Venerdì, 14 Agosto 2020
Maestri Contemporanei
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Maestri Contemporanei (117)

Il diritto alla diversità,
anche nella Chiesa

di Marcelo Barros


Nell’attuale contesto ecclesiale e teologico della Chiesa cattolica, è stato per molti una bella sorpresa il fatto che il documento di Aparecida non solo abbia contemplato le posizioni teologiche dominanti nella gerarchia ecclesiastica, ma abbia anche trattato con rispetto e considerazione le pastorali sociali e le Comunità ecclesiali di base (…). Non ci sono dubbi che la Conferenza di Aparecida sia stata, almeno riguardo al clima ecclesiale e alla presenza di una certa diversità di posizioni nell’episcopato, più aperta della quarta Conferenza (Santo Domingo, 1992) e questo non poteva non riflettersi in qualche modo sul documento finale.

I settori più aperti della Chiesa hanno gradito questi accenni di apertura, che saranno certamente utili nel cammino ecclesiale latinoamericano e caraibico, pur non mutando sostanzialmente il modello di Chiesa e di pastorale dominanti. (…). C’era da aspettarsi che questa apertura teologica e pastorale riecheggiata in alcuni momenti ad Aparecida (…) incontrasse le obiezioni di altri settori dell’episcopato.

Il testo ufficiale divulgato dal Vaticano con l’approvazione del papa contiene più di 200 emendamenti al testo originale approvato dai vescovi. Il teologo cileno Ronaldo Muñoz enumera 34 variazioni che hanno indebolito o alterato il testo. (…) Poiché il Vaticano non ha riconosciuto pubblicamente di aver modificato il documento (secondo la legge canonica vigente, la Curia romana ha autorità per farlo), era normale che all’inizio si attribuisse la responsabilità ai due vescovi che erano, all’epoca della Conferenza di Aparecida, presidente e segretario del Celam. Questi ultimi avevano dichiarato di aver introdotto solo variazioni di stile e di punteggiatura, ma il testo è stato modificato in punti fondamentali, come nei paragrafi sulle comunità ecclesiali di base e le pastorali popolari. (…) Con l’aumento delle pressioni, i due ex dirigenti si sono difesi affermando che i mutamenti provenivano da autorità della Curia romana. Hanno anche chiarito che, poiché queste autorità del Vaticano hanno agito in nome del papa, avevano tutto il diritto di cambiare il testo approvato dai vescovi rappresentanti di tutto l’episcopato latinoamericano e caraibico.

Questi pronunciamenti non hanno impedito la diffusione di lettere individuali e collettive all’attuale direzione del Celam, affinché questa intervenga per il ripristino del testo originalmente approvato dai vescovi. Dietro a tali richieste c’è non solamente il desiderio di esprimersi contro la mancanza di rispetto verso l’episcopato da parte di chi ha alterato il testo, ma soprattutto la speranza che l’attuale direzione del Celam sia non solo aperta e sensibile alla giustizia, ma anche sufficientemente libera di prendere posizione contro la violazione del testo della conferenza, per quanto dietro a tale atto vi siano autorità del Vaticano.

Chi conosce l’attuale realtà del Vaticano e della Chiesa cattolica sa che è quasi impossibile che la questione sia rivista e il testo originale recuperato. Per quanto molti sappiano cosa è accaduto e vedano segnali chiari di chi sta dietro le alterazioni del testo, nessuno parlerà chiaramente e dopo qualche giorno i mormorii passeranno. Tutto tornerà alla calma dei regimi autoritari e al silenzio delle complicità tattiche e delle omissioni, vissute sempre per salvare ciò che sarà ancora possibile salvare. In ogni modo, le manifestazioni e gli scritti pubblicati sulla violazione del documento finale di Aparecida sono stati molto positivi perché hanno dato vita ad un dibattito che non è così comune in ambito cattolico e che può rivelarsi fecondo, soprattutto se le persone non si limiteranno a una discussione giuridica, ma cercheranno anche di approfondire quello che c’è dietro l’alterazione del documento sul piano dell’ecclesiologia e della pastorale.

Dietro alle parole e ai testi

Discutere il modello di Chiesa e di spiritualità vigenti nella Chiesa cattolica romana e nell’episcopato latinoamericano e caraibico è una questione dolorosa e apparentemente inutile, sia perché il pensiero ecclesiologico dominante a Roma e nella maggioranza dei settori gerarchici della Chiesa cattolica è molto chiaro e non ammette dubbi, sia perché l’impressione generale è che, in America Latina, nessuno è in grado di cambiare tale realtà. Tuttavia ci sono sempre minoranze profetiche convinte che la propria missione sia quella di mantenere accesa la fiaccola della speranza e di non permettere che la Parola di Dio venga messa in catene. Un’analisi anche rapida della storia della Chiesa nel XX secolo mostra come, al tempo del pontificato di Pio XII (dal 1938 al 1958), il Vaticano e la gerarchia cattolica respirassero un clima di chiusura e ostilità a qualunque cambiamento, quasi come l’attuale clima vaticano. Tuttavia, pur in quell’inverno ecclesiale, vennero generati tutti quei semi di apertura e rinnovamento che, subito dopo, sarebbero stati assunti e ufficializzati dal Concilio Vaticano II. Movimenti come quello biblico, liturgico, ecumenico, o come l’Azione Cattolica, si svilupparono all’epoca di Pio XII in mezzo a difficoltà e repressioni, ma la loro perseveranza permise loro di collaborare al rinnovamento di tutta la Chiesa, quando fu possibile contare sul "papa buono" che convocò il Concilio.

Attualmente, l’importante è che le comunità e le persone che le accompagnano non rinuncino alla propria missione profetica. Tutti sanno che non serve a nulla, in sé, scrivere o protestare contro l’alterazione del testo perché, purtroppo, questo modo di procedere non è estraneo a un certo modo di concepire il magistero ecclesiale. (…).

Violare un testo approvato da un’assemblea rappresentativa è impensabile in regimi democratici e all’interno di Chiese dalla concezione ecclesiologica sinodale. Tuttavia, se la Chiesa cattolica è ancora considerata una società sacra, in cui l’autorità è sempre ritenuta al di sopra della comunità, è comprensibile che chi detiene il potere si senta in diritto di intervenire in maniera permanente per sanare quello che non gli appare coerente o opportuno. Il papa e la curia romana possono sempre mutare un testo già approvato da una conferenza di vescovi. In America Latina, si può deplorare questo tipo di intervento o auspicare un diverso modo di procedere, ma se nel quotidiano della prassi ecclesiale si accetta tale modello di Chiesa, non si dovrebbe protestare contro la violazione del testo. Per quanto i cambiamenti vengano realizzati di nascosto e senza che vi sia chiarezza sui responsabili, essi sono legittimi anche se non giusti. (…).

Secondo l’ecclesiologia romana vigente, i fratelli e le sorelle che hanno firmato appelli per il ripristino del testo originale (…) difficilmente l’otterranno, dal momento che tale concessione dovrebbe essere data dalla stessa autorità ecclesiastica di cui si contesta il modo di agire (…). È importante lottare per il recupero del testo originale. È un diritto delle comunità sapere quello che l’insieme dell’episcopato latinoamericano ha detto realmente su di esse. Tuttavia, dobbiamo andare alla radice del problema e denunciare l’ecclesiologia che soggiace non solo all’atto della violazione ma alla struttura mentale che rende possibili tali atteggiamenti.

La realtà di una Chiesa eterogenea

(…) Chi vive il proprio impegno nel cammino ecclesiale latinoamericano vorrebbe aiutare la Chiesa a compiere al meglio la propria missione liberatrice e a collocarsi nella grande comunità delle persone che lavorano e tentano di dare vita a un nuovo mondo possibile. Per questo è importante chiarire il contesto ecclesiale e teologico latente dietro ciascuno dei due testi in questione: il documento originale e il testo adulterato.

