Domenica, 19 Novembre 2017
Maestri Contemporanei
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Maestri Contemporanei (114)

Lunedì 28 Gennaio 2008 23:02

L’uomo nuovo (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Gesù discese nelle acque dove i battezzati da Giovanni deponevano i propri peccati riemergendone purificati. Lui, l'incontaminato, immergendosi nelle acque assumeva su di sé il peso dei peccati dell'uomo...

Domenica 06 Gennaio 2008 00:20

La profezia biblica del Giubileo (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari
La profezia biblica del Giubileo

di Marcelo Barros




“Lo spirito del Signore è su di me
e mi ha consacrato per dare
la buona notizia a ipoveri (...),
per promulgare l’anno di misericordia
(amnistia o Giubileo) del Signore.»

(Is 61, 2 e Lc. 4, 18-19)

Quando le persone parlano di Giubileo certamente si ricordano delle feste che si celebrano comunemente quando nelle famiglie si festeggiano i 50 anni di matrimonio di una coppia o di un gruppo che si è formato 25 o 50 anni prima. Ma, per approfondire il nostro argomento, è importante studiare quello che dice la Bibbia in proposito.

Nell'Antico Testamento ci sono pochi riferimenti concreti che mostrino il popolo che pratica la legge del Giubileo. Se accettate di aprire con me la Bibbia, possiamo dare un'occhiata ad alcuni testi suggestivi che ci metteranno in contatto con questa storia. Un primo testo da leggere si trova in un libro che utilizziamo poco nell'uso quotidiano: il Libro dei Numeri. Il racconto, scritto secoli più tardi, si riferisce al cammino del popolo nel deserto. È probabile che il brano 36-11 dei Numeri si riferisca al compimento dell'anno del Giubileo al tempo della conquista della terra. Forse, nel tempo in cui le tribù degli ebrei conquistavano la terra di Canaan, non esisteva ancora questa legge. Ma è possibile che alcune di esse avessero usanze che hanno dato origine al Giubileo. Quando, dopo l'esilio di Babilonia, questa legge fu scritta alle comunità di Israele piacque veder proiettata quest’istituzione al tempo del deserto. Anche il redattore deuteronomista crede che nel regno del Nord, sia stato celebrato un anno di Giubileo quando Ieu distrusse la dinastia degli Ameridi e fece un'alleanza con Jonadab, il Recabita (2 Re 10,15). Ai tempi dell'Antico Testamento, c'era un popolo che conviveva con gli israeliti e manteneva uno stile di vita nomade nel deserto. Erano i Recabiti. Essi credevano che la grande causa dell'infedeltà del popolo di Israele verso Dio fossero le sue usanze, che a poco a poco non si differenziarono da quelle dei popoli vicini.

È probabile che, nel Regno del Nord, nell'anno 540 a. C, il re Ieu abbia proclamato un anno di liberazione della terra e degli schiavi. Poiché l'anno di Giubileo era contato di sette anni in sette anni sabbatici, questo sarebbe stato un anno giubilare. (1)

Più tardi, nel Regno del Sud, secondo Geremia, Dio dice: “Io vi ho comandato di liberare gli schiavi il settimo anno (e nell'anno del Giubileo) e voi non mi avete obbedito. Per questo ora andrete in schiavitù (Gr 34,12 5). In questo contesto il profeta allude alla vita e alla fedeltà dei recabiti che, in questo senso, rispetterebbero l'anno sabbatico e l'anno del Giubileo (cfr. Gr 35).

Certamente anche Ezechiele 46,17, Isaia 55 e Neemia 5,1-19, testi provenienti dal periodo immediatamente postesilico, contengono allusioni ad anni di Giubileo. Ma il testo più famoso e sempre ricordato è una proclamazione di un nuovo Giubileo dopo la dominazione babilonese: Isaia 61,1-2. Questo fu il testo che Gesù scelse, nella sinagoga di Nazaret, per presentare il suo programma di azione. Dice il vangelo di Luca, che i suoi ascoltatori rimasero meravigliati delle “parole di grazia che uscivano dalla sua bocca" (Lc 4, 22). Secondo la nuova Bibbia spagnola, lo stupore fu dovuto al fatto che Gesù non parlò della minaccia che la profezia conteneva. Enunciò solo la parte della grazia. Il testo di Isaia citato da Gesù contiene le stesse espressioni letterarie sull’"anno di grazia" che vediamo in Levitico 25, il testo più esplicito e dettagliato sulla legge del Giubileo. Per questo ora lo studieremo meglio.

a - Lettura del Levitico 25

1 - Il Signore disse ancora a Mosè sul monte Sinai:

2 - Parla agli Israeliti e riferisci loro: Quando entrerete nel paese che io vi dò, la terra dovrà avere il suo sabato consacrato al Signore.

3 - Per sei anni seminerai il tuo campo e poterai la tua vigna e ne raccoglierai i frutti;

4 - Ma il settimo anno sarà come sabato, un riposo assoluto per la terra, un sabato in onore del Signore; non seminerai il tuo campo enon poterai la tua vigna.

8 - Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni.

9 - Al decimo giorno del settimo mese farai squillare la tromba dell'acclamazione; nel giorno dell'espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese.

10 - Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un Giubileo ognuno di vuoi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia.

11 - Il cinquantesimo anno sarà per voi un Giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate.

12 - Poiché è il Giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi.

17 - Nessuno di voi danneggi il fratello, ma temete il vostro Dio, poiché io sono il Signore vostro Dio.

23 - Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini.

24 - Perciò,in tutto il paese che avrete in possesso, concederete il diritto di riscatto per quanto riguarda il suolo.

25 - Se il tuo fratello, divenuto povero, vende una parte della sua proprietà, colui che ha il diritto di riscatto, cioè il suo parente più stretto, verrà e riscatterà ciò che il fratello ha venduto.

b - Il contesto letterario e storico

I Giudei, che intitolavano ciascun libro biblico con le prime parole con le quali il libro incominciava, davano al Levitico il titolo di "Egli chiamò" (wayykra). (2)A poco a poco, a causa del suo contenuto, i rabbini cominciarono a chiamarlo "il libro dei sacerdoti", dal momento che conteneva le leggi per il culto. Dal secolo scorso, gli esegeti chiamano la parte del Levitico nel quale è inserito il capitolo 25 "codice della santità" (Lv 17-26). (3)

Non si tratta, quindi, solo dileggi, ma di una vocazione una chiamata che Gesù riprese nei Vangeli con altre parole: "Siate santi, perché Io sono santo" (Lv 19,2; cfr. Mt 5,48 e Lc 6,36).

Molti esegeti ritengono sia stata una situazione che non riuscì mai ad essere praticata in Israele. Alcuni credono non fosse nemmeno stata scritta per essere realmente messa in pratica. Doveva essere solo un orizzonte utopico, redatto nel contesto del ritorno all'esilio. (5)Sentendo affermazioni come queste, ho il dubbio che questi studiosi stiano tentando di dirci: "Non vale la pena prendere sul serio questa legge. E solo una teoria folle e senza una reale validità. La società non può seguire queste regole".

Diverse persone insegnano che il Giubileo è una legge senza nessun parallelo nella legislazione dell'Antico Oriente. Altre, invece hanno scoperto indizi dileggi, come questa del Giubileo, nei tempi preesilici e nella letteratura della Mesopotamia. La cosa più probabile è che il nucleo centrale di questa legge risalga all'occupazione di Canaan, quando si realizzarono le condizioni economiche e culturali per una legislazione di questo tipo. (6) Il Giubileo è una legge troppo ottimista per essere stata frutto di una situazione come quella dell'esilio o del periodo immediatamente successivo. (7) Probabilmente, all'inizio, la legge del Giubileo non fu pensata per essere ripetuta. Sarebbe stata applicata un'unica volta, cinquant'anni dopo la conquista, per correggere possibili errori nella distribuzione della terra e rimediare all'impoverimento dei contadini del Nord. Avrebbe dovuto essere una misura collettiva. Così come in Brasile la Costituzione del 1988 prevedeva un referendum per il 1993, nella Bibbia la legge delle tribù insediate in Canaan prevedeva una riforma 50 anni dopo. Con il passare del tempo, quindi, ciò che era stato necessario una volta divenne un punto di riferimento da ripetere ogni 50 anni.

Il contesto di questa legge fu un progetto di riforma agraria per il popolo che oggi possiamo chiamare dei senza terra. Includeva la cancellazione dei debiti, la liberazione degli schiavi e h restituzione del possesso della terra agli ex proprietari che l'avevano persa. Senza dubbio questa proposta di riforma sociale, contenuta nella legge del Giubileo, è totalmente differente da qualsiasi altra legge dell'Oriente e della società vigente in Israele. Essa è estremamente audace e coraggiosa. È una profezia. Quello che ha in comune con legislazioni e costumi orientali non è il suo contenuto o proposta. Quello che ha in comune con altre usanze è il fatto di basarsi su usi culturali agricoli vigenti in tutto l'Oriente (per esempio il riposo della terra, il sorteggio della proprietà e così via). Come realizzazione, per quanto riguarda Israele, il Giubileo non fa che radicalizzare una legge antica e già conosciuta in Israele come parola di Dio: la Legge del Sabato.

Quando, sul finire del periodo della dominazione di Babilonia, fu scritto il Levitico, la legge dava agli antichi proprietari della terra la speranza di recuperare la loro proprietà. Sia nel Levitico che nelle altre citazioni bibliche relative al Giubileo, i profeti e i sacerdoti insistono soprattutto sulla giustizia tra le persone e sul rapporto tra le persone e la terra.

c - Alcuni elementi ermeneutici del testo

- Il termine "Giubileo"

Giubileo viene dalla parola ebraica Jobel, montone, o più specificatamente corno, strumento suonato per annunciare il giudizio o la chiamata di Dio.

