Lunedì, 27 Giugno 2022
Maestri Contemporanei
Maestri Contemporanei

Maestri Contemporanei (118)

Giovedì 10 Novembre 2005 01:19

Le tre vie (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Le tre vie

di Giovanni Vannucci

Le tre parabole contenute nel brano di Mt 13, 44-52 riguardano tre momenti distinti dell'umana avventura: il regno di Dio si può trovare per caso - il contadino che ignora che nel campo dove lavora è sepolto un tesoro, lo scopre e gioisce; il regno di Dio si trova nella ricerca - il mercante di perle che cerca la perla preziosa perché sa che esiste (il contadino e il mercante concordano nella necessità di vender quanto posseggono per avere il tesoro e la perla); nella parabola dei pescatori che tirano a riva la rete, essi non sono i protagonisti, lo sono invece i pesci che vengono selezionati e scelti.

Il contadino "compra il campo", non il tesoro. Il tesoro è in più, è gratuito. L'uomo con la virtù portata al grado eroico compra il campo, compra la vita, compra il suo "stare in questo mondo" che lo porterà al possesso del tesoro del regno di Dio. Il tesoro è sempre un dono, deve essere conquistato, meritato con la rinuncia a tutto ciò che ha chiamato "suo", fino a quel momento.

La rinuncia viene finalizzata all'acquisto del tesoro, la valorizzazione delle opere per avere il tesoro non toglie però un intimo malessere di averlo truffato, perché il valore del campo non può essere quello del tesoro, malessere che rivela la presenza di un dualismo; il contadino vangando entro di sé scopre il regno di Dio, ma non pensa di essere lui stesso il regno di Dio, non si sente figlio, ma servo, offre la sua vita, ma non la riconosce consustanziata con quella del Padre. È la via di Pietro: "Abbiamo rinunciato a tutto, quale premio ci darai?".

Il mercante di perle è il saggio, il cercatore della verità, della perla. Per lui la vita è come un'epopea iniziatica. Ricerca audace, tensione massima, rischi enormi. Sforzo ardente verso un fine sovrumano: divenire il collaboratore di Dio, il Figlio del Padre, un dio in Dio. La sua ascesi ha un solo movente: conoscersi e conoscere, raggiungere la verità la perla più preziosa, la verità che sola può dare un senso alla vita.

Cerca la verità nelle regioni ove suppone possa trovarsi. Cercandola la trova, la sua gioia è grande, ma gioia consapevole, senza l'incanto della sorpresa, con l'intima soddisfazione di una raggiunta conferma, A differenza del contadino non si stupisce di aver trovato il regno di Dio, scopo di tutte le sue ricerche, nè rifiuta di pagare quanto gli è richiesto. Il contadino compra il campo, non il tesoro, e con perplessità possederà il tesoro. Il mercante compra la perla, l'oggetto delle sue ricerche, ben ne conosce il valore. L'uno e l'altro giungono allo stesso risultato; il mercante, una volta in possesso della perla, non si dà pensiero delle difficoltà.

Dio, la perla, lo chiama a un incessante superamento, e cosciente dell'estrema distanza tra Dio e lui, tra la perla e i suoi beni, insieme è consapevole della parentela essenziale esistente tra i due termini e quindi della possibilità e della necessità di un'ascesi deificatrice. Il Creatore vuole dei creatori, lo Spirito vuole dei liberi spiriti, i figli di Dio hanno accesso alla vita e alle energie divine.

Il mercante, la via della saggezza, procede con serenità e sicurezza, forse il possesso per lui è raggiungibile nella vita terrena; il contadino, la via dell'ascesi, cammina con timore e tremore, e non è mai certo di raggiungere il possesso del tesoro.

L'essenza della cosa è pur sempre una: il regno di Dio è in vendita, viene comprato a prezzo di tutto ciò che si possiede. Comunque sia cercato il regno di Dio, una volta intravisto, ossessiona, riempie di sé ogni spazio, colma di sé tutto, e tutto diventa un niente davanti alla sua verità.

Veniamo alla parabola della rete: in essa la rete gettata in mare cattura "ogni sorta di cose", buone e cattive; le buone verranno conservate, le cattive gettate di nuovo in mare. Mentre nelle prime due parabole viene sottolineato il lavoro, lo sforzo individuale dei due ricercatori, il contadino e il mercante, in questa tutto avviene per una sorta di fatalità: la rete vien gettata dai pescatori, dagli Angeli, i pesci v'incappano casualmente, né i buoni nè i cattivi la cercano, vi s'imbattono.

