Domenica, 19 Novembre 2017
Maestri Contemporanei
Maestri Contemporanei

Maestri Contemporanei (114)

Giovedì 09 Marzo 2006 00:29

Ricordando Zumbi (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Ricordando Zumbi

di Marcelo Barros

In Brasile, novembre è il mese di una memoria tragica e attraente allo stesso tempo. Nel secolo 17°, la tratta degli schiavi era in auge: interi villaggi d'Africa venivano svuotati di uomini, donne e bambini, dapprima razziati come bestie e quindi stipati su navi negriere che li trasportavano nelle Americhe. Nel frattempo, nel nord-est brasiliano, schiavi neri fuggiti dalle piantagioni di canna da zucchero, indios perseguitati e alcuni bianchi contrari al sistema coloniale fondavano un territorio libero – “senza padroni né schiavi” – in cui tutti potevano vivere in maniera più democratica e giusta.

Questo territorio era il Quilombo dos Palmares, una delle molte esperienze di comunità in costante lotta per la libertà. La sua gente riuscì a respingere ripetuti attacchi dell'esercito coloniale. Parve la realizzazione di un sogno: quello di un mondo più giusto e libero.

Ma le forze di repressione potevano contare su finanziamenti e armi sofisticate. Nel 1695, in seguito al tradimento di alcuni membri della comunità, i soldati riuscirono a invadere Palmares. Per evitare un bagno di sangue il leader del Quilombo, conosciuto come Zumbi dos Palmares, si consegnò spontaneamente ai soldati. Il 20 novembre, fu decapitato: la sua testa venne esposta al pubblico nella piazza centrale di Recife, mentre il suo corpo fu fatto a pezzi, poi disseminati per le strade della città. Palrnares fu vinta.

Solo duecento anni dopo, alla fine del 19° secolo, il popolo nero riuscì a liberarsi della schiavitù. Fu una liberazione soltanto legale. Anche oggi, infatti, la concentrazione delle finanze nelle mani di pochi, la scandalosa disuguaglianza sociale e la politica neoliberale perpetuano una realtà di autentica schiavitù, che obbliga i bambini a lavorare e le donne a prostituirsi e a far sì che, nel Brasile d'inizio secolo 21°, pur impiegati nello stesso lavoro, i neri guadagnino il 25% di meno dei bianchi. Nel corso dei secoli, la storia dei quilombos e della resistenza nera non è stata studiata nelle scuole. Fino a poco tempo fa, pochi brasiliani sapevano cosa fosse un quilombo e quale importanza abbiano avute queste isole di libertà nello sviluppo del proprio paese. Negli ultimi anni, però, la grande maggioranza dei discendenti degli schiavi africani hanno preso coscienza delle loro vere radici. E si è anche scoperto che in molte regioni del Brasile esistono comunità che discendono direttamente dai quilombos, mantenendone cultura e dignità.

La costituzione del 1998 riconosce a queste comunità il diritto di possedere la terra dei loro antenati e di vivere secondo la propria cultura. In tutto il paese, il 20 novembre è ricordato come la "giornata nazionale della coscienza nera". In molte città è giorno festivo... liberi dal lavoro, tutti hanno la possibilità di celebrare la multiculturalità del paese.

Senza alcun dubbio, la riscoperta della dignità della persona nera è la più grande eredità che Zumbi ha lasciato al Brasile. In un mondo che tende sempre più a escludere tutto ciò che è "diverso", tale eredità rappresenta un tesoro da non perdere e un trampolino di lancio da cui spiccare il salto verso un mondo migliore, in cui tutti sono accettati per ciò che sono.

(da Nigrizia, novembre, 2005, p. 77)

Venerdì 17 Febbraio 2006 20:40

L’amore immotivato (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

L’amore immotivato
di Giovanni Vannucci



Gesù, invitato a pranzo da uno dei capi religiosi del suo popolo, osservò come molti ospiti discutevano per decidere chi doveva sedere a capo tavola e chi più vicino o lontano dai notabili. Con fine senso realistico e ironico, osserva che l’invito a pranzo è un gesto di amicizia per consumare dei cibi con semplice gioia; la ricerca dei primi posti a tavola è l’espressione di una vanità che niente ha a che fare con la gioia di consumare insieme un pasto con amici, anzi ne costituisce un avvelenamento.

«Quando sei invitato a pranzo, scegli con semplicità l’ultimo posto, lascia al capotavola la libertà di chiamarti più vicino a lui [...]. Se poi tu fai un pranzo, invita alla tua tavola i poveri, i reietti, quelli che non possono darti niente in contraccambio. Compi un gesto di amore disinteressato, la ricompensa ti sarà data sul piano dell’infinita coscienza di Dio, a essa la tua gioiosa liberalità ti introdurrà» (cfr. Lc 14, 8-14).

La grande catena dell’amore universale viene tracciata e indicata da queste semplici parole: «Dona a chi non può contraccambiarti il tuo dono, offri i tuoi pranzi a chi non può invitarti a sua volta. Se inviti chi può restituirti il pranzo, tu non esci dai confini di un misero egoismo; invita chi non potrà renderti il contraccambio, in tal modo la tua gioiosa generosità ti aprirà un credito presso il Padre che è nei cieli» (cfr. Lc 14, 12-14).

Ogni azione umana crea continuamente dei vuoti e dei pieni, apre delle parentesi che dovranno venir chiuse. Se l’uomo fa il male come reazione al male, chiude una parentesi aperta dal male inferto; se fa il male per il male, apre una parentesi creando un vuoto che gli attirerà del male. Cosi avviene per il bene. Se l’uomo usa generosità per attirare generosità, apre e chiude questa parentesi; ma se è generoso con chi non potrà ricambiarlo, apre un vuoto di bene in cui entrerà dell’altro bene per colmarlo.

Quando uno fa del male come reazione a un male, chiude la parentesi del male; in questo caso vige la legge del taglione, chi è stato offeso può domandare giustizia: giustizia che è sempre una larvata forma di vendetta e, una volta soddisfatta l’esigenza di giustizia, la parentesi è chiusa, l’offensore ha pagato, non deve più nulla; l’offeso non ha più alcun diritto. Ma se chi ha ricevuto l’offesa non reagisce, l’offensore apre in sé un vuoto che sarà fatalmente ricolmato da un’altra offesa, anche se interviene il perdono dell’offeso.

