Venerdì, 14 Agosto 2020
Maestri Contemporanei
Maestri Contemporanei

Maestri Contemporanei (117)

Venerdì 10 Dicembre 2004 00:04

Camminare con Cristo (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Camminare con Cristo (1)
di Giovanni Vannucci




Stando alla pagina di Lc 9, 51-62, nessuno può entrare in quella nuova dimensione che Cristo ha portato alla coscienza degli uomini, se si volta indietro, se si sofferma su posizioni ormai sorpassate, se preferisce il saluto a coloro che deve abbandonare prima di seguire decisamente Cristo.
Vicino a Cristo, il passato, il dietro, il superato, non hanno posto.
Egli è il Figlio dell’Uomo.
Su questo passo noi dobbiamo ritmare il nostro cammino personale.
Egli non ha un posto dove posare il capo, nè un nido dove soffermarsi per la notte (cfr. Lc 9, 58): è sempre in cammino, è l’eterno pellegrino. E così dobbiamo essere noi.


Quando i discepoli giungono nel villaggio della Samaria e si sentono rifiutata l’ospitalità per il semplice fatto di essere Ebrei e di andare verso Gerusalemme, vanno da Cristo e gli dicono:
«Signore, vuoi che facciamo cadere dal cielo un fulmine che stermini tutta questa gente?».
Il Cristo dice: «Non sapete con che spirito parlate», e li rimprovera severamente (cfr. Lc 9, 54-55).

I discepoli non erano passati attraverso la novità del Vangelo. Erano ancora nell’economia del Vecchio Testamento: «Dente per dente, occhio per occhio. A chi ti toglie un dente, togli un dente; a chi ti toglie un occhio, togli un occhio; a chi non ti ospita, fai cadere un fulmine dal cielo perché bruci la sua casa» (cfr. Dt 19, 21). Per Cristo questo è il passato. Soffermarsi al passato è non seguirlo.

Si apriva, si apre con Cristo una nuova realtà. Le contingenze della terra, di accettazione o di rifiuto, di rispetto o di disprezzo, non hanno nessun senso per colui che segue Cristo. Egli deve compiere il suo cammino sempre in avanti. E a quell’ignoto che gli chiede di seguirlo, Cristo, leggendo nel suo cuore, dice: «Vedi, il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo. È sempre in cammino in avanti» (cfr. Lc 9, 58).

Quel tale non lo accetta, perché probabilmente aveva visto, aveva sentito la forte personalità di Cristo e cercava un rifugio vicino a Cristo: un grande padre che lo coprisse e che gli desse sicurezza. E Cristo gli dice: «II Figlio dell’Uomo, l’Uomo, l’Uomo vero, l’Uomo maturo non si sofferma neppure all’ombra di una grande paternità o di una grande maternità: va sempre avanti, solitario e pellegrino nella sua strada».

E all’altro, al quale Cristo dice: «Seguimi», e che gli chiede di andare a seppellire suo padre, Cristo dice: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (Lc 9, 59-60). Il morto è un essere che ormai ha compiuto il suo ciclo, e attardarsi per compiere anche quelli che per noi sono atti di pietà e di amore che vanno compiuti, è un non seguire il Cristo.

E all’altro che dice: «Ti seguirò. Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa» (Lc 9, 61), Cristo risponde: «No, Cristo è sempre avanti; seguimi».

Questa è la grande consegna che Cristo ci dà e che noi dobbiamo vivere pienamente: essere con Lui sempre, oltre tutti i margini che costruiamo, oltre tutti i limiti di civiltà, di cultura che costruiamo, perché Cristo è sempre avanti. Quando poi pensiamo di essere riusciti a dare alla nostra società una forma perfettamente cristiana e guardiamo la nostra società e poi guardiamo Cristo, vediamo che Cristo è avanti. E allora dobbiamo lasciare le belle costruzioni che abbiamo innalzato, le meravigliose strutture che siamo riusciti a edificare, per seguire Cristo che è sempre avanti e sempre oltre.