Secondo la tradizione, sul Monte Sinai, il Signore ordinò al popolo di tenersi a distanza. Ma disse: "Quando suonerà il corno (jobel), alcuni potranno salire sul monte" (Es 19,13). Il Jobel èlo strumentoche avvisa dell'inizio di un giudizio. Per questo l'anno del perdono e del riscatto, o della liberazione della terra, inizia con il suono del corno. Si chiama "anno di jobel” perché è il tempo nel quale Dio torna per giudicare il popolo e restaurare la sua giustizia. C'è una certa differenza tra il perdono e il riscatto. Il perdono biblico suppone già la giustizia. Per essere completo, deve essere accompagnato da una necessaria soddisfazione e riparazione della giustizia. Non basta chiedere il perdono teoricamente, senza impegnarsi a difendere la vita che è stata violentata, o trovare nuovi strumenti per rifare ciò che è stato infranto o danneggiato (e per il quale la persona chiede perdono). Invece il riscatto biblico è qualcosa di più e, più che perdonare, è liberare e ripristinare la giustizia, come se si tornasse indietro nel tempo e si rifacesse la storia. Nell'antico Israele c'era qualcuno che doveva ricoprire la funzione di goel, o vendicatore di sangue. Egli riscattava il parente prossimo caduto in schiavitù o il sangue di un parente assassinato. In alcune epoche, il riscatto assunse una nozione di "acquisizione". Chi riscattava uno schiavo, lo liberava per la sua casa o per il suo servizio. La persona che riscattava ripristinava un processo che riprendeva il passato e "vendicava l'ingiustizia fatta", non per una mera vendetta di odio, ma per ricostruire la giustizia. Per esempio, condonare un debito voleva dire che, da allora in poi, non doveva più essere pagato. Il riscatto è molto più coinvolgente. Mostrare che il debito è stato pagato e quindi chi è in debito non è colui che è considerato debitore, ma chi si ritiene creditore.

Tutto questo è vissuto nel contesto di un rapporto di alleanza e di comunione di vita. Nei tempi antichi, la persona riscattata assumeva un rapporto di alleanza con chi l'aveva redenta o riscattata. Così il riscatto di un popolo schiavizzato faceva di esso un popolo libero, un partner dell'alleanza con il suo liberatore. Per questo la Bibbia dice che il Signore è il nostro riscattatore e Gesù stesso assume la figura di redentore.

- Una spiritualità sabbatica

Poiché nell’anno del Giubileo vi è la radicalizzazione della legge del sabato, per comprendere lo spirito del Giubileo biblico dobbiamo approfondire il significato del sabato.

Secondo uno dei racconti della creazione (cf. Gen 1), tutta l'opera di Dio ha la sua meta e il suo culmine nella celebrazione del sabato: "Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò" (Gn 2,2-3). Dio stesso è il primo che celebra il sabato come tempo di riposo e di libertà.

Altri diranno “riscattatori" perché il povero non possiede nemmeno il tempo. È del suo signore o padrone. Quando Israele dice che il tempo è di Dio, rende possibile il fatto che esso sia per tetti gli esseri umani il tempo dell'amore e della libertà. In questo senso, il rabbino A. Heschel scrive: e d povero, tra il successo e la sconfitta. Celebrare il sabato è sperimentare la suprema indipendenza. (...) Il sabato è una personificazione della credenza che rotti gli esseri umani sono uguali e che l'uguaglianza tra le persone dimostra la loro nobiltà. Il peccato maggiore di un essere umano è dimenticare che è un principe. (9) importante osservare che cosa questa parola di Dio dica alla nostra vita oggi. Per Israele, non c'è vita senza sabato. Come non c'è vita senza amore e libertà. Occorre recuperare questa mistica sabbatica, sia nella nostra vita personale che nella pratica comunitaria, ecclesiale oltre che politica. Questo implica che la gente opti per recuperare il senso di un tempo più umanizzato. Rispetti di più il ritmo della vita, non accetti di vivere in modo disumano un giorno dopo l'altro senza concedersi riposo né tempo libero. Il riposo con Dio è il sabato. Gesù ha sempre difeso questa dimensione liberatrice del sabato. Liberatrice nel senso sociale e anche personale: "Il sabato è stato fatto per l'uomo". Fa parte di questa dimensione liberatrice trovare il tempo per rinnovare la consacrazione e vivere l'i gratuità della preghiera e dell'ascolto di Dio. Non c'è vita d'amore senza momenti di intimità, di ricreazione e animazione con cui si ama. Il Giubileo è un tempo nel quale, come dicevano gli antichi monaci, la persona è chiamata a vacare Deum, "fare ricreazione con Dio".

d - Il riscatto della terra

di Dio, scoprì che anche la terra appartiene a Dio. La proprietà del tempo, come della terra, è ricevuta gratuitamente e condivisa. C'è una relazione profonda tra il sabato e la proprietà della terra. Se il sabato è il tempo del riposo della persona, di conseguenza è anche il riposo della terra. Evidentemente, in una società agricola, se la terra non riposasse, nemmeno i contadini riposerebbero. Ma il fondamento teologico per questa prescrizione è come abbiamo già visto, che la terra appartenga al Signore e debba riposare come Dio riposò nel settimo giorno.

La terra di Israele, che rappresenta e simboleggia tutta la terra abitata, è in questo senso una terra santa che non deve essere profanata. L'Esodo insegna che, di sabato, il proprietario non deve raccogliere i prodotti della terra perché “ne mangiano gli indigenti del tuo popolo e ciò che resterà sia divorato dalle bestie della campagna" (Es 23,11). Nel Levitico è scritto: “Nel settimo anno (...) non mieterai quello che nascerà spontaneamente dal campo. Non vendemmierai l'uva della tua vigna che non avrai potato, sarà un anno di riposo completo per la terra" (Lv 25,5).

La motivazione non è solo quella di soccorrere gli esseri umani. È fondamentale che i poveri possano mangiare. Ma il testo sottolinea che la terra coltivata debba anche riposare. La dimensione sociale non è assente. Al contrario, si insiste continuamente: “Non opprimete il prossimo" (v. 17). L'ultima parte del capitolo contiene tutte le norme sulla liberazione degli schiavi e su come il popolo potrà avere cibo se dovrà passare un anno senza seminare e raccogliere. Lì si parla di “riscatto" della terra. E importante osservare come lo stesso linguaggio usato per il riscatto degli schiavi, o la punizione dei crimini sia usato in relazione alla terra. Si riscatta la terra come se si trattasse di un vivente che sta soffrendo. In questo contesto il Levitico dice che la terra non può essere venduta sempre. Viene riscattata nell'anno sabbatico come venivano liberati gli schiavi. Oggi la sensibilità ecologica e olistica ci aiuta a capire meglio che la terra ha, in se stessa, dei diritti e merita di essere riscattata, liberata.

Potreste interrompermi con un argomento che metterebbe in discussione tutta questa conclusione: Nel capitolo 25 del Levitico, la parola "terra" (Eretz) si riferisce al suolo coltivato e alla terra dove si abita, ma nel senso esclusivo del paese, cioè Israele. Non ha niente a che vedere con la terra nel senso di pianeta odi universo, e nemmeno di qualsiasi altra terra.

Di fatto, in una lettura letterale del testo si tratta solo della terra di Israele. Sembra che solo questa sia di Dio e non possa essere venduta. Ma altri testi quasi immediatamente posteriori ampliarono questa concezione: "Al Signore appartiene la terra e tutto quello che essa contiene, il mondo e quelli che lo abitano" (Sal 24,1). “I cieli sono i cieli del Signore, ma la terra, Lui l'ha donata ai figli degli uomini" (Sal 115,16).

In queste citazioni potete osservare l'ampliamento del concetto. La terra diventa tutta la terra. Personalmente, mi piace osservare che questa apertura appare di più nei testi dei Salmi. Attualmente, imparo ogni giorno di più facendo maggior attenzione al carattere universale della preghiera. I Salmi ci insegnano a pregare partendo dall'impegno per la giustizia e dalla comunione amorosa con la terra e l'universo. "Ho lodato il Signore per il cielo, (...) per la terra e per il popolo che gli è caro" (cfr Sal 148, 1.8.14). Ci ricordano che siamo proprietari della terra di Dio, siamo più vicini a Lui: "Dio salvi l'universo, dove abita Dio".

"Per amore di Sion, non tacerò
per amore di Gerusalemme non mi darò pace
finché non sorga come stella la sua giustizia
e la sua salvezza non risplenda come lampada (…)
Nessuno ti chiamerà più abbandonata,
né la tua terra sarà più detta devastata.
sarai chiamata mio compiacimento;poiché il Signore si compiacerà di tee la tua terra avrà uno sposo".

(Isaia 62,1.4)

Domenica 30 Dicembre 2007 01:03

Epifania del Signore (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Epifania del Signore

di Giovanni Vannucci


«Ecco, vennero i Magi dall’Oriente a Gerusalemme dicendo: “Abbiamo visto la stella del re dei Giudei e siamo venuti per adorarlo...”. Entrati nella casa videro il Fanciullo con Maria sua madre; prostrati lo adorarono, offrendo in dono oro, incenso e mirra» (Mt 2, 1-12).

Il giorno dell’adorazione dei Magi è designato dalla liturgia con il termine di Epifania, cioè di manifestazione della grandezza e del potere di Gesù a tutte le popolazioni della terra. I doni offerti dai Magi al Fanciullo rivelano la natura del Fanciullo: l’oro è l’offerta in onore dei re, l’incenso il dono al sacerdote, la mirra, sostanza per l’imbalsamazione, il dono alla vittima sacrificale. Il Fanciullo è il Re e la sorgente del potere esercitato in nome della verità di Dio; è il Sacerdote e la fonte del sacerdozio conforme al pensiero di Dio; è la Vittima che sacrifica se stessa per rendere possibile, nella dura èra attuale, l’accesso alla Verità. Nella sua nascita il Figlio di Dio è apparso in una porzione di terra non profanata da mano d’uomo, lo squallore della grotta è stata la condizione richiesta perché potesse comunicare con tutte le creature in perfetta libertà e immunità di privilegi. Questo fatto rivela la sovranità assoluta di Gesù, il suo potere regale non è la conclusione di ambiziosi sogni di potenza, il risultato di abili maneggi delle masse e delle loro oscure brame; ma è il servizio umile, incondizionato, silenzioso e fattivo di un amore per la verità e la vera grandezza dell’uomo. Nel Fanciullo venerato dai Magi, come Re, è già in atto quell’insegnamento che un giorno definirà la statura del Buon Pastore che «conosce le sue pecorelle ed è da esse conosciuto perché dà per loro la sua vita» (Gv 10, 11).