Una legge severa presiede a questi meccanismi; così colui che fa il bene, e di questo riceve la ricompensa e la gratitudine del beneficato, chiude la parentesi, e il benefattore ha ricevuto la sua ricompensa; se invece la generosità è gratuita, se l’amore non è limitato da nessuna finalità, se qualcuno rivolge la sua forza di amore e di dono a chi non potrà rispondergli con altra generosità e amore, si stabilisce una corrente di vuoto che sarà colmata da altra generosità e da altro amore.

Le nostre azioni, le nostre opere di cristiani dovranno essere contrassegnate dall’apertura di una assoluta gratuità: questa stabilirà un continuo flusso di bene e di grazia tra il cielo e noi. E ci libererà da tutte quelle solidificazioni create dall’ambizione vanitosa di porre una finalità alle nostre azioni, anche a quelle che riteniamo più conformi alle qualità cristiane. Amiamo «per», preghiamo «per», facciamo delle opere sociali «per»; motivare l’amore non è amare, avere una ragione per donare non è dono puro, avere una motivazione per pregare non è preghiera.

Cristo ci dice: «Se dai un bicchier d’acqua a chi ha sete, nel mio Nome, non lo dai all’assetato, ma a Me!» (cfr. Mt 25, 35 s). «Nel Nome del Signore» vuoi dire nella più assoluta gratuità, nell’amore più libero e oggettivo, nella vastità della Coscienza divina che a noi si è rivelata come Pane e come Vino.

La finalizzazione dell’amore porta all’affermazione di lottare perché questo nostro amore si affermi, alla necessità di essere più forti, più abili, più tortuosi per imporlo, alla necessità di apparire portatori dell’amore, alla necessità delle mille strutture per renderlo obbligatorio. Quando saremo soltanto amore, dono e preghiera, come è Dio e il suo Cristo?

«Ai tuoi pranzi non invitare gli amici, i potenti, i consanguinei [...]. Al contrario invita i poveri, i reietti, gli storpi, che non avranno mai di che ricompensarti» (Lc 14, 12-14). Il tuo amore sarà immotivato come l’amore del Padre che è nei cicli, il tuo dono sarà l’offerta pura e incontaminata che è accetta a Colui che crea, ama, dona per la pura gioia della creazione, del dono, dell’amore! Altrimenti creerai delle strutture, dei modelli, delle forme che ti faranno sentire potente, generoso, buono, e perderai te stesso e le tue opere nelle strettoie del secolo presente! Ti sei mai domandato se lo sbocciare di un fiore, il canto dell’usignolo, il brillare di una stella sono motivati? Impara dai gigli dei campi, dagli uccelli dell’aria la grande lezione del dono puro e immacolato da finalità!

Solo colui che ha raggiunto il senso della sua eternità può non dare importanza al tempo e alle egoistiche esigenze del tempo. Solo colui che è forte ama senza porsi dei perché; solo colui che è forte dona generosamente e instancabilmente come il Creatore della vita. Cristo ci addita la via per diventare forti, ricchi, per attuare l’essenzialità del regno di Dio, essenzialità che è potenza di spirito, e che qualcuno raggiungerà quasi a sua insaputa, come il contadino che lavorando il campo trova un tesoro, altri invece conquisterà per appassionata ricerca, come il mercante di perle.


Giovanni Vannucci, in La Vita senza fine, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1985. «L’amore immotivato», 22a domenica del tempo ordinario. Anno C., Pag. 178-181.

Venerdì 03 Febbraio 2006 21:19

Lezioni di storia (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Lezioni di storia
di Marcelo Barros


Proviamo a sognare! Vi invito a immaginare un'umanità che è riuscita a porre fine a progresso della natura, a mettere da parte il dogma neo-liberalista, che sacrifica tutto al dio-mercato, e a eliminare per sempre l'industria delle armi. Immaginiamo ancora che, nel secolo XXII, i giovani leggeranno soltanto sui libri di storia i tristi capitoli scritti dalle sofferenze attraverso cui gli esseri umani sono passati, per poi uscire finalmente dalle barbarie della competizione e entrare nella civiltà della collaborazione e della pace.

Non ho mai creduto nella linearità della storia, né che esista un modello di cultura più avanzato degli altri. Sto solo servendomi di una "parabola" che ha il solo scopo (forse anche il vantaggio) di consentirci, almeno con l'immaginazione, di collocarci nel futuro per parlare del presente. Si tratta, dopo tutto, di una tecnica cui fecero ricorso i profeti di un tempo e Gesù Cristo, L'hanno definita "apocalittica", nel senso di "svelamento", "sottrazione del mistero".

Se avete la bontà di ascoltare il mio sogno, allora ve lo racconto in poche battute. Sogno un'Organizzazione dei Popoli Uniti (Opu), che avrà sostituito quella delle Nazioni Unite (Onu, oggi già "vecchia" e decrepita a soli 60 anni!) e che, tra le altre cose, avrà il compito di gestire musei specializzati per ricordare alle generazioni future come le società evolvono, fino alla possibilità che ogni popolo si organizzi sul proprio territorio come meglio crede, abbia la necessaria autonomia, senza, per questo, vivere isolato dal resto dell'umanità. La immagino come Assemblea generale di popoli, che avrà come primo scopo quello di valorizzare le diverse culture e sviluppare il riconoscimento della Terra come Madre comune di tutti gli esseri umani, senza barriere di circolazione, e senza alcuna discriminazione razziale, sociale ed economica.

Questo "balzo in avanti" mi aiuta a sorridere di me stesso e del mondo di oggi. Come si farà nel 2250, ad esempio, a spiegare la bontà, la logicità di alcune scelte fatte dall'umanità alla fine del XX secolo? Come si racconterà l'incontro dei G8, avvenuto nel lontano luglio 2005, in una sperduta località della Scozia, chiamata Gleneagles, in cui i capi delle nazioni più ricche del mondo si riunirono per garantire che il sistema economico dominante (e che beneficiava esclusivamente loro stessi) si perpetuasse il più a lungo possibile? Nei libri di storia di nostri pro-pro-nipoti, ci potrà essere un riquadro, intitolato: "Mostruosità di altri tempi", in cui si leggerà: «All'inizio del XXI secolo, il reddito annuo delle 70 famiglie più ricche dell'emisfero nord superava quello annuo complessivo di l.455.000.000 di persone che abitavano nell'emisfero sud».

