Venerdì, 14 Agosto 2020
Maestri Contemporanei
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Maestri Contemporanei (117)

Lunedì 23 Aprile 2007 21:04

Il volto divino dell'altro (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Il volto divino dell'altro
di Marcelo Barros






Anno C 28 gennaio 2007 IV Domenica del Tempo Ordinario Ger 1,4-5.17-19 Sal 70 1Cor 12,31-13,13 Lc 4,21-30


Un buon modo di accogliere spiritualmente questa parola del Vangelo, oggi, è immaginare che, proprio come coloro che ascoltarono Gesù, anche noi abbiamo difficoltà a comprendere e ad accogliere la sua proposta. Partire da questo presupposto ci evita di cadere nella presunzione di sentirci migliori e ci fa vivere più urgentemente l'urgenza di convertirci.

I testi di oggi ci parlano del carattere sovversivo e trasformatore della profezia. Geremia è stato chiamato fin dall'utero materno per piantare ed estirpare, per costruire e per demolire (prima lettura). Paolo dice ai Corinzi che lo Spirito è uno solo, ma ha molti doni e suscita i più diversi servizi. Tuttavia, di tutti, il maggiore e più eccellente è l'amore (agapé) che Gustavo Gutierrez dice che è meglio tradurre con solidarietà (seconda lettura). Gesù concretizza tutto questo applicandolo alla sua missione profetica, missione che sorprende ed esige non solo una comprensione nuova e diversa, ma un'adesione esigente e disinteressata.

Un primo sforzo è, allora, quello di comprendere la difficoltà degli ascoltatori di Gesù nella sinagoga di Nazareth. Secondo il Vangelo, Gesù aveva annunciato un nuovo giubileo di liberazione e di vita. Aveva letto la profezia di liberazione del terzo Isaia e aveva affermato: "Oggi si compie questa profezia". Il Vangelo dice che tutti reagirono. Ma Gesù dice che Dio realizza questo non solo per noi ma per tutti, e in particolare per l'altro, per il diverso, per lo straniero. All'udire ciò, i suoi ascoltatori si scandalizzano. Gesù insiste: Elia ed Eliseo sono stati inviati da Dio per dare segnali d'amore agli stranieri e non agli israeliti. Dio pone gli extracomunitari davanti a coloro che sono considerati cittadini.

Al quinto Forum Sociale Mondiale c'era stato un grande atto interreligioso: per due ore rappresentanti di diverse religioni avevano pregato ed espresso il proprio pensiero. Io coordinavo, ma non c'era nessun altro religioso cristiano. Alla fine, una signora venne da me indignata. Perché si erano manifestate tante religioni e io non avevo parlato del cristianesimo? Risposi che per me vivere il cristianesimo è valorizzare il diverso e testimoniare il volto divino nell'altro. Non è facile comprendere che, come diceva Dietrich Bonhoeffer, Dio sceglie di manifestarsi a me attraverso l'altro e all'altro attraverso di me. Fino ad oggi le Chiese hanno avuto difficoltà a vivere questo. Nel luglio del 2006, con grande sofferenza di molti pastori, pastore e fedeli, il Concilio della Chiesa metodista del Brasile, una delle pioniere dell'ecumenismo nel Paese, ha deciso di abbandonare ogni organismo ecumenico che abbia la partecipazione di "cattolici ed altri non cristiani". Da parte della Chiesa cattolica, quanti documenti e testi recenti sono stati scritti per garantire la superiorità della fede cristiana sulle altre credenze?

Nell'attuale contesto di un mondo pluralista, il Vangelo ci chiama alla profezia dell'universalizzazione o decentramento della fede. Oggi, questo è un importante e fondamentale aspetto della profezia del Vangelo. Come dice il teologo brasiliano Faustino Teixeira, "quello che caratterizza il discepolato di Gesù, ossia il cristianesimo, è il senso dell'alterità come norma di spiritualità e di vita".

(da Adista, 5 del 20 gennaio 2007)
Pasqua di Resurrezione: Le due Chiese

di Giovanni Vannucci

 

Leggiamo attentamente la pagina del Vangelo di questa domenica della Risurrezione (Gv 20, 1-9).

Maria di Magdala andò di buon mattino al sepolcro, trovò la pietra tombale ribaltata e la tomba vuota. Costernata corse da Simon Pietro e da Giovanni dicendo: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro!». I due discepoli di corsa andarono al sepolcro. Giovanni arrivò per primo, ma non vi entrò; Pietro, giunto dopo, entrò e vide le bende e il sudario deposti per terra. Allora entrò anche Giovanni e vide e credette.

Perché questa constatazione è fatta al singolare ed è riferita a Giovanni? Questa domanda non è una sottigliezza: trattandosi di un testo ispirato, nessun particolare è privo di significato, tanto più se si tiene presente che nel quarto Vangelo le narrazioni sono trasfigurate in simboli della vita e delle vicende della Chiesa.

La visione realistica che il Vangelo ha della natura umana non esclude la possibilità di una fede legata al compromesso; in due figure di apostoli ha tratteggiato due immagini: quella del discepolo che, pur sentendo il fascino di Cristo, è attratto dalle vedute umane, e quella del discepolo che non viene mai meno nella sua fedeltà all’amore: Pietro e Giovanni. Esse indicano le due costanti della storia della Chiesa.

Pietro è chiamato, come Giovanni, ad amare e a perdere la propria anima, ma non sempre riesce a liberarsi dai ragionamenti e a gettarsi allo sbaraglio della fede. «Pietro discese dalla barca e cominciò a camminare sulle acque. Davanti alla violenza del vento ebbe paura e principiando ad affondare gridò: “Signore, salvami!”. Gesù lo prese per mano e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”» (Mt 14, 29-31).