Attorno a Cristo non c’è niente di morto, attorno a Cristo non c’è niente di passato, attorno a Cristo c’è il presente, ma il presente che è mosso e fermentato da una speranza che ci proietta nel futuro.

E con tutto l’essere noi dobbiamo riuscire a seguire Cristo: con tutto l’essere, con la nostra mente, con il nostro cuore, con il nostro sentimento, con la nostra vita, con le nostre mani, pronte a distruggere quello che dobbiamo distruggere perché ormai è soffocante per la coscienza cristiana, è soffocante per Cristo che è in noi.

Ecco, c’è un punto sul quale noi dobbiamo tenere sempre vigilante la nostra attenzione: che il nostro cammino sia compiuto non da noi, ma da noi con Cristo, o «in Cristo», come dicevano gli antichi cristiani, nello spazio di Cristo.

La nostra Chiesa è in un momento di grande crisi, come tutta la società; noi sentiamo sulle spalle il peso di tutta una tradizione che è invecchiata, ce la vogliamo scrollare di dosso, non con le nostre velleità, con i nostri capricci, con le nostre stranezze, con le nostre stravaganze, ma ce lo dobbiamo scrollare dalle spalle con Cristo.

E se rinunciamo a una bellezza che non sentiamo più affascinante, dobbiamo rinunciarvi in nome di un’altra bellezza. Se rinunciamo a un canto che ora non esprime più il nostro sentire, la nostra sensibilità del sacro, lo dobbiamo fare in nome di un canto che esprima perfettamente e compiutamente e in perfetta bellezza quello che sentiamo del mistero di Cristo. Ciò non significa far delle cose brutte, delle cose superficiali, affrettate e più caduche di quelle che abbandoniamo per rinnovarci nel Cristo. Ma rinnovarci in Cristo significa muoverci con tutte le nostre facoltà creative di bellezza, di amore, di libertà, di grandezza umana.

Allora, camminiamo con Cristo. Adesso, se guardiamo la storia delle nostre Chiese, di tutta la cristianità, vediamo che c’è un continuo movimento. E questo movimento è sempre stato accompagnato da manifestazioni di bellezza, di libertà, di verità. A un certo momento c’è stata una chiusura e, anche dentro la Chiesa, abbiamo prodotto delle cose opprimenti, brutte, squallide, penose, perché la cristianità ha pensato di dare una definizione totale e perfetta di Cristo. E Cristo invece era al di fuori.

Allora la bellezza è nata al di fuori, la libertà è nata al di fuori, la ricerca della verità è nata al di fuori di questa struttura che si è chiusa. Ora noi sentiamo tutto il peso di questa chiusura che è avvenuta secoli fa. E come dobbiamo liberarcene? Camminando con Cristo.

Camminare con Cristo significa disseminare i nostri passi di crescente bellezza, di canto sempre più avvincente e più nostalgico della vita divina, di libertà sempre maggiore e più profondamente rispettosa dell’uomo, creando delle strutture talmente fragili che accompagnino il nostro cammino di pellegrinaggio come una tenda, che oggi stabiliamo in un posto, domani in un posto più avanzato.


Di questo dobbiamo persuaderci: attorno a Cristo non ci sono né cose brutte, né cose passate, né vecchi fermenti, né cose morte, ma c’è un rinnovamento continuo di vita. Ora, nel rinnovamento della vita, se noi partiamo dalla nostra piccolezza umana, creiamo sempre delle cose sbagliate, delle cose opprimenti, delle cose che non ci liberano. Se invece partiamo da quest’asse centrale che è nel nostro essere e che è Cristo, allora anche le nostre costruzioni saranno vere, saranno apportatrici di bellezza, di libertà, di amore, di respiro a tutti gli uomini.