Negli stessi testi figureranno altre "bruttezze estreme": «In quei tempi, in una sola mezza giornata, l'esercito nordamericano spendeva l'equivalente di quanto l'allora Onu aveva a sua disposizione in un intero anno per combattere in Africa l'Aids (sigla formata con le iniziali dell’espressione inglese Acquired Immune Deficency Syndrome, con cui si indicava, fino al 2025, una malattia che colpiva prevalentemente tossicodipendenti e omosessuali nel nord del mondo, e tutti indistintamente nel sud, caratterizzata da una riduzione delle difese cellulari dell'organismo e da manifestazioni cliniche spesso mortali) e malaria (una malattia parassitaria, oggi sconosciuta ma allora mortale, causata da plasmodi che, introdotti nell'organismo umana da zanzare [sic!] del tipo anofele, si riproducevano in seno ai globuli rossi provocando tipici accessi febbrili, con distruzione dei globuli rossi e conseguente anemia)».

E ancora: «Disumanità passate - In un incontro dei leader delle nazioni più ricche del mondo, avvenuto agli inizi del XXI secolo, si declinò l'invito a mettere a disposizione delle agenzie umanitarie di quel tempo la cifra irrisoria di 13 milioni di dollari (moneta usata allora negli Stati Uniti ma adottata da tutti come valuta di scambio, ndr) perchè si potesse eliminare la fame nel mondo. La crudeltà di quel rifiuto stava nel fatto che gli abitanti di una sola di quelle nazioni, gli Stati Uniti, consumavano ogni anno 17 milioni di dollari in cibo per cani e gatti. Anche gli Europei di quel tempo amavano molto i propri animali: erano, infatti, pronti a sovvenzionare ogni loro mucca con 913 dollari l'anno, destinando 8 dollari l'anno agli affamati abitanti del continente africano».

I futuri scolari e studenti ci considereranno "autentici barbari". E costateranno - come si è sempre costatato durante secoli di storia - che non sono i ricchi e i potenti a liberare o sviluppare i poveri. Studieranno che la liberazione dalle varie schiavitù, il superamento del razzismo e la fine di ogni tipo di discriminazione sono sempre state conquiste fatte dalle vittime (anche se non è da sottovalutare il sostegno ricevuto da intellettuali onesti e persone di buona volontà).

Questo sogno, ovviamente, appartiene al futuro. Se dovrà realizzarsi, sarà necessario che la storia di oggi conosca radicali svolte. Svolte che saranno - manco a dirlo! - soprattutto sforzo di africani, latino-americani e asiatici, decisi a diventare protagonisti della propria vita e fautori di trasformazioni.

Ha detto un capo indio: «La tua azione di oggi sarà buona, se penserai al risultato concreto che potrà produrre. Sarà ancora migliore, se saprai anche prevedere le sue conseguenze per le generazioni future. Oggi dobbiamo agire, estendendo il nostro pensiero fino all'ottava generazione a venire».

(da Nigrizia, settembre, 2005)

Sabato 24 Dicembre 2005 19:00

L’eterna giovialità di Dio (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari

L’eterna giovialità di Dio
di Marcelo Barros


Il mistero della trascendenza e il bambino che è in noi.

"Dio è un bel tipo a cui piace giocare", dice un canto popolare brasiliano ispirato alle tradizioni spirituali di matrice africana.

Le tradizioni del Candomblé e dell'Umbanda raffigurano le manifestazioni di Dio (orixos) come giovani guerrieri o bellissime donne seduttrici, quando non addirittura come bambini. L'immagine divina rivelata nell'orixà che la gente chiama Exu è quella di un giovane irrequieto a cui piace giocare brutti tiri alle persone e provocare situazioni complicate, giusto per il gusto di divertirsi. Non esiste festa nel Candomblé che non inizi con il pade (offerta) di Exu, perché questi acconsenta che la solennità si svolga nella tranquillità.

La filosofia greca classica insegna che Dio è perfetto e immutabile. Invece i mistici, avidi dell'intimità con Dio, mettono insieme parabole e mistero, e parlano di un Dio innamorato che ci propone una relazione amorosa e trasformante. Come in ogni rapporto affettivo ambedue i partner si trasformano, anche nella proposta di intimità che Dio mi fa, io mi trasformo, ma anche lui non rimane impassibile.

Nel Candomblé, lo spirito si manifesta nelle persone e queste entrano in trance. Si dice che, per tutta la durata del fenomeno, il filho o filha do Santo (figlio/figlia del Santo) si tramuta nell'orixà, ma si può anche affermare che il Santo [il Divino] assume la forma e il modo d'essere della persona posseduta. Di conseguenza, la manifestazione che l’orixà Iansa fa di sé quando s'impossessa di José non è la stessa di quando s'impadronisce di Maria. L'invasamento, comunque, ha sempre il medesimo esito: l'orixà rende sempre la persona più felice. Ricevere l'orixà è un modo di ottenere energia e forza per il domani.

Dopo essersi lasciati andare alla frenesia del carnevale, i neri di Bahia celebrano l'olorogum, un rito durante il quale gli orixàs lasciano i terrestri per andare a "muovere guerra" agli eventi oppressivi e alle emozioni negative che minacciano la vita e la sicurezza di tutti gli esseri (quali fame, distruzione di foreste, incendi, l'esercizio irresponsabile del potere. ..). La liturgia dell' olorogum varia da casa (luogo in cui si celebra la cerimonia) a casa. Nell'Axé Opò Afonjà, ad esempio, i fedeli sono divisi in due gruppi: il primo segue colui che porta la bandiera di Oxalà (che combatte per la pace); il secondo, la bandiera di Xangò (che combatte per la giustizia). Compiendo diverse evoluzioni, entrano tutti nella casa di Oxalà, cantando: "Olorogum, Olorogum, olorogum, ja! ja!". Ha inizio così un periodo durante il quale nei templi dedicati agli orixas cessa ogni attività. Questa sospensione dura fino alla sera del Sabato Santo, quando i cristiani celebrano la Veglia Pasquale. Per il Candomblé, si tratta di un periodo propizio al raccoglimento e alla riflessione: "tempo per rimettere in ordine la casa" si dice. Sarà la grande cerimonia della domenica di Pasqua a celebrare il ritorno degli orixàs ai loro figli e figlie, portando pace e gioia.