Due sono i poli che determinano la storia del singolo e di conseguenza di tutta l’umanità: l’uomo e Dio, il visibile e l’invisibile.

L’individuo che si orienta verso il polo-uomo, pone se stesso come centro dell’universo, padrone e ordinatore della storia. La sua azione tende a dominare la natura e la vita, escludendo ogni imponderabile che contrasti col principio della causalità razionale. E viene a trovarsi come Pietro sulla superficie delle acque, vive nel miracolo e lo scopre impossibile razionalmente, preso dal panico tenta di liberarsene costringendo l’orizzonte sconfinato della vita nel breve ambito delle formulazioni scientifiche o moralistiche.

L’anelito all’infinito è imbrigliato nella composta osservanza del dovere; la creatività ridotta alla ricerca delle leggi che regolano il mondo; le più ardenti ispirazioni abbassate alla richiesta del conforto e della sicurezza.

Tutto diventa ripetizione: i pensieri, le teorie, i costumi, l’arte. L’autorità assume il ruolo del rigido controllo dell’ordine costituito, accolto come perfetto e definitivo. L’ultima assise di questo tipo umano è la legge, la consuetudine, la staticità dei princìpi, il culto della lettera. Il regno di Dio non è più la tensione dei regni umani verso l’infinito oceano della vita divina, ma la monotona enunciazione di formule fisse, l’invariata ripetizione di tradizioni, entro le quali l’anelito a più vasta vita è spento nella sicurezza dell’invariabile.

L’uomo orientato verso il polo divino è proteso verso quelle realtà che, pur non avendo ancora raggiunto la loro forma, sono vive e operose nel visibile, e accendono nel cuore i più puri ideali. Davanti al sepolcro vuoto del Signore, egli osserva l’assenza della salma e crede nella Risurrezione. Per questa fede contro le apparenze egli diviene la figura e l’annunciatore delle realtà invisibili.

In lui tutto viene trasmutato: l’autorità diventa attento e rispettoso servizio dell’uomo; la legge tramonta per aprire il varco allo spirito; la terra non è più oggetto di conquista e di avidità, ma termine di un rapporto di amorosa dedizione; tutto egli vede e sente attraversato dall’ansia della risurrezione e della trasfigurazione; e adempie il suo compito di uomo come strumento per l’ascesa nello Spirito di tutto l’esistente.

Il brano evangelico di Gv 20, 1-9 ci rivela il duplice aspetto terreno della Chiesa: uno legato alla fede e al dubbio, alla ricerca dello Spirito e insieme alla necessità di costruire delle «tende» ove ingenuamente pensa di custodire il Signore. L’altro aperto all’infinito cammino del Signore, morto e risorto, del Signore che distrugge implacabile tutte le forme che attorno a Lui si densificano; abbatte i templi costruiti da mano d’uomo; cancella la lettera in nome dello Spirito; abolisce la forma che ha assunto nella morte in nome della Vita, che è sempre costellata da infinite risurrezioni.

Allora, «se siamo risorti con Cristo» (Col 3, 1), poiché molto dolore è nella vita, accendiamovi molto amore; molto è il buio e il freddo, diveniamo luce e calore; molto è il disprezzo e la profanazione della vita, amiamola con forte e rispettoso amore. «Se siamo risorti con Cristo», affermeremo la vita contro la morte, lo Spirito contro la Legge, la Grazia come trionfo sul Peccato!



Giovanni Vannucci, in La vita senza fine, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1985, pp. 73-75.

Mercoledì 07 Febbraio 2007 02:09

Águas de Oxalà (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Águas de Oxalà
di Marcelo Barros



E’ il nome di una festa, celebrata dai fedeli del Candomblé brasiliano, che si rifà a un antico mito di origine africana, secondo cui la giustizia divina libera la bontà provvidenziale del Creatore, per farla cadere sul mondo come acqua benefica. Una lezione che tutti dovremmo apprendere, per non continuare ad avvelenare questo prezioso elemento, il cui uso è un diritto umano universale.

In Brasile, il mese di settembre termina e quello di ottobre inizia con un ciclo di feste legate alla religione del Candomblé di Bahia. Quest’anno, il caso ha voluto che, proprio a metà di questa serie di celebrazioni, la domenica 1° ottobre, i brasiliani si rechino alle urne per eleggere il presidente della repubblica, i governatori degli stati, i deputati e i senatori, nella triste consapevolezza che questo tradizionale modello politico è ormai logoro e non ha più la forza di promuovere alcun cambiamento sostanziale per una maggior giustizia nella società e per la salvaguardia del creato.

Fin dal giovedì prima, le comunità afro-brasiliane di tradizione yoruba si sveglieranno di buon mattino per dare inizio alla festa delle Àguas de Oxalà (“le acque di Oxala”). Se si volesse cercare -. per quanto indebitamente e inadeguatamente - un corrispondente nella tradizione cristiana, si potrebbe associare questa festa con la Veglia di Pasqua, considerandola una sorta d’inizio di primavera, anche se siamo in una parte del mondo che a stento conosce due stagioni in un anno.

La festa delle Águas de Oxalà ricorda e celebra un antico mito di origine africana, secondo cui la giustizia divina (rappresentata dal potente orixd Xangò) libera la bontà provvidenziale del Creatore (Oxalà, il padre di tutti gli orixà) , per farla cadere sul mondo come acqua benefica.