(…) La Chiesa cattolica romana, come tutte le altre confessioni cristiane, è uno spazio pluriculturale, in cui pastori e fedeli si trovano su posizioni teologiche e umane diverse. Anche se l’attuale papa riuscisse a eliminare ogni traccia della più piccola diversità ancora esistente in alcuni settori del Vaticano, anche se egli si relazionasse solo con collaboratori scelti a sua immagine e somiglianza, anche così sarebbe difficile impedire la diversità di opinioni e di visioni teologiche nel seno delle Chiese locali.

Chi ha violato il testo approvato dall’episcopato latinoamericano per impedire che in esso restasse un riferimento più positivo alle Cebs e alla pastorale popolare non riuscirà a cambiare la visione dei vescovi che, nella conferenza, hanno affermato che le Cebs rappresentano un grande beneficio per le Chiese locali. (…).

D’altro lato, i vescovi, gli assistenti e gli altri partecipanti alla Conferenza che hanno tentato di includere le Cebs e le pastorali nel testo finale di Aparecida sanno che, dietro tale questione, c’è in gioco il modello di Chiesa vissuto a partire da Medellín e oggi diventato ancora più necessario e urgente (…).

Questi vescovi sanno che il documento di Aparecida deve testimoniare l’esistenza delle Cebs e il bene che esse fanno all’insieme della Chiesa perché questa è la verità e perché sottolineare questo aiuta tutti, ma, sia che il documento si occupi della questione sia che eviti di affrontarla, il cammino delle Cebs andrà avanti lo stesso. Se non ne parlerà, sarà senza dubbio lo stesso episcopato a dover rendere conto a Dio di questa omissione storica. Tuttavia, con ogni delicatezza e rispetto, dobbiamo ammettere che, in sé, le comunità non hanno bisogno di mendicare una qualche citazione elogiativa o la benedizione forzata di pastori che non hanno sensibilità per la propria missione episcopale. In fondo, coloro che stanno lottando per il ripristino del testo originale stanno difendendo i vescovi latinoamericani, i quali, in maggioranza, hanno senso pastorale e meritano rispetto quando votano e firmano un documento emesso a loro nome.

Il diritto di essere Chiesa nella diversità

I fratelli e le sorelle che, malgrado tutte le difficoltà, portano avanti la discussione e lottano perché il documento finale di Aparecida rifletta quanto avviene nei settori popolari delle Chiese offrono una testimonianza di amore e fedeltà alla Chiesa, come pure di profondo rispetto per i pastori. Esprimono il fatto che la Chiesa non è data solo dalla curia romana e da certi settori della gerarchia. Contro qualunque desiderio di rottura o di disobbedienza ecclesiale, cercano brecce nella struttura rigida ancora vigente per proseguire nel cammino proposto dal Vaticano II e da Medellín (…).

Solo una vera spiritualità dà la forza per un esercizio che richiede tanta pazienza e resistenza. Lottando pacificamente perché il riferimento alle Cebs e alle pastorali popolari venga assunto dal testo ufficiale di Aparecida, stanno ottenendo una grande vittoria: ricordano ad alcuni capi della Chiesa che hanno il diritto di pensare quello che vogliono, ma che sono chiamati a coordinare un corpo ecclesiale diversificato ed eterogeneo. Per questo, almeno per senso di giustizia, devono rendersi conto che esistono molti fedeli e pastori che pensano in modo diverso e meritano di essere rispettati e anche accompagnati pastoralmente.

Di fatto, se, durante la Conferenza di Aparecida, le discrepanze teologiche e anche di carattere socio-politico sono state meno intense o visibili di quanto avvenuto a Puebla (1979), non è perché tali differenze non esistano più. La ragione sembra risiedere nel fatto che, attualmente, i vescovi con un’opzione per il cammino proposto dal Concilio Vaticano II sono un’infima minoranza nell’insieme degli episcopati nazionali e questo "resto di Israele" ha meno forza e, salvo alcune onorevoli eccezioni, non è stato votato per la Conferenza. È chiaro che questi vescovi più aperti avrebbero dovuto essere votati dai confratelli in ogni Paese, giacché nessuno di essi sarebbe mai stato scelto da Roma che, tuttavia, ha la pretesa di rappresentare tutti. Per questo, all’interno della realtà monolitica artificialmente creata dai vertici ecclesiastici, il dialogo dei vescovi con alcuni teologi inseriti in gruppi come Amerindia e con alcuni laici impegnati in servizi di pastorale più aperti non è stato solo sorprendente ma è apparso come un’alba ancora immersa nell’oscurità ma già gravida della luce di un nuovo giorno ecclesiale (…). In un certo modo, i diversi eventi ecclesiali avvenuti ad Aparecida durante la Conferenza sono stati l’annuncio di un giorno in cui, senza escludere il diritto dei vescovi di fare una conferenza propria, le Chiese d’America Latina potranno realizzare una grande assemblea ecumenica del popolo di Dio, con la rappresentatività e l’autorità per offrire orientamenti per il cammino delle Chiese.

L’orizzonte teologico e pastorale del documento finale

(…) Per il fatto di essere votato da tutta l’assemblea e di dover incorporare in qualche modo suggerimenti e proposte dei più diversi settori cattolici del continente, il documento finale di una Conferenza come quella di Aparecida non riesce a raggiungere una grande unità formale, presentando anche elementi eterogenei. Questo fatto è positivo, nel senso che riflette la diversità delle Chiese e dei settori ecclesiali nel continente. Al contrario, leggendo il testo attuale, la domanda che sorge è se, per mantenere l’unità di testo, non si sia finito per mettere da parte molte delle proposte più interessanti giunte dai diversi settori ecclesiali del continente.

Nell’insieme del documento, alcuni paragrafi riflettono un’ecclesiologia missionaria nella linea di una Chiesa di servizio e impegnata con l’umanità. In altri passaggi, il documento offre un’altra impressione, come se il progetto contenuto nel testo fosse ancora quello di una Chiesa della Cristianità che vuole riprendersi il suo ruolo egemonico e culturale nella società. Per questo, l’incidente dell’eliminazione dei testi più avanzati diventa più grave. Indebolisce paragrafi più aperti e permette che il testo possa esser letto come un insieme che ha dietro di sé una tendenza ecclesiologica estremamente conservatrice.

La sfida della grande missione continentale

La proposta di vari settori ecclesiali di rivitalizzare un grande movimento missionario a livello latinoamericano è stata non solo accettata ma sostenuta dal papa e incorporata nel testo. Come dice p. José Comblin, resta da capire chi lo farà e come. Tuttavia, anche prima di distribuire compiti, è fondamentale capire cosa il documento intende per missione.

Purtroppo, le espressioni usate dal documento finale vanno più nel senso di una Chiesa della Cristianità che nella prospettiva che oggi, in America Latina, ci piace chiamare "lascasiana". Ciò si concretizza oggi in una missione che rispetti pienamente l’altro, il diverso, che veda il volto divino presente nell’oppresso e abbia la convinzione che, sulla base del Vangelo, la prima missione di chi è discepolo di Gesù riguardi la vita e la salute delle persone che soffrono. Questa missione lascasiana, oggi, include il dialogo interculturale e interreligioso e ha come obiettivo il Regno, il progetto divino per il mondo, e non solo la Chiesa.

Nel momento attuale, è fondamentale che questa grande missione avvicini i popoli del continente nella prospettiva della patria grande bolivariana e orienti tutte le forze della Chiesa in direzione della difesa di una cultura della pace, contro la guerra, le spese militari, la pena di morte e il capitalismo che provoca la morte di tanti poveri. È parte essenziale di questa missione una nuova coscienza ecologica di comunione solidale con la terra, l’acqua e tutta la natura.

(…) Sarebbe impossibile per la Chiesa realizzare questa missione in modo profondo se essa si concepisse come una istituzione multinazionale, centralizzata e centrata su un potere sacro che crede di rappresentare Dio. Solo una Chiesa che accetti di essere evangelizzata per essere evangelizzatrice e assuma un cammino di conversione istituzionale può pensare ad una missione come questa. Solo se essa si organizzasse come vera comunione di Chiese locali avrebbe coerenza sufficiente per proporre agli altri i valori del Regno indicati da Gesù Cristo ed impegnarsi per la giustizia e la democrazia in questo continente. Per questo, un presupposto fondamentale di questa missione è ricostituire nella Chiesa cattolica la piena ecclesialità delle Chiese locali, con uno sforzo nuovo di rinnovamento dell’ecclesiologia catto-lico-romana.