Ciò che impressiona maggiormente coloro che hanno contatti con le tradizioni religiose brasiliane di origine africana è la dimensione di giovialità spirituale che le caratterizza. Niente mistica triste né spiritualità pesante e corrucciata! Se Dio è amore e la persona se ne riempie, il risultato non può essere che "allegro". Nel Candomblé, il fenomeno mistico considerato più carico di significato è la danza, e lo strumento più sacro è

L'atabaque, il tamburo attraverso cui si avverte la chiamata divina. In passato, fu questa caratteristica di giovialità e allegrezza ad aiutare le popolazioni nere a resistere alla schiavitù. Oggi, essa insegna a un popolo impoverito ed escluso dalla vita la capacità di trasformare i propri dolori in momenti e strumenti di buon umore e gioia.

Anche la tradizione giudaico-cristiana possiede nel suo seno più profondo questa nota di gioia, anche se non l'ha sviluppata molto. Ogni anno, il giudaismo celebra la festa della Simhat Torah, ("il gioire per la legge"). In essa, i rabbini danzano tenendo in mano le pergamene sacre. In questa occasione, in alcuni circoli devoti è normale bere fino a sentirsi tanto brilli da non preoccuparsi più della serietà.

La liturgia cristiana, dal canto suo, parla frequentemente di giubilo e gioia; due atteggiamenti che sono da considerare importanti, soprattutto in questo mese in cui si celebra la Pasqua. Ci furono periodi in cui, durante la liturgia pasquale, a un diacono veniva dato l'incarico di "far ridere l'assemblea".

Nel secolo IV, San Giovanni Crisostomo diceva che la risurrezione di Gesù può fare della nostra vita, pur dilaniata da dolori e lotte, una festa che non finisce mal.

Nel Medioevo, la mistica Santa Matilde insegnava: "Dio accompagna sempre in modo meraviglioso il bambino che è in noi. Dio conduce l'anima in un luogo segreto e, lì, gioca con essa. Dio afferma: "lo sono il tuo compagno di giochi. La tua fanciullezza è compagnia per il mio Spirito. Plasmerò il bambino che è in te nelle forme più impensabili, perché io ti ho scelto"".

Ritengo che sia questa l'esperienza che i fedeli del Candomblé vivono ogni volta che ricevono l'orixà. Anche ogni cristiano può vivere questa profondità di relazione con Dio, quando rinnova il suo battesimo e partecipa pienamente alla celebrazione della Pasqua.


Sabato 24 Dicembre 2005 18:48

Gettare la propria vita (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Gettare la propria vita
di Giovanni Vannucci

Come altre volte vi ho detto, penso che la realtà di Cristo sia la realtà di tutti gli uomini in lui compiuta nella perfezione, nella totalità. E quando Cristo domanda ai discepoli: “Chi dite voi che io sia?” e Pietro risponde: “Tu sei il Cristo, il Cristo di Dio, il Consacrato di Dio”, egli ingiunge due cose ai discepoli: la prima, di non dirlo a nessuno; e la seconda, spiega cosa significa il Cristo, il Figlio di Dio, cioè l’essenza consacrata dell’uomo che in Cristo si è verificata pienamente.

“Non ditelo a nessuno”. Dovremmo riflettere molto, noi, su questa parola di Cristo perché, a mio parere, prima di dire quello che è Cristo, lo dobbiamo scoprire e vivere in noi. Una delle grandi illusioni di noi uomini, quella di credere che possiamo raggiungere l’essenza del mistero delle cose, la verità ultima delle cose attraverso le parole. Le parole sono un grande inganno perché ci persuadono, distraendoci dalla nostra ricerca essenziale, di aver raggiunto la verità, di aver raggiunto l’essenza del nostro essere e di tutte le cose. E allora parliamo molto, ma queste parole ci annegano, ci affogano e ci impediscono di giungere a contatto diretto con il mistero profondo dell’esistenza del tutto, col mistero profondo dell’essere.

Se voi osservate, nella vostra vita, le vostre parole, noterete questo: quando uno di noi pensa di avere una qualche esperienza spirituale o religiosa, ha subito il bisogno di parlarne, di dirlo, di ricoprirla di teorie, di comunicarla attraverso dei discorsi incessanti. Dall’ultimo Concilio Vaticano ad oggi, noi siamo inondati di parole, di libri su libri, per spiegare il mistero della Chiesa, il mistero del cristianesimo, di Cristo, dei sacramenti, e tutto questo parlare ci allontana dalla riflessione essenziale che noi dobbiamo fare e che ci è possibile realizzare e attuare soltanto quando ci mettiamo di fronte al mistero, personalmente. E questo mettersi di fronte chiede a noi un grande silenzio. E, forse, abbiamo dimenticato troppo, con le parole, il mistero del Cristo. Se avessimo conservato la consegna di Cristo: non lo dite a nessuno! Perché prima di dirlo dobbiamo attuare quello che è il mistero del Figlio dell’Uomo: il Figlio dell’Uomo verrà consegnato in mano dei custodi di tutte le tradizioni, delle tradizioni solidificate, che lo uccideranno, ma la morte non sarà che morte apparente, perché risorgerà a pienezza di vita.