Oggi più che mai, l’intera umanità ha bisogno di una grande “festa delle acque”. Ogni anno, esperti provenienti da 140 nazioni si riuniscono in Svezia per la Settimana mondiale dell’acqua. Da tempo questi esperti vanno dicendo che la carenza d’acqua sul pianeta Terra sta sempre più aggravandosi. Il vertice di quest’anno, tenutosi dal 20 al 26 agosto scorso, ha sottolineato il fatto che un terzo della popolazione mondiale già sta soffrendo per la mancanza di acqua potabile. Si tratta di una constatazione a dir poco drammatica perché un simile quadro era previsto soltanto per l’anno 2025! Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ogni anno circa 2,2 milioni di persone, per lo più bambini, muoiono per mancanza d’acqua o per ragioni legate ad essa.

Questa crisi, in parte già imputabile alla ineguale distribuzione di fiumi e di laghi sulla superficie terrestre, è resa più grave dal surriscaldamento del globo, dalla devastazione delle foreste e, soprattutto, dall’eccessivo spreco di acqua e dalla cattiva gestione delle risorse idriche. Applicato all’acqua, il termine “risorsa” è del tutto improprio, perché questo elemento non può essere declassato a “mercanzia”. L’acqua, invece, è l’ambiente in cui è apparsa la vita e la componente principale di ogni essere vivente. Con “risorsa idrica” s’intende quella parte di acqua che viene usata per certe attività umane, in particolare per attività economiche. Pertanto, “acqua” è un concetto molto più ampio di quello di “risorsa idrica”, anche se i due sono indissociabili.

Il problema sta nel fatto che, negli ultimi tempi, l’impiego d’acqua come “risorsa” si è tremendamente intensificato rispetto a qualche decennio fa. Oggi, in termini percentuali, l’uso dell’acqua dolce è così ripartito: 70% per l’agricoltura, 20% per l’industria e 10% per il consumo umano. Questo uso intensivo dell’acqua, specie nei settori agricoli e industriali, avviene a un ritmo tanto elevato da superare quello del ciclo naturale della sua rigenerazione. In questo modo, molte sorgenti d’acqua stanno scomparendo, proprio per l’uso sconsiderato che se ne fa. Non solo: si è giunti a interferire mortalmente con lo stesso “ciclo dell’acqua” (conosciuto tecnicamente come ciclo idrologico, cioè la circolazione dell’acqua all’interno dell’idrosfera, con i cambiamenti del suo stato fisico: fase liquida, solida e gassosa), avvelenandola con pesticidi e altri prodotti chimici usati nell’industria. La grave assenza di corrette politiche ecologiche, soprattutto nei paesi poveri, sta portando alla contaminazione di molti sorgenti d’acqua.

La festa delle Águas de Oxalà è celebrata nei quartieri poveri delle periferie urbane, dove l’accesso all’acqua è sempre problematico. In questo senso, la festa rappresenta una “profezia spirituale”, che dice al mondo che la soluzione della crisi idrica non può consistere nella commercializzazione dell’acqua, tanto meno nella sua privatizzazione. Il mio auguro è che in Brasile - come pure nel resto del mondo - tutti gli uomini e le donne si colgano e si comportino come filhas e filhos de santo di Bahia in occasione della processione di Oxalà. AI pari di questi fedeli del candomblé, portiamo ciascuno il nostro recipiente d’acqua, per “metterla in comune” con gli altri. Convinti che questo elemento naturale è un diritto umano universale e che, solo quando è “messo in comune”, esso può essere fonte di vita e di benedizione per tutti gli esseri viventi.

(da Nigrizia, ottobre 2006)
Mercoledì 07 Febbraio 2007 01:54

Gli emarginati (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Gli emarginati

di Giovanni Vannucci


Per essere cristiani è necessario liberarsi dal complesso di colpa che da millenni grava sulla coscienza umana.

Non la paura ma la Carità, non il rimorso ma l’Amore devono guidarci nella nostra vita. Chi vive non pensando a se stesso, non ha tempo per pensare ai propri peccati. E ancor meno si occuperà delle altrui colpe. Il penoso aspetto del bigottismo cattolico scomparirà il giorno in cui la parola di Gesù; «Non giudicate» verrà presa in tutto il suo valore e rigorosamente applicata. La morale comunitaria, per l’astensione di ogni giudizio sull’altrui condotta, acquisterà una nuova spontaneità e innocenza. La Chiesa, liberata da ogni apparato giudiziario, tornerà a essere il supporto della vita collettiva che non si appoggerà più sul: «cosa dirà la gente?». E i cristiani saranno più fratelli tra di loro di quanto non lo siano oggi.

Le letture della sesta domenica del tempo ordinario propongono due temi: uno della necessità del fare, del risolvere le situazioni di carenza vitale senza perder tempo a giudicarle e a isolarle; l’altro del dovere cristiano di comprendere tutti per non creare, con l’incomprensione, ostacoli di separazione fra gli uomini.

Il Levitico (13, 1-2.45-46) descrive il procedimento processuale nei confronti di chi aveva contratto la lebbra. Doveva essere condotto davanti al sacerdote che, riconosciutolo malato, gli ingiungeva di portare delle vesti stracciate, il capo scoperto, la barba lunga, di dimorare fuori degli abitati e di gridare la parola: «Immondo!» ogni qualvolta venisse avvicinato da qualcuno. La società si difendeva dal contagio mediante una imposizione giudiziaria che dichiarava emarginato il lebbroso.