Credo che seguire Cristo, oggi, imponga a noi una più profonda conoscenza della realtà di Cristo, un amore più appassionato di quello che è Cristo, non delle figure che la storia umana ha dato di Cristo, ma di quello che è Cristo nella sua purezza e nella sua essenza. E dopo dobbiamo muoverci, con questa ricchezza, con questo accrescimento di vita nel cuore, sicuri che tutto ciò che faremo sarà fatto in nome di Cristo e nella presenza di Cristo. E poi costruire sempre, ma costruire pensando al domani e non all’oggi, pensando di dare al nostro canto una latitudine che abbracci le generazioni che seguiranno, di dare alla nostra bellezza un tale respiro che possa essere comprensibile e illuminante anche per le generazioni che verranno dopo di noi.

Dobbiamo muoverci nello spazio di Cristo, e lo spazio di Cristo è l’infinito tempo,  l’infinito orizzonte, il «sempre oltre». Il sempre oltre al presente, il sempre oltre a tutte le realizzazioni che noi uomini possiamo compiere anche nel suo nome. Allora le cose che facciamo avranno sicuramente, anche se legate al tempo e allo spazio, il profumo dell’eternità e avranno il profumo del non spazio, perché nascono da questa nostra comunione profonda con il mistero di vita che è il Cristo, che è nel nostro cuore. E dal cuore dobbiamo riuscire a trarre tutte le nostre ispirazioni e tutte le nostre raffigurazioni di ciò che vogliamo compiere nel nome di Cristo.

(1) Omelia pronunciata domenica 27 giugno 1977 durante il rito eucaristico pomeridiano delle ore 19 nell’eremo di San Pietro alle Stinche - Greve in Chianti, FI). In La Vita senza fine, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1985; 13a domenica del tempo ordinario: «Camminare con Cristo». Anno C. Pag. 145-149.




Venerdì 19 Novembre 2004 01:37

Il volto nero di Dio (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Il volto nero di Dio
di Marcelo Barros




Un aspetto fondamentale del cammino di fede delle comunità cristiane di base latinoamericane è stato il loro riappropriarsi della Bibbia. Oggi i poveri meditano la Parola di Dio e l'avvertono non più come una legittimazione dell'oppressione e della sofferenza (come durante il passato colonialista), bensì come chiamata di Dio alla libertà e alla pienezza di vita. Questa diversa lettura aiuta a comprendere che - come diceva il vescovo Oscar Romero parafrasando Sant'Ireneo di Lione - «la gloria di Dio è garantire la vita e la dignità dell'oppresso» e non solo celebrare belle liturgie.
Nel continente latinoamericano, i più poveri tra i poveri - e anche i più esclusi dalla società -sono i discendenti degli schiavi africani, vittime tuttora di una triplice discriminazione: l'emarginazione sociale provocata dalle conseguenze della schiavitù, il razzismo più o meno camuffato, e i pregiudizi nei confronti delle loro espressioni religiose e culturali.

Di recente, a Goiània, capitale dello Stato di Goiàs (180km a sud-est di Brasilia), il ministero della cultura ha patrocinato un'esposizione di statue di Orixà (spiriti che tutelano la natura e le sue forze, siano esse magnetiche, minerali, vegetali e animali) in un parco centrale della città. Lo stesso giorno dell'inaugurazione, gruppi di protestanti pentecostali e di cattolici carismatici hanno organizzato manifestazioni religiose «in riparazione all'offesa recata Gesù Cristo» e «contro i demoni del Candomblè».
Pur abitando a 140 chilometri di distanza, mi sono sentito in dovere di partecipare all'apertura della mostra e di scrivere due articoli su quotidiani nazionali in difesa della religione degli Orixà. Così facendo, mi sono tirato addosso la rabbia di vari pastori protestanti e di sacerdoti cattolici.
In Brasile e in altri paesi dell'America Latina, alcuni esponenti del movimento per la coscienza nera sono molto critici nei confronti di una Bibbia ritenuta colpevole di aver fornito ai cristiani le giustificazioni teologiche della schiavitù dei neri. Secondo il testo sacro, infatti, gli africani sarebbero discendenti di Cain, il figlio maledetto di Noè. Il mito è noto: offeso dal comportamento di Cam, padre di Canaan, Noè avrebbe esclamato: «Sia maledetto Canaan! Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli». (Genesi 9, 25).