Sempre in questo contesto di rivelazione è la natura profonda dell’essere, questo morire incessante per risorgere e questa sperimentazione alla quale noi siamo chiamati. Cristo dice: anche voi dovete rinunciare al vostro io, perché chi non rinuncia alla propria vita, la perde, e chi rinuncia alla propria vita, trova la vita; chi getta allo sbaraglio la propria vita, trova la vita; chi invece la conserva avidamente per sé rimane chiuso in questo possesso della vita e la perde. Se voi prendete un fiore e lo solidificate con un processo chimico, una rosa, la rosa che è qui fuori della pieve; è bella, la prendete e la solidificate, cosa succede? La rosa non è più viva, perché la rosa deve appassire, deve morire, deve fare un nuovo germe per continuare la sua vita di rosa. Questo noi l’abbiamo fatto quando abbiamo dato una definizione del nostro cristianesimo, della nostra religiosità, e viviamo bene dentro questa definizione, ma siamo già morti, perché la vita, come vi ho detto altre volte, è un continuo passaggio di forma in forma, di figura in figura, è un implacabile andare avanti, è un costante gettare la propria vita per ritrovare la nostra vita in una risurrezione sempre nuova e sempre infinita.

Allora il portare la croce che indica il mistero di Cristo - e il mistero anche di noi cristiani - significa accettare la vita in questa rinnovazione e mutazione continua, perché quando ci chiudiamo o quando la nostra esperienza personale si chiude in se stessa, allora il germe vitale del nostro essere viene soffocato. Quando l’artista pensa di aver raggiunto la perfezione della forma e comincia a ripetersi è finito. Così, quando noi, nella nostra vita mentale, psicologica e anche fisica, crediamo di aver raggiunto la bellezza, è il momento in cui moriamo. Non è così nell’amore umano? Se due sposi non vivono ogni giorno la morte e la risurrezione del loro amore, il loro amore finisce. Se la nostra amicizia con gli altri non è continuamente rinnovata, l’amicizia finisce. Se la mia vita fisica continuamente non si rinnova, la mia vita finisce. Questa è la grande legge dell’esistenza.

Dobbiamo sentire così il mistero del Cristo, il mistero del Figlio dell’Uomo. Il mistero di Cristo è il nostro mistero, questo continuo andare avanti senza mai solidificarsi, questo rinnovamento continuo dell’esistenza. Ogni giorno deve essere per noi il primo giorno dell’esistenza. Ogni nostro sentimento che abbiamo avuto ieri deve morire oggi per rinnovarsi con maggiore intensità, maggiore purezza, maggiore verità. Ogni nostro pensiero bisogna che sia continuamente rinnovato, rinfrescato, rivivificato, perché la vita è questa. Ecco, il Figlio dell’Uomo - e qui dovremo liberarci da ogni interpretazione posteriore che è stata fatta del mistero di Cristo, di riscatto, di redenzione - il Figlio dell’Uomo ci ha rivelato così l’essenza della vita, il mistero stesso di Dio. Dio si consuma continuamente nella creazione, muore ogni giorno e risorge ad ogni alba, sempre nuovo, sempre nuovo. E questo è apparso in Cristo, lo possiamo verificare in Cristo: incontra le tradizioni religiose e civili del suo tempo, solidificate, vogliono opprimerlo e Cristo rompe il sepolcro e risorge.

Questa è anche la vicenda quotidiana del nostro esistere: dobbiamo essere sempre nuovi, nuovi nel pensiero, nel sentimento, nella volontà, nell’amore per le cose; continuamente dobbiamo essere pronti a gettare tutto il nostro passato, perché l’alba ci ritrovi freschi e puri per ricominciare la nostra esistenza e la nostra vita. Ora, questo va contro la nostra natura; è questo l’egoismo che dobbiamo vincere, perché la nostra natura è portata a costruire le case comode e a starci bene dentro, è portata a costruire delle strutture perfette dentro le quali stiamo molto comodamente. E invece la verità profonda del nostro essere ci spinge ad andare oltre.

Il Figlio dell’Uomo non ha una pietra dove posare il capo né una tana dove pernottare. Perché, vedete, se questo diventa un fatto cosciente della nostra vita, allora non abbiamo paura della vita. Se guardate la nostra società, vedete che la molla fondamentale che la muove è la paura: paura della novità, del domani, di quello che ci succederà domani. Se invece in noi c’è la forza di scrollarci di dosso questa paura, allora vivremo una continua risurrezione, cioè una risurrezione che non conosce morte.

Noi cristiani siamo chiamati a vivere la nostra vita con piena partecipazione e con una continua apertura alle realtà che avvengono nell’esistenza di cui facciamo parte. Perché noi ci possiamo chiudere, possiamo costruire tutti i nostri edifici, possiamo costruire le nostre società di assicurazione più perfette, possiamo costruire gli imperi più grandi e all’apparenza più duraturi, e poi improvvisamente si solleva un soffio misterioso nella coscienza di tutti gli uomini, che travolge tutte le nostre strutture più perfette. Quante cose abbiamo visto tramontare durante la nostra esistenza, e le credevamo permanenti!

Se comprendiamo che questa è la legge profonda del mistero dell’esistenza, un rinnovarsi continuo, un andare avanti continuo, un gettare sempre oltre i confini la nostra vita, allora possiamo vivere con più pace, con più serenità e con più partecipazione al mistero di morte e di risurrezione che è il mistero cristiano, il mistero di Cristo e il mistero della nostra vita di uomini. Così, concludendo queste poche riflessioni sulle parole di Cristo, finisco col ripetervi quello che vi ho letto: chi ritiene avidamente la propria vita, la perde; chi getta la propria vita, la trova, potenziata, per una risurrezione e per un rinnovamento di vita.

(Omelia pronunciata domenica 19 giugno 1977 durante il rito eucaristico pomeridiano delle ore 19 nell’eremo di San Pietro alle Stinche - Greve in Chianti, FI. In Ogni uomo è una zolla di terra , Borla, Roma, 1999, «Gettare la propria vita», pp. 193-197, 12a domenica del tempo ordinario - Anno C).


Giovedì 10 Novembre 2005 01:19

Le tre vie (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Le tre vie

di Giovanni Vannucci

Le tre parabole contenute nel brano di Mt 13, 44-52 riguardano tre momenti distinti dell'umana avventura: il regno di Dio si può trovare per caso - il contadino che ignora che nel campo dove lavora è sepolto un tesoro, lo scopre e gioisce; il regno di Dio si trova nella ricerca - il mercante di perle che cerca la perla preziosa perché sa che esiste (il contadino e il mercante concordano nella necessità di vender quanto posseggono per avere il tesoro e la perla); nella parabola dei pescatori che tirano a riva la rete, essi non sono i protagonisti, lo sono invece i pesci che vengono selezionati e scelti.