Cristo al lebbroso dice: «Voglio che tu sia libero dalla lebbra» (Mc 1, 41), e lo guarisce, senza giudicarlo e reinserendolo sano nella convivenza umana.

Sono due episodi esemplari, sui quali sarebbe necessario, per noi cristiani, riflettere a lungo per cancellare decisamente dal nostro vocabolario le parole «giudizio» e «giudicare», e dalla organizzazione ecclesiale ogni struttura giudiziaria. Dietro i giudizi pronunciati sugli altri e gli apparati necessari per formularli c’è lo spirito del potere e del dominio che appartiene a Satana e non a Cristo.

San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi (10, 31 – 11, 1), ci ricorda che il cristiano è chiamato a non opporsi a nessuno come pietra d’inciampo, ma a lavorare perché il sentiero che dovrà portare alla salvezza sia percorribile per tutti. Cristo è più grande di tutti noi, lo Spirito soffia ove vuole e spesso soffia oltre i limiti costruiti da noi cristiani. Da qui la necessità di una vigilanza aperta, senza interferenze personali, ai segni dei tempi, ai passi in avanti che lo Spirito compie. Queste qualità bisogna che siano sempre operose nei membri della Chiesa, gerarchia e popolo, per evitare quelle tante emarginazioni compiute, ieri e oggi, e che non di rado sono state un soffocamento dello Spirito. Quante volte abbiamo dichiarati «immondi» e invitato a riconoscersi «immondi» uomini che portavano le nuove manifestazioni dello Spirito, perché l’uomo fosse più vero e la terra più vivibile e la Chiesa più comprensibile! E tutto questo non sarebbe avvenuto se avessimo preferito l’umile e rispettosa attenzione al rigido giudizio.

Come il lebbroso, nell’episodio riportato in Mc 1, 40-45, poteva o esser respinto con la dichiarazione di «immondo», o guarito per esser nuovamente accolto nella società, Cristo, il Rivelatore del tramonto della vecchia Legge e dell’alba della nuova Legge, dice: «Voglio che tu sia guarito, non un emarginato». Le sue parole costituiscono per noi cristiani una severa e inalienabile consegna, che si estende e alle infermità fisiche e morali, e a quelle manifestazioni nuove e differenti di coscienza che spesso sono le antesignane di maturazioni umane in atto.

Il rimanere tranquilli nelle Gerusalemme terrene a consultare le Scritture e gli oracoli profetici può farci correre il rischio di non riconoscere la Verità che è apparsa, o sta apparendo in mezzo a noi; come pure l’andare incontro al Fanciullo nato, mossi da calcoli e da ambizioni di potere, provoca delle inutili stragi e la Verità emigra altrove. Quante verità cristiane sono espatriate dalla cristianità sotto la ferula di intransigenti dogmatismi e moralismi; e poi vi sono state reintrodotte con abilissime, ma non oneste, manovre di recupero!

Una lettura attenta della storia delle novità creatrici e rivelatrici ci fornisce un’indicazione sorprendente: esse sono state annunciate dai gruppi dei reietti, degli emarginati di ogni tempo di crisi e di esaurimento delle mitiche al loro tramonto. I Patriarchi, Mosè, i Profeti della vecchia alleanza trovarono credito presso le tribù nomadi che circolavano attorno alle grandi strutture sociali e civili del loro tempo. Cristo ci appare attorniato dai reietti, dai paria, dagli scomunicati della società religiosa e civile dei suoi giorni. Il Cristianesimo è stato accolto e vissuto dai più oppressi e sfruttati uomini della civiltà romana, gli schiavi.

Quali sono i «peccatori» del nostro tempo, le cui inquietudini, agitazioni, non conformismi manifestano il sorgere di una novità che informerà gli uomini di domani? Non potrebbero essere le giovani generazioni che sperimentano nella loro carne il tramonto dell’ormai consunto tessuto degli ordinamenti vigenti, e l’alba di un nuovo ordine commensurato alla nuova realtà vivente? Non potrebbe il Giovane incarnare la vita come in altri tempi l’hanno incarnata i Nomadi e gli Schiavi, di fronte ai cittadini e agli adulti soddisfatti delle loro creazioni religiose e sociali?

I responsabili della Chiesa dovranno spogliarsi della mentalità che li porta a confondere la loro autorità carismatica con i mezzi di governo, rendendola strumento di oppressione spirituale. Spogliazione che permetterà loro di ripetere la parola vivificante di Cristo: «Voglio che tu sia perfettamente sano» e non quella del vecchio codice: «Tu sei un immondo!».

I responsabili della Chiesa allora faranno nel volto dei venienti la luce, trasmettendo loro, ai nuovissimi, la fiaccola accesa dall’Amore di Cristo, e un mondo veramente nuovo concluderà questo millennio, con la luce, la speranza di operare per un meglio non più nemico del bene.

(da Giovanni Vannucci, 6a domenica del tempo ordinario - Anno B in Verso la luce, ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984, pp. 115-118).
Martedì 09 Gennaio 2007 02:00

Alia mondo eblas (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Alia mondo eblas
di Marcelo Barros

Significa “un altro mondo è possibile” in esperanto. Questa lingua ausiliaria internazionale si presenta come un fattore che può facilitare una comunicazione meno “mercantilizzata” e come fondamento di uguaglianza tra i popoli

Nel giugno scorso si è ricordato il 30° anniversario del massacro di Soweto. Nel 1976 studenti neri della nota township di Johannesburg scesero nelle strade per protestare contro l’apartheid. Quella manifestazione di migliaia di giovani fu dispersa dalle forze dell’ordine, intervenute con tale brutalità da causare uno dei più sanguinosi massacri di civili del secolo scorso. Quel dramma e quella vergogna del Sudafrica razzista sarebbero poi stati divulgati, con forza ed emozione, in tutto il mondo dal film Cry Freedom (“Grido di libertà” - 1987), di Richard Attemborough. Indimenticabile la straziante sequenza finale, che rievoca il massacro.