Il Fanciullo venerato dai Magi è anche il Sacerdote, l’origine e il compimento del vero sacerdozio, la cui missione è di ricongiungere la terra e il cielo attraverso il dono di sé e il servizio. La mancanza di ogni privilegio, la nudità più semplice, la libertà da qualunque casta terrena che poteva essere rappresentata anche dall’aprirsi di una casa per accogliere la Vergine partoriente, sono le ali che fanno volare nell’alto, nella sua opera mediatrice, il sacerdozio vero.

Anche qui l’essere prevale sull’avere. E da Cristo nasce non una casta sacerdotale avida di poteri e di privilegi terreni, ma un ordine nuovo di creature che in Lui ritrovano la perduta armonia dell’amore e del servizio silenzioso e fedele, perché ogni uomo, dall’umile e spoglia presenza del sacerdote cristiano, sia condotto a vedere in se stesso, senza violenze e senza imposizioni, la luce del Signore.

Il Fanciullo è anche la Vittima intatta, immolata nel punto più cruciale dell’èra in cui viviamo. La nostra èra è l’èra della forza bruta e spietata, i suoi sentieri sono segnati dalle vittime che si sono immolate per aprire un varco alla speranza e alla verità nel cuore dell’uomo.

L’unica via possibile per ritrovare il collegamento tra il cielo e la terra, tra il nostro io chiuso nelle valve dell’egoismo e l’Io divino aperto nell’infinito cielo è il sacrificio. E il sacrificio cruento è il diadema del vero Re, la corona sacra del vero Sacerdote.

Questo intuirono i semplici cuori dei saggi venuti a Betlem dall’Oriente, per venerare Colui che compiva la loro conoscenza e la loro speranza, ed era il fiore sbocciato dall’attesa religiosa dell’uomo.


(in Giovanni Vannucci, in Risveglio della Coscienza, Sotto il Monte, 1984; Epifania del Signore, p. 37-38. Anno A)

Venerdì 30 Novembre 2007 23:58

Helder, un dono di Dio al mondo (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Helder, un dono di Dio al mondo

di Marcelo Barros





È morto il 27 agosto 1999 dom Helder Camara.
Forse, in Brasile, molti giovani non l'hanno conosciuto. In realtà, per anni, il nome e la parola di questo vescovo profeta sono stati censurati dalla dittatura militare.

Poco dopo "l'apertura politica", dom Helder rinunciò al suo incarico di arcivescovo di Olinda e Recife. Il suo successore assunse il compito di distruggere quello che, per più di due decenni, il dom e la sua Chiesa avevano realizzato.
Negli ultimi anni, quello che non era riuscito ai militari è sembrato riuscire ad alcuni signori della gerarchia ecclesiastica: far dimenticare e passare sotto silenzio la profezia di colui che proprio Giovanni Paolo II, quando visitò Recife (1980) aveva chiamato:"Fratello dei poveri, mio fratello".
Lo Spirito di Dio ha affidato a gruppi di laici, come"Igreja Nova", il Cendehec (Centro di Difesa dei Diritti Umani D. Helder Camara) e quelli che coordinano le "Opere di Frate Francesco", la missione di restituire dom Helder al mondo e il mondo a dom Helder. In vari modi, questi gruppi hanno fatto in modo che la voce e la vita del dom fossero nuovamente conosciute ed ascoltate nel mondo. Hanno reso anche possibile che il vecchio patriarca fosse liberato da anni di silenzio e, a 90 anni, esercitasse nuovamente la sua missione di profeta.

Il nostro amato arcivescovo, che mai accettò di essere chiamato Eccellenza o "Dom", come titolo simbolo di nobiltà, fu veramente un dono di Dio per l'umanità di questo secolo. Sono vissuto ed ho lavorato con lui per dodici anni. Da lui fui ordinato diacono e poi prete. Con lui ho capito che il progetto di Dio è l'unità delle religioni e delle culture in funzione della pace e della giustizia per la terra. Nel 1970, aiutandolo a prepararsi per partecipare al Parlamento delle Religioni per la Pace a Kyoto (Giappone), lo sentii dire: "Le religioni devono dialogare e camminare insieme per essere la coscienza etica dell'umanità e il grido pacifico degli impoveriti".
Desiderava riunire gruppi e persone affamati e assetati di giustizia nel mondo intero dicendo loro che, anche se pochi e deboli, avevano un'immensa fecondità. Li chiamava "minoranze abramitiche". Mi ricordo il suo modo di essere vescovo. Aveva un funzione propria e personale di profeta, con la sua autorità morale e la sua responsabilità di pastore, senza tuttavia mai imporsi a nessuno. Una volta, ho visto un prete ringraziarlo per il fatto che, durante i suoi 21 anni di arcivescovado, non aveva mai assunto un atteggiamento autoritario o di rifiuto di qualcuno, nemmeno se questo lo aveva criticato apertamente o si era mostrato suo avversario.

Fu la sua fede nella responsabilità condivisa che lo portò a fondare la Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB), la Confederazione Episcopale Latinoamericana (CELAM), oltre ad avere ispirato la creazione della Sudene e di tanti organismi di promozione umana. Egli, che non aveva mai cercato il potere per se', ha vissuto i suoi ultimi anni ed è morto come il povero che ha sempre cercato di essere: "Vorrei essere una semplice pozzanghera per riflettere il cielo".

Mi ricordo della sua figura già curva, al festeggiamento dei suoi 80 anni, che danzava il frevo (danza del Nordeste brasiliano) con le comunità povere. Chiedo a Dio che ci dia nuovamente vescovi e pastori capaci di danzare il frevo con il povero.
Negli ultimi anni, ho seguito a distanza la sua campagna per un 2000 senza miseria. Nel 1996, aveva scritto insieme all'Abbe' Pierre, il francese apostolo della solidarietà che gli rendeva visita a Recife: "Abbiamo più di 80 anni e ancora ci sono molte cose da fare per rimettere il mondo in ordine. Con le poche forze che ci restano, continueremo a combattere contro la miseria".

Dom Helder è morto un giorno dopo la marcia che ha riunito migliaia di persone a Brasilia. I giornali discutono se i partecipanti fossero circa centomila, come previsto dai movimenti popolari, o quarantamila, come calcolato dagli organi di governo. Se potesse, dom Helder oggi ripeterebbe loro quello che proclamava già vent'anni fa: "Chi ha preso coscienza delle ingiustizie generate dalla cattiva distribuzione della ricchezza, se ha grandezza d'animo, coglierà le proteste silenziose o violente dei poveri. La protesta dei poveri è la voce di Dio".

Sabato 24 Novembre 2007 22:32

L’Immacolata Concezione (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari
L’Immacolata Concezione

di Giovanni Vannucci


Il 23 settembre, all’equinozio autunnale, il sole sembra vinto, le tenebre si prolungano; la diminuzione della luce durerà tre mesi zodiacali, fino al 21 dicembre, il solstizio invernale, quando la luce solare riprende il suo corso.

In questo periodo la Chiesa ha collocato la festa dei morti, e l’8 dicembre, tredici giorni prima della rigenerazione della luce, la solennità dell’Immacolata Concezione. Mentre la terra sembra venir sommersa nelle tenebre e nel gelo del primo Caos, la solennità dell’Immacolata viene a ricordarci che, al di là dello spessore della materia, delle tenebrose e confuse energie che l’intessono, c’è una luminosa e intatta Concezione che, movendosi dalla mente divina, si è densificata nella materia e ha avuto la sua perfetta manifestazione nella figura umana della Vergine, prescelta a generare il Sole eterno.

Non è facile per noi, abituati a esprimere i grandi misteri della Rivelazione con l’ordinario linguaggio della ragione - operazione questa assimilabile al gioco del fanciullo che tenta, sulla spiaggia, di introdurre l’acqua del mare nella buca che ha scavato -, afferrare il contenuto delle figure portatrici della Rivelazione. Ma, ponendoci davanti alla Donna rivestita di sole, qualcosa riusciremo a intravedere del suo mistero servendoci di una tradizionale metafora, conosciuta dai pensatori religiosi di altri tempi. Essa raffigurava la creazione come il risultato di quattro tappe successive: partendo dall’ultima, il mondo sensibile, e risalendo attraverso la penultima, il mondo della formazione; la seconda il mondo dell’ideazione; e la prima, il mondo degli archetipi o finalità ultime.

Prendo un esempio: ho nelle mani un orologio, esso è un meccanismo visibile, palpabile, il mondo sensibile; questo meccanismo è stato formato dal lavoro dell’uomo, il mondo della formazione; il lavoro è stato diretto da precisi concetti meccanici e matematici, l mondo dell’ideazione; questi tre mondi sono sintetizzati nell’archetipo mentale dell’orologiaio, che ha pensato di costruire uno strumento per la misurazione del tempo quantitativo. Viviamo in un mondo fatto di materia palpabile, controllabile, misurabile, definibile; questa materia viene intessuta da un infinito numero di energie, energie che hanno delle precise leggi concettuali, leggi che sono state pensate nell’infinita mente di Dio e amate e volute da un amore e una volontà ugualmente infiniti.

Nel primo stadio la concezione del divenire della creazione è immacolata, intatta. Questo primo istante è la mente di Dio, la Sapienza divina, ed è il principio archetipico di tutto ciò che è manifesto; è anche l’idea di questo principio, la prima speculazione della Prima Mente; vi è il Padre e vi è la creazione nel tumultuoso divenire, e nella creazione vi è la Luce.

Questa Luce è l’Immacolata Concezione che in sé compendia quanto di Vero, di Bello e di Buono è nel divino sogno creatore, e anche quanto di Vero, di Bello e di Buono verrà attuato nella creazione.

