Venerdì, 14 Agosto 2020
Maestri Contemporanei
Maestri Contemporanei

Maestri Contemporanei (117)

Se vogliamo che il Verbo di Dio nasca in noi dobbiamo saper scendere silenzio in questo profondo, in questa oscurità totale.

Venerdì 15 Settembre 2006 01:12

I primi e gli ultimi (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

I primi e gli ultimi
di Giovanni Vannucci

La parabola riportata in Mt 20, 1-16, per certi particolari, e per il contenuto di fondo, si ricollega a quelle del figlio prodigo e del pastore che, lasciando le novantanove pecorelle, va in cerca di quella smarrita. Il figlio maggiore, le novantanove pecorelle, rimasti sempre nella casa paterna e nell'ovile, non hanno conosciuto le angosce, le umiliazioni, gli avvilimenti del prodigo e della pecorella smarrita; così gli operai della prima ora patteggiano liberamente il prezzo, ignorano la pena di veder passare le ore senza essere ricercati, di veder arrivare la sera e la notte senza aver lavorato; gli altri non sanno come verranno pagati, accettano il lavoro, felici di poter guadagnare qualcosa.

Gli operai dell'undicesima ora avevano atteso tutto il giorno che qualcuno li cercasse; se i primi avevano durato la fatica e il gran caldo, gli altri avevano conosciuto l'avvilimento e l'angoscia dell'inutile attesa. Giustamente agisce il padrone della vigna, giustamente rimprovera gli insoddisfatti: «Vedi tu di malocchio ch'io sia buono? Non mi è lecito di fare del mio quello che voglio?».

Tutta l'idea dell'annuncio cristiano è contenuta in questa affermazione. Cristo è venuto non per i giusti e i sani, ma per i peccatori e gli ammalati; non per le pecorelle sicure nell'ovile, ma per quelle smarrite; non per i vignaioli che possono contrattare il prezzo del loro lavoro, ma per quelli che accettano il lavoro senza domandarsi quale ricompensa verrà data loro. Come il malato e non il sano abbisogna del medico, il peccatore e non il giusto ha necessità del Redentore, così colui che a lungo è stato disoccupato necessita di occupazione e di lavoro, egli non discute di ricompense, è solo pago di lavorare.

L'operaio dell'undicesima ora non è soltanto, come comunemente s'intende, il peccatore che si converte all'ultima ora. Ordinariamente è l'uomo buono, intelligente, spesso colto, spiritualmente disoccupato; l'uomo cioè privo di idealità, non perché ne sia incapace ma perché sino ad allora nessun vero ideale gli si è presentato. E di questi uomini ne esistono in tutte le razze e in tutte le religioni. Spesso si vive un'intera vita senza interessarsi ai massimi problemi del nostro essere. Blandamente, con indifferenza, si seguono le leggi del proprio paese e i riti della propria religione, senza preoccuparsi di approfondire gli uni e gli altri. Più che vivere si è vissuti, più che pensare si è pensati e, come gli operai della parabola, si aspetta qualcuno che ci cerchi, qualcuno che ci faccia lavorare, finché qualcuno giunga; talora il padrone che ci manda alla sua vigna può chiamarsi sventura, malattia, miseria, dolore! Giungerà colui che ci domanderà: «Perché ve ne state ancora inoperosi?»; risponderemo: «Nessuno ci ha presi a giornata ed è già l'ultima ora del giorno». Ed egli ci dirà: «Andate anche voi nella vigna».

Spesso, dopo una vita inutile e vuota, con un richiamo improvviso, come un bagliore sopra gli occhi chiusi, comincia il lavoro dello spirito. Che esso duri molto o poco non importa, importa che esso ci sia, importa che tutta la giornata terrena non sia conclusa nell'ozio. Così vediamo persone anziane, vissute fino ad allora tranquille, che di colpo, come obbedendo a un richiamo, si gettano in attività, si dedicano a studi cui mai avevano pensato, si interessano appassionatamente al mondo che le circonda, e, con uno slancio in cui è contenuta una vera gratitudine, lavorano nella vigna del Signore.

L'operaio dell'undicesima ora è stato chiamato e ha risposto, avrebbe risposto prima se prima fosse stato cercato. L'operaio dell'undicesima ora non dice mai «è tardi», ma risponde sempre «eccomi!». Il premio degli ultimi sarà giustamente uguale a quello dei primi, poiché attendere di essere chiamati e mantenersi liberi con l'animo di aderire al richiamo, è già lavorare.

La ricompensa dei primi come degli ultimi è unica. La ricompensa è l'indiamento, il possesso beato della pienezza della vita; vi è solo una vita divina, la quale non può darsi ai suoi fedeli se non nell'identica maniera. I brontolamenti, le proteste dei figli rimasti sempre nella casa paterna, degli operai della prima ora, attireranno solo lo sdegno del padre e la dura risposta del padrone, che testimoniano un'infinita comprensione in un infinito amore. «Tu sei sempre stato con me», dice al figlio maggiore il padre del figlio prodigo. «Amico, non ti fo alcun torto, non hai convenuto con me per un denaro?», risponde il padrone della vigna.

La parabola termina con un aforisma che ci deve far pensare: «Gli ultimi saranno i primi, i primi gli ultimi». Perché questa predilezione divina verso gli ultimi? Spesso mi chiedo: verso chi andavano le preferenze di Gesù morente sulla croce, al buon ladrone o all'altro che accetta fino in fondo le conseguenze della sua vita delittuosa? Il primo, in qualche maniera, approfitta di Cristo: «Ricordati di me quando sarai nel tuo Regno»; il secondo vive fino all'estremo la sua scelta di libertà.

E non è una domanda retorica questa, facciamocela e forse riusciremo a spogliarci di tutte le nostre albagie di figli buoni e di operai della prima ora!

Spesso lo stato d'animo dei figli prodighi, degli operai dell'ultima ora corrisponde a quello che Ornar Khayam descrive in un suo poema: «Ho visto un uomo solitario in un luogo arido. Non era ne eretico, ne ortodosso. Non aveva né ricchezze, né religione, né Dio, né Verità, né Legge, né certezze. Chi in questo mondo è capace di tanto coraggio?». Quando questi uomini entrano nella vigna, vi portano il loro coraggio, la loro forza, la loro dedizione che hanno raggiunto in una solitudine libera e spoglia. Allora «gli ultimi saranno i primi, i primi gli ultimi».

Gli ultimi non porteranno nel Regno le meschinerie, le rivalità, le ambizioni dei primi!

(Da Giovanni Vannucci, «I primi e gli ultimi» in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984;. 25a del tempo ordinario, Anno A; pp. 165-167).

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Sabato 02 Settembre 2006 20:15

Perché riviva il Vaticano II (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Perché riviva il Vaticano II
di Marcelo Barros

L’8 dicembre 1965, in piazza San Pietro, a Roma, una solenne santa messa celebrata da Papa Paolo VI chiudeva il Concilio Vaticano II. Dopo la celebrazione eucaristica, il pontefice bene­disse la prima pietra di una chiesa romana dedicata a Maria, Madre della Chiesa, che sarebbe servita da memoriale del Concilio. Sempre in quell'occasione, dopo aver in­viato "al mondo" una lunga serie di mes­saggi. il Papa consegnò a mons. Felici il breve con cui chiudeva ufficialmente la grande assise. Nel discorso di chiusura, il Papa affermò: «Il culto di Dio che si è fat­to uomo è andato incontro al culto dell'uomo che si è fatto Dio». Quale perfetta descrizione del mistero del Natale, che si sarebbe celebrato di lì a poche settimane!

Oggi, a 40 anni esatti da quella data, molti cristiani propongono la celebrazio­ne di un nuovo concilio. Essi sono con­vinti che occorra rilanciare l'opera allora iniziata ma - è questa la loro opinione - sfortunatamente interrotta e messa da par­te agli inizi degli anni Settanta. E spiegano: mentre la società civile è alla ricerca di un nuovo mondo possibile, le comunità cristiane hanno il diritto di sperare in una chiesa "sempre rinnovata", capace di essere la profetica anticipazione di una uma­nità più giusta e fraterna.

il deposito della fede e la formulazione in cui esso è espresso. Pertan­to, egli varò il Concilio sulla base di tre grandi intuizioni: apertura al mondo con-temporaneo. vocazione ecumenica e op­zione per i poveri».

In verità, l'invito rivolto alla chiesa di diventate “chiesa dei poveri" fu più volte udito nel corso dei lavori conciliari, ma non li recepito e sviluppato. Sarebbe per lo più servito. alcuni anni dopo. a convin­cere i poveri del Terzo Mondo che la chie­sa non sarebbe mai stata profondamente evangelica, se non avesse accettato la pro­posta formulata nel corso della Seconda Conferenza dei vescovi latino-americani di Medellin (1968): «Che si presenti sempre più nitido il volto di una chiesa au­tenticamente povera, missionaria, pasqua­le, spoglia di potere e coraggiosamente compromessa con la libertà di tutti gli es­seri umani e di tutto intero l'essere umano» (Medellin 5,15a).

Va da sé che questo cammino fu reso possibile dal fatto che il Concilio aveva sottolineato il carattere locale della chie­sa. Si disse che la chiesa locale o partico­lare altro non è che la chiesa universale che si «ha evento In un luogo determinato. Di recente, la Federazione dei vescovi catto­lici dell'Asia, nel 'documento di sintesi preparato in occasione del Sinodo per l'Asia e intitolato Ciò che Lo spirito dice alte chiese, ha affermato: «La comprensione che la chiesa ha di sé stessa è di essere ve­ramente chiesa locale, incarnata in un po­polo, autoctona e inculturata. Essa è il cor­po di Cristo fitto reale e incarnato in un popolo particolare, nel tempo e nello spa­zio». La chiesa universale è più che una somma di chiese: essa è la comunione delle chiese locali.

Organismi ecumenici e comunità ec­clesiali di base sono oggi convinti che è ur­gente iniziare un processo conciliare che ponga la chiesa in costante stato sinodale, cioè di dialogo e di ricerca comune. Quan­do Giovanni XXIII convocò il Concilio Vaticano II, la chiesa cattolica attraversava un periodo di estrema chiusura istitu­zionale e di rigidità dottrinale. Nel frat­tempo, però, a partire dell'inizio del secolo XX, anche se sospettati e messi sotto ac­cusa dalla curia vaticana e dalla maggior parte dei vescovi, erano sorti il movimen­to biblico, il movimento delle comunità di base e altri ancora. Per decenni e superan­do molte difficoltà, questi movimenti, for­mati da laici, sacerdoti e religiosi, avevano aiutato le comunità locali a crescere. Ben­ché quasi relegate nella clandestinità, furono proprio queste nuove realtà ecclesia­li vive a offrire alla chiesa tutta una base teologica e una spiritualità nuove che avrebbero trasformato l'evento Concilio in una vera e propria primavera per tutta la comunità cattolica.

Quella primavera non deve finire. Es­sa va rinnovata. Pertanto, mentre ci ap­prestiamo a celebrare il Natale di Gesù Cristo - il mistero in cui «il culto di Dio che si è si è fitto uomo va incontro al cul­to dell'uomo che si è fitto Dio» - dobbia­mo desiderare ardentemente anche un nuovo natale della chiesa. Pronti anche ad andare «contro corrente" e contro l'oscu­rità della notte. Perché solo così si può ac­celerare il ritorno dell'aurora.