È importante notare che una delle principali ragioni che spinsero quegli studenti a invadere le vie della township fu l’imposizione dell’afrikaans come lingua obbligatoria nelle scuole. Gli oppressori - di ogni tempo e di ogni sorta - sanno bene che il miglior modo per garantirsi il controllo socio-economico di un paese è quello d’imporre la propria cultura e la propria lingua ai popoli soggiogati che lo abitano.

In questi mesi sono in programma molti incontri e seminari - a livello locale, nazionale e regionale - in vista del Forum sociale mondiale che si terrà in Kenya, nel gennaio 2007. Ebbene, in molti di questi colloqui e convegni appare la presenza di un gruppo di studio il cui scopo è quello di affrontare la sfida di una “lingua comune” che possa essere fattore d’integrazione dei popoli, e non d’imposizione di una cultura sull’altra.

Nel corso della storia, un popolo forte ha sempre imposto la sua lingua a quello più debole. Il greco, esportato da Alessandro Magno fino all’Estremo Oriente, portò alla nascita dell’ellenismo. Più tardi, durante l’era romana, il latino divenne la lingua parlata da coloro che non desideravano essere considerati barbari. Fino alla fine del 18° secolo, in Brasile si parlava la cosiddetta lingua geral (tupiguarani); poi il portoghese fu imposto come unica lingua consentita nel paese. La stessa cosa avvenne nell’America spagnola, dove l’imposizione della lingua europea portò alla sparizione di migliaia di lingue, impoverendo, così, il mondo intero. Una sorte più o meno uguale è toccata a popoli regionali europei: catalani, galiziani, baschi, fiamminghi, irlandesi…..

Gli “imperi” odierni non possono più impedire alle persone di parlare la propria lingua natia, ma non desistono dal voler imporre all’intera umanità l’inglese come lingua delle assemblee internazionali e delle comunicazioni.

L’esperanto è una lingua ausiliaria internazionale che venne sviluppata tra il 1872 ed il 1887 dall’oculista Ludwik Lejzer Zamenhof a Varsavia. Da subito, cerca di proporsi al mondo intero come lingua comune a tutti i popoli, senza appartenere a nessuno di essi. Agli inizi, l’iniziativa sembra più uno sfizio di alcuni gruppuscoli eccentrici.

Un secolo dopo, però, ed esattamente nel 1985, l’Unesco passa una risoluzione in cui si raccomanda a tutti gli stati membri di sostenere le commemorazioni centenarie della creazione di questo nuovo mezzo di comunicazione e di incentivarne l’apprendimento. Non si tratta di sostituire idiomi locali o nazionali. Al contrario, chi lotta per la giustizia e la pace mira a che ogni popolo torni a valorizzare la propria identità culturale e la propria lingua. Costatando però che in un mondo trasformato in “mercato globale” l’inglese si sta sempre più imponendo come fattore di “macdonaldizzazione” del pianeta, è urgente che la società civile, che mira a un ordine sociale più giusto, diventi sempre più consapevole della necessità di una lingua internazionale che parta dall’uguaglianza di tutti i popoli e sia accessibile e agli eruditi e alle persone appartenenti a culture ancora orali.

La struttura dell’esperanto lo fa collocare nel gruppo delle lingue indoeuropee (in quanto al lessico), ma la sua morfologia; prevalentemente agglutinante, lo porta ai margini di questo gruppo, avvicinandola a lingue come l’ungherese o il giapponese e lo rende veramente “universale”. Coloro che lo parlano sono sparsi in 120 paesi nel mondo, principalmente in Europa e Cina. Oggi i siti in Internet che s’interessano all’esperanto sono moltissimi.

Nell‘Agenda latino-americana 2006, l’esperantista cileno José Antonio Vergara scrive: «Nel processo di costituzione della società civile mondiale come soggetto della costituzione di un ordine planetario più giusto e solidale ed ecologicamente responsabile, l’esperanto si presenta come un fattore che può facilitare una comunicazione meno “mercantilizzata” e come fondamento di uguaglianza tra i popoli. Nei suoi 120 anni di vita, il movimento esperantista ha accumulato una ricca esperienza, facilitando contatti e interscambi culturali, senza soggiogare le persone che parlano altre lingue, in quanto è sempre stato particolarmente legato ai movimenti d’emancipazione, quali quello pacifista, e alle diverse correnti del movimento operaio».

(da Nigrizia, settembre 2006)

Martedì 09 Gennaio 2007 01:52

Le cose del Padre (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Le cose del Padre

di Giovanni Vannucci

Quando pronunciamo la parola «Padre» riferendola al divino, il nostro cuore si riempie di tenerezza, di amore filiale e fiducioso. Dobbiamo chiederci se questa stessa parola avesse, sulle labbra di Gesù, lo stesso significato prevalentemente emotivo che ha per noi.

Venerdì 01 Dicembre 2006 20:54

“Questa terra ha un padrone” (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari

“Questa terra ha un padrone”
di Marcelo Barros

Fu il grido di battaglia di Sepé Tiaraja, leader della resistenza guaranì contro l’imperialismo portoghese. Oggi è ripetuto dalle comunità indios latino-americane che lottano per la propria terra e scorgono in “São Sepè” un modello cui ispirarsi.