Nel 1973, la Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Mondiale delle Chiese, nella riunione di Salamanca, sviluppò la visione di una "comunità conciliare". Nozione ripresa dall’Assemblea del Cmi a Nairobi: "La Chiesa una deve essere vista come una comunità conciliare di Chiese locali, esse stesse autenticamente unite. In questa comunità conciliare, ogni Chiesa locale possiede, in comunione con le altre, la pienezza della cattolicità e dà testimonianza della stessa fede apostolica. Essa riconosce che tutte le altre Chiese fanno parte della stessa Chiesa di Cristo e che la loro ispirazione emana dallo stesso Spirito" (…). È un linguaggio ben diverso dal modo in cui il testo di Aparecida parla della Chiesa (…). Sarebbe stato bello se il Documento conclusivo di Aparecida riprendesse perlomeno, 40 anni dopo, quello che i vescovi latinoamericani dell’epoca affermarono a Medellín: "Che si presenti sempre più nitido, in America Latina, il volto di una Chiesa autenticamente povera, missionaria e pasquale, svincolata da ogni potere temporale e coraggiosamente impegnata nella liberazione di ogni essere umano e di tutta l’umanità" (Medellín 5, 15a).

(…) Da molti anni, in America Latina, abbiamo cercato di credere in Gesù e di seguirlo aderendo alla fede di Gesù e non solo alla fede in Gesù. In questa prospettiva, ricevere la fede di Gesù come il contenuto più intimo della nostra fede ci apre in maniera fondamentale al progetto di Dio che significa concretamente vita per tutte le creature dell’univer-so. È una prospettiva di missione e di vita ecclesiale regnocentrica e non cristocentrica. È quello che ci hanno insegnato maestri come Jon Sobrino ed è l’orientamento attuale dell’Asett, l’Associazione Ecumenica dei Teologi e delle Teologhe del Terzo Mondo. A partire da questo sostrato di impegno con la realtà, la missione può assumere un carattere più propriamente religioso di testimonianza del Regno di Dio, rappresentato nelle comunità ecclesiali e nei valori proposti dalle Chiese. Tali valori sono la valorizzazione dell’al-tro e del diverso, come pure la spiritualità del dialogo e del riconoscimento della presenza e dell’azione divine nelle altre culture e nelle altre religioni. È così che la cristologia, anziché dividerci dagli altri, ci rende possibile vivere una prassi liberatrice a partire dal pluralismo culturale e religioso.

(da Adista, 2007)

Mercoledì 05 Marzo 2008 00:34

La risurrezione e la vita (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari
La risurrezione e la vita

di Giovanni Vannucci

Il punto centrale del brano di Gv 11,1-45 non è tanto il ritorno alla vita di Lazzaro morto, quanto le parole rivolte da Cristo a Marta: «Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se morto, vivrà». Il miracolo della rivivificazione del corpo fisico del morto è un corollario, una verifica delle parole di Cristo, nulla di più; non possiamo fondarvi la prova della natura divina del Maestro, essa può essere oggetto di fede solo in colui che ne sperimenta la risurrezione e la vita.

Cosa sono la risurrezione e la vita, cosa significa credere in Cristo, cosa vogliono dire la morte e la vita di chi in Lui crede? Prima di tentare una risposta a questi interrogativi, esaminiamo le figure dell’episodio della risurrezione di Lazzaro. Mentre Gesù era con i discepoli in una località oltre il Giordano, gli fu recata la notizia dell’infermità del suo amico Lazzaro. Egli fa questo commento: «Questa infermità non è perché Lazzaro muoia, ma perché in essa e per essa venga manifestato il mistero del potere infinito di Dio». Dopo due giorni dalla notizia, Gesù decide di recarsi da Lazzaro. I discepoli gli ricordano il pericolo che per lui e per loro c’era nel tornare nella Giudea, ove l’attendevano gli oppositori. La risposta di Gesù è simile a quella che diede ai discepoli a proposito del cieco nato: «La mia giornata non è ancora terminata, ed è necessario che io agisca; la mia luce, finché sono sulla terra, è necessario che risplenda... Lazzaro è morto. Io ne godo per voi, perché vi sarà rivelato che Dio, e io in Lui, siamo la vita». Tommaso segue Cristo dicendo: «Andiamo a morire con lui!». A Betania Gesù trova Lazzaro già da quattro giorni sepolto; Marta, la fede impulsiva e attiva, gli va incontro, e la sua fede, ancora legata alle credenze del suo popolo, afferma di credere alla risurrezione che avverrà nell’ultimo giorno, quando gli scheletri usciranno dai sepolcri e si rivestiranno di nuovo di carne. Gesù la richiama alla novità risurrezionale che Lui era venuto a portare all’uomo: «La risurrezione e la vita sono io, chi accoglie e vive questa novità anche se morto vivrà, e se è vivo non morrà». Marta si risveglia alla novità di Cristo e dice: «Credo che tu sei il Portatore del nuovo Tempo divino, che tu sei il Figlio di Dio». Marta, la fede attiva, corre a casa, dalla sorella Maria, la fede sicura e silenziosa che aspetta, e le dice: «Gesù ti ha chiamato». Maria balza in piedi e corre da Gesù, con lei si muovono i Giudei che le stavano vicino. Davanti al gruppo guidato da Maria Gesù esplode in uno scatto d’ira, vede davanti a sé una donna che crede e ama e una folla di saccenti, attaccati alle vecchie visioni religiose, che dubita e si oppone: «Non avrebbe potuto fare che Lazzaro non morisse?». Fa rimuovere la pietra dal sepolcro e grida: «Lazzaro, esci... E colui che era morto uscì». Molti dei Giudei presenti credettero, alcuni di essi, invece, andarono ad avvertire i Farisei della nuova provocazione compiuta da Gesù. Il quadro si presenta in tal maniera come la teofania di Gesù, portatore di risurrezione e di vita: Lazzaro morto ne ascolta e riconosce la voce che lo chiamava alla vita; i Giudei e i Farisei, vivi, non odono tale voce; la medesima voce che disseppellisce Lazzaro, seppellisce i Farisei, vivi, nella loro sordità.

«Io sono la risurrezione e la vita»; cos’è la risurrezione, cos’è la vita? Sono due termini che si oppongono alla morte come suo superamento, la risurrezione, o come sua negazione, la vita; oppure essi ci aiutano a una comprensione più accurata e profonda delle realtà della vita che tutti stiamo vivendo? La vita non potrebbe essere senza la morte, come la luce non è senza l’ombra, la vita è un’implacabile successione di morte e risurrezione. La pianta cresce, fiorisce, produce frutti, appassisce e muore depositando in terra il seme che riprenderà il ciclo vitale. Il fiore è insieme la morte della gemma e la risurrezione di questa in una più affascinante forma. Il ciclo della vita di ogni vivente è un’incessante successione di vita-morte-risurrezione. La vita è permanente, le forme sono periture ed effimere. A questa visione concreta ci richiama Cristo.

Nel contesto egli sottolinea l’aspetto psicologico, mentale della vita-morte-risurrezione. I Farisei sono paralizzati dalle loro vedute dogmatiche, dai loro sistemi di pensiero, ora la vita è sempre nuova, non ha né passato, né futuro, è indipendente dal tempo e dallo spazio. Gesù portava il Tempo nuovo, non poteva esser compreso da menti solidificate in sistemi di pensiero: «Io sono la risurrezione e la vita, Io sono la vita in tutte le morti, e la morte in tutte le vite». È il rinnovatore della coscienza, della volontà, del pensiero, dell’azione. Il grande disturbatore che ci tormenta e ci spinge all’ ascesa, che si nasconde nella coscienza per renderci inquieti. Pone la sua mano nel frutto che vorremmo consumare, vietandocene l’accesso. Frappone la sua carne piagata tra noi e il tormento che ci agita il sangue. Mette il peso della sua Croce tra noi e l’oro, tra noi e l’avidità e la superbia.