(da Nigrizia, dicembre 2005)

La cura tenera della fragilità:
responsabili per l'altro
(I piccoli e l’Abbá di Gesù)
Intervento di Marcelo Barros


1. Una premessa: partire dal Vangelo

Amiche, amici, vorrei cominciare con una premessa. Una premessa che parta dal Vangelo. Per la capacità che esso ha di dire sempre una parola nuova, che ci interpella e ci provoca, corrodendo le nostre sicurezze, stanandoci dai nostri facili rifugi ideologici, dalle nostre ortodossie o ortoprassi, così spesso ostinate e disumanizzanti. Vorrei iniziare, citando, del Vangelo, un passo, tanto conosciuto, quanto incompreso e trascurato. Una parola difficile, ostica alle nostre orecchie. In qualche espressione, perfino minacciosa. Parlo di Matteo, cap. 18, versetti da 1 a 14. La “Magna Carta” dei discepoli di Gesù è proprio il capitolo 18 di Matteo. Ed essa ha la pretesa di valere per le nostre relazioni “dentro” la comunità, non meno che per i nostri rapporti “fuori” di essa. Perché l’identità cristiana – cercheremo di vedere in che cosa consiste questa identità paradossale negatrice dell’Io – non è qualcosa che possiamo vestire e dismettere a seconda dei luoghi in cui operiamo. Anche se proprio in ciò pare consistere il “guadagno”della modernità: le ragioni della fede e la competenza laicale che procedono su piani paralleli senza mai incontrarsi. Collocandoci in ascolto del Vangelo, dovremmo evitare di pensarlo come un manuale che ci fornisce ricette pronte per qualsiasi evenienza, o chiarimenti su ogni argomento. Il Vangelo ci porta, attraverso racconti e parole che esigono il nostro sforzo interpretativo, quella che Gesù ci presenta come Verità del Padre, come proposta del Regno, come senso della vita. Stando così le cose, lo sforzo dovrà consistere in coniugare, ogni giorno, la speranza del regno con gli avvenimenti concreti in cui ci troviamo ad agire. Immagino che il testo lo conoscano tutti. È quello che racconta di come i discepoli chiedono a Gesù: Chi è il più importante nella logica del regno di Dio? E Gesù, come risposta, chiama un bambino, lo pone in mezzo a loro e dice due cose. Primo, se voi non diventerete e non agirete come bambini, non potrete capire nulla del progetto del Padre. Secondo, chi riceve uno di questi piccoli, è me che riceve! Dunque, il piccolo come destinatario, fine, orizzonte della mia azione/attuazione, perché in lui s’identifica la stessa verità di Dio; e il “piccolo”come visione, stile, modalità del mio agire nel mondo. Come maniera d’essere dello stesso Dio. E, a questo punto, noi si potrebbe anche andare a casa. Perché la realtà, come ci è dato conoscerla, è l’esatto contrario di tutto ciò.Ma, voi siete persone coraggiose e ambiziose. Di un certo tipo d’ambizione (come i bambini, appunto che, gonfiando il petto, annunciano con orgoglio: Io da grande, sarò come mio padre] e persone ostinate, cui piace andare controcorrente.

1.1. Il bambino, oggetto della mia cura

Chi è, dunque, il piccolo, il bambino che deve essere oggetto della nostra cura, della nostra cura esclusiva, così com’è oggetto della cura del Padre? Il piccolo, il bambino del tempo di Gesù, non aveva nulla da spartire con l’immagine che conosciamo oggi, simbolo della tenerezza, oggetto vezzeggiato, centro della famiglia, idolatrato dal mercato. Il bambino non valeva nulla, nessun diritto “dei bambini”. Il padre era padrone della vita e della morte. [Questo accade, ancora oggi, ma almeno, sotto lo sguardo severo, e a volte ipocrita, della opinione pubblica]. Dunque, il primo messaggio di Gesù è che il bambino – sintesi e simbolo di ogni insignificanza, di ogni fragilità, di ogni diritto non tutelato, presente nella nostra storia – deve diventare il centro e la priorità della nostra azione. Parlo naturalmente anche dell’azione politica. Non possiamo aver nulla a che vedere con forze e programmi politici – se siamo cristiani, naturalmente, - che non abbiano come obiettivo questo genere di priorità. La tutela dei poteri forti, la propongono e la perseguono molto bene i partiti della destra, che oggi più che mai si presenta come forza del neo-paganesimo imperante. E, in questo, sono senza dubbio ben equipaggiati, ideologicamente e amministrativamente.

1.2. Il bambino, soggetto della cura

Ma, qual è la maniera di agire del bambino che assomiglia alla maniera di agire di Dio. Meglio, del Padre di Gesù. Altro paradosso evangelico: agisce come il Padre, chi agisce come il figlio, come un bambino! Cerchiamo di offrire alcune caratteristiche dell’”essere bambino”. Voi, poi, potrete aggiungere tutte quelle che vorrete. Il bambino sa di non essere auto-sufficiente, più ancora, sa di essere dipendente. L’idea su cui dovremmo lavorare penso che possa essere quella di “interdipendenza”: il bambino che è in me ha bisogno di te, il bambino che è in te ha bisogno di me. Tu, - il “tu” che è la natura, la storia, la comunità – sei la condizione del mio esistere, così come il “tu” di cui io sono parte è condizione del tuo esistere. Il bambino è curioso, desideroso di esplorare il mondo che lo circonda, si relaziona con fiducia. Non ha preconcetti, non conosce esclusioni. Si pone come limite solo la parola del padre, che, nel nostro caso, siamo fortunati, perché sappiamo essere il progetto del Padre che desidera, per tutti e tutte, una vita piena e felice. Il bambino, nei rapporti che instaura, non conosce gerarchie, né sete di potere, ma cerca tenerezza e la dona, l’unica economia che conosce è quella del dono. E penso che, per cominciare, già potrebbe bastare. Confrontandoci con questo brano del Vangelo, potremmo verificare se e quando la nostra attuazione assume seriamente la proposta del regno, nella nostra vita personale, nelle relazioni familiari, comunitarie, sociali, ecclesiali, politiche. La domanda a cui dovremmo rispondere ogni sera, chiudendo la nostra giornata, è: Chi è stato importante oggi per me? Chi è stato al centro delle mie attenzioni? Della mia attuazione familiare, ecclesiale, sociale, economica, politica? L’ “io” (individuale o collettivo poco importa, la mia famiglia, il mio gruppo, Chiesa, partito, i miei fans...) o il “tu”, che mi concerne sempre, il senza-potere, il senza-voce, il senza-opportunità. Sapendo che la regola del cristiano [regola che, per altro, si destina a pochi], consiste nel giungere, quando necessario, a negare se stessi, perché l’altro viva e che, finché esisterà conflitto, l’altro – il bambino, il debole, il povero, l’ultimo, l’extra-comunitario, il perseguitato, ha, per diritto divino, la precedenza. Per dirlo con le parole di una preghiera di Gandhi: “O Signore, se vuoi che io abbia latte, dallo prima a tutte le tue creature!”. Parlavamo all’inizio di parole perfino minacciose. È così.

Questo brano di Vangelo ci dice in che misura Dio si sente coinvolto nella storia dei senza-storia, che sono, come tutti, destinatari della sua promessa di vita. “Se qualcuno farà perdere la fede nella mia promessa di vita ad uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli legassero una grossa pietra al collo e che lo buttassero in fondo al mare”. Attenzione, amici, è questo il messaggio: con il Dio dei piccoli non si scherza!

Non perdiamo l’occasione di scrivere la storia, la nostra storia, come storia di Dio.

2. La realtà e le cifre dell’anti-regno

Alcuni mesi fa, salutando la costituzione del Centro Internazionale Helder Câmara, citavo dom Helder, suggerendo le tappe di un possibile percorso: “Il nostro Padre … ha dato all’uomo il potere e la responsabilità di non rassegnarsi alla sofferenza e al dolore innocente, ma di combatterli. E’ il nostro compito.” Non rassegnarsi alla sofferenza. Il dolore tortura il corpo; la sofferenza, in particolare quella provocata dall’uomo e da strutture di potere inique, per la sua durata e la sua asprezza, corrode le radici della vita. Non basta manifestare indignazione, né imprecare contro la malvagità dell’uomo, ma bisogna rispondere concretamente alle sfide che ci troviamo di fronte e denunciare le responsabilità, chiamandole per nome. Le sfide elencate nel programma del Centro sono molte e rilevanti, documentate da cifre impressionanti: la miseria causata da un’economia ingiusta, l’ignoranza, lo sfruttamento sessuale, i bambini abbandonati, il lavoro minorile, le malattie e l’aids, i bambini soldato, ecc... Per avere un quadro della situazione mondiale, necessario per ragionare con sufficiente realismo, lasciatemi ricordare qui ancora alcuni pochi dati di fonte Unicef.

Di 100 bambini che nascono in media ogni anno

19 non avranno accesso all’acqua potabile

40 vivranno senza adeguate strutture sanitarie

30 soffriranno malnutrizione nei primi 5 anni di vita

26 non saranno vaccinati

40 non saranno registrati alla nascita e quindi non avranno nazionalità e diritti civili

17 non andranno mai a scuola.