La Chiesa nella Liturgia, per esprimere l’istante che precede la creazione, si serve delle parole del libro dei Proverbi: «Prima che si ergessero con la loro mole i monti, prima che erompesse l’onda dalle sorgenti, io ero con il Creatore. Con Lui ero da tutta l’eternità, posseduta da Lui, partecipando alla formazione del creato. La mia gioia è di essere sulla terra, mia delizia dimorare tra i figli dell’uomo. Chi scopre me trova la vita; il mio pane viene mangiato, il mio vino viene bevuto da chi ha raggiunto la semplicità» (cfr. Pr 8, 22-31), e attribuisce queste parole a Maria.

La creazione nella coscienza umana è stata infranta, l’uomo si è separato dal mondo archetipale divino, e ha voluto usare del creato come se avesse in se stesso, immanente, la propria ragione d’essere. Ma la ribellione non ha infranto il profondo tessuto delle cose. Il principio archetipico di tutto ciò che è manifesto, l’incontaminato piano della Prima Mente, la Sapienza divina ha continuato a emanare la sua Luce: questa Luce è l’Immacolata Concezione.

Cercate di vedere il nulla assoluto, e in questo nulla la Trinità Santa, imprincipiata e dalla quale tutto principia, che pensa ciò che esteriorizzerà, ciò che manifesterà, ciò che creerà. La visione della creazione prima del suo inizio è l’Immacolata Concezione.

Nel tempo della più densa tenebra dell’anno qualitativo, l’anno liturgico, quando tutto sembra ritornare tenebra nel caos primordiale, viene celebrata la solennità della Luce incontaminata, dell’Ideazione incorrotta del creato, della Concezione Immacolata. La manifestazione dell’incorrotta Luce è la Vergine-Madre che, il 25 dicembre, contempleremo immersa nella luce e nel canto degli Angeli dopo aver dato alla Luce il Salvatore.

Nella teofania dell’Immacolata Concezione la creazione è stata riplasmata, ricostruita, ripartorita. Nel suo seno la natura umana ha ripreso il suo destino divino, e agli uomini è stata restituita la facoltà di divenire «figli di Dio». L’Immacolata è un concetto che prelude a un altro, quello dell’Assunta. L’Immacolata e l’Assunta non costituiscono soltanto la gloria di Maria Madre di Gesù, ma anche la gloria dell’umanità esprimente Gesù, e riassunta e riespressa in Cristo.

Maria è la prima creatura che ha realizzato il suo corpo immacolato e glorioso, ma essa non è che una caparra, una promessa, un invito. Tutti ritroveremo l’Immacolata Concezione e tutti saremo assunti. Maria è l’atomo infranto attraverso il quale la creazione passerà. Maria è l’archetipo umano per eccellenza, come Cristo è l’archetipo cosmico per eccellenza: misteri che il linguaggio umano può sfiorare, ma non spiegare.

Salmo in lode della Vergine Maria

Dio si è unito all’umana natura,
la parte si annienta nel tutto,
il finito nell’infinito, il tempo nell’eternità.
La Parola si è fatta carne,
viva è la carne per l’abbraccio dello Spirito,
la terra ritrova il suo perduto ritmo.
Nell’unità è abolita la separazione,
alba è la Vergine del tuo eterno giorno, o Signore,

per l’umanità infranta nella notte dei tempi.
Il peccato antico, densità della forza separatrice,
è abolito dal “si” della Vergine,
al folgorante bacio dello Spirito.
Eva è tornata nel fianco di Adamo,
gli opposti principi riuniti nell’unum,
il serpente separatore ha perso il veleno.
L’inquieta ricerca è placata,
un canto nuovo intonano i cieli,
la Parola vive nella carne, la carne nella Parola.
L’uomo non è più figlio solitario della carne,
figli non genera più il sangue,
erompe la vita nell’estasi dell’unum.
La tua discesa nella carne, o Parola eterna,
rivela la purità dell’amore immanente nel creato,
la verità di ogni sogno di vita,
il compimento di tutte le attese.

(da Giovanni Vannucci, L’Immacolata Concezione, 8 dicembre - Anno C; in La vita senza fine, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG), 1985, pp. 242-246)
Lunedì 29 Ottobre 2007 21:14

Disposti a pagare il prezzo (Marcello Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Disposti a pagare il prezzo

di
Marcello Barros

Nel Forum, come quello tenutosi a Nairobi, la cosa più importante non è tanto raggiungere un consenso o elaborare dei bei documenti finali, quanto fare in modo che i partecipanti possano mettersi in discussione e le organizzazioni di base ne possano uscire rafforzate. Sicuramente tutti i partecipanti a questo Forum sono stati colpiti dall’estrema povertà della maggior parte della popolazione di Nairobi, e dal fatto che i missionari vivono con loro come gesto concreto di solidarietà, volto a concretizzare un cammino di trasformazione. Questa situazione scandalosa, che colpisce la maggior parte dell’umanità, sembra far sentire il suo grido in America Latina, Africa, Asia, rimandandolo alle chiese, affinché escano dal loro letargo dogmatico e religioso per non essere poi condannate, come complici di omissione, di fronte al genocidio che il neo-liberismo sta operando nel mondo.

Al Forum ci si è chiesti, molto provocatoriamente, se i teologi della liberazione si mantengano fedeli all’ispirazione originale, oppure se molti hanno abbandonato il loro impegno per i poveri per convertirsi a una teologia liberale, capace di dialogare con e scuole europee,svincolandosi dall’impegno per realizzare una trasformazione sociale e di liberazione.

La questione posta dal teologo asiatico Rowan Silva interpella tutti noi:”Se non siamo disposti a pagare il prezzo di essere a fianco dei poveri e degli oppressi, la nostra teologia è inutile”. Silva ha insistito su una nuova teologia che entri in relazione con le religioni. Ha ricordato che in Asia, il cristianesimo ha bisogno di un “battesimo di immersione” nelle acque delle grandi religioni asiatiche, come pure di andare al calvario con i poveri.

Forse per questo, le persone hanno affermato che la spiritualità “per un nuovo mondo possibile” non è ristretta alle istituzioni religiose, ma deve essere libera e indipendente dai dogmi e dalle strutture religiose.

Il Forum si è concluso senza fissare un appuntamento futuro. Nei corridoi, tante persone si sono domandate perché i più famosi teologi della liberazione non fossero presenti a un evento così importante. La risposta più immediata riguardava l’aspetto economico. In modo particolare, il costo del biglietto aereo.

A parte ciò, fin dagli anni’80, in ambito cattolico, la discussione teologica è stata vista con sospetto, fino a essere perseguitata dal Vaticano e, in determinati ambienti, dalle gerarchie locali. Ci si chiede: in che modo si può creare uno spirito di lavoro comune e di interesse al dialogo, come è emerso al Forum? Tale problema suggerisce, soprattutto ai cattolici, quanto questo Forum abbia una natura più ecumenica. Anche se si deve riconoscere che la maggior parte dei partecipanti era di estrazione cattolica e la questione ecumenica è stata trattata solo in maniera minore.

Il giorno dopo la chiusura del Forum di teologia, è cominciato il 7° Forum sociale mondiale, che, più dei precedenti, ha aiutato i partecipanti a confrontarsi direttamente con situazioni di povertà, che molti nordamericani, europei e anche latinoamericani non avevano mai visto prima. Nel Forum mondiale non si è parlato di spiritualità, anche se un partecipante si è posto la seguente questione: “Non appartengo a nessuna religione, non mi pongo la questione su Dio, ma ho visto tanti poveri partecipare al Forum. Osservando la creatività di questa gente, mi sono interpellato nel mio essere più profondo. Non so se tutto ciò significhi”spiritualità”, ma credo che sia questa energia di solidarietà che mi sfida a cambiare il mio modo di vivere”.

(da Nigrizia, marzo 2007)

Lunedì 29 Ottobre 2007 20:57

L’unità dell'amore (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari
L’unità dell'amore

di Giovanni Vannucci


Cristo ha portato la Legge alla sua perfetta maturazione dischiudendo alla coscienza l’immenso orizzonte in cui l’amore di Dio, l’Invisibile, e del prossimo, il Visibile, si unificano in un’unica espressione nel cuore dell’uomo. «Ama il Signore tuo Dio con tutto te stesso; ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22, 37-39). Al comandamento e, in conseguenza, all’impulso di Cristo, il cuore umano oppone due formidabili resistenze: «l’egoismo», nelle sue molteplici sfumature, e «la grettezza morale», cioè la mancanza di generosità nelle piccole e grandi cose.

L’egoismo è il primo nemico dell’amor di Dio, chi ama appassionatamente se stesso non può logicamente amare Dio: chi ama cerca sempre cosa può dare all’amato; l’egoista si domanda sempre cosa può ancora ricevere. L’amore verso l’Invisibile è un amore del tutto altruista. Chi ama Dio vuole unicamente piacere a Lui solo, per piacere a Dio niente è mai troppo duro da compiere, troppo amaro da sacrificare, e dona se stesso totalmente, senza mezze misure, senza meschine preoccupazioni. Per lui amare è tutto, che importa se il suo amore sarà corrisposto o meno? Egli è pago d’amare con tutto il cuore, con tutte le sue capacità; a questa divina ebbrezza mai arriverà l’egoista, in lui la preoccupazione di se stesso ostacolerà ogni slancio. In lui l’amore di Dio diverrà timore; la volontà di ascesa si trasformerà in ricerca di meriti; il pentimento delle colpe commesse si muterà in penosa attrizione di rimorso, causata dalla paura; l’Iddio misericordioso diverrà il Dio tremendo; l’egoista, misurando sul suo metro lo stesso Dio, verrà a trovarsi nelle condizioni di antagonista; per l’egoista una sola via è possibile: quella del più nero pessimismo e scetticismo. Ripiegato su se stesso, non pecca, ma solo per non rischiare, perciò non acquisisce neppure del merito. Potrà osservare tutti i dieci comandamenti di Mosè, ma gli sarà impossibile aprirsi al comandamento dell’amore, perché il suo cuore è colmo solo della preoccupazione di sé.

