Giovedì, 23 Novembre 2017
Mercoledì 25 Febbraio 2015 10:37

Pregare tra tentazione e grazia (A. Torresin - D. Caldirola)

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Occorre che anche il prete parta dalla preghiera che c'è, anche se piccola e fragile, e si lasci condurre da essa nelle trasformazioni della vita. La preghiera come luogo delle tentazioni e della grazia.

«È evidente che ora prego meglio. Ma non riconosco più la mia preghiera. Un tempo, essa aveva un carattere d'implorazione testarda; e anche quando la lezione del breviario, per esempio, tratteneva la mia attenzione, sentivo che in me proseguiva questo colloquio con Dio, a volte supplichevole, e a volte incalzante, imperioso: sì, avrei voluto strappargli le sue grazie, far violenza alla sua tenerezza. Adesso arrivo difficilmente a desiderare una cosa qualsiasi, come il villaggio, la mia preghiera non ha più peso, vola via... è un bene? È un male? Non lo so» (G. Bernanos, Diario di un curato di campagna, 232-233).
Forse la nostra stagione non si riconosce del tutto nei preti che Bernanos descrive nei suoi romanzi: preti che oscillano nella lotta tra il tutto e il nulla, il diavolo e la salvezza, la grazia e la perdizione. Sembra un tono drammatico eccessivo. Ma ci fa bene rileggere pagine come queste che ci ricordano come proprio nella preghiera la vita di un prete sporge sull'abisso di un mistero che lo supera e lo genera, lo chiama e gli sfugge.
Anche solo le righe citate possono alludere al “dramma” della preghiera, ovvero alla sua storia imprevedibile e sorprendente. Perché la preghiera, quando è vera, anche quella di un prete, non può essere la monotona ripetizione di un dovere ma lo stare di fronte ad un “tu” che non smette di sorprendere e che rimane imprendibile. Il protagonista del Diario, da una parte, riconosce che la sua preghiera è migliorata, dall'altra, non la capisce più, non la riconosce del tutto.
Anche un prete spesso non è contento della sua preghiera, gli pare debole e incerta, la vorrebbe più profonda e appassionata. Eppure, occorre partire dalla preghiera che c'è, piccola e fragile, e lasciare che sia essa a condurci nelle trasformazioni della vita. La preghiera nella vita di un prete conosce una storia, vive evoluzioni che accompagnano il maturare di un'esperienza spirituale.

La preghiera di un prete

L'inizio non è facile, perché ci è chiesto di passare dai ritmi scanditi e protetti del tempo di formazione alla vita scomposta in un ministero dispersivo, che spesso manca di un quadro obiettivo di riferimento; e anche perché si entra nel ministero con un'educazione a pratiche di preghiera che non sempre si rivelano adatte al nuovo ritmo di vita. Ma proprio dentro questo scarto si impara a pregare, si vive un'esperienza spirituale che cerca l'essenziale, che entra "nel segreto" dove il Padre vede, che impara la fedeltà senza formalismi esteriori e cammina verso la semplicità unificata.
Ripensando ai nostri anni di formazione nel seminario, non possiamo che essere grati per quanto ci è stato raccomandato e insegnato. Ricordiamo ancora con affetto un vecchio padre spirituale, che insisteva in ogni occasione sulla "fedeltà" alle "pratiche" della preghiera quotidiana. Ci è stato insegnato il valore dei ritmi, dei tempi, delle ripetizioni della preghiera, del suo scandire con precisione la vita quotidiana. Tutto questo ci ha fornito di uno scheletro forte, di un'impalcatura solida su cui costruire il nostro edificio spirituale. Anche da preti ci capita con gioia di frequentare oasi monastiche dove riassaporiamo la bellezza di una giornata ritmata con regolarità dai tempi della preghiera. Ma il più delle volte la nostra vita di preti non è così. La complessità del ministero di giorno in giorno trasforma la nostra preghiera e la rende molto più simile a quella di un pellegrino, ritmata sui passi, fatta per la strada, custodita nel cuore.
L'evolversi della preghiera del prete allora è di più di un semplice processo di trasformazione, che inevitabilmente attraversa ogni aspetto e ogni tratto dell'esistenza umana; è piuttosto l'approfondirsi e il crescere dell'esperienza stessa di Dio, il continuo "semplificarsi del cuore", il maturare della fede: cambiamenti tutti che trovano nella preghiera il loro naturale luogo di sintesi. Crescere nella conoscenza di Dio è sempre oltrepassare una soglia per accedere alla familiarità con lui; nell'evolversi e nel mutare delle forme e talvolta anche delle sensibilità personali nell'esperienza della preghiera, ciò che in realtà si approfondisce è la relazione personale col Signore, la conoscenza e l'affetto che di lui il cuore sperimenta.