Senza la sua presenza stimolatrice, è questo il senso di «Io sono la risurrezione e la vita», l’umanità più non sarebbe, né sarebbe mai stata. «Io sono la risurrezione e la vita», significa che l’opera redentrice di Cristo è immanente, è continua, e consiste nel redimere, rinnovare, rendere liberi gli schiavi; nel trasformare gli incoscienti in persone coscienti, i deboli in forti, i miseri in uomini felici, i malati in creature sane. La sua via è la Croce; su di essa sale chi ha gettato la sua natura corrotta e corruttrice; di essa è degno chi, in purezza e pazienza, sopporta il destino dell’uomo, chi sa che la cenere del tempo ricopre i troni, eguaglia le piramidi alla tomba dello schiavo, il cui nome fu noto solo alla madre. La polvere del tempo non si è posata sulle croci, la loro luce ha abbreviato le tappe d’ascesa dell’uomo. Il tempo della Croce non è finito, perché non tutti sentono che Cristo è la risurrezione e la vita.



Giovanni Vannucci, «La risurrezione e la vita», 5a domenica di Quaresima, Anno A; in Risveglio della coscienza, Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; pp. 57-59.

Venerdì 15 Febbraio 2008 00:21

La lingua che Dio comprende (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari
La lingua che Dio comprende

di Marcelo Barros



Molte persone, cristiane e non cristiane, si sono spaventate per i recenti interventi del Vaticano, come il motu proprio del papa a favore dell’antico rito romano in latino. Molti si chiedono cosa possa significare per il mondo nel secolo XXI e, soprattutto, per la stessa Chiesa. Percepiscono che, con questa misura, è in gioco ben più di un problema di rito e di lingua.

Lunedì 28 Gennaio 2008 23:02

L’uomo nuovo (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Gesù discese nelle acque dove i battezzati da Giovanni deponevano i propri peccati riemergendone purificati. Lui, l'incontaminato, immergendosi nelle acque assumeva su di sé il peso dei peccati dell'uomo...

Domenica 06 Gennaio 2008 00:20

La profezia biblica del Giubileo (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari
La profezia biblica del Giubileo

di Marcelo Barros




“Lo spirito del Signore è su di me
e mi ha consacrato per dare
la buona notizia a ipoveri (...),
per promulgare l’anno di misericordia
(amnistia o Giubileo) del Signore.»

(Is 61, 2 e Lc. 4, 18-19)

Quando le persone parlano di Giubileo certamente si ricordano delle feste che si celebrano comunemente quando nelle famiglie si festeggiano i 50 anni di matrimonio di una coppia o di un gruppo che si è formato 25 o 50 anni prima. Ma, per approfondire il nostro argomento, è importante studiare quello che dice la Bibbia in proposito.

Nell'Antico Testamento ci sono pochi riferimenti concreti che mostrino il popolo che pratica la legge del Giubileo. Se accettate di aprire con me la Bibbia, possiamo dare un'occhiata ad alcuni testi suggestivi che ci metteranno in contatto con questa storia. Un primo testo da leggere si trova in un libro che utilizziamo poco nell'uso quotidiano: il Libro dei Numeri. Il racconto, scritto secoli più tardi, si riferisce al cammino del popolo nel deserto. È probabile che il brano 36-11 dei Numeri si riferisca al compimento dell'anno del Giubileo al tempo della conquista della terra. Forse, nel tempo in cui le tribù degli ebrei conquistavano la terra di Canaan, non esisteva ancora questa legge. Ma è possibile che alcune di esse avessero usanze che hanno dato origine al Giubileo. Quando, dopo l'esilio di Babilonia, questa legge fu scritta alle comunità di Israele piacque veder proiettata quest’istituzione al tempo del deserto. Anche il redattore deuteronomista crede che nel regno del Nord, sia stato celebrato un anno di Giubileo quando Ieu distrusse la dinastia degli Ameridi e fece un'alleanza con Jonadab, il Recabita (2 Re 10,15). Ai tempi dell'Antico Testamento, c'era un popolo che conviveva con gli israeliti e manteneva uno stile di vita nomade nel deserto. Erano i Recabiti. Essi credevano che la grande causa dell'infedeltà del popolo di Israele verso Dio fossero le sue usanze, che a poco a poco non si differenziarono da quelle dei popoli vicini.

È probabile che, nel Regno del Nord, nell'anno 540 a. C, il re Ieu abbia proclamato un anno di liberazione della terra e degli schiavi. Poiché l'anno di Giubileo era contato di sette anni in sette anni sabbatici, questo sarebbe stato un anno giubilare. (1)

Più tardi, nel Regno del Sud, secondo Geremia, Dio dice: “Io vi ho comandato di liberare gli schiavi il settimo anno (e nell'anno del Giubileo) e voi non mi avete obbedito. Per questo ora andrete in schiavitù (Gr 34,12 5). In questo contesto il profeta allude alla vita e alla fedeltà dei recabiti che, in questo senso, rispetterebbero l'anno sabbatico e l'anno del Giubileo (cfr. Gr 35).

Certamente anche Ezechiele 46,17, Isaia 55 e Neemia 5,1-19, testi provenienti dal periodo immediatamente postesilico, contengono allusioni ad anni di Giubileo. Ma il testo più famoso e sempre ricordato è una proclamazione di un nuovo Giubileo dopo la dominazione babilonese: Isaia 61,1-2. Questo fu il testo che Gesù scelse, nella sinagoga di Nazaret, per presentare il suo programma di azione. Dice il vangelo di Luca, che i suoi ascoltatori rimasero meravigliati delle “parole di grazia che uscivano dalla sua bocca" (Lc 4, 22). Secondo la nuova Bibbia spagnola, lo stupore fu dovuto al fatto che Gesù non parlò della minaccia che la profezia conteneva. Enunciò solo la parte della grazia. Il testo di Isaia citato da Gesù contiene le stesse espressioni letterarie sull’"anno di grazia" che vediamo in Levitico 25, il testo più esplicito e dettagliato sulla legge del Giubileo. Per questo ora lo studieremo meglio.

a - Lettura del Levitico 25

1 - Il Signore disse ancora a Mosè sul monte Sinai:

2 - Parla agli Israeliti e riferisci loro: Quando entrerete nel paese che io vi dò, la terra dovrà avere il suo sabato consacrato al Signore.

3 - Per sei anni seminerai il tuo campo e poterai la tua vigna e ne raccoglierai i frutti;

4 - Ma il settimo anno sarà come sabato, un riposo assoluto per la terra, un sabato in onore del Signore; non seminerai il tuo campo enon poterai la tua vigna.

8 - Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni.

9 - Al decimo giorno del settimo mese farai squillare la tromba dell'acclamazione; nel giorno dell'espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese.

10 - Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un Giubileo ognuno di vuoi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia.

11 - Il cinquantesimo anno sarà per voi un Giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate.

12 - Poiché è il Giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi.

17 - Nessuno di voi danneggi il fratello, ma temete il vostro Dio, poiché io sono il Signore vostro Dio.

23 - Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini.

24 - Perciò,in tutto il paese che avrete in possesso, concederete il diritto di riscatto per quanto riguarda il suolo.

25 - Se il tuo fratello, divenuto povero, vende una parte della sua proprietà, colui che ha il diritto di riscatto, cioè il suo parente più stretto, verrà e riscatterà ciò che il fratello ha venduto.

b - Il contesto letterario e storico

I Giudei, che intitolavano ciascun libro biblico con le prime parole con le quali il libro incominciava, davano al Levitico il titolo di "Egli chiamò" (wayykra). (2)A poco a poco, a causa del suo contenuto, i rabbini cominciarono a chiamarlo "il libro dei sacerdoti", dal momento che conteneva le leggi per il culto. Dal secolo scorso, gli esegeti chiamano la parte del Levitico nel quale è inserito il capitolo 25 "codice della santità" (Lv 17-26). (3)

Non si tratta, quindi, solo dileggi, ma di una vocazione una chiamata che Gesù riprese nei Vangeli con altre parole: "Siate santi, perché Io sono santo" (Lv 19,2; cfr. Mt 5,48 e Lc 6,36).