Infinite sono le sfumature dell’egoismo: si nascondono in ogni crepa della coscienza, si valgono di ogni farisaica impostura; chi ama sa scoprirle in se stesso e spietatamente le distrugge. Una delle più pericolose maschere dell’egoismo è il vittimismo. Chi passa il tempo a compiangersi, chi va in cerca di motivi di malcontento, chi si sente il centro d’attrazione di ogni possibile disgrazia, non raggiungerà mai l’amore. Per lui non esiste alcuna possibilità di volo; ripiegato in se stesso, autoirrorantesi di lacrime, si ritiene oggetto dell’universale interesse e non capisce come la vita lo sorpassi in corsa.

Se l’egoismo si oppone all’amor di Dio, la grettezza morale si oppone a quello del prossimo: «Ama il prossimo tuo come te stesso». La farisaica domanda sorge subito: «Chi è il mio prossimo?». L’egoista è anche gretto, ingeneroso, non può amare Dio, perché troppo occupato ad amare se stesso; non può amare il prossimo suo, perché non ha prossimo. Chiuso nella torre di avorio delle sue personali preoccupazioni, può giungere alla falsa generosità dell’elemosina, traendo da essa un piacere, ma non perché senta il bisogno del prossimo come un suo bisogno, come una diretta relazione di Carne e di Charitas. Il gretto può essere formalmente virtuoso, austero puritano, ipocritamente religioso, non solo per la stima che gli altri possono avere di lui, ma per un suo interiore compiacimento. A lui sono ignote tutte le generosità, le coraggiose imprese, tutti i rischi.

L’uomo è chiamato ad attuare l’amore, non il timore. Amore giocondo verso l’invisibile Iddio, senza sottigliezze metafisiche, amore grato per ogni cosa bella, per ogni cosa buona, amore sereno e fiducioso, paziente e generoso verso tutte le forme di vita, non esclusa la propria, considerata come una potenza spirituale in ascesa; amore forte e coraggioso che trae dalle avversità l’alimento per la sua nutrizione e per il suo sviluppo; amore naturale che non costa sforzo, che non si esaurisce nel dare, ma trae dalla sua stessa grandezza sempre nuovi doni. L’uomo si matura sotto il raggio dell’amore, come il frutto sotto quello del sole. Il «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli» non è più un poetico dolcissimo comandamento, ma diviene un semplice modo di essere nella vita.

se stesso. Quando l’uomo avrà fatto dell’amore verso Dio e dell’amore per il prossimo un solo amore, l’umanità realizzerà se stessa nella pienezza della Luce.

Ogni amore che non saldi i due amori in un solo amore è limitante, soffocante e null’altro è se non amore di sé. Quando diciamo d’amare e, in nome di quest’amore, violiamo la personalità dell’altro, consumiamo solo una rapina, anche se col beneplacito del rapinato. Afferriamo per le ali la farfalla, invece di contemplarla, con amore, libera sui fiori; imprigioniamo in gabbie, non importa se d’oro, gli usignoli creati per la dolcezza delle notti. La prima lettera dell’amore si chiama «libertà»; Dio amandoci ci dona questa libertà, totalmente; ci dà tutto, si affida a noi senza difesa, non ci impone il suo amore, lo mette alla nostra portata, attendendo che impariamo a viverlo per la nostra gioia e la gioia di tutti gli esseri.

La conoscenza di tutte le conoscenze, la chiave di tutte le chiavi è questa: conoscere nel proprio mistero il mistero che tortura l’anima del fratello che ci siede accanto; fare della tortura del nostro fratello la nostra tortura, fare della gioia del nostro fratello la nostra gioia. Allora la divina realtà dell’amore trionfante irradierà le coscienze, non vi sarà più né mio né tuo, né padrone né servo, né oppresso né oppressore, non vi sarà più il male perché il male è uno solo: quello che soffre l’altro e che tu, per nessuna cosa al mondo, vorresti causare né causerai.

(Giovanni Vannucci, «L’unità dell’amore» in Risveglio della coscienza, Sotto il Monte, ed. CENS, 1984, 30a domenica del tempo ordinario - Anno A, pp. 180-182).
Venerdì 26 Ottobre 2007 00:59

Attualità di don Primo Mazzolari (Sebastiano Cesca)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Testimone e profeta del nostro tempo

Attualità di don Primo Mazzolari

di Sebastiano Cesca



LE TRACCE, L'EREDITA', L'ISOLAMENTO

A 40 anni dalla scomparsa del suo eccezionale "curato di campagna", Bozzolo, un paesino agricolo della bassa mantovana di 4000 anime, conserva ancora segni significativi della presenza di don Primo Mazzolari. Il visitatore che arriva nella chiesa principale del paese, la bella parrocchiale dedicata a S. Pietro, trova in testa alla navata destra una lastra tombale che reca semplicemente scritto PRIMO MAZZOLARI - SACERDOTE e due date: quella del battesimo (1890) e quella della morte (1959). Addossato al muro c'è il nudo bassorilievo ovale di un ramoscello d'ulivo innestato su un tronco. A pochi metri di distanza, oltre la sacrestia, si trova lo studio, ove per 27 anni dal '32 al '59, don Primo ha letto, meditato e scritto, attorniato da cumuli di carte e libri.
Oggi quei libri sono raccolti ed ordinati nella biblioteca della "Fondazione P. Mazzolari", sempre in Bozzolo, in un edificio ad essa dedicato ove sono sistematicamente catalogati anche i testi di centinaia d'articoli, saggi, discorsi prodotti lungo oltre un quarantennio d'intensa attività pastorale ed intellettuale. La Fondazione, costituita nel 1985 con decreto del presidente della Repubblica, è guidata da un comitato scientifico composto da docenti universitari, in prevalenza storici, sociologi e pubblicisti, fra i quali si segnalano G. Campanini, M.Guasco, A.Bergamaschi ed altri. Semestralmente è pubblicata, ormai da 10 anni, la rivista "IMPEGNO - Rassegna di religione, attualità e cultura", che si prefigge di presentare, analizzare, studiare il messaggio mazzolariano con il contributo, anzitutto, dei componenti del comitato scientifico, ma anche di giovani studiosi: oltre una settantina di laureandi ha attinto alla documentazione raccolta a Bozzolo per i lavori di tesi.
La Fondazione cura anche la pubblicazione di QUADERNI di documentazione che raccoglie testi d'articoli apparsi su giornali e riviste; inoltre mantiene i rapporti con gli editori che pubblicano le opere postume di don Primo.
Si tratta complessivamente di un lavoro non indifferente se si considera che i 20 volumi pubblicati tra il '32 e il '58 sono stati seguiti da altrettante opere postume tra il '60 e il '91. Si tenga conto, poi, che solo sul "Nuovo Cittadino" di Genova sono apparsi 67 articoli tra il '37 e il '49! Si tratta quindi di un'ingente mole di materiale che ben si presta ad analisi e connessioni con l'intensa produzione saggistica e letteraria francese di quegli anni (Maritain, Mounier, De Lubac, Bernanos, Mauriac...). Don Primo leggeva correntemente il francese ed anche il tedesco, così superava i limiti di un isolamento che il regime fascista riservava ai suoi oppositori. Egli, infatti, avversò decisamente il fascismo fin dal '25; nel '31 fu oggetto di un attentato - tre colpi di rivoltella sparati nella notte contro la finestra, dopo averlo chiamato - a Cicognara (MN), iniziale destinazione come parroco prima di Bozzolo.
Anche la cultura letteraria ufficiale lo ignorò per lungo tempo, ma fu soprattutto l'isolamento nella Chiesa che tanto amava - e dalla quale mai si allontanò nonostante i sospetti, i richiami e i provvedimenti - a costargli un'indicibile pena. Disse di sé stesso: "Pronto all'obbedienza, ma con la schiena diritta".

Ma prima di chiederci chi fu don Mazzolari, che cosa ci ha lasciato, lasciatemi dire di un altro segno della sua presenza colto a Bozzolo: la profonda emozione che ho avvertito nella sua chiesa quando ho ascoltato dal suo attuale successore - don Giovanni - un'omelia che echeggiava nei toni di voce, nell'essenzialità dei temi evangelici (si trattava del perdono nella vita di coppia durante una cerimonia nuziale), nella fine sensibilità psicologica, non solo lo stile, ma soprattutto l'anima, la passione apostolica di don Primo.

LA PRIMA CONTESTAZIONE E UN GIORNALE SCOMODO

Avevo conosciuto don Mazzolari attraverso il suo quindicinale "ADESSO" negli anni dell'università. Erano gli anni caldi della prima contestazione cattolica in impaziente attesa del rinnovamento conciliare che sarebbe sopravvenuto solo una decina d'anni dopo; ed era il tempo in cui Mario V. Rossi era presidente della Gioventù Cattolica - ex-GIAC - e don Arturo Paoli assistente centrale: entrambi, unitamente ad altri dirigenti del movimento - interpretando un certo disagio della "base" - si opponevano alle operazioni para-politiche di L. Gedda (fondatore e gestore incontrastato dei "comitati civici") che sostenevano l'alleanza coi fascisti nelle elezioni comunali di Roma (1951). Ma Gedda godeva di larghe approvazioni curiali e politiche, cosicché la sua linea risultò vincente ancora per un decennio. Naturalmente M. V. Rossi, don A. Paoli ed altri dirigenti centrali furono dimissionati. Molti "reduci" da quella battaglia si ritrovavano idealmente sulle pagine di "ADESSO", il giornale fondato nel 1949 da don Mazzolari che aveva fatta sua la frase del grande teologo svizzero Karl Barth "un cristiano con la Bibbia in una mano e nel cuore, e nell'altra il giornale" per esprimere un'attiva partecipazione ai processi culturali e agli avvenimenti del suo mondo. Il quindicinale aveva ripreso le pubblicazioni nel novembre del '51 dopo sei mesi di sospensione su richiesta del card. Schuster sollecitato dal S. Ufficio; ma poi lo stesso cardinale revocò la sospensione affermando che " il quindicinale fa del bene ai cattolici".
"ADESSO" era un foglio che si rivolgeva a chi avvertiva la necessità di una formazione socio-politica autenticamente cristiana e don Primo profondeva tutta la sua passione evangelica nel cogliere i limiti e le contraddizioni di un potere che si diceva cristiano, ma l'accezione era strumentale e trionfalistica. Quelli erano " gli anni dell'onnipotenza" democristiana, ma anche i tempi in cui René Voillaume pubblicava "COME LORO" (il titolo originale, ben più significativo, era "Au coeur des masses"), il testo della spiritualità dei Piccoli Fratelli di Ch. De Foucald, fra i quali sarebbero presto approdati Carlo Carretto (predecessore di M. V. Rossi alla guida della GIAC) e Arturo Paoli: anche questi sacrifici incruenti erano nel solco di quanto avveniva a Bozzolo.
Il piccolo gregge che si ritrovava attorno ad "ADESSO" viveva una vita sempre difficile. Mazzolari, infatti, come ha detto molto bene L. F. Riffato "inseguiva il sogno di una società autenticamente cristiana, pacifica, libera e solidale: una radicale rivoluzione sociale cristiana. Non un partito". Evidentemente il "sistema" non poteva accettarlo; a fatica lo tollerava. In questo contesto si sono prodotti gli undici richiami della Chiesa gerarchica a don Mazzolari, soprattutto per "ADESSO", che continuava ad essere un foglio di frontiera sul piano religioso e sociale; sul piano politico inseguiva tenacemente il centro-sinistra, un tabù per quell'epoca.