Per chi ha raggiunto il Regno o attraverso la via dell'acquisto del campo per l'abbandono di tutto ciò che non sia il Regno, o mediante la via della perfetta dedizione alla verità, la legge della selezione e della scelta non è operante, egli si è liberato da ogni cosa sindacabile. La selezione vige per gli esseri comuni, che vivono nel mare della vita, incappano nella rete, la morte, e verranno scelti dagli Angeli, in conformità alle cose buone, attinenti allo Spirito, o alle cose cattive, attinenti alla forma materiale.

Questa visione domanderebbe un lungo sviluppo; se teniamo presente che la parola prima e ultima del Vangelo è l'invito a risvegliarsi, comprenderemo che il contadino e il mercante sono due risvegliati alla visione del Regno che perseguono in due vie differenti: l'ascesi e la conoscenza; mentre accanto a essi continua a vivere una massa di non risvegliati, buoni e cattivi, ma non consapevolmente coscienti del loro mistero di uomini. In essi non esiste il fattore di libertà o di responsabilità, una misteriosa volontà per essi opera e decide. La rete non sceglie, raccoglie, le cose raccolte non si scelgono da sole, sono scelte dai pescatori e il loro giudizio è insindacabile, essi sanno cosa conservare. In questa prospettiva l'invito a essere svegli assume un aspetto tremendo e impellente.

(da Adista, 2 luglio 2005, p. 15)

Giovedì 10 Novembre 2005 01:08

Le Ceb non si fermano (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Le Ceb non si fermano

di Marcelo Barros

In questo mese di luglio, la storia delle Comunità ecclesiali di base (Ceb) brasiliane si arricchirà di un nuovo capitolo. Dal 19 al 23, si celebrerà l’XI Incontro interecclesiale delle Ceb, cui parteciperanno migliaia di rappresentanti provenienti da ogni angolo della nazione e da altri paesi dell'America Latina.

L'evento avrà luogo nella diocesi di Itabira-Fabriciano, a Ipatinga: una città giovane, nata soltanto 30 anni fa, ma già gremita di 250mila abitanti, in gran parte impegnati nell'industria siderurgica. Il luogo è chiamato "la Valle dell'acciaio".

Ci si aspetta che la partecipazione di quest'anno non sarà minore di quella del X Incontro, a Ilheus, nello Stato di Bahia, dall'11 al 15 luglio 2000, quando ben 4.000 persone (di cui 2.400 delegati provenienti dalle comunità di 231 diocesi, delle 267 esistenti in Brasile) presero parte all'evento.

Il tema della prossima assise è: "Comunità ecclesiali di base e spiritualità liberatrice"; significativo lo slogan: "Seguire Gesù nell'impegno con gli esclusi".

Dopo la celebrazione di apertura, la sera del 19, il 20 sarà dedicato all'argomento "Una spiritualità profetica e la sua relazione con gli esclusi, a partire dalla esperienza comunitaria delle Ceb di oggi". Il secondo e il terzo giorno avranno come tema, rispettivamente, "Gesù e la pluralità delle esperienze spirituali" e "L'impegno con gli esclusi ci identifica con Cristo e ci unisce, al di là e nonostante le nostre differenze".

Anche di recente, molti mass media hanno affermato che il tempo delle comunità di base latino-americane è ormai passato e che la teologia della liberazione è superata. Oggi, molti ritengono che l'unica maniera di essere cattolico in Brasile sia quella proposta da don Marcelo Rossi, nuova pop star del Brasile, che celebra messe a ritmo di aerobica (e puntualmente teletrasmesse e seguite da milioni di spettatori) e i cui cd superano ogni record di vendita nel paese.

I membri delle Ceb, però, non la pensano così. Essi non intendono farsi adescare da un cristianesimo mediatico, né ripongono la loro speranza in una "pastorale di massa"- Credono, invece, che la vita cristiana vada vissuta e testimoniata in una ragnatela di piccole comunità di base, vive e bene organizzate.

E la tanto criticata teologia della liberazione? Essa è viva e vegeta. Basti pensare al Forum mondiale della Teologia della liberazione, celebrato lo scorso gennaio, a Porto Alegre, in concomitanza con il Forum sociale (Nigrizia, 01/05, 77).

Nel 1968, alla Seconda conferenza generale dell'episcopato latino-americano, a Medellin (Colombia), le chiese del sub-continente si sentirono sfidate da Dio a porsi decisamente al servizio dei più poveri. Da lì nacque una profonda mistica del Regno di Dio, caratterizzata da una spiritualità che non era più devozionistica, bensì radicata nell'amore per gli ultimi e alimentata dalla volontà di mettersi al servizio della liberazione totale di tutti.