Le “tentazioni”

C'è un noto passo del Siracide che suona così: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione» (Sir 2,1). È vero; ed è ancor più vero quando si considera quel servizio del Signore che è il ministero, in particolare relativamente alla preghiera, segnato anch'esso da alcune tentazioni.
La tentazione di cucinare per altri senza nutrirsi, di essere presi dalle mille incombenze della pastorale, trascurando – anche in buona fede - la cura della propria vicenda spirituale e della propria vita di preghiera.
La tentazione di sistemare la preghiera, di guardare alla propria preghiera unicamente dal punto di vista del dovere, correndo il rischio di svuotarla dall'interno di senso e di sostanza, come ci ricorda Gesù stesso citando il profeta Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Mt 15,8).
La tentazione di farsi lo sconto, di giustificare ancora una volta a partire dalle tante occasioni di far pregare altri, di "dire una parola", di preparare una celebrazione... la trascuratezza nella propria vita di preghiera, quasi barattando o sostituendo con tutto questo il nutrimento per la propria fede e per la propria vita interiore. A fronte del fatto che, se spesso siamo bravissimi nel richiamare altri alla necessità e all'impegno della vita spirituale, non altrettanto lo siamo nel riconoscere umilmente le nostre mancanze al riguardo: «Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno» (Mt 23,3).
La tentazione di fuggire sul monte con due o tre, come per Pietro, Giacomo e Giovanni, che dopo la trasfigurazione sentono tutta l'attrazione di quella esperienza su di loro; nasce anche la tentazione di isolarsi, di fermare quell'attimo appropriandosene, di renderlo quasi un "loro" momento con Gesù: «Maestro è bello per noi stare qui» (Mc 94).
Quando educare alla vita di preghiera è duro, quando ti seguono in pochi, quando tante proposte spirituali alla comunità che ti è affidata cadono nel nulla, la tentazione di circondarsi di "pochi eletti" e con questi salire sul monte della preghiera lasciando a terra tutti gli altri, può essere forte: un rischio da non sottovalutare, una tentazione dalla quale doversi talvolta guardare.
C'è, infine, la tentazione radicale della preghiera: fare da padrone nella propria vita e portare questo anche nell'incontro con Dio, nella preghiera stessa. È un modo sottile per stare davanti a lui senza consegnarsi, per incontrare Dio e insieme di tenerlo a distanza.
Per fortuna non ci sono solo le tentazioni. La preghiera vissuta nel ministero è il luogo della grazia e delle grazie spirituali.
La prima grazia è quella di scoprire che tutto, nel ministero, ci riporta a Dio.