“Nel mondo ci sono 125 milioni di bambini che non hanno mai visto una maestra”. E resta comunque difficile studiare con la pancia vuota o con il corpo distrutto dalle malattie. È per questo che (è persino inutile sottolinearlo), lotta all'Aids e programmi per l’alimentazione dell'infanzia diventano obiettivi irrinunciabili. L'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha rilevato che negli ultimi dieci anni la quota di aiuti ai paesi poveri s'è ridotta di un terzo e oggi vale lo 0,4 per cento del Pil (Prodotto interno lordo). Nel suo ultimo rapporto la Banca mondiale ha calcolato che 180 miliardi di dollari all’anno per 10 anni consentirebbero di garantire l’accesso all’acqua potabile, all’istruzione di base e a un alloggio decente a tutti coloro che ancora ne sono privi, in tutto il mondo. Per avere un’idea delle grandezze economiche in questione, basti pensare che gli Usa e l’Europa danno sussidi ai loro agricoltori per quasi il doppio di quella cifra (347 miliardi di dollari), danneggiando l’esportazione dei prodotti agricoli dei paesi poveri. Nel 2002 sono previste spese militari mondiali di 946miliardi di dollari (con un incremento addebitabile in gran parte agli Stati Uniti) rispetto agli 811 miliardi del 1998. Nonostante la rilevante crescita della ricchezza globale degli ultimi decenni il divario tra i primi e gli ultimi – tra il quinto più ricco e quello più povero – continua ad aumentare . Ora, questi dati stanno a testimoniare che il nostro mondo è la negazione più radicale di quel Regno che ci ostiniamo ad annunciare e celebrare. Più che le cifre, poi, sono i volti da noi conosciuti che ci interrogano quotidianamente. Per quanto riguarda il mio Paese, nel 2001 il Brasile si è trovato ad affrontare situazioni davvero gravi a livello sociale: un aumento generalizzato della disoccupazione, un inarrestabile e progressivo impoverimento della popolazione, la diffusione della violenza e l’azione di un insieme di meccanismi di emarginazione ed esclusione sociale, aggravati da una perversa distribuzione del reddito. Secondo statistiche ufficiali, circa 50 milioni di brasiliani (quasi un terzo della popolazione) vive con meno di 2 dollari al giorno, e sono perciò considerati in situazione di povertà. E tuttavia, dati più circostanziati indicano che 15 milioni di brasiliani sopravvivono con un reddito inferiore o pari a un dollaro per giorno, il che è considerato indice di povertà estrema o di miseria. Ora, è inevitabile che tale situazione si rifletta drammaticamente sulla vita dei 57 milioni di bambini e adolescenti del mio Paese, in termini di vulnerabilità alla mortalità infantile, di abbandono scolare, di sfruttamento del loro lavoro. Questo, solo per citare i fenomeni più appariscenti. Secondo dati del Ministero dell’Istruzione, relativi all’anno 2000, del totale di bambini da 0 a 3 anni, solo il 4,2% ha accesso agli asili nido e di quelli da 4 a 6 anni solo il 37,9% frequentano le scuole materne. Senza considerare la bassa qualità dell’offerta di questi servizi. E, ancora, benché i dati ufficiali ci offrano, per il 1999, una percentuale di iscrizione all’insegnamento primario del 95,6%, è importante rilevare che sono circa 1 milione e 800 mila bambini tra i 7 e 14 anni che stanno fuori dalla scuola. L’Unicef segnala inoltre che circa 8 milioni di adolescenti tra i 12 e i 18 anni, in condizioni di reddito bassissimo e di bassa scolarità sono condannati all’insuccesso scolastico e professionale, privi come sono di una scolarità sufficiente che li abiliti ad accedere ad attività lavorative più complesse e a salari migliori. A tutt’oggi le provvidenze governative in tema di infanzia e adolescenza non si sono dimostrate in grado di affrontare, né tanto meno di risolvere i problemi, a causa del mancato interesse a risalire, denunciare, rimuovere le cause della povertà e della miseria. Tutto questo rappresenta per noi dunque un appello ad agire. Ogni iniziativa per migliorare il mondo deve dare precedenza alle iniziative a favore dei bambini. Una società i cui i più piccoli e indifesi sono denutriti, vengono fatti oggetto di abusi, o non hanno diritto all'istruzione, non può dirsi una società civile. É questa la visione che ispira il nostro incontro: è il benessere dei piccoli la misura della nostra responsabilità verso l’Altro. Oggi è possibile creare un mondo a misura di bambino. Abbiamo le conoscenze, l'esperienza e le risorse necessarie. Quindi non è più una questione di possibilità, ma di volontà politica.

3. Il Regno, ovvero il “Principio della cura”

Il Regno, ne siamo profondamente convinti, non è altra cosa dal principio della cura, annunciato, celebrato, ma, soprattutto, testimoniato. Il discernimento di come viverlo nel quotidiano, nelle nostre relazioni familiari, comunitarie, sociali e di come incarnarlo nelle nostre scelte politiche non è sempre facile. Quello che è certo è che non può adottare mezzi e stili che lo contraddicano. È quanto ci ricorda Gandhi : “La convinzione che non vi sia rapporto tra mezzi e fine è un grande errore. Per via di questo errore, anche persone che sono state considerate religiose hanno commesso crudeli delitti (...). Il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra il mezzo e il fine vi è appunto la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l’albero. (…) Raccogliamo esattamente quello che seminiamo.” Una cosa almeno ci è chiara fin dall’inizio: il diritto alla vita non può essere lasciato alla mano invisibile del mercato, né ad un’élite tecnologica che concentra su di sé tutto il potere . Può salvarci solo la scelta consapevole di una moltitudine di uomini e donne, che pratichino nel quotidiano, rapporti sociali all’insegna della solidarietà. Che è poi, ciò che chiamiamo la “prassi del regno”.Solidarietà significa chiederci che cosa facciamo noi affinché l’altro possa esistere. E, subito dopo, darsi da fare per creare le condizioni affinché tutti possano “vivere” con dignità : disponendo di cibo, di acqua, di salute, di lavoro, di istruzione. Riccardo Petrella, in un suo intervento, proponeva di fare una alleanza con i bambini di tutto il mondo, oltre i confini degli Stati e di chiamarla O.M.U: Organizzazione Mondiale dell’Umanità. Durante il recente vertice della Terra di Johannesburg, a Soweto, nel ghetto che ha vinto la battaglia contro l’apartheid, abbiamo assistito alla sfida simbolica del Children Earth Summit: cento bambini in delegazione da tutto il mondo hanno dato vita ad una festa della speranza per celebrare la bellezza della Terra. Parlavano della “cura” cui tutti siamo tenuti nei confronti della nostra madre comune e delle misure “semplici” con cui questa cura si manifesta: non sprecare l’acqua, riciclare le bottiglie usate, e così via. Il vertice ufficiale non ha dato spazio a questi bambini, ma saranno loro, in definitiva, a verificare la realizzazione delle promesse fatte a Johannesburg. Dom Helder , che aveva una grande fiducia nei giovani , lanciò proprio qui a Milano nell’ottobre del ’74 il motto “ Giovani di tutto il mondo unitevi !“. Oggi, le maggiori organizzazioni dell’infanzia, con il sostegno di Nelson Mandela, lanciano la parola d’ordine: “Creare un movimento globale per cambiare il mondo, con i bambini.” Questo movimento è già in atto ed è rappresentato dalla rete innumerevole di iniziative e di persone che scelgono di coinvolgersi sui temi della Pace e dell’Ecumenismo, della Lotta alla fame e alla miseria, dei Diritti umani, del Dialogo tra generi, dell’Ecologia, della Terra e dell’Acqua. Tutte sfide che dobbiamo assumere simultaneamente per dare un futuro all’infanzia del mondo intero, coinvolgendo “ogni cittadino, ogni nazione, entità pubbliche e private, nazionali e internazionali, per spingere al cambiamento e alla tutela dei diritti, assicurando il miglioramento duraturo della vita dei bambini” (Movimento globale per l’Infanzia). Invece degli obiettivi esclusivamente economici del neoliberismo vogliamo mettere al primo posto la qualità della vita e il futuro dei nostri figli, con tutto quello che ne consegue in termini di ecologia, equità, democrazia. Certo, per far questo abbiamo bisogno di un recupero di spiritualità che, lungi dal sottrarci alla materialità delle relazioni, della vita e delle responsabilità che ci competono, ci restituisca, con inedita libertà e nuova maturità, al rapporto con la terra Madre, le sue energie e i suoi figli e figlie.

4. Per una spiritualità politica

Helder Camara ha testimoniato che non c’è altra via per il cristiano che il farsi prossimo, non solo a livello personale, ma lavorando per cambiare le strutture che rendono gli uomini schiavi. Ci invitava ad essere artigiani di pace che è il modo migliore per riconoscere l’altro. Costruttori di quella pace che è molto di più che la semplice assenza di guerra: è vita piena, fraterna e solidale, per tutti. Per questo aveva scelto come programma di vita la preghiera di Francesco: "Signore, fa' di me uno strumento della tua pace: Dove è odio fa' che io porti l'amore / Dove è offesa che io porti il perdono / Dove è discordia che io porti l'unione / Dove è dubbio che io porti la fede…".

Spiritualità francescana e solidarietà, contemplazione e azione, dialogo e incontro fra culture e religioni. Questa è la via che ci ha indicato nelle miserie e conflitti che caratterizzano il nostro tempo. Certo, anche la politica ha tutti i limiti, di ogni altro ambito umano, aggravati dalle tentazioni del potere. L’esperienza ci dice che dove si denuncia l’ingiustizia per affermare il bene comune si rafforzano sia il divino che l’umano. Senza spiritualità la politica diventa cinica; senza impegno politico, la spiritualità diventa sentimentalismo. Questo, almeno per noi in Brasile, è sufficientemente chiaro: una spiritualità che si voglia cristiana non può essere apolitica, indifferente alle sofferenze prodotte da un sistema di potere ingiusto. I fatti ci costringono a prendere posizione . Non c'è separazione tra cielo e terra. La liturgia cristiana canta la relazione tra il cielo e la terra, tra Dio e l'uomo, che si realizza in Gesù. Si contempla Dio attraverso la Bibbia e la vita insieme. Carlos Mesters, il nostro amico biblista, ha saputo tradurre in splendidi libri questa esigenza di essere contemplativi nelle attività di liberazione. E’ una spiritualità che sa vivere ecumenicamente la presenza dello Spirito e la sua azione salvifica nel mondo. Quando celebriamo i nostri martiri, ricordiamo anche quelli non cristiani come "martiri del Regno", martiri di un processo più grande che la Chiesa è chiamata a servire. La Chiesa non può essere che un servizio al Regno di Dio. E noi sappiamo che questo crea inevitabilmente tensioni e conflitti. Questo pericolo costante per la vita e la missione della Chiesa sta scritto nella Rivelazione di cui ella stessa è depositaria. Come osserva il vescovo profeta, Pedro Casaldáliga: “Gesù ha vissuto anche la conflittualità con il tempio e con la sinagoga… La Chiesa, come qualunque istituzione umana, sebbene non sia solo un'istituzione umana, corre il rischio di istituzionalizzarsi eccessivamente, di ripiegarsi su se stessa, corre il rischio … di fare a volte affogare il carisma nel potere. Per questo anche il cristiano d'oggi, come a suo tempo Gesù, può sperimentare il conflitto, non solo di fronte ai poteri di questo mondo, ma anche di fronte a ciò che nella Chiesa può esserci di tempio e di sinagoga”. La politica non è tutto, perché Dio non si limita a rispondere ai bisogni dell’uomo, ma è una via inevitabile per la liberazione umana.