LA MISSIONE A MILANO

Ma i tempi dell'intransigenza (politica e dottrinale) stavano lentamente tramontando; di lì a poco. Alle soglie del Concilio, le opinioni su don Primo si sarebbero capovolte: "ha avuto ragione troppo presto", "ha anticipato i tempi del Vaticano II", che avrebbe recepito i suoi messaggi fondamentali. In realtà don Primo è stato non solo un pastore fedele al Vangelo, un educatore dei piccoli e degli adulti, un appassionato difensore dei deboli e dei valori democratici, un tenace cercatore di pace attraverso la comprensione delle ragioni altrui, un prete di vedute ecumeniche quando l'ecumene era ridotto ad un ambito ristretto; è stato un oratore affascinante ed anche un tenace polemista, un insistente annunciatore delle sue più profonde convinzioni, ma è stato soprattutto un "profeta degno di fede "(Sir. 36, 18).
Il futuro Paolo VI, allora arcivescovo di Milano, riconobbe nel 1957 a P.Mazzolari, D.M. Turoldo, E. Balducci, N. Fabretti, C. Del Piaz ed altri ancora, un'acuta capacità di discernimento, di cogliere i segni dei tempi, di saper dialogare col mondo contemporaneo: e li invitò tutti alla grande Missione cittadina. Per don Primo, come scrisse nel suo diario, "fu di grande consolazione la fiducia inattesa" espressa dall'invito di mons. Pignedoli a nome dell'arcivescovo.
Nel novembre di quell'anno ero divenuto fedele ambrosiano da pochi mesi; l'andare ad ascoltare don Mazzolari nell'ambito della Missione in via Torino, nella chiesa-tempio di S. Sebastiano, era impossibile; la folla traboccava in strada... A Bozzolo ho ritrovato i temi (le registrazioni!) di quegli incontri: sono titoli che esprimono tutta la sensibilità e la passione missionaria di don Primo: "La sofferenza nella Chiesa", "Il tuo volto, Signore, io cerco", "Il mistero dell'ingiustizia", "Il mistero del dolore","Zaccheo", "Il Padre nostro".
Un altro vertice don Primo lo toccò nell'omelia del giovedì Santo 1958, un anno prima di morire; parlò di "Nostro fratello Giuda", sul filo di una speranza che va oltre ogni limite perché fondata su un Amore sconfinato di cui egli riusciva a farci percepire l'incommensurabilità.Ma solo ascoltando le parole di don Primo si può comprendere che sorta di prete fosse:
"Io credo che se in questi giorni di Missione avessimo avuto il coraggio di aprire certe pagine del Vangelo (le voci che parlano del Padre), di ripetere certe parole, io credo che il primo a chiudere il libro sarebbe stato questo povero prete, che finora non ha avuto il coraggio di aprire con franchezza estrema, con spudorata chiarezza. Forse, vedete, la nostra Missione avrebbe un significato tremendo, qualcheduno di voi direbbe aggressivo.
E del resto, miei cari fratelli, se una verità non ha il coraggio di aggredire, vale a dire se non diventa una passione,se non ci crocifigge..."
"Quello che importa, per la mia fede e la vostra, se avete la forza di credere, è che il Figlio di Dio ci dà il volto del Padre, ci dà la misura umana della carità, perché altrimenti noi non saremmo riusciti ad accoglierla, ad accettarla ...Perché non dovete dimenticare che il mistero dell'incarnazione rappresenta l'"occupazione" dell'Amore, una delle più inimmaginabili maniere di occupare il mondo da parte di Dio...".
Ma non basta cercare il Padre: "Se noi non riusciamo, attraverso il Padre, a sentire il "fratello", niente conta. Se non troviamo il fratello, anche il volto del Padre non esiste più. Ed è qui, vedete, dove comincia la Missione. Voi direte qui comincia l'aggressività. Può anche darsi. Io però userei un'altra parola, userei la parola impegno. E' qui, vedete, la prova della nostra fede. E' qui la prova se il Padre ha una consistenza, ha una realtà... Chi è mio fratello?C'è la parabola,una di quelle parabole che non si possono leggere se non in ginocchio: la parabola del Samaritano. Tutti,tutti... E' qui, o miei cari, dove comincia la difficoltà d'essere cristiani".
Nel tradimento di questo rapporto di fratellanza ha origine il mistero del male e dell'ingiustizia: "La nostra implacabilità non viene, molte volte, da quello che è il senso o l'esigenza della giustizia; viene da un'attenuazione, o da un oscuramento di quello che è il senso della paternità, e se volete - per quello che riguarda noi, non per quello che riguarda Dio - della corresponsabilità...Non abbiamo mai misurato quello che c'è di nostro nel male. Ad un certo momento abbiamo l'impressione che sia fuori di noi, che non ci riguardi,che la nostra mano non l'abbia mai toccato: ma non c'è nessuna manifestazione del male, non c'è nessuna ingiustizia, o miei cari fratelli, non c'è nessun delitto che non porti una piena corresponsabilità... Cuore paterno, corresponsabilità fraterna: in fondo quando gridiamo, se abbiamo il coraggio di gridare, ricordatevi che in quel momento ci dimentichiamo che l'accusato siamo noi".
E infine le parole che attingono alle profondità della coscienza della propria ostinazione cristiana: "La storia che mantiene viva nella coscienza degli uomini il senso della giustizia, e che soprattutto dà forza alla coscienza è la parola del profeta, è la parola del resistente cristiano, del resistente umano, che non bada al costo della verità. Perché voi lo sapete, la verità non la si mette al mondo facilmente: costa tremendamente".

LA RIABILITAZIONE

Fece in tempo don Primo, prima di morire, - due mesi prima che l'ictus cerebrale lo colpisse durante la messa domenicale del 5 aprile '59 - ad ascoltare da Giovanni XXIII quella riabilitazione totale che coinvolgeva direttamente la sua persona e con lui quanti avevano atteso e invocato la stagione conciliare. Disse, in quella udienza indimenticabile, il "Papa buono": "Ecco la tromba dello Spirito Santo in terra mantovana". E il giorno dopo don Primo scrisse sul suo diario: "Ho dimenticato tutto!".
Don Primo, invece, non fu dimenticato dai successori di Giovanni XXIII; infatti, 11 anni dopo la sua scomparsa, Paolo VI, testimone sofferente di tante vicende curiali, diceva con lucidissima chiarezza ed altrettanto evidente pena:" Non era sempre possibile condividere le sue posizioni: don Primo camminava avanti con un passo troppo lungo e, spesso, non gli si poteva tener dietro; e così ha sofferto lui ed abbiamo sofferto noi. E' il destino dei profeti". Ed è quasi incredibile che Papa Luciani, nel suo pontificato di soli 30 giorni, abbia trovato modo di dire di lui :"Don Primo fu un uomo leale, un cristiano vero, un prete che cammina con Dio, sincero ed ardente. Un pastore che conosce il soffrire e vede lontano. Il suo giornale era la bandiera dei poveri, una bandiera pulita, tutto cuore, mente e passione evangelica".

L'EREDITA' SPIRITUALE.

Ma cosa ci resta di don Mazzolari? Dov'è la sua attualità?
Ci ha aiutato molto,durante la nostra visita a Bozzolo, il presidente della Fondazione don Giuseppe Giussani, a cogliere sinteticamente l'eredità spirituale di don Primo.
Qui,però, non posso non dire grazie all'Associazione "G. Lazzati" che ha avuto la felice idea di organizzare la visita a Bozzolo e di offrire tanti stimoli attraverso i ricordi incrociati dei presidenti dell'Associazione, della Fondazione e del suo segretario.
Ricordava don Giussani:

1. Il primato della Parola di Dio.
Il Concilio Vaticano II accoglierà questa intuizione, sviluppandola in profondità, nella costituzione "Dei Verbum", a suggello di un lungo percorso denso di studi, ricerche e prodigioso lavoro, ma anche di contrasti ed opposizioni all'inizio del secolo. Uomo di sofferta e profonda spiritualità don Primo disse:" Il Signore ha una maniera di fare e di dire che dà le vertigini perché Egli è la Parola che congiunge le vette dell'infinita misericordia con gli abissi della nostra sconfinata miseria".