Si sa che gran parte delle famiglie afro vivono un sincretismo religioso fatto di cattolicesimo popolare e di credenze derivate dalle religioni tradizionali africane (Candomblé o Umbanda). Soprattutto in passato, hanno mostrato un profondo risentimento nei confronti di un'interpretazione della Bibbia secondo cui qualsiasi rito diverso da quello ufficiale sarebbe proibito e le religioni afro-brasiliane sarebbero idolatriche e demoniache. Si tratta. purtroppo, di un'interpretazione non del tutto scomparsa, come il caso di Goiània ha chiaramente dimostrato.
Leggendo la Bibbia partendo dal contesto storico, le comunità ecclesiali di base hanno però appreso che non è possibile paragonare il culto degli Orixà agli antici riti cananei e babilonesi. Li si dovrebbe invece associare ai culti pre-jahvisti. El Shabbaoth ("il Dio degli eserciti"), El Shaddai ("il Dio altissimo"), El Olam ("il Dio Eterno") e altre potenze celesti furono dapprima considerate vere divinità, poi, gradualmente, finirono con l'essere accettati come nomi dell'unico Dio. Altri dèi, quali Baal, Moloc e Astante, non furono invece accettati. Similmente, furono accolti alcuni culti di popoli associati all'Esodo e all'alleanza, mentre si rifiutarono altri, considerati idolatrici perchè legittimavano l'oppressione (Salmo 82).
Non c'è dubbio che le religioni afro riconoscono l'unico Dio e che gli Orixà (o Inquice) altro non sono che sue manifestazioni nelle forze della natura e nella memoria degli antenati.

Le comunità afro possono aiutare le chiese ufficiali a leggere la Bibbia in modo nuovo. Esse scoprono nel testo sacro quanto la Federazione dei vescovi cattolici dell'Asia ha affermato in un recente documento: «Il fondamento principale del dialogo tra le religioni è la certezza dell'universalità della grazia di Dio. Dio si dona, e su questo noi, esseri umani, non possiamo avere nessun controllo (...) Dobbiamo perciò conoscere quello che Dio ha detto e continua a dire in mille modi diversi. Aderire a questo con tutta la dovuta attenzione è un modo di rendere omaggio alla grazia divina. Dovremmo vedere le religioni come risposte all'incontro con il mistero divino o con le realtà ultime. Solo così le tradizioni religiose dell'umanità avranno il loro posto nel progetto divino di salvezza».

(da Nigrizia, febbraio 2004)



Giovedì 14 Ottobre 2004 01:10

Dal fango primordiale

Pubblicato da Fausto Ferrari

di Marcelo Barros

Lo scorso giugno a Pocos de Caldas, conosciuta per le sue acque minerali e i suoi fanghi termali, si è svolto il Forum sociale brasiliano sull'acqua, che dà continuità al cammino e chiarezza alla proposta di mobilitazione delle organizzazioni della società civile a difesa della natura e per la democratizzazione dell'acqua. Questo incontro non ci risveglia solo al tema della cura che occorre avere per l'acqua, ma ci ricorda anche la capacità terapeutica del fango, elemento fondamentale della Terra.

Lunedì 11 Ottobre 2004 21:49

L'eremita "custode della luce"

Pubblicato da Fausto Ferrari

di Massimo Orlandi

Il luogo del pellegrino è la strada. Quella che porta alle Stinche è poco più di un sentiero che si apre a fatica nel cuore del Chianti fiorentino. Quando i vigneti lasciano spazio ai misteri del bosco l'eremo sboccia, in una piega nascosta, come un fiore non colto. Anni Settanta. È questa la meta di migliaia di viandanti dello spinto, è qui che salgono, in una processione solitaria, religiosi che vogliono dare aria alla propria vocazione e atei che desiderano parlare di Dio, giovani in fuga dalla droga o semplicemente in cerca di sé stessi. Nel rustico, addossato a una chiesa trecentesca, li accolgono il silenzio della natura e le rare parole di un monaco: Giovanni Vannucci.

