Sabato, 25 Ottobre 2014
Lunedì 14 Novembre 2011 20:36

Il risorto cammina con noi (B. S.)

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Chi è capace di riconoscere la sua presenza? Il Signore risorto, che ha acceso nei nostri cuori la speranza di questa vita che non conosce tramonto, ci aiuti a riconoscerlo instancabile Viandante sulle vie travagliate della nostra storia.

Cammina davanti a me...

Camminare con Dio è un'espressione che la Bibbia usa per definire un uomo che vive nella piena comunione con Dio. Infatti, così il libro della Genesi presenta Noè, uomo che divenne primizia di un'umanità nuova, salvata dalle acque del diluvio: «Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio» (Gen 6,9). Ad Abramo, uomo delle promesse, invece, Dio si rivolge con un invito molto preciso: «Io sono Dio l'Onnipotente: cammina davanti a me e sii integro. Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò molto, molto numeroso» (Gen 17,1-2).
Un comando che ne condiziona tutta la vita. Cammina davanti a me significa, dunque, una vita vissuta di fronte a Dio, nella quale ogni passo viene fatto guardando a Lui. Un invito ad appartenere completamente a Lui, senza riserve.
La vita umana si presenta proprio come un "cammino". L'uomo, infatti, percorre diverse strade da solo, come parente, amico, concittadino, parrocchiano, eccetera... oppure come monaco, monaca che si avventura nei sentieri tortuosi della solitudine, nella ricerca dell'essenziale... nella ricerca di Dio.

Gesù viandante

Nella persona di Gesù, Dio stesso intraprende questo "cammino" umano, che ci conduce verso Gerusalemme, luogo della Pasqua del Signore. Nei Vangeli secondo Marco e Luca, Gesù si presenta proprio come un viandante che, accompagnato dai suoi discepoli, percorre la Galilea annunciando il Regno di Dio, ma a un certo punto, quando «stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme» (Lc 9,51), «perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme» (Le 13,33).
Non è facile stare al passo del Maestro che cammina così deciso verso il suo esodo, come pure non era stato facile lasciare tutto per mettersi in questo cammino, ma l'insicurezza aveva fatto spazio alla forza della speranza fissata in Gesù: «Lui libererà Israele»! Speranza mantenuta viva nonostante le difficoltà del viaggio, le fatiche e la stanchezza, fino a quel giorno, giorno della sua condanna e crocifissione, giorno della speranza delusa. Gesù è morto e contro la morte non ci sono rimedi. Nei cuori dei discepoli il posto della speranza ora è occupato da buio e angoscia, perché? Eppure Gesù diceva che il terzo giorno sarebbe risuscitato! Ma chi se lo ricorda oggi? Come immaginavano loro la liberazione d'Israele?
Alla condizione dei discepoli schiacciati dal dolore e disperati paiono riferirsi le parole del profeta Isaia: «Ogni uomo è come l'erba... secca l'erba, il fiore appassisce quando il soffio del Signore spira su di essi... veramente il popolo è come l'erba» (Is 40,6-8). Ma la speranza posta in Dio non può svanire nel nulla! Il profeta, infatti, aggiunge: «Secca l'erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura sempre!» (Is 40,8). Però, «con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute» (Lc 24,21). Tre lunghi giorni cui, però, fa seguito quel «primo giorno dopo il sabato».