Il contadino "compra il campo", non il tesoro. Il tesoro è in più, è gratuito. L'uomo con la virtù portata al grado eroico compra il campo, compra la vita, compra il suo "stare in questo mondo" che lo porterà al possesso del tesoro del regno di Dio. Il tesoro è sempre un dono, deve essere conquistato, meritato con la rinuncia a tutto ciò che ha chiamato "suo", fino a quel momento.

La rinuncia viene finalizzata all'acquisto del tesoro, la valorizzazione delle opere per avere il tesoro non toglie però un intimo malessere di averlo truffato, perché il valore del campo non può essere quello del tesoro, malessere che rivela la presenza di un dualismo; il contadino vangando entro di sé scopre il regno di Dio, ma non pensa di essere lui stesso il regno di Dio, non si sente figlio, ma servo, offre la sua vita, ma non la riconosce consustanziata con quella del Padre. È la via di Pietro: "Abbiamo rinunciato a tutto, quale premio ci darai?".

Il mercante di perle è il saggio, il cercatore della verità, della perla. Per lui la vita è come un'epopea iniziatica. Ricerca audace, tensione massima, rischi enormi. Sforzo ardente verso un fine sovrumano: divenire il collaboratore di Dio, il Figlio del Padre, un dio in Dio. La sua ascesi ha un solo movente: conoscersi e conoscere, raggiungere la verità la perla più preziosa, la verità che sola può dare un senso alla vita.

Cerca la verità nelle regioni ove suppone possa trovarsi. Cercandola la trova, la sua gioia è grande, ma gioia consapevole, senza l'incanto della sorpresa, con l'intima soddisfazione di una raggiunta conferma, A differenza del contadino non si stupisce di aver trovato il regno di Dio, scopo di tutte le sue ricerche, nè rifiuta di pagare quanto gli è richiesto. Il contadino compra il campo, non il tesoro, e con perplessità possederà il tesoro. Il mercante compra la perla, l'oggetto delle sue ricerche, ben ne conosce il valore. L'uno e l'altro giungono allo stesso risultato; il mercante, una volta in possesso della perla, non si dà pensiero delle difficoltà.

Dio, la perla, lo chiama a un incessante superamento, e cosciente dell'estrema distanza tra Dio e lui, tra la perla e i suoi beni, insieme è consapevole della parentela essenziale esistente tra i due termini e quindi della possibilità e della necessità di un'ascesi deificatrice. Il Creatore vuole dei creatori, lo Spirito vuole dei liberi spiriti, i figli di Dio hanno accesso alla vita e alle energie divine.

Il mercante, la via della saggezza, procede con serenità e sicurezza, forse il possesso per lui è raggiungibile nella vita terrena; il contadino, la via dell'ascesi, cammina con timore e tremore, e non è mai certo di raggiungere il possesso del tesoro.

L'essenza della cosa è pur sempre una: il regno di Dio è in vendita, viene comprato a prezzo di tutto ciò che si possiede. Comunque sia cercato il regno di Dio, una volta intravisto, ossessiona, riempie di sé ogni spazio, colma di sé tutto, e tutto diventa un niente davanti alla sua verità.

Veniamo alla parabola della rete: in essa la rete gettata in mare cattura "ogni sorta di cose", buone e cattive; le buone verranno conservate, le cattive gettate di nuovo in mare. Mentre nelle prime due parabole viene sottolineato il lavoro, lo sforzo individuale dei due ricercatori, il contadino e il mercante, in questa tutto avviene per una sorta di fatalità: la rete vien gettata dai pescatori, dagli Angeli, i pesci v'incappano casualmente, né i buoni nè i cattivi la cercano, vi s'imbattono.

Per chi ha raggiunto il Regno o attraverso la via dell'acquisto del campo per l'abbandono di tutto ciò che non sia il Regno, o mediante la via della perfetta dedizione alla verità, la legge della selezione e della scelta non è operante, egli si è liberato da ogni cosa sindacabile. La selezione vige per gli esseri comuni, che vivono nel mare della vita, incappano nella rete, la morte, e verranno scelti dagli Angeli, in conformità alle cose buone, attinenti allo Spirito, o alle cose cattive, attinenti alla forma materiale.

Questa visione domanderebbe un lungo sviluppo; se teniamo presente che la parola prima e ultima del Vangelo è l'invito a risvegliarsi, comprenderemo che il contadino e il mercante sono due risvegliati alla visione del Regno che perseguono in due vie differenti: l'ascesi e la conoscenza; mentre accanto a essi continua a vivere una massa di non risvegliati, buoni e cattivi, ma non consapevolmente coscienti del loro mistero di uomini. In essi non esiste il fattore di libertà o di responsabilità, una misteriosa volontà per essi opera e decide. La rete non sceglie, raccoglie, le cose raccolte non si scelgono da sole, sono scelte dai pescatori e il loro giudizio è insindacabile, essi sanno cosa conservare. In questa prospettiva l'invito a essere svegli assume un aspetto tremendo e impellente.

(da Adista, 2 luglio 2005, p. 15)

Giovedì 10 Novembre 2005 01:08

Le Ceb non si fermano (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Le Ceb non si fermano

di Marcelo Barros

In questo mese di luglio, la storia delle Comunità ecclesiali di base (Ceb) brasiliane si arricchirà di un nuovo capitolo. Dal 19 al 23, si celebrerà l’XI Incontro interecclesiale delle Ceb, cui parteciperanno migliaia di rappresentanti provenienti da ogni angolo della nazione e da altri paesi dell'America Latina.

L'evento avrà luogo nella diocesi di Itabira-Fabriciano, a Ipatinga: una città giovane, nata soltanto 30 anni fa, ma già gremita di 250mila abitanti, in gran parte impegnati nell'industria siderurgica. Il luogo è chiamato "la Valle dell'acciaio".

Ci si aspetta che la partecipazione di quest'anno non sarà minore di quella del X Incontro, a Ilheus, nello Stato di Bahia, dall'11 al 15 luglio 2000, quando ben 4.000 persone (di cui 2.400 delegati provenienti dalle comunità di 231 diocesi, delle 267 esistenti in Brasile) presero parte all'evento.

