Giovedì, 13 Dicembre 2018
Sabato 02 Luglio 2011 14:36

La morte nell'era del nichilismo (Oliver Clément)

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Noi, oggi, andiamo a ritroso verso la morte, crediamo di aiutare gli anziani facendo loro scimmiottare la gioventù, ma essi non hanno più nulla da dirci, non hanno più nulla da raccontare ai bambini, non hanno più memoria perché non hanno più speranza.

Nel XVII secolo, all'epoca del primo trionfo della razionalità, si rinchiusero nei manicomi gli « idioti », gli «innocenti », testimoni della precarietà dell'esistenza normale, testimoni di abissi senza fondo, che ora erano quelli dell'ossessione e dell'orrore, ora quelli di una insostenibile sapienza... Nel « secolo dei lumi », gli ossari che stavano ancora a cielo aperto in piena Parigi sono stati accuratamente ricoperti e i morti sono stati raccolti alla periferia delle città, nei cimiteri, sotto le pesanti lapidi dell’orgoglio familiare. Ai nostri giorni,  gli anziani vengono rinchiusi in ricoveri asettici, quando poi non li si lascia vegetare e morire nella solitudine. E così li dimentichiamo, per meglio convincerci di essere giovani, nella rassicurante pienezza di un tempo infinito. I malati incurabili, a loro volta, sono condannati alla segregazione scientifica degli ospedali, dove si muore soli, irti di sonde e di aghi, quasi sempre nell'incoscienza: senza amicizia, e soprattutto senza quella preghiera che guida l'anima sulle vie dell'invisibile. E ancora, senza che chi muore abbia la possibilità di lasciare a chi gli è vicino una parola che già viene dall'altro mondo, una parola che potrebbe prepararlo, a sua volta, per questo passaggio...

Ormai si è già detto tutto sulla censura della morte nell'occidente contemporaneo e, a quanto pare, le cose sono ancora più rozze nell'Unione Sovietica, dove i cimiteri sono spesso abbandonati nell'incuria più assoluta e con altrettanta facilità distrutti per lasciare il posto a degli stadi: largo alla vita! Negli Stati Uniti, si truccano i morti come se andassero ad un ultimo ricevimento Keep smile(continua a sorridere)  ancora una volta ,- e i cimiteri si stendono su vasti tappeti erbosi, innocenti come l'oblio. In un cantone svizzero, poi, per evitare lo choc psicologico della visione della bara, i cadaveri vengono portati via su una barella, come un malato o un ferito.

Si allontanano i bambini dai morti, quando invece il volto di certi morti, pacificato e bello, potrebbe aprire l'infanzia al mistero. Non si vegliano più i morti, cosi come non si dice più ai malati incurabili che stanno per morire. Per dire di queste cose, per vegliare, bisognerebbe saper assumere l'altro nella tenerezza e nella preghiera, nella Chiesa. La malattia e la morte sono presentate come dei casi che non hanno alcun significato, ma soprattutto non quello di mettere in causa la sufficienza di questo mondo. Ogni cosa viene rinchiusa nei limiti di questo mondo, e si cerca soltanto di eliminare le malattie, di ritardare la morte. Si vive, si muore, e, dato che c'è solo questo mondo, i sopravvissuti non possono né pensare né dire nulla. Il mutismo dei morti ci coinvolge tutti. Ci si dedica interamente a delle tecniche il cui « accanimento terapeutico» non è altro che un'esasperazione assurda. E se poi questo fa problema, lo fa soprattutto per dei motivi finanziari.

E l'angoscia avvelena tutto, produce una vera e propria nevrosi spirituale. Il desiderio dell'uomo ,nel senso in cui l'Apocalisse parla, in maniera assolutamente positiva, dell'« uomo dei desideri» -è coinvolto e sconvolto in un consumo nevrotico. La medicina psicosomatica conosce perfettamente la bulimia degli angosciati. Tutta la nostra civiltà ne è affetta: bulimia di cibo, di impressioni, di immagini, di suoni, e persino di divertimenti culturali; in tutto ciò affiora, viene alla superficie e diventa struttura storica il « peccato originale », quella captazione così profondamente ripiegata su se stessa che ha fatto sl che Romano il Melode, il grande innografo del VI secolo, potesse definire l'atteggiamento di Adamo come un « rifiuto del digiuno ». E si può ingannare l'angoscia anche con l'attesa, lirica o violenta, di una società perfetta...

E così si sviluppa una civiltà di drogati: eccitanti e tranquillanti fatti proliferare dall'industria medica, proiezione sull'altro, sul nemico, dell’ombra che ci è perseguita e nella quale le civiltà arcaiche vedevano l'immagine dell'alter ego, o dell'anima. E sono allora le grandi paure e i grandi odi astratti della politica. E l'erotismo, le droghe propriamente dette, un certo uso della musica o della velocità, le varie tecniche della estasi sradicate dal loro ambiente originario: si vorrebbe dare alla vita un'intensità che faccia scomparire tutte le ombre, ogni morte. Ma la morte ha sempre l'ultima parola. Non c'è nulla che lasci soli, ed in una solitudine tanto agghiacciante, come il parossismo. E resta solo il gioco con il suicidio -che è forse l'altra faccia di un'invocazione di aiuto - o il desiderio di farla finita con la società, non solo perché, a partire da Rousseau e soprattutto a partire da Marx, si è attribuita alla società la responsabilità di tutti i mali, ma perché, fatte cadere tutte le maschere, si scopre immediatamente che questa civiltà della felicità è in realtà una civiltà della morte.

Si finisce per rimaner presi nelle proprie reti. Quanti giovani si uccidono oggi perché ai loro occhi non c'è più nulla che abbia senso? Quante depressioni nervose, rapidamente cronicizzate, sfuggono alla terapeutica freudiana e possono essere spiegate solo da questa assenza di senso? La tentazione del suicidio si diffonde e l'esistenza stessa della specie ne è minacciata. Con la dissociazione tecnica della sessualità e della procreazione, gli indici della natalità crollano in tutti i paesi industriali, all'est più ancora che all'ovest; questa tendenza si sta ora diffondendo in Giappone, in Cina e nell'Asia del sud-est. Il trionfo del nichilismo rende ormai possibile, un po' dappertutto, un suicidio della specie.

Ormai il silenzio è rotto. Il tema della morte appare sempre più insistentemente nel pensiero filosofico, storico e medico. Viene denunciato lo scandalo di tante morti solitarie ed inconsapevoli, di tanti anziani abbandonati ed  ossessionati dall'angoscia. Non c'è dubbio che così si prepari una metamorfosi dell'ateismo. E sembra che sia ormai giunto il tempo di una tenerezza seria e triste, senza speranza, un tempo in cui gli uomini ormai orfani si stringeranno infreddoliti gli uni agli altri, circondando i morenti di un'attenzione tenera e delicata, e tuttavia vuota perché interamente di questo mondo. Si morirà fra amici, in una specie di estasi prodotta dalle droghe. Questo ritorno al nulla si consumerà come un incesto: anche qui, infatti, in questa privazione definitiva, non ci sarà più posto per il Padre...

E c'è ancora bisogno di dirlo? Non sarà certo la guarigione dalla grande nevrosi occidentale. Sarà il tempo di crisi spirituali ancora più grandi, contrassegnate da tentativi anticristici, ma anche da un rinnovato annuncio della Risurrezione.”

Olivier Clément

(da La rivolta dello Spirito, Milano, Jaca Book, 2000)

Ultima modifica Sabato 02 Luglio 2011 14:46
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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