Sulla via di Emmaus

Ci troviamo accanto ai discepoli incamminati verso Emmaus. Stavolta, non seguono il Maestro, non camminano sicuri e gioiosi sulle sue orme. Sono tristi. Conversano vivacemente di tutto quello che era accaduto a Gerusalemme e che ormai fa parte di quell'esperienza per loro davvero trau-
matica: di Gesù Maestro, condannato a morte e crocifisso. È proprio in questo momento che Lui in persona li segue, si accosta, li ascolta mettendosi al loro passo, cammina con loro, così come una volta loro seguivano Lui. Essi, però, tutti presi dai loro discorsi, sono «incapaci di riconoscerlo». Rimangono ancorati al passato, perciò il presente sfugge loro di mano. Uno dei grandi Padri della Chiesa osserva opportunamente: «Camminavano morti con il Vivente, camminavano morti con la stessa Vita, la Vita camminava con loro, ma nei loro cuori non c'era ancora la vita» (Sant'Agostino, Sermone 235,3).
Negli occhi dei discepoli si è fissata un'altra immagine, quella di Gesù sulla croce e di Lui messo nel sepolcro. I loro occhi, dunque, sono "imprigionati, incatenati" da qualcos'altro. Gesù, prima silenzioso compagno di viaggio, adesso domanda con stupore: «Che sono questi discorsi...?». Gesù è stupito, vede che davvero sono «tardi di cuore» e allora reagisce da Maestro: «Ma... che cosa state dicendo?». Alla domanda segue un'immediata reazione: «Si fermano», ma «col volto triste». Possiamo immaginare il loro stupore. Per riflettere, infatti, è necessario fermarsi. Nella vita quotidiana, in cui spesso capita di sentirsi come in una giostra, bisogna proprio fermarsi per non lasciarsi afferrare dalle preoccupazioni e diventare ciechi e «tardi di cuore».
«Tu solo sei così forestiero da non sapere!». Solo un forestiero, infatti, sarebbe stato all'oscuro di un evento così eclatante come quello accaduto a Gerusalemme. Cleofa è stupito dell'ignoranza di questo forestiero e così si affretta a raccontare quegli avvenimenti di cui parlava con il suo compagno per far uscire il suo nuovo interlocutore dall'ignoranza. Ma chi è veramente ignorante? L'evangelista gioca su due registri che non riescono a incontrarsi: sulla realtà della vita di Cristo Risorto e sulla speranza delusa che acceca i discepoli. Gesù, però, fa di tutto per risollevarli e per farli passare a un altro livello, quello della conoscenza di Lui attraverso le Scritture: «Cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro ciò che si riferiva a lui».
I discepoli forse hanno ancora nella mente l'insegnamento del Maestro: la parabola della pecorella smarrita, del figlio prodigo, del buon samaritano e tante altre, oppure i miracoli compiuti da Gesù. Tutto ciò li aveva convinti della sua «potenza in parole e in opere». Eppure Gesù per loro è morto, ma le donne e alcuni dei loro fratelli, recatesi al mattino al sepolcro, li hanno sconvolti con la notizia che Egli è vivo.
Il lettore sa che è Gesù stesso a parlare con i discepoli e si aspetta il momento in cui Egli si rivelerà oppure che i discepoli lo riconosceranno. Niente affatto! Il discorso si prolunga ed Emmaus si avvicina. Il viaggio si conclude e i discepoli rimangono nella loro ignoranza. «Oh, se sapeste il dono di Dio e chi è colui che vi parla!», si potrebbe dire citando Gesù nel suo colloquio con la donna samaritana (Gv 4,10). Si fa sera e il giorno declina. L'inaspettato invito, «resta con noi», apre una nuova possibilità di riconoscimento. «Egli entrò per rimanere con loro». I discepoli «tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti», con gli occhi «incapaci a riconoscerlo», aprono in un gesto ospitale la porta per il Viandante.

Verso i confini del mondo

Si compie qui quello che è detto nell'Apocalisse: «Ecco: io sto alla porta e busso. Se uno, udendo la mia voce, mi aprirà la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). Solo in questo momento, mentre si trovano a tavola, si aprono i loro occhi e lo riconoscono nello spezzare il pane. Allora il Maestro scompare, ma essi tornano a Gerusalemme ormai trasformati dalla sua presenza, con il cuore ardente dall'ascolto della sua parola. Nel loro cammino possiamo riconoscere anche i nostri cammini interiori con Gesù.
In diversi percorsi, dovunque si trovi, l'uomo è invitato a "camminare con Dio", vale a dire, vivere in comunione con Lui. Egli, infatti, in persona accompagna i passi dei suoi discepoli «fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Ma chi è capace di riconoscere la sua presenza? Il Signore risorto, che ha acceso nei nostri cuori la speranza di questa vita che non conosce tramonto, ci aiuti a riconoscerlo instancabile Viandante sulle vie travagliate della nostra storia.

B. S.

 

Ultima modifica Lunedì 07 Maggio 2012 21:47
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input