5. Agire responsabilmente

Se un giorno dovessi spiegare ad un bambino del mio bairro che cosa ha portato la nostra comunità monastica a insediarsi, ormai da venticinque anni, nella periferia povera di Goiás, vorrei potergli dire che è stata la scelta della compassione, nel suo senso più ampio. La scelta, cioè, della condivisione e solidarietà profonda della vita della nostra gente, con i suoi problemi, le sue sofferenze, ma anche le sue risorse, l’allegria, la capacità di resistenza e tutte le sue ricchezze interiori. Vorrei che a noi si potessero applicare sempre le poche parole che nella Bibbia descrivono l’atteggiamento del samaritano: “Passandogli accanto lo vide, e ne ebbe compassione, lo guardò nel volto e ascoltò il suo cuore”. L’orientamento culturale di gran lunga prevalente oggi è altro. È quello di “star bene con se stessi”: una sorta di fuga dal mondo per migliorare il proprio benessere psicofisico. L’economia, la politica , la sessualità sono senz’anima, non richiedono cioè alcun impegno spirituale. L’alienazione si alimenta di conformismo e di palestre. Il potere incoraggia la burocratizzazione della politica, finanzia il volontariato come strumento di conservatorismo compassionevole per coprire l’ingiustizia del sistema. L’attuale modello di sviluppo mette a repentaglio irresponsabilmente l’intero sistema ecologico della terra e trasferisce la questione sociale a livello planetario in termini assolutamente inediti di tensioni e di aggresività. Anche il Primo Mondo ha costruito un suo muro, non fatto di mattoni, ma invisibile e forse più insidioso. Perché nasconde i lager o gulag di popoli interi e molti desaparecidos. E crea le condizioni di emarginazione e disperazione che alimentano il terrorismo, l’intolleranza e la violenza. Ora che è venuto meno il muro che divideva il primo mondo dal secondo è ora di eliminare il muro che esclude i popoli del terzo mondo. Anche perché l'umanità è una sola e queste classificazioni dei popoli sono prive di senso. Ricordando, per altro, che quella economica non è l’unica forma di ingiustizia. Ce lo ricordava frei Betto, al Forum Sociale di Porto Allegre, menzionando la persecuzione degli immigrati , l’esclusione dei discendenti degli schiavi neri e degli indigeni nelle Americhe, l’oppressione di milioni di individui che appartengono alle caste "intoccabili" in India, e tante altre forme di razzismo o discriminazione per ragioni di colore, religione, cultura o genere, presenti dal Nord al Sud del pianeta. Di questo scandalo siamo tutti, in misura maggiore o minore, responsabili, vuoi per incompetenza, per incoscienza, per alienazione o per mancanza di pietà. Per reagire ad esso, dom Helder chiamava all’azione quelle che lui chiamava le minoranze abramitiche, i piccoli gruppi di persone che, per ogni dove, diventano consapevoli dei peccati sociali e scelgono di lavorare, non per i poveri, ma con i poveri. Anche Etty Hillesum si rivolgeva nel suo Diario non alle nazioni ma solo a quegli uomini “per i quali vale come verità certa che le realtà del nostro mondo civile non cadono dal cielo, ma sono in ultima analisi opera di noi uomini singoli. Se le grandi cose vanno male, è solo perché i singoli vanno male, perché io stesso vado male. Perciò, per essere ragionevole, dovrò cominciare col giudicare me stesso.”

6. L’ecumenismo dell’umanità sofferente

Dalla lontana periferia brasiliana, che è il mio piccolo osservatorio aperto sul mondo, attraverso una vasta rete di amicizie che lungo tutti questi anni si è venuta tessendo, vedo che la solidarietà, come nuovo nome della pace, ci riunisce nell’ ecumenismo dell’umanità sofferente . Il riconoscimento della centralità della solidarietà con gli impoveriti sta alla base del dialogo fra le religioni. Questa è anche la base di una convergenza delle religioni per la comune resistenza contro le cause del patire ingiusto. Dopo le tragiche avventure del colonialismo, con la distruzione delle popolazioni indigene e la riduzione in schiavitù di milioni di figli dell’Africa, dopo Auschwitz, i lager e Hiroshima, lo scempio dell’ambiente, la sofferenza e morte di milioni di bambini non possiamo pensare di cavarcela invocando i buoni sentimenti o i nobili ideali e neppure solo facendo dichiarazioni teologiche di richiesta di perdono. L’abbattimento delle torri di New York segna l’esigenza di un ritorno alla terra, al ground zero, come è stato chiamato il luogo della tragedia, alle fondamenta. Non per rispondere al terrorismo con la follia di una guerra allargata a tutto il mondo. Ma per prendersi cura della Terra, ritrovando l’umiltà (dall’etimologia di humus ). La sofferenza e il dolore innocente possono essere il punto di svolta per affermare la vita, liberando le energie positive, contro il processo autodistruttivo del male. Non sopravvalutiamo la forza apparente degli imperi, che anche quando sembrano egemoni, hanno i piedi di argilla e franano all’improvviso, accecati dal militarismo . L' “argilla” è la fame dei popoli e il loro amore per la Vita. I cristiani sanno che la Vita trionferà sulla Morte. Quello che in fondo propongo ai giovani, l’impegno fondamentale che è intendo sollecitare nel nome di Dom Helder Camara è che le azioni che svolgeranno, nei campi più diversi, ed in base a sensibilità ed esperienze diversissime dalle mie, siano comunque finalizzate ad una missione: testimoniare la solidarietà del Dio della Vita per ogni uomo. La stessa che Cristo ci ha manifestato. L’azione solidale per scongiurare i pericoli che incombono sull’umanità può darci una visione ad un tempo nuova e fedele al Vangelo. Il comportamento dei cristiani deve manifestare coerenza tra l’annuncio e la vita. Luca ripeterebbe: “perché mi chiamate: Signore, Signore, ma non fate ciò che vi dico? “(6,46).

7. Per un nuovo protagonismo del bambino

Ma torniamo a loro, ai bambini, ai piccoli. Per avviarci ad una prima conclusione. Abbiamo cercato di esporre come possiamo fare di loro, nello stesso tempo, l’oggetto e il soggetto del “principio della cura”. Facendo di questo l’anima di una nuova spiritualità (anche politica), di un agire responsabile, di un ecumenismo aperto e solidale con gli ultimi. Sedici anni fa, nel 1986, si celebrava a Brasilia il Primo Incontro Nazionale del Movimento dei Bambini e Bambine di Strada, durante il quale per la prima volta essi poterono denunciare di fronte al Paese la violenza di cui erano vittime. Un anno dopo, questo stesso movimento promosse il 1° Tribunale Nazionale del Minore, che giudicò simbolicamente i crimini praticati contro bambini e adolescenti. Da allora si sono moltiplicate, nel nostro Paese le iniziative che intendevano e intendono dare voce e opportunità a queste espressioni “ultime” della società, le più deboli e marginali. Questo si è tradotto via via in una coscienza e una cultura nuova, capace di restituire all’infanzia il tempo, lo spazio, il valore, il significato che le erano stati sottratti. Basterà ricordare le mobilitazioni sui temi della violenza, sul lavoro infantile, sullo sfruttamento sessuale, sul recupero e sulla protezione dei minori “infrattori”, davanti ad una società per la quale “riconoscere anche nell’aggressore un cittadino sembra essere un esercizio difficile e inappropriato”. Questa mobilitazione di ampi settori della società, nata dall’azione concreta dei “piccoli” riscopertisi soggetti politici, ha significato quanto meno, a livello di opinione pubblica, la scoperta e la messa a tema dei “diritti dei bambini” e, a livello dei poteri pubblici, lo studio, la progettazione e l’emanazione di una legislazione assolutamente esemplare. E tuttavia, resta da fare molto, quasi tutto. Si tratta, cioè, in primo luogo, di applicare le leggi, lo Statuto del Bambino e dell’Adolescente, in primis. Fino ad oggi, e speriamo che sia davvero solo fino ad oggi (grandi sono infatti le speranze che accompagnano questa seconda tornata elettorale che si svolgerà domani), è mancata la volontà politica di applicare il precetto costituzionale della “priorità assoluta”. Lo Stato nelle sue strutture centrali e periferiche ha preferito assumere o mantenere una dimensione di carattere assistenzialista, che tratta cioè l’assistenza sociale come un dovere morale e non come un diritto. Anche perché questa si è rivelata un’attitudine sufficientemente redditizia, almeno in termini elettoralistici.

È necessario che il nuovo governo che si insedierà al Palazzo del Planalto investa nel bambino, nella sua famiglia (aumentandone il reddito familiare, le condizioni abitazionali, la qualificazione dell’adulto per il lavoro) e in un’educazione di qualità. Un’educazione che ponga tra i suoi obiettivi anche quello di riscattare e valorizzare le culture, fino ad oggi sacrificate, osteggiate se non negate, delle popolazioni negre ed indigene. Sarà l’occasione per mostrare una “nuova” volontà politica di agire nella prospettiva dei piccoli e degli ultimi, l’unica in grado di non caratterizzarsi come “escludente”. Capace, invece, di esprimere relazioni che riconducano tutta la ricchezza dei diversi segmenti della società nella generale categoria della “cittadinanza”.

A mo’ di conclusione: un nuovo inizio

Come concludere un tema come questo: il prendersi cura che si riflette sull’infanzia e orienta il futuro?

La diagnosi è chiara: i paesi ricchi vivono materialmente oltre i limiti dello sviluppo sostenibile e pensano e agiscono al di sotto delle proprie esigenze spirituali. E’ possibile un nuovo inizio e come ?

E’ vitale continuare a considerare possibile una società migliore, che consenta a tutti gli esseri umani di immaginare e costruire altri mondi possibili, senza guerra e miseria .

Francesco d’Assisi così si rivolgeva ai politici nella sua Lettera ai reggitori dei popoli:

“… ricordate e pensate che il giorno della morte si avvicina. Vi supplico allora, con rispetto per quanto posso, di non dimenticare il Signore, presi come siete dalle cure e dalle preoccupazioni del mondo”. Non dimentichiamo che il Signore si è fatto uomo come povero (cf. 2 Corinti 8,9), che ai poveri ha affidato il giudizio finale (cf. Matteo 25). Non è solo una scelta etica sulle cose da fare . L’opzione per i poveri è un cammino che ci è stato rivelato e che dà senso al nostro legame con i figli . Infatti alla domanda “Dove incontriamo Dio?” la risposta ci è stata data chiara:

“ogni cosa che avrete fatto a uno di questi piccoli, l’avrete fatta a me”

In questo senso siamo orientati a contribuire al “Decennio internazionale per la cultura della pace e la non violenza per i bambini del mondo” proclamato dalle Nazioni Unite per il 2001-2010 col seguente manifesto: PER I BAMBINI DEL MONDO

“Oggi, in ogni paese del mondo, ci sono molti bambini che in silenzio soffrono gli effetti e le conseguenze della violenza. Essa assume forme differenti: tra i bambini nelle strade, a scuola in famiglia e nella comunità. Ci sono violenze fisiche, violenze psicologiche, violenze economico-sociali, violenze ambientali e violenze politiche. Molti bambini - troppi bambini - vivono in una “cultura della violenza”. Noi vogliamo contribuire a ridurre le loro sofferenze. Noi crediamo che ogni bambino possa scoprire da sé che la violenza non è inevitabile. Noi possiamo dare speranza, non solo ai bambini del mondo, ma a tutta l’umanità, cominciando a creare e costruire una nuova Cultura della Non violenza. Per questa ragione noi facciamo questo appello a tutti i capi di stato, a tutti i membri dei paesi dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, affinché l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dichiari:

Che il primo decennio del nuovo millennio, gli anni 2001-2010 siano dichiarati il “Decennio per una cultura della non violenza”;

Che all’inizio del decennio l’anno 2000 sia dichiarato “l’anno dell’educazione alla non violenza”;

Che in questo decennio la non violenza sia insegnata ad ogni livello della nostra società, per rendere i bambini consapevoli del significato e dei benefici della non violenza nella loro vita quotidiana, al fine di ridurre la violenza e la conseguente sofferenza, perpetrata contro loro e l’umanità in generale.

Noi possiamo costruire insieme una nuova cultura della non violenza che darà speranza a tutta l’umanità e in particolare a tutti i bambini del mondo. “

Non rassegniamoci dunque, ma assumiamo le nostre responsabilità a testa alta e a mani tese, con questo impegno comune, perché è tempo di agire !


IMPEGNO COMUNE PER LA PACE

Riuniti nell’incontro promosso dal Centro Internazionale Helder Camara, da questa Università Cattolica facciamo appello a tutte le università del mondo per la diffusione fra i giovani di una cultura di pace. Riconosciamo che la Pace é il bene supremo ed un diritto di tutta l’umanità che ci è dato dall’amore divino. Riaffermiamo la pace come universale cammino spirituale che richiede una continua vigilanza.