Lunedì 11 Ottobre 2004 21:16

Giovanni Vannucci

Pubblicato da Fausto Ferrari

di Alberto Camìci

Nota biografica (1):

Giovanni Maria Vannucci, frate dei Servi di santa Maria, nacque a Pistoia il 26 dicembre 1913. Seguiti gli studi ginnasiali a Firenze e quelli filosofico-teologici a Roma, pronunciò i voti solenni il 13 ottobre 1936 e venne ordinato sacerdote il 22 maggio 1937. Al Pontificio Istituto biblico di Roma ottenne la licenza in Sacra Scrittura nel 1943, sotto la guida del noto biblista e filologo prof. Vaccari, e nel 1948 la licenza in teologia presso l’Ateneo dell’Angelicum.

Mercoledì 08 Settembre 2004 22:03

Progetto di pace e violenze

Pubblicato da Fausto Ferrari

di Marcelo Barros

Un elemento comune a molte religioni è stato denunciato come espressione di una cultura violenta: la teologia del sacrificio. Le persone sacrificano animali e spargono sangue per rendersi graditi a Dio. Il cristianesimo non sacrifica animali, ma ha ereditato dal giudaismo una concezione di culto sacrificale. Le religioni nere e indigene sono pure considerate violente per l'uso di sacrifici animali e per le storie guerriere di alcuni Orixàs.

Domenica 27 Giugno 2004 23:27

Il sacramento della musica

Pubblicato da Administrator

Il sacramento della musica
di Marcelo Barros


 


Stato del Gioas, Brasile centro-occidentale, qualche anno fa. Un'assemblea di capi indigeni venuti da tutto il paese. In un intervallo dell'incontro, noto un indio solitario e triste. Mi avvicino e gli domando perché se ne sta così mesto.


L’uomo mi risponde d’impeto: "Perché non sto cantando". Gli dico che, se vuole, può senz’altro cantare. Mi guarda attonito e replica: "Ma io posso cantare solo se posso danzare".


Io a insistere che può cantare e danzare. E lui mi guarda ancor più sbalordito: "Io posso cantare e danzare soltanto nel villaggio, con la mia comunità".


Imparai così che per molti popoli indigeni la musica è un modo di mantenere l'equilibrio personale, un importante strumento di integrazione comunitaria e un vero sacramento dell’intimità con il divino.


Fra i vari segni ed elementi di una spiritualità cosmica che sto presentando lungo questo anno, vorrei invitarvi a riflettere sul senso spirituale della musica, e sul suo contributo per un ulteriore approfondimento della relazione con Dio, in comunione con le culture oppresse.


Business o preghiera


Chi vive in uno stile di vita occidentale si trova immerso in una coltura visiva, ma anche in una atmosfera riempita di suoni. Siamo costantemente esposti al rumore di apparecchi elettronici: computer, radio tivù e amplificatori. I mezzi di trasporto hanno clacson e suoni propri.


Ascoltiamo musica nello studio del dentista, in aereo e, in alcuni paesi, perfino nella stazione dei pullman. Ma questa musica elettronica non sempre riesce a condurci alla melodia profonda del cuore.


Nelle religioni antiche, la musica nasce dalla preghiera e serve a portare il fedele al più intimo di sè stesso, a unificare il suo cuore e così condurlo alla divinità. In certe tradizioni indù, la meditazione comincia con la melodia monotonica dell'Ommm, che deve regolare la respirazione e pacificare tutto l'essere. Anche nel buddismo, il mantra può mutare gradualmente lo stato di spirito del devoto.


Nel medioevo cristiano, i monaci ritenevano che il canto gregoriano li proteggesse dai pensieri negativi e li reintegrasse nella comunità terapeutica di fede. A quei tempi, le persone avevano coscienza del potere trasformante della musica. Mettevano in musica le parole delle Scritture perché rimanessero incise più a fondo nella memoria dei devoti e perché l'effetto di quelle parole fosse più intenso. Nel secolo XI, il monaco Guido da Arezzo codificò le sette note. La teoria musicale non comprendeva unicamente la composizione e l'esecuzione di musiche, ma le proporzioni architettoniche e la struttura della società. Si supponeva che la musica regolasse persino la salute del corpo e potesse spiegare il funzionamento dell'universo.