2. La teologia della Croce.
Don Primo ha sperimentato di persona sofferenze pungenti, anche se incruenti, e la spiritualità che maturò fu davvero cristologica, centrata sul Crocifisso. Scriveva al card. Montini nel gennaio del '59 dopo altre drammatiche tensioni: "Nel 1954 mi fu tolta la parola e la penna per un "filocomunismo" che nessuno ha mai potuto provare, perché smentito dai fatti. Fui condannato senza essere interrogato nè prima nè poi, sotto banco e senza termine. Se non fosse intervenuta Vostra Eminenza,con una bontà di cui vi sarò sempre riconoscente, chiamandomi alla Missione di Milano, nessuno, e comincio dal mio Vescovo che avrebbe potuto spendere una parola per un suo vecchio prete, si sarebbe accorto che non si può condannare a vita un prete che ha sempre voluto bene alla Chiesa più che a sè stesso".
Ha scritto lapidariamente qualche anno fa "Civiltà Cattolica": "Mazzolari ha il diritto di essere inserito fra quelli che hanno fatto della loro vita una testimonianza eroica, talvolta anche clamorosa, di Cristo e del Vangelo".
Nei momenti di suprema asperità don Primo attingeva alla sua capacità contemplativa ; quando fu sospeso "ADESSO" scrisse :" Tutto è speranza perché tutto è fatica; tutto è grazia, anche il morire; tutto è testimonianza, anche il silenzio, soprattutto il silenzio. Chi vive con i poveri da quando è nato e si dà attorno per fermare la loro diserzione dalla Chiesa, può sbagliare nel por mano ai rimedi. La Madonna avrà misericordia di un vecchio prete che è riprovato senza misericordia". Amarezza, coscienza della giusta battaglia e speranza si fondono in alta spiritualità.

3. Una ecclesiologia ecumenica.
L'insegnamento della " Lumen gentium" e le aperture ecumeniche dei recenti pontificati,da Giovanni XXIII a Giovanni Paolo II, hanno forti anticipazioni nelle intuizioni ecumeniche di don Mazzolari mutuate dalla Scrittura al di fuori - o meglio, oltre - l'ecclesiologia ufficiale del tempo, e dai contatti coltivati con pastori protestanti; in quegli anni simili aperture erano viste come indice di debole ortodossia.

4. La corresponsabilità dei cristiani laici.
E' stata largamente accolta nelle costituzioni conciliari " Gaudium et spes" e " Lumen gentium" per quanto riguarda, rispettivamente, gli aspetti "ad extra" e " ad intra" la cittadella ecclesiale. Su questi temi don Primo trovò grande sintonia con G. Lazzati che fece della promozione laicale un "leitmotiv" della sua alta testimonianza. E' significativo che don Mazzolari abbia collaborato col quotidiano cattolico milanese "L'Italia" quando Lazzati faceva parte della direzione del giornale. La stessa fondazione di "ADESSO" - e le battaglie condotte per la sua sopravvivenza - avvenne per realizzare una palestra di quella formazione socio-politica che doveva preludere all'assunzione diretta di responsabilità sociali da parte di laici evangelicamente ispirati.
Non dimentica la parrocchia don Primo e segue attentamente l'involuzione che - a suo parere - stava avvenendo nell'organizzazione laicale dell'Azione Cattolica; si legge su "ADESSO" del 1958:" L'invito del Pontefice ai laici perché escano dal loro stato di minorità è sistematicamente dimenticato proprio da coloro che dovrebbero esserne i più fedeli interpreti: clero ed Azione Cattolica".
Vivendo intensamente l'esperienza parrocchiale e scrivendone ripetutamente, fa della parrocchia la "casa dell'anima" e la vede "come base di un rinnovamento della vita religiosa". Essa è la cellula della Chiesa. Al suo interno vanno superati i pericoli di clericalizzazione del laicato che paventa come una sterilizzazione del tessuto ecclesiale. Scriveva: "Dalla parrocchia devono transitare le grandi correnti del vivere moderno, non dico senza controllo, ma senza pagare pedaggi umilianti e immeritati".
Nel 1938 don Primo pubblicava una cinquantina di pagine sul problema dei "lontani" dedicandole "Alle anime sofferenti e audaci". Non piacque il titolo e ancor meno i motivi che a parecchi parvero temerari. Vent'anni dopo si teneva presso l'Università Cattolica la settimana nazionale d'aggiornamento pastorale dedicata a "La comunità cristiana e i lontani" e l'analisi di vent'anni prima ("L'animo di colui che se ne va"- "Il metodo di conquista"- "Verso il mondo dei lontani" - "Il compito dell'intelligenza") fu considerata ancora attuale.
La preoccupazione per i cosiddetti "lontani" e lo sforzo di ricerca di un dialogo con essi fu una costante nella riflessione di don Primo, come testimoniano le pagine di "ADESSO".

5. La scelta dei poveri
fu in realtà, per don Primo, una condivisione delle condizioni di vita dei suoi parrocchiani, in gran parte agricoltori. Egli conobbe bene le condizioni di povertà del bracciantato agricolo fra le due guerre e reclamò ripetutamente e a gran voce maggior giustizia sociale per coloro che conservavano sempre la dignità di persone anche nell'indigenza. In questo "milieu" nacque e si sviluppò la sua grande passione sociale e politica sempre illuminata dalla Parola rivelata. Com'è noto, buona parte della "Gaudium et spes" affronta queste complesse tematiche che hanno indotto molte Chiese locali - come le comunità latino-americane - alla scelta radicale a favore dei poveri; analogo, rivoluzionario passo è stato compiuto da Ordini, Congregazioni, Istituti, Famiglie religiose sia di lunga tradizione (si pensi ai Gesuiti) che di più recente costituzione. Scriveva don Primo: " Occorre un grande amore per comprendere i poveri, per rinunciare a giudicarli. Dove non c'è amore il di più non c'è; dove c'è tanto amore tutto è di più, anche la propria vita. Chi ha poca carità vede pochi poveri; chi ha molta carità vede molti poveri; chi non ha nessuna carità non vede nessuno. Per impedire ai poveri di disperare basterà la parola pazienza? Senza una carità folle non si salva il mondo. Il mondo attende una nuova Pentecoste".

6. L'utopia della pace: " Pace nostra ostinazione".
Quante volte sono apparse queste tre parole sulle pagine di "ADESSO"! Tuttavia è singolare il percorso intellettuale e spirituale che don Primo fece a riguardo. Fu cappellano militare nella 1° guerra mondiale, interventista convinto, inizialmente persuaso che i travagli dell'umanità potessero essere risolti con lo scontro armato. Così pensando pagava un debito alla cultura ufficiale post-risorgimentale che permeava le nostre scuole e che vedeva nel compimento dell'unità un imperativo categorico. Ma gli bastò l'esperienza sul fronte e fra i reduci nel primo dopo-guerra e,successivamente, il dover respirare l'atmosfera falsa e bellicosa della prepotenza fascista, ed ancora, l'avventura della 2° guerra mondiale, per arrivare a condannare ogni guerra e scrivere, nel 1955, quel "Tu non uccidere" che fu per lungo tempo una delle più forti prese di posizione antimilitaristiche. Scriveva: "Per un cristiano il far morire è il colmo dell'atrocità. Ove comincia l'errore, l'iniquità, cessa la santità del dovere...incomincia un altro dovere: disobbedire all'uomo per rimanere fedeli a Dio".

7. L'orizzonte planetario.
Don Primo anche se vive tutta la sua vita confinato fisicamente entro il mondo agricolo della "bassa" padana, spiritualmente vive - anzi, anticipa con le sue intuizioni - la stagione nuova della Chiesa "percorrendo le strade di un paese, ma quel paese è uno spicchio di universo". Lungi da lui un'ottica provinciale,percepisce l'accorciarsi delle distanze sotto la spinta delle nuove vie di comunicazione e dello sviluppo di processi decisionali sovraregionali sempre più interconnessi, anche se tutt'altro che unitari. E' l'intuizione del " villaggio globale",dell'"uomo planetario" come dirà vent'anni dopo p. E. Balducci che investigherà a fondo questi temi con altro approccio ed altre finalità. In Mazzolari la prospettiva d'impegno è locale, mentre l'orizzonte intellettuale e spirituale è globale: un'ottica che è pressoché coincidente con quella dell'Associazione " G. Lazzati".
E' una notazione che dice, anche da questo versante, l'attualità di don Primo. Per cui il nostro andare a Bozzolo è stato - oltre che una riscoperta - un segno di gratitudine verso colui che è stato, ed è tuttora, punto di riferimento per chi fa della fede cristiana un impegno di vita.

L'OPINIONE DELLO STORICO E IL SUGGELLO DEL CARD. C. M. MARTINI

Molti storici hanno studiato, e stanno ancora vagliando, l'opera di don Mazzolari nei suoi molteplici aspetti. Don Lorenzo Bedeschi, storico all'università di Urbino, ha riferito di recente (1990) sull'attività giornalistica di don Primo, come si è manifestata sulle pagine del suo giornale. Riportiamo le conclusioni di quel lavoro come le ha espresse G. Vaggi, primo direttore del giornale: "ADESSO" ha rappresentato senza dubbio una voce originale ed inconsueta, voce impastata di passione cristiana e civile, di laicità schietta e di dialogo con le sinistre, di ostinato pacifismo e di sofferta lealtà evangelica. La pur cospicua componente polemica con quelli di casa non esauriva affatto la posizione di Mazzolari, benché abbia avuto una parte importante come parte critica nella linea di "ADESSO".
Vi si legava indissolubilmente una parte costruttiva che nella chiesa preconciliare diventava il vero nocciolo di aggregazione ideale per quanti non si riconoscevano nè nell'anticomunismo borghese,nè nell'associazionismo cattolico integrista,poichè cercavano un servizio responsabilmente libero. Suo grande assillo era di allarmare e di inquietare onde impedire la chiusura del mondo cattolico e delle sue meravigliose forze in un ghetto di marca clericale e falangista, senza alcun pregiudizio ed avversione per chicchessia, senza alcuna condanna dell'uomo onesto e sincero". Dopo le solenni parole di ben tre pontefici su Mazzolari -sopra riportate anche se datate- vi è stato molto di recente (aprile '99) il ricordo del card. C.M. Martini che appare come il commosso suggello di un vescovo alla tormentata vita di un prete idealmente suo: "Non ho avuto occasione di conoscere personalmente il parroco di Bozzolo. Ho però potuto cogliere qualcosa della sua statura di cristiano e di prete, leggendo alcuni suoi libri e numerosi articoli di "ADESSO". Don Primo fu profeta coraggioso e obbediente, che fece del Vangelo il cuore del suo ministero. Capace di scrutare i segni dei tempi, condivise le sofferenze e le speranze della gente, amò i poveri, rispettò gli increduli, ricercò ed amò i lontani, visse la tolleranza come imitazione dell'agire di Dio. Quello di Mazzolari è un messaggio prezioso anche per l'oggi".