Il tema della prossima assise è: "Comunità ecclesiali di base e spiritualità liberatrice"; significativo lo slogan: "Seguire Gesù nell'impegno con gli esclusi".

Dopo la celebrazione di apertura, la sera del 19, il 20 sarà dedicato all'argomento "Una spiritualità profetica e la sua relazione con gli esclusi, a partire dalla esperienza comunitaria delle Ceb di oggi". Il secondo e il terzo giorno avranno come tema, rispettivamente, "Gesù e la pluralità delle esperienze spirituali" e "L'impegno con gli esclusi ci identifica con Cristo e ci unisce, al di là e nonostante le nostre differenze".

Anche di recente, molti mass media hanno affermato che il tempo delle comunità di base latino-americane è ormai passato e che la teologia della liberazione è superata. Oggi, molti ritengono che l'unica maniera di essere cattolico in Brasile sia quella proposta da don Marcelo Rossi, nuova pop star del Brasile, che celebra messe a ritmo di aerobica (e puntualmente teletrasmesse e seguite da milioni di spettatori) e i cui cd superano ogni record di vendita nel paese.

I membri delle Ceb, però, non la pensano così. Essi non intendono farsi adescare da un cristianesimo mediatico, né ripongono la loro speranza in una "pastorale di massa"- Credono, invece, che la vita cristiana vada vissuta e testimoniata in una ragnatela di piccole comunità di base, vive e bene organizzate.

E la tanto criticata teologia della liberazione? Essa è viva e vegeta. Basti pensare al Forum mondiale della Teologia della liberazione, celebrato lo scorso gennaio, a Porto Alegre, in concomitanza con il Forum sociale (Nigrizia, 01/05, 77).

Nel 1968, alla Seconda conferenza generale dell'episcopato latino-americano, a Medellin (Colombia), le chiese del sub-continente si sentirono sfidate da Dio a porsi decisamente al servizio dei più poveri. Da lì nacque una profonda mistica del Regno di Dio, caratterizzata da una spiritualità che non era più devozionistica, bensì radicata nell'amore per gli ultimi e alimentata dalla volontà di mettersi al servizio della liberazione totale di tutti.

Oggi il linguaggio e le prospettive delle Ceb non sono più quelli degli anni Sessanta. Ma le comunità credono ancora che la spiritualità del Regno di Dio e dei suoi valori è una risposta pastorale adeguata alle sfide della presente epoca, così marcata dall'individualismo, dal neoliberismo e dalla tentazione di privatizzare perfino la fede.

Sono certo che l'Incontro intereccle­siale di Ipatinga saprà ricordare (e mostrare) ai cristiani che la fede è espressa non già nelle grandi riunioni di massa, bensì nelle piccole comunità, quando queste sono animate da spirito di solidarietà, pronte ad assumersi impegni sociali e politici per la trasformazione delle strutture sociali ingiuste, e decise a proseguire il loro cammino spirituale al servizio della pace, della giustizia e della salvaguardia del creato.

In una recente lettera, scritta a conclusione della vicenda della sua successione episcopale, dom Pedro Casaldaliga, ex vescovo di Sào Félix, nel Mato Grosso, così si esprimeva: «Un'altra chiesa è possibile, e in molte parti e in molti modi la stiamo edificando: nelle comunità di preghiera, di fraternità, di impegno... e nel prossimo incontro interecclesiale delle Comunità ecclesiali di base e nel loro rianimarsi in Brasile, nel continente, nel mondo intero». E concludeva: «Van Gogh, malgrado avesse visto cadere nella sua vita tanti mulini, reali o simbolici, scriveva a suo fratello Theo; "Ma il vento continua". Anche noi, dopo aver visto cadere tanti mulini, nella società e nella chiesa, continuiamo a proclamare - nella speranza e nell'impegno - che "il vento continua"»». Il treno delle Ceb prosegue il suo viaggio.


(da Nigrizia, luglio-agosto 2005, p. 69)

Venerdì 21 Ottobre 2005 21:28

La grande fede (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

L'insopprimibile aspirazione alla "grande fede" tipica di ogni uomo non si è spenta. Oggi come ieri, Cristo universale vive nel cuore degli uomini...

Apartheid brasiliano:
il colore fa la differenza
di Marcelo Barros

Un osservatore attento della realtà brasiliana non può fare a meno di notare come negli ultimi anni sia venuto crescendo nel Paese il numero di gruppi e comunità negre che prendono sempre più coscienza dei valori della cultura di cui sono portatori. Ciò che ancora deve forse trovare una risposta soddisfacente e generalizzata e l’esigenza di una decisa coesione di intenti e di azione, al fine di ridare spazio, visibilità e significatività a tale presenza, nel contesto di una popolazione, nella sua grande maggioranza negra o mulatta. Quello che infatti a tutt’oggi, sfortunatamente e paradossalmente, la nostra storia anche più recente ci porta a rilevare è che siamo un popolo razzista. La democrazia razziale e l’uguaglianza di condi­zioni tra le persone di razza e origine diverse sono obiettivi ancora lontano dal considerarsi conseguiti.

Giocando con le statistiche

Durante il 20 Forum Globale sullo Sviluppo Umano, che si è svolto a Rio de Janeiro nel settembre dello scorso anno, l’economista Marcelo Paixào ha presentato i seguenti dati: “Se l’Indice di Sviluppo Umano (IDH) del Brasile tenesse conto solo dei dati della popolazione bianca, il paese occuperebbe il 480 posto nella graduatoria di 174 paesi elaborata dall’ ONU. Questo significa che, essendo attualmente al 74 posto, il Paese salirebbe di 26 livelli nella lista ONU, se i negri godessero delle stesse condizioni di vita dei bianchi. Per converso, se si analizzassero solo le informazioni su reddito, istruzione e speranza di vita alla nascita di negri e meticci, l’IDH nazionale cadrebbe alla 108 posizione”. La nostra popolazione negra e meticcia vive in condizioni peggiori di quella dell’Africa del Sud, paese che solo recentemente è uscito dal regime, condannato internazionalmente, dell’apartheid.