"Luogo della grazia"

Ogni azione, ogni momento della giornata, diventa un appello per scorgere le tracce del suo mistero. E, alla fine, cos'altro puoi fare davanti al mistero santo di Dio se non cadere in ginocchio e balbettare una povera preghiera? «Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre dal quale ha origine ogni discendenza, in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell'uomo interiore, mediante il suo Spirito» (Ef 3,14-15).
Oltre a questa grazia di fondo, ci sono altri due doni che ci piace ricordare. Il primo è che un prete non prega da solo, e che in tanti giorni è semplicemente portato dalla preghiera della sua comunità. Spesso sono i piccoli e i poveri a precederci e sostenerci con la loro preghiera. Ci capita a volte di arrivare con un po' di affanno, all'ultimo momento, per la celebrazione eucaristica, e di trovare la chiesa già "scaldata" dalla preghiera di chi ha appena terminato la recita del rosario, o si è messo in ginocchio in un silenzio carico di rispetto e di adorazione. E ci viene da pensare a tutte le persone che, mentre noi corriamo e ci affanniamo dietro alle responsabilità della parrocchia, pregano per noi: dai malati agli amici, dalle comunità monastiche ai nostri familiari che ci seguono da lontano. La preghiera della chiesa è come il letto di un fiume che ci precede e ci porta.
Questa dimensione ecclesiale della preghiera del prete rende inestricabile l'intreccio tra lui e la sua comunità. Ed è giusto che sia così. Anche quando un prete prega da solo, prega nella Chiesa e con la Chiesa, questo è ovvio; ma questo significa avere davanti agli occhi volti, situazioni, famiglie con cui si è in cammino, significa sentire il respiro e la forza di una comunità che cerca il Signore, che lo invoca, che a lui si affida. Non solo una comunità per cui pregare, ma una comunità che, con il prete, prega e intercede. Anche questa è la grazia della preghiera per un prete.
Il secondo dono è semplicemente che la preghiera di un prete, come la sua vita, si riempie di incontri, di esperienze, di volti per i quali egli non può che rendere grazie. La preghiera di gratitudine è nutrita dal ministero e lo rende a sua volta più lieto e gioioso. Lo diciamo con le parole di un prete amico. Se c'è una sorgente della mia preghiera, la ritrovo continuamente in questo: la preghiera come gratitudine. Insieme a questa componente vi trovo anche l'altra: la consegna di me. Gratitudine e restituzione, memoria e redditio: queste sono le parole che interpretano la mia preghiera. Perché mi accorgo che di fronte a tutto quello che mi è dato, devo fare i conti con un forte senso di sproporzione. Quello che riesco a restituire è ben poca cosa rispetto a ciò che ho ricevuto. Gratitudine grande e bisogno di consegna, nella percezione del senso di peccato, di limite, di fragilità. Con la sorpresa di trovarmi davanti a un Dio che ogni volta mi rinnova la sua fiducia. Così la preghiera è la sorpresa di chi riceve sempre una nuova possibilità.
Solo molte le persone che ci vengono a dire: «Padre, mi aiuti a pregare perché non sono capace». Di certo non sanno quanta fatica facciamo noi a pregare. Ogni volta semplicemente ci sentiamo dalla parte dei discepoli che chiedono al Maestro «insegnaci a pregare perché noi non ne siamo capaci». Questa incapacità ci ricolloca al posto giusto. La vera e l'unica grande preghiera è quella di Gesù Lui come Figlio, si offre, intercede, loda, benedice il Padre, è egli stesso una grande e infinita preghiera. Ai discepoli è semplicemente data la grazia di stargli vicino. Come nell'orto essi sono chiamati a “abitare” la preghiera di Gesù, a volte vegliando, molto più spesso sopraffatti dal sonno e dalla paura. Ma questo rimane il loro posto, il nostro posto giusto: incapaci di pregare stiamo semplicemente nello spazio della preghiera di Gesù Per questo un prete, mentre celebra l'eucaristia, si ritrova "messo in preghiera", semplicemente perché prossimo in modo singolare alla preghiera di Gesù

A. Torresin - D. Caldirola

(tratto da Settimana, anno 2012, n. 2, p. 4)

 

Ultima modifica Mercoledì 25 Febbraio 2015 10:51
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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