La musica è oggi una delle merci più redditizie dello show-business. Ma è necessario andare al di là della cultura dello spettacolo e ricuperare lo spirito della festa. In questo percorso, la comunione con le popolazioni tradizionali ha molto da insegnarci. Un capo indigeno mi ha fatto scoprire che il cantare umano unisce il cuore al Grande Spirito e alla sua melodia divina solo quando si integra nella grande sinfonia della natura. Lì la musica fa di ogni suono della vita un bell'accompagnamento strumentale e obbedisce alla melodia interiore che ogni essere umano custodisce nel più profondo di sé. Questa verità è attestata da sant'Agostino che già nel secolo IV insegnava: "L'uomo nuovo conosce il canto nuovo. Il cantare è segno di letizia e, se consideriamo la cosa più attentamente, anche espressione di amore. Colui dunque che sa amare la vita nuova, sa cantare anche il canto nuovo" (Discorso 34 sul Salmo 149).


(da Nigrizia, novembre 2003)

Sabato 26 Giugno 2004 10:24

La parola procede dal silenzio (Marcelo Barros)

Pubblicato da Administrator

La parola è un respiro che realizza un meraviglioso incontro tra il nostro essere interiore e l'universo che ci circonda. Ma la parola può essere anche suono vuoto. Per riscattarne la dignità occorre il silenzio, non già come assenza di comunicazione, bensì come tempo di ascolto degli echi che la parola suscita dentro di noi.

Sabato 26 Giugno 2004 10:04

Il quinto elemento cosmico

Pubblicato da Administrator

Il quinto elemento cosmico
di Marcelo Barros


La progressiva deforestazione non discende solo da un modello economico predatorio, ma anche dalla carenza di una spiritualità in grado di integrare la natura. Eppure il legno lo troviamo al cuore di culture e religioni.


Per varie culture indigene, l'essere umano fu fatto con il legno. La principale festa degli indios del centro del Brasile si chiama Quarup. In tale occasione le comunità riconoscono gli spiriti degli antenati, presenti in tronchi di palma bunti. Gli uomini li trasportano ritualmente e danzano con essi per ricevere la saggezza degli antenati. Allo stesso modo, nella religione candomblé di tradizione yoruba, uno degli orixàs - gli spiriti - più importanti, è la gameleira ("ficus insipida"), chiamata iroko.


È una visione ecospirituale che non esiste solo in America latina. Nella cultura cinese di ambito taoista, il legno è così importante da essere considerato il quinto elemento fondamentale del cosmo, con terra, fuoco, acqua e aria. I taoisti considerano il legno come un'energia di tipo "giovane yang". La forza del legno è più legata al mattino e all'est. Il suo colore simbolico è il verde.


Il legno, questo quinto elemento dell'universo, starebbe misteriosamente alla base, come energia preponderante, del biotipo di molte persone. Le "persone-legno" sono di umore stabile e solide convinzioni, di intelligenza estremamente pratica, e ricercano l'efficienza in tutto quello che intraprendono. Una chiave per capirle può essere l'albero. Esso affonda le sue radici nella terra quanto i suoi rami si slanciano nel cielo. Attraverso le radici assorbe l'alimento che estrae dall'acqua e dai minerali. È questa la sua salute. Così come alle "persone-legno" si consiglia di nutrirsi nel modo più naturale possibile e di sviluppare una spiritualità di relazione tra cielo e terra.