Per questo, in nome dello Spirito Divino, energia di amore universale, nel quale crediamo con diversi nomi e in differenti forme, condanniamo ogni tipo di guerra, violenza e terrorismo, sia di gruppi, sia di Stati che si pongono al di sopra delle leggi internazionali , contro l’umanità ed il pianeta Terra .

Per approfondire in noi e nel mondo una cultura di pace assumiamo questi impegni:

1. Noi ci impegnamo a consacrare parte del nostro tempo, come studenti, insegnanti, uomini di buona volontà a elaborare un sapere universale condiviso che contribuisca a costruire una mondializzazione pacifica.

2. Noi ci impegnamo a dialogare tra noi e con gli altri con sincerità e pazienza, non considerando le differenze come un muro insormontabile, ma, riconoscendo che il confronto con l’altrui diversità può rappresentare l’opportunità per approfondire la nostra comprensione reciproca e favorire una educazione alla mondialità .

3. Noi ci impegniamo a difendere il diritto di ogni persona a vivere dignitosamente, secondo la sua propria identità culturale e religiosa, e il diritto di ognuno di associarsi ad altri per formare la propria famiglia culturale o religiosa.

4. Noi ci impegniamo a testimoniare che, qualunque sia la nostra religione e tradizione, riceviamo in noi lo Spirito Divino, se ci apriamo alla compassione-solidarietà coi nostri simili e alla salvaguardia del Creato .

5. Noi ci impegniamo a schierarci sempre dalla parte delle persone che soffrono, cercando di fare tutto il possibile per dare la precedenza alla cura dei bambini .

6. Noi ci impegniamo a promuovere incontri nello spirito di Assisi affinché cresca la comprensione e la fiducia reciproca tra le persone e i popoli, come base di una pace autentica.

7.Ci impegniamo a collaborare con tutte le iniziative a favore dell’infanzia che saranno promosse da questo convegno. Facciano nostro l’obiettivo Unicef di dare acqua pulita e servizi sanitari in ogni scuola del mondo.

We care : insieme dalla parte dei minori perché “un altro mondo è possibile”.

“GIOVANI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI ”

Giovani di tutto il mondo: unitevi!

Unitevi contro l’egoismo!

Unitevi contro le manovre del potere economico, manifestazione suprema dell’egoismo contemporaneo!

Unitevi per una lotta pacifica! Se usassimo le armi dei fabbricanti di armi e dei fabbricanti di guerra, essi ci schiaccerebbero.

Dobbiamo usare armi che essi non possono usare:

pressioni morali liberatrici, basate sulla verità, sulla giustizia, sull’amore;

pressioni morali liberatrici, condotte contemporaneamente nei paesi ricchi e nei paesi poveri;

pressioni morali che, destinate a liberare gli oppressi, libereranno il Cristo che si fece uno con i poveri, con gli emarginati, gli esclusi, i senza voce!

Dom Helder Camara, Milano 19 ottobre 1974

Martedì 25 Luglio 2006 01:06

Il vero miracolo (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Il vero miracolo
di Giovanni Vannucci



Leggendo il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mt 14, 13-21), vengono alla mente due spontanee domande: perché questo prodigio è stato riportato dall’evangelista Matteo? Esiste in esso un significato recondito? Alla prima domanda le risposte sono varie, da quella dell’apologetica più trita che Gesù avrebbe compiuto il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci per far toccare con le mani agli uomini presenti e futuri la sua natura divina, a quelle più sottili che vi vedono indicata l’essenza della nuova èra iniziata con Cristo: l’èra dell’amore assoluto i cui simboli sono il pane e il pesce.

Se dovessimo credere al mistero di Gesù Cristo per i miracoli che ha compiuto, dovremmo credere a tutti quelli che prima e dopo Cristo hanno compiuto, in buona o cattiva fede, dei miracoli. Sarebbe la logica conseguenza dell’assioma apologetico: chi si mostra Signore delle leggi della natura (il miracolo è per lo meno una sospensione del normale corso delle leggi che regolano l’universo) possiede una divina natura. E di miracoli l’umanità ne ricorda miliardi; anche tenendo conto che un buon numero sono il prodotto di ciurmatori, ne rimane una notevole quantità di compiuti in buona fede, e vediamo illogica l’equivalenza tra miracolo e natura divina di chi lo compie.

Forse i prodigi di Cristo sono riportati dagli evangelisti per ben altre motivazioni, che dovranno essere scoperte caso per caso. L’impressione che si ricava dalla lettura attenta delle relazioni sui miracoli di Cristo è che non li compiva volentieri: è sufficiente notare la sua riluttanza al miracolo delle nozze di Cana, per esserne persuasi. Egli compì miracoli forzato e costretto dalle preghiere e gli affetti di chi lo circondava, e quando si arrese una grande tristezza lo invase, dovendo constatare come l’intelligenza dell’uomo preferisse essere abbagliata che non convinta. Dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, Gesù con tristezza dice ai dodici: «Voi non avete ancora capito» (Mc 8, 21).

Egli ardeva di comunicare agli uomini mortali la loro immortalità, ardeva di portare la loro mente negli spazi eterni, ove Iddio si rivela nella luce e nella vita e si manifesta come Padre e Padre amoroso. E Gesù era triste nel compimento dei miracoli, i suoi e gli altri si fermavano sull’aspetto clamoroso del prodigio e non volevano imparare ciò che con infinita pazienza stava insegnando. Ogni giorno, per colui che sa vedere, è denso di miracoli. Se ponessimo mente al perenne miracolo della vita, saremmo in continua adorazione dell’immensa e amorosa Mente che ci avvolge; in essa troveremmo di continuo la soluzione a ogni problema della nostra vita.

Se imparassimo a liberarci dall’interesse egoistico, a superare le difficoltà in un atto di confidente amore, se volessimo, scuotendo la nostra pigra ignoranza, protenderci nella nostra vera dimensione che è la divina realtà, sapremmo come chiedere a Dio ciò che Dio stesso brama di volerci dare: la compiuta sua somiglianza, la perfetta sua libertà, l’infinito suo operante amore! Ma abbiamo paura di ciò che veramente ci libera, vogliamo ciò che ci imprigiona, vogliamo la guarigione della carne che abbiamo resa inferma con i nostri disordini; vogliamo il trionfo delle nostre verità personalistiche che imprigionano lo spirito; vogliamo le ricchezze terrene che rendono quasi impossibile la salvezza eterna: questi miracoli domandiamo continuamente.

Nella narrazione del miracolo della moltiplicazione dei pani c’è un particolare sul quale dobbiamo fermare l’attenzione: Cristo dice ai discepoli, preoccupati dell’ora tarda e della fame della folla: «Datele voi da mangiare. Risposero: non abbiamo che cinque pani e due pesci. Ed egli disse: portateli a me». I discepoli, con assoluta fede e altruismo totale, donano ciò che hanno, e aprono la via all’evento miracoloso. I discepoli presentano cinque pani, cinque forme di pane che sono la maturazione del grano trasformato in farina e questa, attraverso la panificazione, in un nutrimento perfetto e completo. Li presentano a Cristo senza chiedersi cosa ne avrebbe fatto, senza domandarsi come avrebbero saziato la loro propria fame, offrono con un atto di dedizione incondizionata quanto hanno, tutto quello che in quel momento avevano, e il miracolo ricopre la vallata ove erano i cinquemila uomini.

Il miracolo vero è quello che in quell’istante si è compiuto nella trasformazione del cuore dei discepoli: hanno dimenticato la loro fame, il loro diritto a possedere il proprio pane, hanno abolito il prefisso «mio»; il loro pane non è più loro, ma lo ripongono nelle mani di Cristo; in quell’istante di perfetta maturità essi stessi non sono più di se stessi, ma di tutti.

Noi crediamo che Gesù abbia fatto dei miracoli, ma non per i miracoli noi crediamo a Lui. Il vero miracolo che ci avvicina e ci fa credere è il rinnovamento dei tempi, la grandezza della sua rivelazione, la potenza del suo insegnamento. L’autentico suo miracolo è il discorso della Montagna, la novità e vastità del suo amore, la sua capacità di redimerci dall’interno. Crediamo in Gesù Cristo Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo, non a motivo dei suoi miracoli, ma a cagione di Lui stesso. Per questo respingiamo i falsi profeti insieme ai loro prodigi apparenti o reali, come respingiamo le seduzioni di chiunque creda di farci sognare un sogno e crede a una visione.

Cristo è la verità, la verità è oltre le apparenze, è la verità che solo lo spirito può contemplare in silenziosa solitudine, e il miracolo è che ogni uomo può vivere questa verità quando ha raggiunto la totale dimenticanza di se stesso divenendo offerta pura e totale.


(Giovanni Vannucci, «Il vero miracolo», 18a domenica del tempo ordinario, Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 141-143).
Giovedì 06 Luglio 2006 23:45

I piccoli (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

I piccoli
di Giovanni Vannucci


La commovente pagina di Mt 11, 25-30 è preceduta da una serie di parole di condanna che Gesù rivolge al suo popolo, indifferente ai richiami austeri di Giovanni Battista, e a quelli più umani da lui rivoltigli: «È venuto Giovanni, non mangiava e non beveva ed è stato considerato come indemoniato; sono venuto io che mangio e bevo e mi dite che sono un mangione e un ebbro, l’amico dei pubblicani e dei peccatori. Allora prese a maledire le città dove aveva compiuto prodigi e non si erano convertite».

Le città incredule, che suscitarono lo sdegno di Cristo, fanno da sfondo oscuro a una nuova società che avanza e che si raccoglie intorno a Lui: i piccoli, gli affaticati, gli oppressi, ai quali rivela le cose nascoste ai saggi e agli intellettuali. Chi sono i piccoli, i fanciulli alla cui statura i discepoli sono chiamati ad adeguarsi?

Il piccolo è l’umile, l’uomo pronto ad amare e a credere, l’uomo che ha il cuore aperto allo stupore di ogni fiaba, di ogni vera rivelazione, che, nelle manifestazioni della vita, scorge la presenza del sogno e della poesia, dell’armonia e della meraviglia, che di fronte all’erba verde non pensa alla clorofilla, ma alla mano invisibile che l’ha resa bella di quel colore. Il piccolo è il meraviglioso costruttore del Regno dei cieli. Ai piccoli Gesù dice: «Venite a me».

Per avere la vita è sufficiente andare a Cristo, ma per andare bisogna voler andare! La volontà umana, la capacità di rispondere a un appello, è l’arbitra del cammino verso Cristo. Per credere a Cristo bisogna voler credere, per andare a Cristo bisogna volerci andare. Cristo non ci vuole per forza, non ci lusinga con facili ricompense, non ci violenta, non ci salva nostro malgrado. Ognuno deve avere il suo piccolo e indiscutibile merito; ognuno deve, rispondendo alla chiamata, dimostrare di avere un nome e di non essere un bruto incosciente che attende un maestro qualsiasi pronto a iniziarlo.

«Venite a me che sono mite e umile di cuore». Cristo sintetizza la sua persona in queste due qualità: dolcezza e umiltà.