Per le comunità cristiane e per i gruppi popolari del Brasile, il mese di febbraio 2006 segna il 250° anniversario del martirio di Sepé Tiaraja, un cacicco guaranì che, nel secolo 18°, guidò il popolo indio nella difesa delle proprie terre ancestrali e nella lotta di resistenza contro il Portogallo e la Spagna.

Nella realtà attuale del Brasile, i contadini senza terra, i gruppi indigeni e i movimenti popolari celebrano questa memoria per riappropriarsi di quella stessa ‘”mistica di liberazione” che oggi mobilizza tutta l’America Latina, a partire dal concetto di “rivoluzione bolivariana” (dal generale venezuelano Simòn Bolivar, che nel 1813 liberò il Venezuela dagli spagnoli).

Il significato di ”guaranì” (termine che designa sia la lingua che il popolo) è “guerriero”. Dal 1610 al 1750, i gesuiti riunirono queste popolazioni guerriere in comunità pacifiche e fiorenti (le famose “riduzioni”, fondate presso i guaranì, specialmente tra i fiumi Paranà e Uruguay, e dal 1628 anche tra i tapi, sull’altra riva dell’Uruguay; al loro apogeo, nel 1731, le riduzioni del Paraguay contavano 141mila indios cristiani). I guaranì misero a frutto le proprie energie per edificare case e consolidare tecniche agricole (molto avanzate per quell’epoca). Arrivarono al punto di stampare libri, fondere il bronzo, fabbricare violini e comporre musica.

La cosiddetta “Repubblica dei guaranì” era formata da sette popolazioni del Rio Grande do Sul e da 26 villaggi nel territorio che oggi appartiene all’Argentina e al Paraguay. La pace che regnava nelle riduzioni trovava il suo fondamento nel lavoro comunitario e cooperativo, i cui frutti venivano equamente suddivisi tra gli abitanti. Contrariamente a quanto accadeva nel resto del continente, non c’erano marcate disuguaglianze sociali.

Si trattava, insomma, di un sistema sociale mai praticato prima di allora, ma elogiato prima dagli illuministi francesi (Voltaire, intellettuale francese dall’ingegno caustico e spregiudicato ed estremamente critico nel confronti del clero, ebbe a scrivere: «L’esperienza cristiana delle missioni guaranì rappresenta un vero trionfo dell’umanità») e poi anche da Gandhi, che lo considerava la realizzazione utopica di una società nonviolenta ed equa. (I resti di queste riduzioni sono ancora presenti nella foresta e considerate dall’Unesco patrimonio dell’umanità).

Questa esperienza comunitaria, dai marcati caratteri socialistici, preoccupò non poco gli imperi coloniali. Con la firma del trattato di Madrid del 1750, in base al quale le missioni della riva orientale del fiume Uruguay passarono sotto la giurisdizione portoghese (che si opponeva all’esperimento), cominciò la decadenza delle riduzioni. Subito dopo, gli eserciti coloniali dei due imperi si unirono per espellere oltre 50mila indios dalle riduzioni, obbligandoli ad abbandonare le case, le piantagioni, le chiese e le loro comunità.

José Tiaraju - più conosciuto come Sepé, cioè “Raggio di Luce” -, corregedor (sindaco, potestà, prefetto) della riduzione di São Miguel, democraticamente eletto dagli indios, non accettò le decisioni del trattato di Madrid e si mise a capo della resistenza guaranì, con il noto “grido di battaglia”: «Questa terra ha un padrone».

Il grande cacicco guaranì morì in uno scontro armato con le truppe portoghesi e spagnole: era il 7 febbraio 1756. Dopo altre battaglie, sia politiche che armate, la Compagnia di Gesù fu espulsa dai territori portoghesi (1759) e dalla zona d’influenza spagnola (1767).

Le ultime riduzioni guaranì sopravvissero di poco. Il sogno missionario di una società comunitaria cristiana fu fatto fallire. Ma la gente del sud del Brasile non ha mai dimenticato Sepé Tiaraju: lo ha anzi “canonizzato”, giungendo a dedicargli una città, São Sepé, nel 1876.

La speranza dei movimenti popolari latino-americani odierni è che la memoria del martirio di “São Sepé” torni a riaccendere la mistica-spiritualità della lotta popolare. In Bolivia, un indio aymara è stato eletto presidente. In Venezuela, il popolo sta vivendo l’esperienza di una riforma agraria e di una campagna massiccia di alfabetizzazione degli adulti. In Ecuador, il Coordinamento dei movimenti e delle comunità indigene (Conaie) sta donando agli indios un protagonismo politico che non hanno mai avuto prima. In tutti i paesi del subcontinenre, i popoli indios, come pure le comunità rurali e urbane, si stanno unendo per gridare a tutti che «un altro mondo è possibile» e per ripetere agli imperi di oggi il grido con cui São Sepé affrontava i portoghesi: «Stop! Questa terra ha un padrone!».

(da Nigrizia, febbraio 2006)
Venerdì 01 Dicembre 2006 20:39

Siate svegli! (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Siate svegli!
di Giovanni Vannucci

Gesù disse: «Abbiate gli occhi aperti, siate svegli! La venuta del Figlio dell’Uomo non vi trovi addormentati» (Mc 13, 35).