(da Impegno cristiano, dicembre 1999, anno XIX n° 42)

Lo slancio del Concilio si è spento. E la Chiesa si accontenta di diventare una “religione civile”.

Un’altra chiesa è possibile

Intervista di Francesco Comina a Marcelo Barros


Marcelo Barros è uno dei più noti biblisti brasiliani e teologo fra i più stimati a livello internazionale. Nel suo ultimo libro si occupa di acqua. Meglio di spiritualità dell’acqua. «L’acqua è la vita – ci ha detto – ed è un bene essenziale che ha il marchio di Dio tanto che i pozzi del Vangelo solitamente richiamavano i nomi dei profeti biblici (pozzo di Giacobbe...). Questo per dire che l’acqua è sotto la protezione del profeta, per cui oggi le politiche neoliberiste che vorrebbero appropriarsi di questa fonte fondamentale della vita sono politiche che vanno contro Dio ancor prima che contro gli uomini. Sono ingiuste, inique, maledette dai profeti».

Marcelo Barros, stiamo vivendo in un sistema globale di guerra. Sembrava che con la caduta del muro di Berlino si mettesse in moto una politica di pace, una società di giustizia, un mondo riconciliato. L’Onu ha lanciato la decade della cultura della pace come inizio del terzo millennio e invece ci troviamo nella decade della guerra. Lei da tempo riflette a livello teologico con i grandi teologi del nostro tempo (Boff, Küng, Moltmann, Panikkar) sul ruolo che le Chiese possono avere per la costruzione della pace mondiale. Perché il messaggio di pace delle Chiese si sta così indebolendo?
Se tutte le Chiese degli Stati Uniti si fossero unite e avessero detto pubblicamente a Bush che i cristiani non possono fare la guerra e che i credenti americani che fossero andati in guerra sarebbero stati in qualche modo dichiarati fuori dalla comunità, io credo che la guerra non ci sarebbe stata. Ma invece cosa abbiamo visto in televisione? Tutto il contrario: Bush è apparso con la Bibbia nella mano per dire che fa la guerra in nome di Dio, in nome del Bene contro il Male. È vero che trentasei Chiese evangeliche nordamericane e la Chiesa cattolica romana si sono dichiarate contro la guerra, ma in una forma teorica, debole, trattenuta. Io credo che sempre, anche a livello nazionale, la Chiesa cattolica si inserisca dentro una religione civile. Bush va dal Papa come se andasse da un capo di Stato e il Papa, come un capo di Stato anche se dice delle parole importanti, rimane sempre su una posizione teorica e non si investe di un ruolo profetico di condanna della guerra.

L’istituzione non è quasi mai stata profetica.
Sì, è accaduto. Per esempio quando Hitler andò a Firenze, il cardinale di quel tempo listò a lutto la cattedrale. Quello è stato un segno profetico. Ma oggi manca totalmente una vera educazione alla pace e anche la spiritualità della pace è ancora molto debole. Noi siamo stati educati da un cristianesimo di conquista. Culturalmente siamo rimasti a Colombo, a Cortez, a Isabella di Castiglia. Non si brucia più nessuno, ma culturalmente non è cambiato molto. Quando si fa una lotta acerrima per tenere il crocifisso nelle scuole pubbliche, oppure si fa di tutto per mettere nella Costituzione europea le radici cristiane (quando invece tutto il sistema occidentale è così poco cristiano negli atti), allora siamo perfettamente nel quadro di una religione civile, che non rispetta la pluralità dello Stato, la laicità della società. Perché la missione della Chiesa non è quella di affermare se stessa, ma di essere testimone del regno di Dio, della giustizia e della pace.

Lei ha fatto la critica della Chiesa occidentale, il centro del sistema. Ma come vive invece la Chiesa di periferia, la Chiesa del Sud del mondo da dove lei proviene: è una Chiesa profetica?
Il Concilio Vaticano II ha definito la Chiesa come comunità locale. Sia al Nord che al Sud ci sono delle esperienze bellissime e ci sono sempre delle testimonianze di profezia, ma l’organizzazione della Chiesa, la sua struttura, la sua società ha bisogno di fare un passo fondamentale.

Quale?
Come i primi cristiani hanno dovuto passare dalla cultura giudaica a quella greco-romana, adesso c’è bisogno di universalizzare la Chiesa. Non è possibile che un africano debba chiedere il permesso a Roma per essere africano, non è possibile che un brasiliano, un argentino, un cileno, debbano domandare a Roma di poter vivere la fede nella loro cultura come se fosse una concessione benevola del Vaticano.

Anche lei, Barros, fa parte di quella schiera di teologi del mondo che vorrebbe avviare una riforma universale della Chiesa, una sorta di nuovo Concilio. Come lo vede lei questo nuovo Concilio della Chiesa?
Ho appena finito la stesura di una prefazione a un libro che si intitola “Dal Concilio Vaticano II a un nuovo Concilio”. Ho partecipato a un incontro a Barcellona con i grandi teologi su questo tema. Io credo che dobbiamo avviare una grande riflessione conciliare. Nel 1958 è morto Pio XI e nessuno poteva immaginare che la Chiesa del tempo potesse rinnovarsi nel modo che papa Giovanni è riuscito a fare con il Concilio Vaticano II. Non ha senso celebrare adesso un nuovo Concilio perché inevitabilmente rispecchierebbe le logiche attuali. No, le Chiese locali, i movimenti ecclesiali, i gruppi di base comincino ad avviare un processo conciliare per partorire, come in una gravidanza, una nuova Chiesa riconciliata, di pace, aperta alle grandi religioni dell’umanità e orientata alla giustizia e alla profezia. Questo processo dovrebbe poi sboccare, fra dieci-quindici anni, alla realizzazione di un vero Concilio ecumenico, un Concilio delle Chiese e non solo della Chiesa romana.

Quali sono i grandi temi di riflessione che la Chiesa dovrebbe rilanciare oggi?
Un grande regista americano ha raccontato in un film (Il dormiglione, di Woody Allen, 1973, ndr) la storia di un uomo che aveva una malattia inguaribile, il quale ha chiesto una iniezione affinché potesse dormire fino a quando l’umanità non avesse scoperto la cura per la sua malattia. L’uomo è stato ibernato e risvegliato otto secoli dopo. Tutto il film era basato sul fatto che l’uomo pensava di aver dormito otto ore e invece aveva dormito otto secoli. Quando è uscito dall’edificio era tutto sorpreso di vedere le macchine volare, gli uomini vestiti con altri paramenti ecc. Ecco io credo che quel film sia la migliore metafora della nostra Chiesa, che ha dormito otto secoli e non si è resa conto che il mondo si è trasformato fortemente. Il nuovo processo conciliare dovrebbe prendere fortemente coscienza delle

trasformazioni in atto nella società. Ecco allora le domande: come fare in modo che la Chiesa dialoghi con i giovani sulla base dei grandi temi della sessualità, dell’affettività, della vita? Come fare una revisione della dottrina affinché ci si tolga di torno questa interpretazione del cristianesimo a partire dal peccato, fonte e origine delle crociate e delle guerre religiose? Come leggere la complessità della società? Come rendere onore ai grandi temi della giustizia, della pace in un mondo profondamente ingiusto e lacerato? Come ridare valore al ruolo della donna nella Chiesa? Come modificare la visione dei ministeri?

Ma perché i vescovi oggi temono le istanze critiche della base, come, ad esempio, quelle di “Noi siamo Chiesa”?
I vescovi hanno una fissazione nel problema del potere. Io credo che la cosa peggiore sia la manifestazione di un potere religioso, sacrale. Se il potere militare, ad esempio, durante la dittatura brasiliana mi opprimeva, non opprimeva il mio spirito, il mio io interiore: mi opprimeva fisicamente, ma io ero libero. L’oppressione religiosa, invece, opprime la coscienza. Il grande teologo Bernhard Häring diceva che aveva sofferto molto di più quando è stato chiamato a rispondere a un processo della Curia romana, di quando è stato imprigionato dai nazisti. La Chiesa si deve liberare dall’autoritarismo e dal dogmatismo. Gesù l’ha detto ai discepoli: “Voi non dovete imporre l’autorità” e “la libertà non deve essere confusa con una espressione della verità”.

Come mai si è arrivati a questa situazione? Come mai il Concilio aveva liberato energie straordinarie e oggi la Chiesa vive la fatica di essere testimone del Vangelo in una società secolarizzata?
Il Concilio Vaticano II ha dato dei principi di cambiamento ma non ha cambiato la struttura che è rimasta uguale. In Brasile le Chiese migliori che facevano cose straordinarie spesso sono state paralizzate dall’ingresso di un vescovo autoritario e tradizionalista. In poco tempo abbiamo assistito a distruzioni di processi che il vescovo precedente aveva fatto su lunghi periodi. L’esempio più angosciante è quello di dom Helder Camara. Lui ha dato la vita per i poveri, per la libertà, per i diritti degli ultimi, per una Chiesa aperta, al servizio degli altri. Roma ha nominato, senza domandare a nessuno, un vescovo di un’altra regione che non aveva mai vissuto il processo rivoluzionario di Recife e in poche settimane tutto il lavoro è stato distrutto. Quello che è accaduto a Camara è successo per tanti vescovi profetici dell’America Latina come Mendez Arceo in Messico, Samuel Ruiz nel Chiapas. È triste vedere che i frutti dei grandi spiriti liberi della Chiesa latinoamericana vengono distrutti da una politica miope della stessa Chiesa istituzionale. Ma la base resiste e nei prossimi mesi, quando organizzeranno l’incontro nazionale delle comunità di base del Brasile, potremo constatare dal vivo che nonostante gli impedimenti decisi dalla strategia della conservazione, c’è una profezia che vive fra gli ultimi e i diseredati del Paese, una profezia di umili sacerdoti, di suore, di laici che testimoniano il Vangelo sine glossa. Ecco il futuro della Chiesa risvegliata dalla lunga ibernazione.

(da Mosaico di pace, ottobre 2004)

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