Non confondiamo la dolcezza con l’untuosità e la smanceria ritenute, ordinariamente, le note che qualificano la persona devota! Quando un frutto è dolce? Quando è maturo, quando tutto in lui ha raggiunto il grado della perfezione. L’umiltà non è la sottomissione ai potenti, ai dotti, ai superuomini, ma l’estrema libertà del cuore che si è scrollato da tutte le prigioni costruite da mano umana e che può dire, in piena verità, «non conosco uomo», sono solo davanti al mistero divino.

La dolcezza di Cristo è bontà aggressiva, combattiva, è la bontà del Buon Pastore che va a cercare la pecorella smarrita, ma è anche il pastore che spacca la testa al lupo, e nella lotta al principe di questo mondo è senza debolezza, lo aggredisce ovunque lo trovi. È umile, la sua indipendenza dai potenti è assoluta fino alla morte di croce per obbedire al suo mandato.

A ben considerare, la dolcissima pagina del vangelo di Matteo si appoggia su una realtà di tensione profonda tra la violenza dei potenti e la mitezza dei piccoli, tra la forza brutale degli integrati nel regno di questo mondo e gli oppressi che conservano intatto nel cuore il sogno di un Regno diverso e sono sensibili alla poesia delle cose. Noi siamo perpetuamente nel mezzo di questa tensione, siamo dei poveri cuori minacciati dalla sclerosi, ci è necessaria una continua vigilanza sugli egoismi sempre risorgenti, per superarli conservando lo stupore, l’attesa del miracolo, dell’incontro con Cristo. Attesa che accende in noi una luce certa e pura che di niente si inquieta, che è in se stessa slancio, offerta, dono.

Abituandoci a muoverci in questa luce, l’universo lentamente cambierà di senso e di aspetto, avremo la sapienza dei semplici, non quella dei dotti e degli intelligenti! Incontreremo la dolcezza, maturità piena, di Cristo, l’umiltà , donazione al più assoluto ideale, del Maestro. Orienteremo in maniera corretta le nostre energie vitali per raggiungere la maturazione del nostro personale io, la più totale offerta di noi stessi alle energie divine. Evitando di far decadere, come fanno i dotti e gli intelligenti, la pienezza di vita, che ci viene comunicata, in oggetto di speculazioni, di ideologie, di parole, di precetti. Schivando quella degradazione della fede ai pregiudizi, agli interessi sodali volgari, alla manipolazione della psiche.

Le parole violente di Cristo contro i Farisei, che avevano miniaturizzato il mistero divino, contro i dottori della legge che avevano «fatto sparire le chiavi della conoscenza» (Lc 11, 52), contro le città che, chiuse nel loro benessere, avevano perduto l’attesa della rivelazione, conservano anche oggi il loro peso. L’umile non dice mai di no allo Spirito che lo muove e lo conduce al giogo dolce e leggero di Cristo, è il no che alimenta le fiamme dell’Inferno.

Ritrovare la pochezza dei piccoli, mi sembra l’urgente consegna del nostro tempo. Vi è fame e sete di conoscenza spirituale nel nostro mondo, ma ancora una volta i dottori della legge, gli intelligenti, avendo la chiave non la vogliono usare, e loro non entrano né lasciano entrare altri nel Regno, simili al cane che dorme nella mangiatoia, non mangia il fieno e impedisce ai buoi di mangiarlo! Eppure il seme divino germoglia e le messi biondeggiano, ma non sono gli operai del padrone quelli che mietono, e non è nei granai del regno di Dio che il grano viene raccolto!

Una divina sete d’amore è seduta sul parapetto del pozzo umano e supplichevole chiede: «Dammi da bere, dammi l’acqua deperibile della tua natura umana, in cambio ti darò quella viva della mia natura divina!».

«Ti benedico, o Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli!».



Giovanni Vannucci, «I piccoli», 14a domenica del tempo ordinario, Anno A; in Risveglio della coscienza, ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 128-130.
Venerdì 02 Giugno 2006 20:09

La missione dell’uomo (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

La missione dell’uomo
di Giovanni Vannucci


Il mistero che oggi celebriamo, la Pentecoste, la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli, è il fondamento eterno della nostra esperienza religiosa cristiana, della nostra esperienza della Chiesa. E vorrei in parole semplici potervi dire quello che penso sulla discesa dello Spirito Santo, sulla trasformazione operata in quegli uomini dallo Spirito Santo. Una delle prime cose che voglio dirvi è questa: nel Cenacolo dove erano i discepoli, secondo la narrazione degli Atti degli Apostoli, lo Spirito Santo discende sopra di loro a forma di fiammelle e discende su ciascuno dei presenti. Questo è un fatto, è un’immagine della prima trasmissione del mistero cristiano. E l’eterna trasmissione del mistero cristiano è sempre fatta attraverso immagini davanti alle quali noi dobbiamo sostare in silenzio per poterne comprendere l’insegnamento che ci viene dato dalla figura, dal simbolo, che costituisce l’immagine.

Così in questo primo pensiero sul mistero della Pentecoste, lo Spirito Santo discende non come globo di fuoco su tutti i discepoli e neppure discende come una fiammella sul primo discepolo, fondamento della Chiesa, Pietro, ma su tutti. E discende in fiammelle distinte l’una dall’altra. Questa è una verità che dobbiamo cercare di vivere, perché lo Spirito Santo nella sua pienezza, nella sua intensità di vita, viene comunicato a tutti. Nella diversità poi delle sue fiammelle, di quei quantum di luce e di calore che lo costituiscono, viene dato a ciascuno dei dodici. Non ce l’ha più il prete e meno i laici, non ce l’ha più il Papa e meno i vescovi, meno i preti e meno ancora i laici.

Ma come e a chi è concesso lo Spirito Santo? In una forma personale, in una forma distinta, in una forma differente da quella che viene concessa ad altri. E questo costituisce l’aspetto profondo: anche se non siamo riusciti a realizzare sempre, per un continuo affermarsi di potenza dell’uomo, questa realtà della Chiesa, tuttavia rimane l’essenza della Chiesa, l’aspetto divino della Chiesa, l’aspetto profondo della Chiesa, lo Spirito che viene consegnato da Gesù. A ciascuno è concesso lo Spirito e la pienezza dello Spirito noi la raggiungiamo mettendo insieme le piccole fiammelle, e allora riusciremo a comprendere quell’intensità di luce, di calore, di illuminazione, di verità, che viene concessa a tutta la Chiesa quando è in questo stato di perfetta umiltà e di perfetta attenzione agli altri. E questa è una realtà che dobbiamo pazientemente e faticosamente recuperare se vogliamo che la nostra Chiesa sia “una Chiesa”, cioè una comunione di soggetti, non una realtà sociale con un capo e dei sudditi. Quindi abbiamo la responsabilità di quella fiammella, di quel dono dello Spirito Santo che abbiamo ricevuto.

Però vorrei portare la vostra attenzione su altri elementi della festa della Pentecoste. Ricorre il numero sette. Se voi aprite un qualunque manuale di storia delle religioni e andate all’indice, dove si parla dei numeri sacri, e prendete il numero sette, voi troverete che il numero sette ricorre in tutte le esperienze religiose dell’uomo: anche in quelle che noi chiamiamo esperienze religiose dei primitivi, per esempio gli sciamani della Siberia - è un fenomeno che viene studiato molto attentamente, perché contiene delle grandi verità... -. Lo sciamano, quando sale sul suo albero - l’albero ha sette tacche, sette segni incisi -, quando giunge al settimo segno riceve la rivelazione della divinità, riceve le risposte che si attende da questa sua ascesa verso l’alto. Poi abbiamo i sette doni dello Spirito Santo. Il numero sette è il numero della completezza, che non viene raggiunta astrattamente per una combinazione di concetti, ma attraverso l’esperienza dell’uomo la nostra coscienza scopre che la realtà è costituita dal sette. E’ il numero della pienezza divina e umana.

L’invisibile non manifestato ha il numero tre, che è il numero della divinità; il divino manifestato ha il numero tre, che è il numero della divinità che si manifesta. Tre più tre fa sei, più uno... E chi è quest’uno? E’ l’uomo, che nel mondo del visibile è il punto in cui tutta la realtà invisibile si compendia e si esprime. Ed è l’uomo che deve - attraverso la sua attività di coscienza, di pensiero, di meditazione, attraverso il suo impegno religioso - scoprire e il visibile e l’invisibile. Questa è la missione dell’uomo.

L’aspetto non manifesto della divinità lo possiamo esprimere molto vagamente con dei vocaboli umani. L’aspetto manifesto è costituito dal tre, cioè dalla potenza: quando diciamo e chiamiamo Iddio onnipotente. Poi è costituito dall’amore, poi è costituito da una volontà che è libertà. Stamattina noi leggevamo qui un bellissimo testo di Gioacchino da Fiore : il succedersi di varie ere. L’era del Padre, che è il Vecchio Testamento, l’era del Figlio, che è l’era dell’amore. Nel Nuovo Testamento l’umanità - secondo questo grande uomo, Gioacchino da Fiore - si sta dischiudendo verso un’altra rivelazione, un’altra manifestazione del divino che è la volontà per la libertà. Quindi, il Padre è il Padre onnipotente, il legislatore, il sovrano, il re; il Figlio è il portatore dell’amore, della misericordia, della compassione; e lo Spirito Santo è colui che completa l’opera del Padre e del Figlio nell’apertura della nostra coscienza a una libertà, la libertà dei figli di Dio, dove l’amore trova la sua completezza e supera tutti i suoi limiti, dove la potenza paterna trova la sua piena manifestazione nel rispetto verso tutte le infinite creature che appaiono all’esistenza. E noi uomini, la nostra coscienza, siamo quell’uno che riceve questa rivelazione, la vive e la manifesta. E allora si ha la completezza della manifestazione religiosa e divina e spirituale nella storia degli uomini.

Ma parliamo dei sette doni. Noi, in Occidente, abbiamo perduto molte conoscenze. Per gli antichi l’uomo era composto di sette corpi; noi abbiamo molto semplificato. Cos’è l’uomo? E’ un animale che cammina eretto. E Cartesio ha detto: l’uomo è una macchina abitata dall’anima. Abbiamo la macchina, che è il nostro fisico, e il motore interno, che è l’anima. L’uomo è composto di anima e di corpo e noi abbiamo talmente generalizzato questo termine “anima” che non sappiamo più che cosa sia. Poi lo Spirito è cantato dal nostro linguaggio ... Quindi l’uomo è composto di due realtà, anima e corpo. Per gli antichi era composto di sette corpi ; era come una specie di corteo dove ci sono sette personaggi. C’è un personaggio, il vagabondo, che passa da un’osteria all’altra; se non è tenuto d’occhio, con facilità cade nel fosso, si smarrisce, oppure compie dei gesti irresponsabili. Poi c’è un’altra presenza in noi che si potrebbe chiamare il lavoratore, quello che fa, quello che compie delle azioni con grande passione; poi c’è un altro personaggio, che è lo studente, che si interessa, va a scuola, cerca di imparare, cerca di capire le cose della vita; poi c’è la madre, che accompagna questo corteo; poi c’è il magistrato, un giurista, un guerriero; poi c’è l’artista, un intellettuale, uno scultore, un poeta, un musicista; e infine c’è il prete.