Molti esegeti ritengono sia stata una situazione che non riuscì mai ad essere praticata in Israele. Alcuni credono non fosse nemmeno stata scritta per essere realmente messa in pratica. Doveva essere solo un orizzonte utopico, redatto nel contesto del ritorno all'esilio. (5)Sentendo affermazioni come queste, ho il dubbio che questi studiosi stiano tentando di dirci: "Non vale la pena prendere sul serio questa legge. E solo una teoria folle e senza una reale validità. La società non può seguire queste regole".

Diverse persone insegnano che il Giubileo è una legge senza nessun parallelo nella legislazione dell'Antico Oriente. Altre, invece hanno scoperto indizi dileggi, come questa del Giubileo, nei tempi preesilici e nella letteratura della Mesopotamia. La cosa più probabile è che il nucleo centrale di questa legge risalga all'occupazione di Canaan, quando si realizzarono le condizioni economiche e culturali per una legislazione di questo tipo. (6) Il Giubileo è una legge troppo ottimista per essere stata frutto di una situazione come quella dell'esilio o del periodo immediatamente successivo. (7) Probabilmente, all'inizio, la legge del Giubileo non fu pensata per essere ripetuta. Sarebbe stata applicata un'unica volta, cinquant'anni dopo la conquista, per correggere possibili errori nella distribuzione della terra e rimediare all'impoverimento dei contadini del Nord. Avrebbe dovuto essere una misura collettiva. Così come in Brasile la Costituzione del 1988 prevedeva un referendum per il 1993, nella Bibbia la legge delle tribù insediate in Canaan prevedeva una riforma 50 anni dopo. Con il passare del tempo, quindi, ciò che era stato necessario una volta divenne un punto di riferimento da ripetere ogni 50 anni.

Il contesto di questa legge fu un progetto di riforma agraria per il popolo che oggi possiamo chiamare dei senza terra. Includeva la cancellazione dei debiti, la liberazione degli schiavi e h restituzione del possesso della terra agli ex proprietari che l'avevano persa. Senza dubbio questa proposta di riforma sociale, contenuta nella legge del Giubileo, è totalmente differente da qualsiasi altra legge dell'Oriente e della società vigente in Israele. Essa è estremamente audace e coraggiosa. È una profezia. Quello che ha in comune con legislazioni e costumi orientali non è il suo contenuto o proposta. Quello che ha in comune con altre usanze è il fatto di basarsi su usi culturali agricoli vigenti in tutto l'Oriente (per esempio il riposo della terra, il sorteggio della proprietà e così via). Come realizzazione, per quanto riguarda Israele, il Giubileo non fa che radicalizzare una legge antica e già conosciuta in Israele come parola di Dio: la Legge del Sabato.

Quando, sul finire del periodo della dominazione di Babilonia, fu scritto il Levitico, la legge dava agli antichi proprietari della terra la speranza di recuperare la loro proprietà. Sia nel Levitico che nelle altre citazioni bibliche relative al Giubileo, i profeti e i sacerdoti insistono soprattutto sulla giustizia tra le persone e sul rapporto tra le persone e la terra.

c - Alcuni elementi ermeneutici del testo

- Il termine "Giubileo"

Giubileo viene dalla parola ebraica Jobel, montone, o più specificatamente corno, strumento suonato per annunciare il giudizio o la chiamata di Dio.

Secondo la tradizione, sul Monte Sinai, il Signore ordinò al popolo di tenersi a distanza. Ma disse: "Quando suonerà il corno (jobel), alcuni potranno salire sul monte" (Es 19,13). Il Jobel èlo strumentoche avvisa dell'inizio di un giudizio. Per questo l'anno del perdono e del riscatto, o della liberazione della terra, inizia con il suono del corno. Si chiama "anno di jobel” perché è il tempo nel quale Dio torna per giudicare il popolo e restaurare la sua giustizia. C'è una certa differenza tra il perdono e il riscatto. Il perdono biblico suppone già la giustizia. Per essere completo, deve essere accompagnato da una necessaria soddisfazione e riparazione della giustizia. Non basta chiedere il perdono teoricamente, senza impegnarsi a difendere la vita che è stata violentata, o trovare nuovi strumenti per rifare ciò che è stato infranto o danneggiato (e per il quale la persona chiede perdono). Invece il riscatto biblico è qualcosa di più e, più che perdonare, è liberare e ripristinare la giustizia, come se si tornasse indietro nel tempo e si rifacesse la storia. Nell'antico Israele c'era qualcuno che doveva ricoprire la funzione di goel, o vendicatore di sangue. Egli riscattava il parente prossimo caduto in schiavitù o il sangue di un parente assassinato. In alcune epoche, il riscatto assunse una nozione di "acquisizione". Chi riscattava uno schiavo, lo liberava per la sua casa o per il suo servizio. La persona che riscattava ripristinava un processo che riprendeva il passato e "vendicava l'ingiustizia fatta", non per una mera vendetta di odio, ma per ricostruire la giustizia. Per esempio, condonare un debito voleva dire che, da allora in poi, non doveva più essere pagato. Il riscatto è molto più coinvolgente. Mostrare che il debito è stato pagato e quindi chi è in debito non è colui che è considerato debitore, ma chi si ritiene creditore.

Tutto questo è vissuto nel contesto di un rapporto di alleanza e di comunione di vita. Nei tempi antichi, la persona riscattata assumeva un rapporto di alleanza con chi l'aveva redenta o riscattata. Così il riscatto di un popolo schiavizzato faceva di esso un popolo libero, un partner dell'alleanza con il suo liberatore. Per questo la Bibbia dice che il Signore è il nostro riscattatore e Gesù stesso assume la figura di redentore.

- Una spiritualità sabbatica

Poiché nell’anno del Giubileo vi è la radicalizzazione della legge del sabato, per comprendere lo spirito del Giubileo biblico dobbiamo approfondire il significato del sabato.

Secondo uno dei racconti della creazione (cf. Gen 1), tutta l'opera di Dio ha la sua meta e il suo culmine nella celebrazione del sabato: "Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò" (Gn 2,2-3). Dio stesso è il primo che celebra il sabato come tempo di riposo e di libertà.

Altri diranno “riscattatori" perché il povero non possiede nemmeno il tempo. È del suo signore o padrone. Quando Israele dice che il tempo è di Dio, rende possibile il fatto che esso sia per tetti gli esseri umani il tempo dell'amore e della libertà. In questo senso, il rabbino A. Heschel scrive: e d povero, tra il successo e la sconfitta. Celebrare il sabato è sperimentare la suprema indipendenza. (...) Il sabato è una personificazione della credenza che rotti gli esseri umani sono uguali e che l'uguaglianza tra le persone dimostra la loro nobiltà. Il peccato maggiore di un essere umano è dimenticare che è un principe. (9) importante osservare che cosa questa parola di Dio dica alla nostra vita oggi. Per Israele, non c'è vita senza sabato. Come non c'è vita senza amore e libertà. Occorre recuperare questa mistica sabbatica, sia nella nostra vita personale che nella pratica comunitaria, ecclesiale oltre che politica. Questo implica che la gente opti per recuperare il senso di un tempo più umanizzato. Rispetti di più il ritmo della vita, non accetti di vivere in modo disumano un giorno dopo l'altro senza concedersi riposo né tempo libero. Il riposo con Dio è il sabato. Gesù ha sempre difeso questa dimensione liberatrice del sabato. Liberatrice nel senso sociale e anche personale: "Il sabato è stato fatto per l'uomo". Fa parte di questa dimensione liberatrice trovare il tempo per rinnovare la consacrazione e vivere l'i gratuità della preghiera e dell'ascolto di Dio. Non c'è vita d'amore senza momenti di intimità, di ricreazione e animazione con cui si ama. Il Giubileo è un tempo nel quale, come dicevano gli antichi monaci, la persona è chiamata a vacare Deum, "fare ricreazione con Dio".

d - Il riscatto della terra

di Dio, scoprì che anche la terra appartiene a Dio. La proprietà del tempo, come della terra, è ricevuta gratuitamente e condivisa. C'è una relazione profonda tra il sabato e la proprietà della terra. Se il sabato è il tempo del riposo della persona, di conseguenza è anche il riposo della terra. Evidentemente, in una società agricola, se la terra non riposasse, nemmeno i contadini riposerebbero. Ma il fondamento teologico per questa prescrizione è come abbiamo già visto, che la terra appartenga al Signore e debba riposare come Dio riposò nel settimo giorno.