Ultimo paese a liberare gli schiavi nelle tre Americhe, la società brasiliana si porta appresso fino ad oggi i pesante retaggio dell’antico regime di sfruttamento razziale. Liberi, ma senza diritti, gli ex-schiavi formavano, già all’inizio del XX secolo, la grande massa dei brasiliani esclusi. Si diceva che in Brasile non c’era razzismo, solo per il fatto che i negri non erano considerate neanche persone. Oggi, nonostante qualche piccolo progresso, la situazione è ancora largamente insoddisfacente.

I dati forniti dal censimento del 2000 dimostrano una volta di più che negri e meticci

costituiscono la grande massa delle vittime dell’ingiustizia in questo regime di disuguaglianze sociali. In Brasile, i discendenti degli africani sono tra coloro che risultano aver la minore possibilità di accesso agli studi, mentre rappresentano statisticamente la maggior parte dei disoccupati, degli involontari ospiti dei peniten­ziari e dei senza tetto. Inoltre, nel mondo professionale, a parità di mansioni con i lavoratori di altre razze, sono coloro che percepiscono i salari inferiori.

Chi libera chi?

Ricordo che quando ero giovane e cominciavo a lavorare con la Pastorale della Terra, fui invitato una sera a cena da un’amica francese e da sua madre, una signora finissima, ma molto semplice e discreta. Il pasto prevedeva verdure, un pane delizioso e alcuni formaggi il cui profumo e sapore non mi attiravano più di tanto. Ad un certo punto, nel bel mezzo della conversazione, l’anziana signora mi chiese a bruciapelo: “Domani è il 13 maggio. Che cosa pensa della principessa Isabella e del suo gesto di firmare la legge che aboli la schiavitù in Brasile?”

Senza esitare, risposi che la principessa l’aveva deciso più per risolvere una crisi di governo che per una qualche preoccupazione circa le condizioni dei negri e per una sua volontà di liberarli. La signora mi disse allora: “La principessa era mia zia

Ebbi tempo di riprendermi dalla sorpresa e dalla vergogna di aver commesso un’indelicatezza, quando lei aggiunse: “Sono d’accordo con lei. La liberazione dei piccoli non viene mai da re o regine. Nella migliore delle ipotesi questi possono essere alleati, ma solo il povero può liberare il povero”.

Da allora sono passati molti anni, ma nelle orecchie mi risuona ancora la voce di quella signora francese, più lucida e aperta a una lettura critica della realtà di molti libri di Storia della nostra scuola.

Oggi, nei campi come nelle città, la schiavitù continua. Non è necessario chiedersi il colore della pelle dei bambini che, a migliaia, sono ancora schiavizzati nelle carbonaie del Minas Gerais o del Mato Grosso, per constatare che in questo Brasile dell’ “imperatore Fernando Il” (Henrique Cardoso) non è entrata in vigore neanche la “Lei do Ventre Livre” (1).

Se anche Dio è bianco

Sul piano della fede e della spiritualità, ci sono ancora molti cristiani che riservano lo spazio delle rivelazioni di Dio alle formulazioni che di esse sono state date in contesto bianco e occidentale, come se anche Dio fosse razzista. Si alimenta un immaginario religioso in cui Dio è bianco, Gesù ha gli occhi azzurri e il diavolo è un negro, con corna e coda di animale. Alcuni gruppi ecclesiali predicano che la cultura negra é in se stessa sottosviluppata e idolatrica e accusano le religioni giunte qui dall’Africa di essere culti demoniaci.

Eppure, la verità è che oggi, con l’eccezione delle Chiese ortodosse orientali, tutte le altre Chiese hanno la maggioranza dei loro fedeli nel sud del mondo, in primo luogo in Africa e in America Latina. Ma i leader di queste chiese e le loro espressioni teologiche e pratiche sono assolutamente occidentali e bianche.

Le Chiese saldino il loro debito

Più specificamente, le Chiese cristiane hanno un debito pesante con le culture e le religioni afro-brasiliane. Con l’eccezione di alcune voci profetiche, la Chiesa nel suo insieme, fu connivente con il crimine rappresentato dal sistema schiavista e, in diversa misura, beneficiò di questa istituzione perversa, arrivando ad elaborare argomenti teologici che intendevano giustificarla.

Ciò nonostante, le comunità negre riuscirono a resistere, rafforzarono le loro espressioni culturali e religiose ed oggi sono in grado di offrirci una profonda spiritualità comunitaria, legata alla madre terra e alla natura, incentrata nella gioia di vivere (axé) e nella dignità di tutti i figli e le figlie di Dio.

Al di là delle religioni autonome, come il Candomblé, molti gruppi negri, che hanno ereditato la fede cristiana, la vivono e la esprimono originalmente, a partire dalla loro propria cultura. Fa parte della vittoria sul razzismo essere capaci di esprimere la fede, come brasiliani e meticci che siamo, e rispettare le diverse manifestazioni culturali e religiose degli altri come genuine ricerche di Dio e “rivelazione” del suo Spirito. Sant’Agostino diceva che nessuno cercherebbe Dio se Egli non l’avesse già attirato a sé. Uno sguardo davvero spirituale è capace di vedere la presenza di Dio in tutti i cammini. Il mio amato maestro, Dom Hélder Càmara diceva: “Le mie vie, le mie strade non hanno margini, non hanno inizio né fine” (2).

In questo inizio di terzo millennio è necessario che le Chiese saldino il loro debito con queste culture e religioni, convertendosi dall’arroganza con cui, in passato, le discriminarono e impegnandosi a valorizzarle, come esse meritano. Potranno essere, cosi, più profondamente vere le parole cantate dalle nostre comunità: “Arriverà, si, arriverà, un nuovo giorno, un nuovo cielo, una nuova terra, un nuovo mare. E in questo giorno, gli oppressi, ad una sola voce, canteranno libertà”.

1) Letteralmente “Legge del Ventre Libero” Si tratta della legge approvata il 28/9/1871, in forza della quale venivano dichiarati liberi i figli degli schiavi nati a partire da quella data.

2) dom Hélder Camara, Mil razoes para viver, Rio de Janeiro, Civilizaçao Brasileira, 1978.

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