Ecco, questi sono i sette corpi della nostra realtà umana: in noi c’è un corpo che è un po’ il briaco della compagnia, il vagabondo. Quante volte ci prende la mano il corpo! Si vorrebbe fare, intraprendere, poi viene la stanchezza; oppure se devo passare una bella giornata alle Stinche, questo signore, il corpo, reagisce al polline e comincia a starnutire, è la febbre del fieno: non si può mai disporre pienamente del nostro corpo. Poi c’è la nostra intelligenza che ci fa conoscere le cose, vogliamo sapere il perché dell’esistenza dell’uomo, il perché di una cosa, come è costruita una casa, come si fa un’operazione matematica, come si chiamano le stelle del cielo. Tutte queste cose le vogliamo sapere: è la parte della nostra ragione che non crede, della ragione che vuol sapere le cose, capire le cose. Poi c’è anche una parte di noi che nel corteo, ho detto, è la madre, la misericordia, l’amore, la protezione della vita, la parte del nostro essere che ci porta a guardare con grande affetto e simpatia tutte le manifestazioni della vita, a difendere la vita, a proteggere la vita, a sostenere la vita. E, infine, ci sono altri tre personaggi: uno, vi ho detto, può essere il magistrato, l’uomo di legge, oppure un militare, un guerriero, ed è la parte del nostro essere che ci porta a organizzare, a dare una gerarchia alle nostre attività, un ordine alle attività del corpo, alle attività della mente, alle nostre attività emotive. E poi c’è un’altra parte del nostro essere che, vi ho detto, è l’artista: è la parte del nostro essere che capisce, per un movimento incomprensibile e inspiegabile, il senso delle cose, oppure che, improvvisamente, sente la bellezza di un tramonto, di un’alba, di un fiore, e le esprime in forme di arte perfetta; cioè in noi c’è l’artista, è la parte più mutevole del nostro essere perché può essere perduta, repressa. E infine in noi c’è il prete, il sacerdote, che è la parte del nostro essere che capisce il significato profondo dell’esistenza. Al termine dei sette doni c’è la sapienza, alla base c’è Dio. Tutto questo ci deve rendere stupefatti e deve dare alla nostra vita un senso di responsabilità di fronte a tutta l’esistenza, alla nostra esistenza personale e all’esistenza di tutti gli altri esseri. Ascendendo questa scala di sette gradini si riesce a comprendere il senso dell’esistenza, perché il significato del nostro esistere è il significato dell’esistere di tutti gli altri esseri.

Io mi sono domandato molte volte: che cos’è avvenuto di tutte queste cose? Nelle cerimonie del battesimo, per esempio (ieri abbiamo battezzato un bambino), vengono toccati dei punti del corpo: tre punti, la nuca, la fronte, il cuore che, secondo tutta la tradizione e orientale e occidentale, sono i tre centri sottili che, quando si risvegliano, mettono l’uomo a contatto con delle forme di conoscenza differenti. Il cristianesimo si è sempre interessato soltanto di questi tre centri superiori. Non si è mai interessato dei centri inferiori. Per esempio, tutto l’induismo, nella sua pratica dello yoga, comincia dal centro più basso, poi mano a mano sale e giunge ai tre centri superiori. Il cristianesimo si è sempre interessato di sviluppare questi tre centri superiori; e si è pensato che sia questa una delle differenze per l’impostazione della meditazione cristiana in confronto alle altre meditazioni, perché quando si sviluppano i tre centri superiori gli altri seguono inevitabilmente l’ordine di armonia.

Ma io mi sono domandato: cosa è avvenuto nel Cenacolo in quegli uomini? Vi do una spiegazione che è mia, quindi non siete per niente obbligati a seguirla. Ma, cerco di indovinare perché, ordinariamente, davanti a questi misteri religiosi, a queste immagini meravigliose, ci abbandoniamo, così, a una contemplazione esteriore, oppure ci accontentiamo di spiegazioni tradizionali che non ci permettono di penetrare il mistero; non è che io voglia spiegare il mistero, ma voglio darvi delle indicazioni che, per me, sono abbastanza ragionevoli per poter capire quello che è avvenuto nella coscienza di quegli uomini nel Cenacolo. Ché prima della Pentecoste Pietro era un pavido, gli altri erano, anche loro, molto legati alla loro umanità. Improvvisamente da quegli uomini scaturisce l’annuncio della Parola e scende nel cuore degli uomini e trasforma tutto l’Occidente. Deve essere avvenuto qualcosa.

Io penso sia avvenuto questo: lo Spirito, discendendo dall’alto, ha preso possesso di quegli uomini nei tre centri. Cioè, del senso del sacro, e hanno raggiunto la sapienza, hanno capito il perché dell’esistenza e quindi hanno compreso con intensità di vita e di partecipazione - non di spiegazione, ma di partecipazione - quella realtà portata da Cristo sulla terra e che loro avevano vissuto, alla quale avevano partecipato, ma che non avevano ancora compreso. Hanno capito che Cristo iniziava una nuova era per la coscienza umana, l’era dell’amore. Poi di loro è stato preso possesso anche dell’altro centro, dell’intuizione, non più abbandonata a improvvisazioni di momenti di particolare emozione, ma diretta verso la comprensione di quel mistero che era stato rivelato e che essi avevano compreso con la loro esperienza. Poi quel personaggio che vi ho descritto come il portatore dell’organizzazione, della gerarchia, e nel lavoro nostro personale e nel lavoro di società (il magistrato, n.d.r.), anche questo è stato preso e trasformato con violenza dallo Spirito Santo, perché doveva nascere una nuova società, perché l’uomo non è mai riuscito a creare una società e anche dentro la Chiesa non siamo mai riusciti a creare quella nuova società che era annunciata da Cristo.

Era necessario un lavoro in serie, affidando a ciascun operaio la produzione di una determinata parte dell’opera e organizzandola entro tempi sufficientemente brevi. Questa è una capacità organizzativa che abbiamo noi uomini, che parte da noi uomini e che è un prolungamento della nostra ragione, della nostra intelligenza nella vita. Così, quando organizziamo la nostra vita, noi cerchiamo di prevedere tutto ciò che ci può capitare durante la giornata e incanaliamo in un certo ordine la nostra giornata. Quando poi viviamo in società, il responsabile della società ha una particolare immagine dell’uomo e vuole che gli uomini corrispondano ad essa nella vita sociale, imitino questo modello che lui ha dell’intelligenza dell’uomo: un militare, davanti a un esercito, ha una particolare visione del soldato e vuole che il soldato imiti questa idea che lui ha del soldato.

Nel cristianesimo le cose non sono così: non è l’uomo che crea la società, ma è lo Spirito Santo che crea la società. E la Chiesa non è creata dagli uomini, ma è creata, alimentata e fecondata dallo Spirito Santo. Quando Cristo dice a Pietro: “Tu sei pietra e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa” - vi ho detto altre volte che chi edifica la Chiesa non è Pietro, né il Papa, ma il Cristo -, dicendo: tu sei pietra, Cristo prende un simbolo religioso che è antichissimo quanto è antica l’umanità; è forse il primo simbolo dell’umanità religiosa: la pietra . E la pietra cos’è? Cosa rappresenta? Rappresenta la Grande Madre. Quando i primi cristiani chiamarono la Chiesa “Madre”, si riferivano a questa esperienza profonda. Cioè la Chiesa è quella struttura duttile e malleabile come l’utero della donna quando porta avanti un germe, un germe che ha accolto. Questo organo femminile aumenta mano a mano che il germe si sviluppa. Quando poi il germe ha raggiunto, nei nove mesi, la sua piena maturazione, lo lascia. Questa è la struttura della Chiesa.

Mi direte, non è così. Non è così perché noi uomini faticosamente arriviamo a liberarci da noi stessi. Perché se Dio nella sua manifestazione visibile è il potere, è un potere differente dal potere di noi uomini. Confrontate l’onnipotenza di Dio con il concetto che noi abbiamo di onnipotenza. Non corrisponde. E’ un’impotenza. Ve lo accennavo per Natale, quando noi veneriamo nel Fanciullo la manifestazione suprema della divinità. In questa immagine, in questa realtà noi non facciamo altro che dire che l’onnipotenza di Dio di fronte alle nostre onnipotenze e potenze umane è una impotenza, una non potenza. Ma questo lo abbiamo dimenticato proprio nella nostra prassi religiosa, perché ci siamo abbandonati senza distinguere chiaramente quella che deve essere la realtà cristiana da quella che è la realtà umana.

Gli uomini sono portati a creare delle strutture mentre la Chiesa, essendo opera dello Spirito Santo, è come il seno di Maria santissima, che accoglie la parola di Dio e cresce mano a mano che questa Parola cresce nel suo grembo. E allora le strutture dure, nella Chiesa, sono assolutamente un’opera diabolica, un’opera antispirituale, un’opera che la cristianità viveva in un dato momento, che non è più aperta alla fecondazione dello Spirito, ma si abbandona a quelle forze che vengono dal basso; cioè l’uomo cattolico, l’uomo di un’altra Chiesa, non è più l’uomo cristiano, ma un uomo puramente umano e allora si hanno delle durezze, si hanno quelle strutture potenti e pesanti che abbiamo portato ad esempio e che ora sogniamo e aspiriamo a superare, se riusciamo ad accettare la realtà che in ognuno di noi c’è lo Spirito Santo in una forma particolare e differenziata da tutte le altre forme.

Questo volevo dirvi. E cos’è avvenuto negli apostoli? Dio ha preso possesso di queste capacità di uomo e ha dato loro una saggezza divina, agli apostoli ha dato un’intuizione divina e una capacità di organizzazione divina. Per noi la situazione è differente: noi dobbiamo raggiungere lo Spirito Santo attraverso un faticoso cammino, lungo la vita terrena; cammino di riordinamento di tutte quelle parti che compongono il nostro essere e, una volta raggiunto questo riordinamento, possiamo sperare che avvenga in noi quella folgorazione che, imprevista e inattesa, si è compiuta negli apostoli. E allora anche il numero sette, anche i nostri sette corpi saranno unificati da questa fiamma che discende sul nostro capo e che tutto unifica, tutto illumina, tutto trasforma. E saremo in mezzo agli uomini delle creature che portano il mistero totale, non solo il mistero divino ma anche il mistero dell’uomo, rivelandone la compostezza, la pace, la luce, la creatività, l’armonia, l’equilibrio, l’amore, la pietà, la saggezza, che non nascono dall’uomo ma da Dio. In noi nascono, vi dicevo, come conquista, conquista lenta, accanita, tenace, ardente, che ci accompagna per tutta la vita.

Anche noi siamo in cammino verso la nostra Pentecoste, verso la presa di possesso di quella fiammella che è discesa su di noi e che discende continuamente su di noi, che è lo Spirito Santo. Di questo dobbiamo essere consapevoli. Allora - vedi Carolina - riusciamo a ordinare il corteo di quei sette personaggi... sanno dove vanno e, quando scopriranno dove sono diretti, capiranno che sono diretti verso la luce, cioè alla visione completa e illuminante di tutto il mistero e della loro vita e delle vite degli altri, e dell’esistenza attuale e dell’esistenza futura. Saremo delle persone che capiscono, che comprendono, e in conseguenza di questa comprensione e di questa saggezza raggiunta, ci comporteremo come creature illuminate e santificate dallo Spirito Santo.