La terra di Israele, che rappresenta e simboleggia tutta la terra abitata, è in questo senso una terra santa che non deve essere profanata. L'Esodo insegna che, di sabato, il proprietario non deve raccogliere i prodotti della terra perché “ne mangiano gli indigenti del tuo popolo e ciò che resterà sia divorato dalle bestie della campagna" (Es 23,11). Nel Levitico è scritto: “Nel settimo anno (...) non mieterai quello che nascerà spontaneamente dal campo. Non vendemmierai l'uva della tua vigna che non avrai potato, sarà un anno di riposo completo per la terra" (Lv 25,5).

La motivazione non è solo quella di soccorrere gli esseri umani. È fondamentale che i poveri possano mangiare. Ma il testo sottolinea che la terra coltivata debba anche riposare. La dimensione sociale non è assente. Al contrario, si insiste continuamente: “Non opprimete il prossimo" (v. 17). L'ultima parte del capitolo contiene tutte le norme sulla liberazione degli schiavi e su come il popolo potrà avere cibo se dovrà passare un anno senza seminare e raccogliere. Lì si parla di “riscatto" della terra. E importante osservare come lo stesso linguaggio usato per il riscatto degli schiavi, o la punizione dei crimini sia usato in relazione alla terra. Si riscatta la terra come se si trattasse di un vivente che sta soffrendo. In questo contesto il Levitico dice che la terra non può essere venduta sempre. Viene riscattata nell'anno sabbatico come venivano liberati gli schiavi. Oggi la sensibilità ecologica e olistica ci aiuta a capire meglio che la terra ha, in se stessa, dei diritti e merita di essere riscattata, liberata.

Potreste interrompermi con un argomento che metterebbe in discussione tutta questa conclusione: Nel capitolo 25 del Levitico, la parola "terra" (Eretz) si riferisce al suolo coltivato e alla terra dove si abita, ma nel senso esclusivo del paese, cioè Israele. Non ha niente a che vedere con la terra nel senso di pianeta odi universo, e nemmeno di qualsiasi altra terra.

Di fatto, in una lettura letterale del testo si tratta solo della terra di Israele. Sembra che solo questa sia di Dio e non possa essere venduta. Ma altri testi quasi immediatamente posteriori ampliarono questa concezione: "Al Signore appartiene la terra e tutto quello che essa contiene, il mondo e quelli che lo abitano" (Sal 24,1). “I cieli sono i cieli del Signore, ma la terra, Lui l'ha donata ai figli degli uomini" (Sal 115,16).

In queste citazioni potete osservare l'ampliamento del concetto. La terra diventa tutta la terra. Personalmente, mi piace osservare che questa apertura appare di più nei testi dei Salmi. Attualmente, imparo ogni giorno di più facendo maggior attenzione al carattere universale della preghiera. I Salmi ci insegnano a pregare partendo dall'impegno per la giustizia e dalla comunione amorosa con la terra e l'universo. "Ho lodato il Signore per il cielo, (...) per la terra e per il popolo che gli è caro" (cfr Sal 148, 1.8.14). Ci ricordano che siamo proprietari della terra di Dio, siamo più vicini a Lui: "Dio salvi l'universo, dove abita Dio".

"Per amore di Sion, non tacerò
per amore di Gerusalemme non mi darò pace
finché non sorga come stella la sua giustizia
e la sua salvezza non risplenda come lampada (…)
Nessuno ti chiamerà più abbandonata,
né la tua terra sarà più detta devastata.
sarai chiamata mio compiacimento;poiché il Signore si compiacerà di tee la tua terra avrà uno sposo".

(Isaia 62,1.4)

Domenica 30 Dicembre 2007 01:03

Epifania del Signore (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Epifania del Signore

di Giovanni Vannucci


«Ecco, vennero i Magi dall’Oriente a Gerusalemme dicendo: “Abbiamo visto la stella del re dei Giudei e siamo venuti per adorarlo...”. Entrati nella casa videro il Fanciullo con Maria sua madre; prostrati lo adorarono, offrendo in dono oro, incenso e mirra» (Mt 2, 1-12).

Il giorno dell’adorazione dei Magi è designato dalla liturgia con il termine di Epifania, cioè di manifestazione della grandezza e del potere di Gesù a tutte le popolazioni della terra. I doni offerti dai Magi al Fanciullo rivelano la natura del Fanciullo: l’oro è l’offerta in onore dei re, l’incenso il dono al sacerdote, la mirra, sostanza per l’imbalsamazione, il dono alla vittima sacrificale. Il Fanciullo è il Re e la sorgente del potere esercitato in nome della verità di Dio; è il Sacerdote e la fonte del sacerdozio conforme al pensiero di Dio; è la Vittima che sacrifica se stessa per rendere possibile, nella dura èra attuale, l’accesso alla Verità. Nella sua nascita il Figlio di Dio è apparso in una porzione di terra non profanata da mano d’uomo, lo squallore della grotta è stata la condizione richiesta perché potesse comunicare con tutte le creature in perfetta libertà e immunità di privilegi. Questo fatto rivela la sovranità assoluta di Gesù, il suo potere regale non è la conclusione di ambiziosi sogni di potenza, il risultato di abili maneggi delle masse e delle loro oscure brame; ma è il servizio umile, incondizionato, silenzioso e fattivo di un amore per la verità e la vera grandezza dell’uomo. Nel Fanciullo venerato dai Magi, come Re, è già in atto quell’insegnamento che un giorno definirà la statura del Buon Pastore che «conosce le sue pecorelle ed è da esse conosciuto perché dà per loro la sua vita» (Gv 10, 11).

Il Fanciullo venerato dai Magi è anche il Sacerdote, l’origine e il compimento del vero sacerdozio, la cui missione è di ricongiungere la terra e il cielo attraverso il dono di sé e il servizio. La mancanza di ogni privilegio, la nudità più semplice, la libertà da qualunque casta terrena che poteva essere rappresentata anche dall’aprirsi di una casa per accogliere la Vergine partoriente, sono le ali che fanno volare nell’alto, nella sua opera mediatrice, il sacerdozio vero.

Anche qui l’essere prevale sull’avere. E da Cristo nasce non una casta sacerdotale avida di poteri e di privilegi terreni, ma un ordine nuovo di creature che in Lui ritrovano la perduta armonia dell’amore e del servizio silenzioso e fedele, perché ogni uomo, dall’umile e spoglia presenza del sacerdote cristiano, sia condotto a vedere in se stesso, senza violenze e senza imposizioni, la luce del Signore.

Il Fanciullo è anche la Vittima intatta, immolata nel punto più cruciale dell’èra in cui viviamo. La nostra èra è l’èra della forza bruta e spietata, i suoi sentieri sono segnati dalle vittime che si sono immolate per aprire un varco alla speranza e alla verità nel cuore dell’uomo.

L’unica via possibile per ritrovare il collegamento tra il cielo e la terra, tra il nostro io chiuso nelle valve dell’egoismo e l’Io divino aperto nell’infinito cielo è il sacrificio. E il sacrificio cruento è il diadema del vero Re, la corona sacra del vero Sacerdote.

