi chiedo quanto sia realmente diffusa tale convinzione, quando non solo è effettivamente difficile da assumere come propria, ma anche in aperta opposizione con la mentalità comune.

Quest'ultima, infatti, orienta a ritenere che per essere soddisfatti di sé e vivere una vita di cui essere fieri, sia alquanto inopportuno rendersi conto dei propri limiti, delle proprie debolezze, delle proprie incapacità e quindi scegliere e agire di conseguenza. Al contrario, la chiave di lettura della nostra cultura, nella quale tutti, nessuno escluso, pensiamo e viviamo, è che non debbano esistere né limiti, né limitazioni e che si possa fare e avere tutto ciò che si vuole e, cosa piuttosto aberrante, che si possa essere tutto ciò che si vuole. Mi chiedo sempre se le spinte al superamento dei propri limiti, che in parte vengono da un modo di pensare votato all’affermazione dell'esteriorità e quindi per lo più bugiardo e violento, siano un misero tentativo, perché decisamente inefficace, di spacciarsi per quello che nessuno è effettivamente in grado di essere per quanto si sforzi, e cioè dio di sé stesso e delle proprie cose.

"Ti basta la mia grazia"

I fedeli battezzati non sono affatto immuni da questo tipo di inganno, e io fra loro. Spesso, infatti, cadiamo nella menzogna per eccellenza, quella cioè di ritenere che la via della perfezione non passi attraverso la grazia dello Spirito Santo, ma solo dalle nostre fragili forze e dalla nostra incostante volontà. Spesso, dimentichiamo che siamo "creature" e non "creatori", e per questo ci dibattiamo in grandi e inutili fatiche nel tentativo di occupare un posto che non ci appartiene e nel quale non sappiamo stare, perché non vi dobbiamo stare. Così la nostra inquietudine, anziché diminuire perché siamo nelle mani misericordiose di uno più grande di noi, aumenta, nell'impossibilità di diventare chi non siamo mai stati pensati per essere.

In realtà, credo che tutto questo abbia un unico termine che lo connoti, appunto la superbia di cui parla san Paolo, e che la specificazione con la quale essa si traduce in concreto per ciascuno di noi, anche se diversa da persona a persona, generi sempre un peccato che - se individuato come tale - fa nascere nel cuore dolore e sofferenza, non tanto per la propria imperfezione, quanto piuttosto per la propria fragilità nel credere e nel non saper godere della benedizione di Dio.

Per me è proprio questa la "spina nella carne": un segno certo di fragilità, di debolezza e di incompletezza, che porti in sé - proprio perché realmente imbattibile - il ricordo della verità dell'essere creature, dell’essere finiti, del non poter fare a meno di scontrarsi con l'incapacità esistenziale a superare quei limiti, che in realtà ci sono stati dati proprio da Dio, in nome dell'amore con cui siamo stati amati, e che così ha messo nel cuore di tutti uno struggente desiderio della sua misericordia e della sua gloria.

San Paolo prega che questa spina gli sia tolta, ma il Signore, proprio perché è buono, gliela lascia, così che egli possa sempre sperimentare la verità profonda della persona umana, la radice antropologica attorno alla quale si sviluppa l'albero della personalità e della vicenda terrena di ciascuno di noi e cioè la finitezza dell'essere, la creaturalità nel vivere.

Il Signore risponde a Paolo: «Ti basta la mia grazia». Lo Spirito Santo non è solo sostegno nella debolezza o aiuto nell'angoscia; lo Spirito Santo è la ragione e il senso più intimamente autentico del credente. Al limite, non è necessario guarire, non è necessario risolvere i propri problemi esistenziali e pratici, non è necessario "stare bene", ma è sufficiente - "basta" -la grazia di Dio a contenere e a reggere ogni momento, ogni realtà, ogni più sottile meccanismo dell'animo umano. Mi vengono in mente le costruzioni delle case: così come senza fondamenta cadrebbero su sé stesse rovinosamente, allo stesso modo senza la grazia di Dio, senza lo Spirito Santo, l'interiorità della persona umana collasserebbe su sé stessa, senza più avere spazi di crescita e di sviluppo.

Per la cultura dominante nella quale abitiamo, tutto questo è pura follia. Eppure, se ci convincessimo di poter vivere l'esperienza che lo stesso Paolo ha vissuto e di cui ci indica la via di realizzazione, potremmo allora sperimentare quella straordinaria libertà che scaturisce dalla profonda consapevolezza di quanto sia vero che proprio «quando sono debole, è allora che sono forte», perché così la potenza di Dio trova lo spazio per manifestarsi dall'interno della nostra vita.

Confesso ai lettori che da qualche anno sto provando a dare alla mia esistenza questo stupefacente "generatore di senso", da quando cioè ho compreso che tutti quelli che hanno tentato di fare altrettanto, i santi di tutti i tempi e di tutti i luoghi, hanno fatto un'esperienza così forte e profonda dell'amore di Dio, da vivere con senso altissimo la loro avventura terrena, molto più che se si fossero fidati esclusivamente delle loro forze. Proprio come san Paolo.

(da Vita Pastorale, n. 6, 2009)

Ultima modifica Giovedì 09 Giugno 2011 08:39
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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