1) Giovanni Vannucci, omelia pronunciata nell’eremo di S. Pietro alle Stinche, Greve in Chianti (FI), durante il rito eucaristico pomeridiano delle ore 18, domenica 6 giugno 1976 (Domenica di Pentecoste), Anno B; registrata su nastro magnetico da Elena Berlanda e trascritta da Consalvo Fontani. Pubblicata da Fraternità di Romena editrice, Pratovecchio (AR), 2005, in Nel cuore dell’essere, pg. 157-166.undefined
Mercoledì 17 Maggio 2006 02:01

La porta e la voce (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

La porta e la voce
di Giovanni Vannucci

Due espressioni, nella pagina del vangelo di Giovanni (10,1-10), colpiscono la nostra attenzione. La prima è la porta: «Io sono la porta»; la seconda è la voce: «Le pecore ascoltano la sua voce». La porta è l’apertura che segna il passaggio tra due spazi distinti; varcare una porta, anche della più umile casa, costituisce qualcosa di grave e di solenne per uno spirito sensibile: attraversando una soglia, abbandona il suo consueto ambiente ed entra in un altro differente.

Questa è la più elementare esperienza che sta alla base delle parole di Cristo, e di tutto il simbolismo della «porta». La porta separa e unisce due ambienti, due spazi, due gradualità dell’essere, due matrici, due mondi distinti da strutture fisiche, psicologiche, mentali. Il varcare la soglia costituisce il passaggio da un modo d’essere a un altro; nell’esperienza religiosa le varie iniziazioni, che accompagnano le tappe della crescita fisica e psicologica dei credenti, sono vissute come il varco da un modo d’essere a un altro; la soglia presenta quel carattere di angoscia, di timore sacro che segna la linea di demarcazione tra un mondo conosciuto e quello sconosciuto che si apre al di là del limite. Giacobbe, dopo l’esperienza della sacralità del luogo ove aveva avuto il sogno iniziatico, esclama: «Questo luogo è tremendo, qui c’è la dimora di Dio e la porta del cielo» (Gen 28,17). L’aspetto angoscioso della porta, come ingresso in uno spazio differente, viene manifestato nel grande portale che introduce negli edifici sacri attorniato da «guardiani della soglia», draghi, leoni, sfingi, personaggi divini o semi-divini.

Questi pochi accenni al simbolo della porta ci aiutano a comprendere il significato della parola di Gesù che leggiamo nel Vangelo: «Io sono la porta, il pastore vero passa per la porta, il prezzolato e il ladro entrano nell’ovile attraverso altre aperture».

«Io sono la porta», il punto di passaggio da uno stato di coscienza vecchio e conosciuto, a un altro nuovo e sperimentabile. Cerchiamo, avanti di aggiungere altro, di comprendere il contenuto dell’affermazione di Cristo: le porte dei templi, i riti di passaggio costruiti e ordinati dall’uomo sono dei simboli, palpabili e misurabili, di un altro itinerario che la coscienza compie dentro il gesto, l’immagine esteriore; itinerario che sfocia in una mutazione qualitativa dell’anima, dell’interiorità. Le porte e i riti sono dei segni di qualcosa che si compie nell’intimo della personalità che varca la soglia dello spazio nuovo. Le strutture architettoniche, le azioni rituali perdono ogni valore quando si viene a vivere il contenuto qualitativo del nuovo spazio.

La frase: «Io sono la porta» può venire interpretata: Io sono la soglia che separa la vecchia coscienza dalla nuova, il significato di tutte le iniziazioni che altro non sono se non riti, cerimonie, costruzioni, dita puntate verso la novità, segni di un significato da scoprire. Io invece sono il significante e il significato, la forma e il contenuto, la materia e lo spirito. Le antiche porte sono tarlate, «quelli che sono venuti prima di me ormai sono ladri e briganti, la loro voce non risveglia le coscienze mature per la novità». Cristo è la porta e l’ovile; l’iniziazione e la nuova vita che essa trasmette; è il pane che dona la vita, non il cesto che lo contiene; è il pane ed è la vita; è la via che conduce alla verità ed è insieme la verità consegnata agli iniziati; è la luce del Santo dei Santi, che ha dilacerato ogni velame. Luce offerta senza interruzione, Luce che accoglie chiunque ne senta il richiamo e deliberatamente lo segua.

Questo rapporto diretto tra la singola coscienza e il Pastore è necessario venga vissuto con intensa generosità da ogni credente, se vogliamo che tutta la Chiesa ritrovi la vita, la Chiesa interiore e quella esteriore, se vogliamo che le porte iniziatiche, le parole di passo, i riti che introducono nella novità perdano la loro pesantezza e siano trasfigurati nella luce del vero e unico iniziatore.

Il passaggio dalla porta che è l’«Io sono» di Cristo fa fiorire Cristo nell’anima e fa ascendere l’anima, la personalità di ognuno, nel suo Io vero, che è Cristo, «non io vivo, ma Cristo vive», Cristo che è il vero Io di ognuno di noi, è il vero Io di tutti gli Io. Con l’«Io sono la porta» le antiche porte cadono, la verità liberatrice dilegua le corposità dei moralismi dogmatici, la ricerca personale della luce mette in seconda linea ogni preoccupazione pastorale e sociale; l’offerta di se stessi a Cristo perché ci unisca a sé ci rende fermi, senza timore di orgoglio, in questo pellegrinaggio verso la nostra deificazione, che ci renderà certi della nostra nascita nella nuova coscienza di Cristo e nella quale sperimenteremo che Cristo è Dio per noi e noi per Dio.

Fino alla novità sbocciata con l’Incarnazione, morte e risurrezione della Parola eterna, i templi erano i depositari dei segreti e delle verità nascoste sotto i simboli, il velo copriva il Santo dei Santi, solo agli iniziati veniva, dopo opportuna ascesi, dischiuso. Con la venuta di Cristo la verità diventa il pane e il vino di tutta l’umanità, è data a tutti perché tutti ne traggano il necessario alimento alla loro ascesa personale. Il velo è squarciato. Dio entra nel cuore degli uomini, lo Spirito discende nella carne degli uomini. E ciascun uomo è capace di prender coscienza di essere stato pensato ed espresso da una parola irripetibile e singolare, parola pronunciata dal Verbo nell’eternità, parola che il Verbo incarnato ripete nel tempo entro il cuore di ogni pecorella: «Le pecore riconoscono la sua voce». Parola che rende la persona umana più grande delle stelle del cielo, più gloriosa di tutte le leggi unificatrici e ordinatrici del cosmo.

Prendere coscienza del nostro Io divino, dell’Io divino di ogni nostro fratello, significa varcare la porta iniziatica che è Cristo, essere assunti dalla sua grazia trasfiguratrice, rispondere personalmente al nome col quale da tutta l’eternità ci chiama, nascere la seconda volta. Il motivo della nostra tragedia, della nostra disarmonia, è il non volerci riconoscere in Lui, il seguire la voce della nostra personalità separata, invece di quella del Buon Pastore che passa per la «porta» che è Cristo.

(Giovanni Vannucci, «La porta e la voce», 4a domenica di Pasqua, Anno A; in Risveglio della coscienza,  Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 72-74).
Giovedì 27 Aprile 2006 00:49

Riappropriamoci del futuro (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Riappropriamoci del futuro
di Marcelo Barros

In quasi tutto il mondo, gennaio è il mese che avvia l'anno. La gente si scambia auguri, auspicandosi a vicenda che l’anno nuovo non sia uguale a quello che è appena terminato ma mi­gli ore, pieno di pace e gioia per tutti.

Un tempo, le comunità tradizionali solennizzavano questo nuovo inizio con riti in cui tutto ciò che era "invecchia­to”, nella vita delle persone (e l'anno ap­pena concluso lo era) veniva buttato via o smesso. A volte, il rito consisteva in un pellegrinaggio a una montagna, o in un bagno rituale nelle acque di un fiume o del mare. La gente si rinnovava per es­sere pronta ad accogliere il nuovo dalle mani di Dio.

Se penso agli odierni "riti” per il nuo­vo anno, essi mi appaiono segnati quasi esclusivamente dal consumismo più sfre­nato, che accentua disuguaglianze e in­giustizie. E allora, mi domando: che spe­ranza possiamo avere che il nuovo anno sia pieno di pace per la terra tutta e di fe­licità per tutti coloro che la abitano?

Oggi, in Brasile è in atto una crisi po­litica che tocca tutti. Il governo aveva promesso di "rinnovare" il paese, adot­tando un modello economico in grado di eliminare disuguaglianze sociali e ingiustizie strutturali, ma non sembra ca­pace di far decollare tale modello.

Per quanto riguarda il mondo intero, la situazione non mi sembra diversa: do­po tante promesse e piani decennali, l'Onu un'organizzazione dominata dalle nazioni ricche - "si umilia" e am­mette di non sapere come fare a fermare - o anche solo diminuire - la povertà e la miseria che ancora affliggono gran parte dell'umanità. Nel frattempo, con­tinua imperterrito lo scempio fatto del­la natura, che si traduce in disastri che colpiscono in particolare i più poveri e marginalizzati.

Questo stato di cose non fa che diffondere spirito di rassegnazione, mancanza di speranza e apatia socio-po­litica. E mentre alcuni gruppi, in preda alla disperazione, ricorrono a forme de­leterie e ingiuste di protesta politica (quali il terrorismo e la violenza di stra­da), molte persone, oneste e tranquille, cercano una realizzazione personale ri­fugiandosi in qualche intimo androne della propria vita individuale.

Se questo è il quadro generale, allo­ra si fa sempre più urgente il coraggio di fare una opzione fondamentale di vi­ta tale da poter riorientare la nostra spe­ranza.

L'aver trasformato i paesi ricchi - quelli del primo mondo, tanto per in­tenderci - in megalattici e lussuosissimi shopping centre non ha garantito la pa­ce né procurato felicità. Per contro, pur privi di tutto, i poveri del sud del mon­do non solo continuano a mostrare una esuberanza di vita, un carico di allegria e una capacità di sopportazione che ri­sultano inconcepibili a coloro che nuo­tano nel danaro, ma stanno sviluppando una vera e propria "scienza della resi­stenza", che li porta a cercare sempre nuovi cammini.

In molti paesi del sud del mondo si sta imponendo una economia di solida­rietà, definita anche "economia sociale", economia popolare", “economia del prossimo”... Si tratta di un modello eco­nomico che, noi, considerando l'altro un concorrente, ma un partner e un colla­boratore, favorisce la cosiddetta "pro­prietà sociale" (tipica delle società tradi­zionali e delle cooperative), prepara gruppi all'autogestione e privilegia sia il consumo critico che il mercato equo e solidale.

Sole le persone e i gruppi che accet­tano questo spirito di condivisione po­tranno esperimentare la verità del detto neotestamentario: «C'è più gioia nel da­re che nel ricevere» (Atti 20,35). Solo es­si potranno godere della vita e della pa­ce che sono il frutto della giustizia. E, fa­cendo gli auguri al proprio vicino, po­tranno fare proprie le parole di un'anti­ca benedizione irlandese:

Che il cammino sia lieve ai tuoi piedi
e la brezza soave alle tue spalle.
Che il sole illumini il tuo volto,
la pioggia cada leggera sui tuoi campi.
Fino ci quando ti rivedrò di nuovo,
Dio ti protegga nel palmo della sua mano.

(da Nigrizia, gennaio 2006)

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