Il Figlio dell’Uomo è venuto e ha avuto la sua perfetta manifestazione in Gesù Cristo; il Figlio dell’Uomo viene continuamente, nella silenziosa ascesa di ogni coscienza nella verità e nella grandezza dell’uomo. Ascesa che rivela l’inconsistenza, la presunzione, la mancanza di saggezza di tante nostre limitazioni. Siamo noi cristiani? Per rispondere non guardiamo i registri di battesimo, le idee religiose, le pratiche devote; interroghiamo la nostra ascesa nella verità di figli dell’Uomo e di figli di Dio.

Il sussiego che caratterizza troppo spesso la nostra professione di fede cristiana è un impedimento alla nascita in noi dell’Uomo vero, figlio della terra e del cielo. L’Uomo vero è in cammino, ed è la silenziosa incarnazione della Parola eterna nell’umana coscienza, la non violenta, tenace come la forza della vita, regale presa di possesso degli uomini che le appartengono per quelle qualità che non sono di questo mondo, ma del mondo futuro, del tempo nuovo. «Verranno dall’Oriente e dall’Occidente uomini silenziosi e illuminati, che non appartengono alle ufficiali file dei cristiani, e prenderanno il loro posto».

Gesù è venuto a portare il tempo nuovo, tempo equinoziale per tutta l’umanità. Come l’equinozio separa la stagione, cosi il tempo nuovo portato da Gesù separa la pesantezza della carne dell’uomo dalla santità della sua natura spirituale. Come il gallo del mattino, Egli chiama i dormienti; quelli che si sveglieranno e che sapranno restare svegli, saranno la sua eredità; coloro che terranno chiusi gli occhi, che entreranno dormendo nel tempo nuovo, resteranno eredità della bestia che è in loro.

Egli fu innalzato per essere un segnale alle genti perché il suo grido venisse udito da tutti i dormienti.

Siate svegli! È il segreto della potenza e della vittoria umana. Siamo convinti di essere svegli, in realtà dormiamo un sonno profondo e siamo tormentati da sogni di incubo. Con fili di sogni ci siamo costruiti una rete ove siamo rimasti impigliati, più ci impigliamo e più ci addormentiamo, e più ci addormentiamo, più l’elemento bruto della nostra natura si risveglia. E così, ottusi, indifferenti al bene, incapaci di pensare autonomamente, molti di noi vanno per le strade della vita come mandrie verso l’ammazzatoio; altri, sognando e agitandosi nel sogno, credono di essere svegli, in realtà dormono ancora più profondamente, posseduti più profondamente dal torpore, e questi non sono affatto i poeti, i contemplativi, i dotati d’immaginazione creatrice, sono invece gli attivi, gli zelanti, i costruttori, gli iniziatori di movimenti di massa, i dominatori di popoli, i vari messia bruciati e distrutti dalla mania di agire; quelli che han sempre da fare, gli agitati. Pensano di essere svegli, di sapere quel che fanno, di volere ciò che vogliono, in realtà il sogno è il loro padrone, non essi i padroni del sogno.

Essere svegli significa partecipare con pensiero cosciente e vigile a ogni istante della vita, per avvertire i segni che vengono dall’alto e dal profondo, dalle dottrine stabilite e dalle coscienze viventi che tali dottrine sentono ormai legate a un passato che più non è per l’uomo. C’è il tempo dell’apparizione delle gemme e il tempo della fioritura, il tempo della fruttificazione e quello del ritorno del germe in seno aIla terra, per poi risorgere alla vita. E ogni tempo ha la sua parola e il suo annuncio; quando è l’ora dell’interramento, il rimpianto e la nostalgia dei fiori e dei frutti non hanno più senso, sono sogni dell’uomo che non è sveglio.

Essere svegli è l’atteggiamento richiesto a ogni coscienza lungo le tappe che costeggiano il cammino della Rivelazione, che ascende trascinando con se le anime vigilanti. Per noi, creature umane, il mistero religioso vien celebrato nell’essere svegli; dobbiamo imparare a passare da un risveglio all’altro, se vogliamo vincere la morte. La morte s’inizia a vincere superando il torpore, il sonno, il sogno. Il primo passo è vincere il primo nemico, il corpo, con le sue esigenze di vita comoda e protetta, di ricerca di beni confortevoli e di mura calde e protettrici; il secondo è l’anima con le sue richieste di essere stimata e applaudita, amata e considerata; il terzo è la ragione concreta, quella che da l’illusione della veglia, che identifica le sue conoscenze con la sapienza divina, i suoi piani con i valori divini, le sue ideologie con i pensieri divini. La vittoria sul primo dischiude il pensiero cosciente; quella sul secondo apre il dono del discernimento del proprio personale compito; quella sul terzo ci offre la grandezza dell’umiltà. La consegna evangelica a chiunque lotti per essere sveglio è di gettare allo sbaraglio la propria vita, la propria anima, per possederla.

Lo stato di veglia è la cosciente apertura mentale al mistero divino infinitamente lontano da noi, ma che ci avvolge dentro di sé, ed è in noi più assai che il battito del nostro cuore. Sempre avanti alla sua creazione, che guida alla perfetta fioritura di tutti i germi di vita che instancabilmente vi dissemina.

Essere svegli vuoi dire aver raggiunto l’apertura dell’occhio interiore che scorge il cammino di Dio nel creato e spinge tutto l’essere umano a seguirlo. Nello stato di vigilanza il corpo viene mutato nello spirito; il cuore si spoglia dalla cupidigia di prendere e di ricevere e si dischiude nella qualità divina del dare senza misura, senza tornaconto, senza bramosia di premio; la mente comprende i limiti, le angustie delle proprie visioni e con umiltà si offre alla vastità del pensiero di Dio.