Questo intuirono i semplici cuori dei saggi venuti a Betlem dall’Oriente, per venerare Colui che compiva la loro conoscenza e la loro speranza, ed era il fiore sbocciato dall’attesa religiosa dell’uomo.


(in Giovanni Vannucci, in Risveglio della Coscienza, Sotto il Monte, 1984; Epifania del Signore, p. 37-38. Anno A)

Venerdì 30 Novembre 2007 23:58

Helder, un dono di Dio al mondo (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Helder, un dono di Dio al mondo

di Marcelo Barros





È morto il 27 agosto 1999 dom Helder Camara.
Forse, in Brasile, molti giovani non l'hanno conosciuto. In realtà, per anni, il nome e la parola di questo vescovo profeta sono stati censurati dalla dittatura militare.

Poco dopo "l'apertura politica", dom Helder rinunciò al suo incarico di arcivescovo di Olinda e Recife. Il suo successore assunse il compito di distruggere quello che, per più di due decenni, il dom e la sua Chiesa avevano realizzato.
Negli ultimi anni, quello che non era riuscito ai militari è sembrato riuscire ad alcuni signori della gerarchia ecclesiastica: far dimenticare e passare sotto silenzio la profezia di colui che proprio Giovanni Paolo II, quando visitò Recife (1980) aveva chiamato:"Fratello dei poveri, mio fratello".
Lo Spirito di Dio ha affidato a gruppi di laici, come"Igreja Nova", il Cendehec (Centro di Difesa dei Diritti Umani D. Helder Camara) e quelli che coordinano le "Opere di Frate Francesco", la missione di restituire dom Helder al mondo e il mondo a dom Helder. In vari modi, questi gruppi hanno fatto in modo che la voce e la vita del dom fossero nuovamente conosciute ed ascoltate nel mondo. Hanno reso anche possibile che il vecchio patriarca fosse liberato da anni di silenzio e, a 90 anni, esercitasse nuovamente la sua missione di profeta.

Il nostro amato arcivescovo, che mai accettò di essere chiamato Eccellenza o "Dom", come titolo simbolo di nobiltà, fu veramente un dono di Dio per l'umanità di questo secolo. Sono vissuto ed ho lavorato con lui per dodici anni. Da lui fui ordinato diacono e poi prete. Con lui ho capito che il progetto di Dio è l'unità delle religioni e delle culture in funzione della pace e della giustizia per la terra. Nel 1970, aiutandolo a prepararsi per partecipare al Parlamento delle Religioni per la Pace a Kyoto (Giappone), lo sentii dire: "Le religioni devono dialogare e camminare insieme per essere la coscienza etica dell'umanità e il grido pacifico degli impoveriti".
Desiderava riunire gruppi e persone affamati e assetati di giustizia nel mondo intero dicendo loro che, anche se pochi e deboli, avevano un'immensa fecondità. Li chiamava "minoranze abramitiche". Mi ricordo il suo modo di essere vescovo. Aveva un funzione propria e personale di profeta, con la sua autorità morale e la sua responsabilità di pastore, senza tuttavia mai imporsi a nessuno. Una volta, ho visto un prete ringraziarlo per il fatto che, durante i suoi 21 anni di arcivescovado, non aveva mai assunto un atteggiamento autoritario o di rifiuto di qualcuno, nemmeno se questo lo aveva criticato apertamente o si era mostrato suo avversario.

Fu la sua fede nella responsabilità condivisa che lo portò a fondare la Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB), la Confederazione Episcopale Latinoamericana (CELAM), oltre ad avere ispirato la creazione della Sudene e di tanti organismi di promozione umana. Egli, che non aveva mai cercato il potere per se', ha vissuto i suoi ultimi anni ed è morto come il povero che ha sempre cercato di essere: "Vorrei essere una semplice pozzanghera per riflettere il cielo".

Mi ricordo della sua figura già curva, al festeggiamento dei suoi 80 anni, che danzava il frevo (danza del Nordeste brasiliano) con le comunità povere. Chiedo a Dio che ci dia nuovamente vescovi e pastori capaci di danzare il frevo con il povero.
Negli ultimi anni, ho seguito a distanza la sua campagna per un 2000 senza miseria. Nel 1996, aveva scritto insieme all'Abbe' Pierre, il francese apostolo della solidarietà che gli rendeva visita a Recife: "Abbiamo più di 80 anni e ancora ci sono molte cose da fare per rimettere il mondo in ordine. Con le poche forze che ci restano, continueremo a combattere contro la miseria".

Dom Helder è morto un giorno dopo la marcia che ha riunito migliaia di persone a Brasilia. I giornali discutono se i partecipanti fossero circa centomila, come previsto dai movimenti popolari, o quarantamila, come calcolato dagli organi di governo. Se potesse, dom Helder oggi ripeterebbe loro quello che proclamava già vent'anni fa: "Chi ha preso coscienza delle ingiustizie generate dalla cattiva distribuzione della ricchezza, se ha grandezza d'animo, coglierà le proteste silenziose o violente dei poveri. La protesta dei poveri è la voce di Dio".

Sabato 24 Novembre 2007 22:32

L’Immacolata Concezione (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari
L’Immacolata Concezione

di Giovanni Vannucci


Il 23 settembre, all’equinozio autunnale, il sole sembra vinto, le tenebre si prolungano; la diminuzione della luce durerà tre mesi zodiacali, fino al 21 dicembre, il solstizio invernale, quando la luce solare riprende il suo corso.

In questo periodo la Chiesa ha collocato la festa dei morti, e l’8 dicembre, tredici giorni prima della rigenerazione della luce, la solennità dell’Immacolata Concezione. Mentre la terra sembra venir sommersa nelle tenebre e nel gelo del primo Caos, la solennità dell’Immacolata viene a ricordarci che, al di là dello spessore della materia, delle tenebrose e confuse energie che l’intessono, c’è una luminosa e intatta Concezione che, movendosi dalla mente divina, si è densificata nella materia e ha avuto la sua perfetta manifestazione nella figura umana della Vergine, prescelta a generare il Sole eterno.

Non è facile per noi, abituati a esprimere i grandi misteri della Rivelazione con l’ordinario linguaggio della ragione - operazione questa assimilabile al gioco del fanciullo che tenta, sulla spiaggia, di introdurre l’acqua del mare nella buca che ha scavato -, afferrare il contenuto delle figure portatrici della Rivelazione. Ma, ponendoci davanti alla Donna rivestita di sole, qualcosa riusciremo a intravedere del suo mistero servendoci di una tradizionale metafora, conosciuta dai pensatori religiosi di altri tempi. Essa raffigurava la creazione come il risultato di quattro tappe successive: partendo dall’ultima, il mondo sensibile, e risalendo attraverso la penultima, il mondo della formazione; la seconda il mondo dell’ideazione; e la prima, il mondo degli archetipi o finalità ultime.

Prendo un esempio: ho nelle mani un orologio, esso è un meccanismo visibile, palpabile, il mondo sensibile; questo meccanismo è stato formato dal lavoro dell’uomo, il mondo della formazione; il lavoro è stato diretto da precisi concetti meccanici e matematici, l mondo dell’ideazione; questi tre mondi sono sintetizzati nell’archetipo mentale dell’orologiaio, che ha pensato di costruire uno strumento per la misurazione del tempo quantitativo. Viviamo in un mondo fatto di materia palpabile, controllabile, misurabile, definibile; questa materia viene intessuta da un infinito numero di energie, energie che hanno delle precise leggi concettuali, leggi che sono state pensate nell’infinita mente di Dio e amate e volute da un amore e una volontà ugualmente infiniti.

Nel primo stadio la concezione del divenire della creazione è immacolata, intatta. Questo primo istante è la mente di Dio, la Sapienza divina, ed è il principio archetipico di tutto ciò che è manifesto; è anche l’idea di questo principio, la prima speculazione della Prima Mente; vi è il Padre e vi è la creazione nel tumultuoso divenire, e nella creazione vi è la Luce.