Oggi questa mistica ecologica è una responsabilità di quanti credono in un Dio Amore. La tradizione giudaico-cristiana non ha dato grande spazio, in forma esplicita, al rapporto spirituale con gli elementi naturali. Il fatto che molti popoli antichi adorassero la natura e praticassero sacrifici umani al sole, alla luna, alla terra e agli alberi, portò la Bibbia a mantenere un atteggiamento sobrio al riguardo di una spiritualità ecologica. Anche così, il collegamento del popolo della Bibbia con gli alberi viene dai tempi più antichi. Il paradiso, secondo le Scritture, è un giardino piantato da Dio. La Legge ordina di piantare ogni specie di albero da frutta (Levitico 19,23). Gli antichi patriarchi adoravano Dio all'ombra di una quercia, albero sacro. E, nonostante tutta la violenza della conquista di Canaan, la legge di Israele ingiunge di non distruggere gli alberi nel corso di un attacco o assedio a una città (Deuteronomio 20,19).


Il giudaismo posteriore alla Bibbia diede vita alla festa dell"'anno nuovo degli alberi": Rosh Hashana Lailanot. La celebrazione coincideva con la fine delle piogge e la prima fioritura dei campi. Ed è la festa della frutta. Si canta il salmo 128 e si offre uva alla donna della casa. Ultimamente in Israele si è ripresa l'usanza di piantare alberi in questa festa.


Narra la tradizione rabbinica che al tempo dell'imperatore Adriano gli ebrei si attaccavano sempre più alla loro terra, come volessero così compensare la perdita dell'indipendenza politica. Quando nasceva un figlio, la famiglia aveva l'usanza di piantare un albero: un cedro se era un maschio, un'acacia se era una bambina. Giunto il momento opportuno, i rami di quell'albero sarebbero serviti per fare il baldacchino per il matrimonio.


Un giorno, mentre attraversava la Giudea, il carro della figlia di Adriano ebbe una panne. Per aggiustarlo, i soldati della guardia pensarono bene di abbattere un cedro. I contadini ebrei presero le armi contro la guardia imperiale a protezione dell'albero. L'incidente divenne così serio che fece da scintilla alla rivolta di Bar Kochba (130 d.C.).


Buddha e Chico Mendes


La relazione spirituale con l'albero e l'identificazione con il legno è minacciata nel nostro mondo che distrugge ogni giorno di più la natura, e specialmente le foreste. Un rapporto delle Nazioni Unite informa che attualmente le foreste coprono appena il 70% delle terre emerse e ospitano più della metà delle specie vegetali e animali del pianeta. La distruzione delle foreste è legata allo sfruttamento dei popoli che in esse vivono. Secondo un altro rapporto, del Consiglio di sicurezza, in Africa c'è un legame diretto tra sfruttamento delle foreste e traffico d'armi (Nigrizia, 4/02, dossier).


In Brasile la distruzione dell'Amazzonia è un'espressione forte della schiavitù del popolo oppresso. Nel 1988 a Xapuri, nello stato dell'Acre, Chico Mendes venne assassinato per la sua difesa dei seringais (l'albero della gomma). È un martire della causa ecologica e della difesa degli alberi. Nella stessa epoca, nel sud del Brasile, tre studenti scelsero di essere messi agli arresti piuttosto che lasciare che la polizia tagliasse un'acacia secolare. A Rio de Janeiro, gli abitanti di una via formarono una barriera viva per impedire che un mango fosse abbattuto.


Greenpeace afferma che «ogni due secondi sparisce dalla faccia della terra un'area di foresta pari a un campo di calcio». Fate i conti e vedrete che la terra perde, un’ora dopo l'altra, una superficie di foreste equivalente a 1.800 campi di calcio.


Questa situazione discende da un modello economico e sociale di predazione, ma anche dalla carenza di una spiritualità che integri la natura. Nel VI secolo prima di Cristo, Buddha, l'illuminato, insegnava: «La foresta è un organismo di illimitata gentilezza e benevolenza. Nulla domanda per la propria sussistenza e moltiplica con generosità i prodotti della sua attività vitale. Dà protezione a tutti gli esseri viventi e offre un'ombra perfino al taglialegna che la distrugge».


(da Nigrizia, maggio 2003)

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