Il tempo nuovo avvolge l’uomo vigilante, e attraverso di lui si rivela Colui che è venuto e che verrà sempre, nelle coscienze che aprono gli occhi al suo eterno ritorno.

(da Giovanni Vannucci, Siate svegli, 1a domenica d’Avvento - Anno B; in Verso la luce, Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984, pp. 11-14).

Domenica 05 Novembre 2006 21:20

Le molte icone di Dio (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Le molte icone di Dio
di Marcelo Barros

Il pluralismo religioso che caratterizza il nostro tempo e di cui il mondo ha acquisito chiara coscienza ha un significato positivo: la molteplicità delle fedi rientra nel piano divino per l’umanità e dovrebbe aprire la strada verso la pace.

Il mondo odierno è caratterizzato da un incremento smisurato della povertà e da una sorprendente situazione di pluralità di culture e religioni che le emigrazioni e i mezzi di comunicazioni costringono a convivere.

Per secoli, in America Latina la chiesa cattolica si è mantenuta “bianca ed europea”. Fino a un passato non molto lontano, vescovi e clero si sono opposti a che la gente seguisse una religione che non fosse il cattolicesimo. Le popolazioni, però, hanno sviluppato un cristianesimo fatto di devozioni e di tradizioni orali che si sono mescolate, sintetizzando credenze diverse. Questo “meticciato cattolico” ha significato per molti un’appartenenza religiosa doppia, quando non multipla.

Le autorità coloniali ed ecclesiastiche proibirono agli africani strappati alle loro terre e portati come schiavi in Brasile, in Colombia o nei Caraibi, di praticare i propri culti tradizionali e li obbligarono a diventare cattolici. Fu uno sforzo inutile: anche battezzati, gli schiavi neri mantennero le loro religioni antiche e diedero vita a una sintesi di credenze cristiane e di culti di matrice africana. Sorsero così il candomblé a Bahia, lo xango a Recife, la Casa de Mina a São Luis nel Maranhao, la Santeria in Cuba e i cultos negros in Colombia. Ovviamente, queste sintesi spirituali - profonde e sofferte - furono condannate dalla gerarchia ecclesiastica, forse incapace di cogliere il fatto che in esse si realizzava quello che Raimundo Panikkar ha definito “dialogo intra-religioso”, cioè un pluralismo di tradizioni religiose che il credente vive nel proprio cuore.

Oggi, la situazione che si era venuta a creare in America Latina con la tratta degli schiavi (caratterizzata, cioè, dalla presenza di credi religiosi in uno stesso territorio) è diventata mondiale. Nell’Europa occidentale vivono oggi oltre cinque milioni di musulmani e parecchie centinaia di migliaia di buddisti e di seguaci di altre religioni orientali. La stessa condizione è presente nell’America del nord. Le chiese devono prendere coscienza di questo fenomeno e considerarlo non come “problema” che crea difficoltà, bensì come “grazia di Dio”, un kairos, cioè “occasione propizia”, “tempo favorevole” in cui è richiesto uno sforzo maggiore per ascoltare la Parola di Dio e vivere la propria fede con gioia e gratitudine.

Una seria teologia cristiana del pluralismo religioso accerta la molteplicità delle religioni non come un fatto inevitabile da subire, ma come positività, una “benedizione dello Spirito” per le chiese e per tutte le religioni. Il cuore vero di una religione - qualunque essa sia - è la sua proposta di esperienza d’intimità con il mistero divino che dà il senso ultimo alla vita. La “grazia” di ogni religione è l’apertura al mistero, che però è “relativa”, in quanto vissuta ed espressa in maniera “condizionata” dalla cultura. Tutte le religioni sono “mediazioni”.

Il dialogo inter-religioso. che suppone l’accettazione del pluralismo, è molto di più che una semplice questione di rispetto o di tolleranza. È un’esigenza di quella sete di assoluto di cui ogni religione è un’espressione particolare. L’assoluto non può essere “compreso” totalmente da questa o quella religione.

Nel cristianesimo, l’esperienza di intimità con il divino si ha attraverso la sequela di Cristo, che ci ha rivelato che Dio è amore. Il Dio di Gesù Cristo non si è fatto conoscere principalmente perché noi gli prestassimo un culto, ma soprattutto perché, grazie alla caritas che lui è e che egli ci dona, anche noi possiamo amarci. Lo dice magistralmente l’incipt della recente enciclica di Benedetto XVI, Deus caritas est «“Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4, 16). Queste parole esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana (...) e ci offrono una formula sintetica dell’esistenza cristiana: “Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto”. Abbiamo creduto all’amore di Dio - così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».

Il vero interesse di Dio è che gli uomini e le donne abbiano la vita. L’aveva già detto Sant’Ireneo di Lione: «La gloria di Dio è l’uomo vivente». Mons. Oscar Romero parafrasava queste parole così: « La gloria di Dio è l’uomo oppresso liberato».

Cinque anni fa, la commissione latino-americana dell’Associazione ecumenica dei teologi del Terzo Mondo ha varato un progetto editoriale: cinque volumi in cui raccogliere i migliori studi sulle relazioni esistenti tra la teologia della liberazione e la teologia del pluralismo religioso. Ne sono già stati pubblicati tre, ricchi di spunti per una sintesi di queste due correnti teologiche.

Nel 1970, mons. Hélder Câmara, invitato a partecipare alla Conferenza mondiale delle religioni per la pace, Kyoto (Giappone), affermò: «Le religioni e i cammini spirituali devono dialogare e camminare insieme, se vogliono essere la coscienza etica dell’umanità e il grido pacifico dei poveri»

(da Nigrizia, Maggio, 2006)

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