Questa Luce è l’Immacolata Concezione che in sé compendia quanto di Vero, di Bello e di Buono è nel divino sogno creatore, e anche quanto di Vero, di Bello e di Buono verrà attuato nella creazione.

La Chiesa nella Liturgia, per esprimere l’istante che precede la creazione, si serve delle parole del libro dei Proverbi: «Prima che si ergessero con la loro mole i monti, prima che erompesse l’onda dalle sorgenti, io ero con il Creatore. Con Lui ero da tutta l’eternità, posseduta da Lui, partecipando alla formazione del creato. La mia gioia è di essere sulla terra, mia delizia dimorare tra i figli dell’uomo. Chi scopre me trova la vita; il mio pane viene mangiato, il mio vino viene bevuto da chi ha raggiunto la semplicità» (cfr. Pr 8, 22-31), e attribuisce queste parole a Maria.

La creazione nella coscienza umana è stata infranta, l’uomo si è separato dal mondo archetipale divino, e ha voluto usare del creato come se avesse in se stesso, immanente, la propria ragione d’essere. Ma la ribellione non ha infranto il profondo tessuto delle cose. Il principio archetipico di tutto ciò che è manifesto, l’incontaminato piano della Prima Mente, la Sapienza divina ha continuato a emanare la sua Luce: questa Luce è l’Immacolata Concezione.

Cercate di vedere il nulla assoluto, e in questo nulla la Trinità Santa, imprincipiata e dalla quale tutto principia, che pensa ciò che esteriorizzerà, ciò che manifesterà, ciò che creerà. La visione della creazione prima del suo inizio è l’Immacolata Concezione.

Nel tempo della più densa tenebra dell’anno qualitativo, l’anno liturgico, quando tutto sembra ritornare tenebra nel caos primordiale, viene celebrata la solennità della Luce incontaminata, dell’Ideazione incorrotta del creato, della Concezione Immacolata. La manifestazione dell’incorrotta Luce è la Vergine-Madre che, il 25 dicembre, contempleremo immersa nella luce e nel canto degli Angeli dopo aver dato alla Luce il Salvatore.

Nella teofania dell’Immacolata Concezione la creazione è stata riplasmata, ricostruita, ripartorita. Nel suo seno la natura umana ha ripreso il suo destino divino, e agli uomini è stata restituita la facoltà di divenire «figli di Dio». L’Immacolata è un concetto che prelude a un altro, quello dell’Assunta. L’Immacolata e l’Assunta non costituiscono soltanto la gloria di Maria Madre di Gesù, ma anche la gloria dell’umanità esprimente Gesù, e riassunta e riespressa in Cristo.

Maria è la prima creatura che ha realizzato il suo corpo immacolato e glorioso, ma essa non è che una caparra, una promessa, un invito. Tutti ritroveremo l’Immacolata Concezione e tutti saremo assunti. Maria è l’atomo infranto attraverso il quale la creazione passerà. Maria è l’archetipo umano per eccellenza, come Cristo è l’archetipo cosmico per eccellenza: misteri che il linguaggio umano può sfiorare, ma non spiegare.

Salmo in lode della Vergine Maria

Dio si è unito all’umana natura,
la parte si annienta nel tutto,
il finito nell’infinito, il tempo nell’eternità.
La Parola si è fatta carne,
viva è la carne per l’abbraccio dello Spirito,
la terra ritrova il suo perduto ritmo.
Nell’unità è abolita la separazione,
alba è la Vergine del tuo eterno giorno, o Signore,

per l’umanità infranta nella notte dei tempi.
Il peccato antico, densità della forza separatrice,
è abolito dal “si” della Vergine,
al folgorante bacio dello Spirito.
Eva è tornata nel fianco di Adamo,
gli opposti principi riuniti nell’unum,
il serpente separatore ha perso il veleno.
L’inquieta ricerca è placata,
un canto nuovo intonano i cieli,
la Parola vive nella carne, la carne nella Parola.
L’uomo non è più figlio solitario della carne,
figli non genera più il sangue,
erompe la vita nell’estasi dell’unum.
La tua discesa nella carne, o Parola eterna,
rivela la purità dell’amore immanente nel creato,
la verità di ogni sogno di vita,
il compimento di tutte le attese.

(da Giovanni Vannucci, L’Immacolata Concezione, 8 dicembre - Anno C; in La vita senza fine, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG), 1985, pp. 242-246)
Lunedì 29 Ottobre 2007 21:14

Disposti a pagare il prezzo (Marcello Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Disposti a pagare il prezzo

di
Marcello Barros

Nel Forum, come quello tenutosi a Nairobi, la cosa più importante non è tanto raggiungere un consenso o elaborare dei bei documenti finali, quanto fare in modo che i partecipanti possano mettersi in discussione e le organizzazioni di base ne possano uscire rafforzate. Sicuramente tutti i partecipanti a questo Forum sono stati colpiti dall’estrema povertà della maggior parte della popolazione di Nairobi, e dal fatto che i missionari vivono con loro come gesto concreto di solidarietà, volto a concretizzare un cammino di trasformazione. Questa situazione scandalosa, che colpisce la maggior parte dell’umanità, sembra far sentire il suo grido in America Latina, Africa, Asia, rimandandolo alle chiese, affinché escano dal loro letargo dogmatico e religioso per non essere poi condannate, come complici di omissione, di fronte al genocidio che il neo-liberismo sta operando nel mondo.

Al Forum ci si è chiesti, molto provocatoriamente, se i teologi della liberazione si mantengano fedeli all’ispirazione originale, oppure se molti hanno abbandonato il loro impegno per i poveri per convertirsi a una teologia liberale, capace di dialogare con e scuole europee,svincolandosi dall’impegno per realizzare una trasformazione sociale e di liberazione.

La questione posta dal teologo asiatico Rowan Silva interpella tutti noi:”Se non siamo disposti a pagare il prezzo di essere a fianco dei poveri e degli oppressi, la nostra teologia è inutile”. Silva ha insistito su una nuova teologia che entri in relazione con le religioni. Ha ricordato che in Asia, il cristianesimo ha bisogno di un “battesimo di immersione” nelle acque delle grandi religioni asiatiche, come pure di andare al calvario con i poveri.

Forse per questo, le persone hanno affermato che la spiritualità “per un nuovo mondo possibile” non è ristretta alle istituzioni religiose, ma deve essere libera e indipendente dai dogmi e dalle strutture religiose.

Il Forum si è concluso senza fissare un appuntamento futuro. Nei corridoi, tante persone si sono domandate perché i più famosi teologi della liberazione non fossero presenti a un evento così importante. La risposta più immediata riguardava l’aspetto economico. In modo particolare, il costo del biglietto aereo.

A parte ciò, fin dagli anni’80, in ambito cattolico, la discussione teologica è stata vista con sospetto, fino a essere perseguitata dal Vaticano e, in determinati ambienti, dalle gerarchie locali. Ci si chiede: in che modo si può creare uno spirito di lavoro comune e di interesse al dialogo, come è emerso al Forum? Tale problema suggerisce, soprattutto ai cattolici, quanto questo Forum abbia una natura più ecumenica. Anche se si deve riconoscere che la maggior parte dei partecipanti era di estrazione cattolica e la questione ecumenica è stata trattata solo in maniera minore.

Il giorno dopo la chiusura del Forum di teologia, è cominciato il 7° Forum sociale mondiale, che, più dei precedenti, ha aiutato i partecipanti a confrontarsi direttamente con situazioni di povertà, che molti nordamericani, europei e anche latinoamericani non avevano mai visto prima. Nel Forum mondiale non si è parlato di spiritualità, anche se un partecipante si è posto la seguente questione: “Non appartengo a nessuna religione, non mi pongo la questione su Dio, ma ho visto tanti poveri partecipare al Forum. Osservando la creatività di questa gente, mi sono interpellato nel mio essere più profondo. Non so se tutto ciò significhi”spiritualità”, ma credo che sia questa energia di solidarietà che mi sfida a cambiare il mio modo di vivere”.

(da Nigrizia, marzo 2007)

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