Oggi il linguaggio e le prospettive delle Ceb non sono più quelli degli anni Sessanta. Ma le comunità credono ancora che la spiritualità del Regno di Dio e dei suoi valori è una risposta pastorale adeguata alle sfide della presente epoca, così marcata dall'individualismo, dal neoliberismo e dalla tentazione di privatizzare perfino la fede.

Sono certo che l'Incontro intereccle­siale di Ipatinga saprà ricordare (e mostrare) ai cristiani che la fede è espressa non già nelle grandi riunioni di massa, bensì nelle piccole comunità, quando queste sono animate da spirito di solidarietà, pronte ad assumersi impegni sociali e politici per la trasformazione delle strutture sociali ingiuste, e decise a proseguire il loro cammino spirituale al servizio della pace, della giustizia e della salvaguardia del creato.

In una recente lettera, scritta a conclusione della vicenda della sua successione episcopale, dom Pedro Casaldaliga, ex vescovo di Sào Félix, nel Mato Grosso, così si esprimeva: «Un'altra chiesa è possibile, e in molte parti e in molti modi la stiamo edificando: nelle comunità di preghiera, di fraternità, di impegno... e nel prossimo incontro interecclesiale delle Comunità ecclesiali di base e nel loro rianimarsi in Brasile, nel continente, nel mondo intero». E concludeva: «Van Gogh, malgrado avesse visto cadere nella sua vita tanti mulini, reali o simbolici, scriveva a suo fratello Theo; "Ma il vento continua". Anche noi, dopo aver visto cadere tanti mulini, nella società e nella chiesa, continuiamo a proclamare - nella speranza e nell'impegno - che "il vento continua"»». Il treno delle Ceb prosegue il suo viaggio.


(da Nigrizia, luglio-agosto 2005, p. 69)

Venerdì 21 Ottobre 2005 21:28

La grande fede (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

L'insopprimibile aspirazione alla "grande fede" tipica di ogni uomo non si è spenta. Oggi come ieri, Cristo universale vive nel cuore degli uomini...

Apartheid brasiliano:
il colore fa la differenza
di Marcelo Barros

Un osservatore attento della realtà brasiliana non può fare a meno di notare come negli ultimi anni sia venuto crescendo nel Paese il numero di gruppi e comunità negre che prendono sempre più coscienza dei valori della cultura di cui sono portatori. Ciò che ancora deve forse trovare una risposta soddisfacente e generalizzata e l’esigenza di una decisa coesione di intenti e di azione, al fine di ridare spazio, visibilità e significatività a tale presenza, nel contesto di una popolazione, nella sua grande maggioranza negra o mulatta. Quello che infatti a tutt’oggi, sfortunatamente e paradossalmente, la nostra storia anche più recente ci porta a rilevare è che siamo un popolo razzista. La democrazia razziale e l’uguaglianza di condi­zioni tra le persone di razza e origine diverse sono obiettivi ancora lontano dal considerarsi conseguiti.

Giocando con le statistiche

Durante il 20 Forum Globale sullo Sviluppo Umano, che si è svolto a Rio de Janeiro nel settembre dello scorso anno, l’economista Marcelo Paixào ha presentato i seguenti dati: “Se l’Indice di Sviluppo Umano (IDH) del Brasile tenesse conto solo dei dati della popolazione bianca, il paese occuperebbe il 480 posto nella graduatoria di 174 paesi elaborata dall’ ONU. Questo significa che, essendo attualmente al 74 posto, il Paese salirebbe di 26 livelli nella lista ONU, se i negri godessero delle stesse condizioni di vita dei bianchi. Per converso, se si analizzassero solo le informazioni su reddito, istruzione e speranza di vita alla nascita di negri e meticci, l’IDH nazionale cadrebbe alla 108 posizione”. La nostra popolazione negra e meticcia vive in condizioni peggiori di quella dell’Africa del Sud, paese che solo recentemente è uscito dal regime, condannato internazionalmente, dell’apartheid.

Ultimo paese a liberare gli schiavi nelle tre Americhe, la società brasiliana si porta appresso fino ad oggi i pesante retaggio dell’antico regime di sfruttamento razziale. Liberi, ma senza diritti, gli ex-schiavi formavano, già all’inizio del XX secolo, la grande massa dei brasiliani esclusi. Si diceva che in Brasile non c’era razzismo, solo per il fatto che i negri non erano considerate neanche persone. Oggi, nonostante qualche piccolo progresso, la situazione è ancora largamente insoddisfacente.

I dati forniti dal censimento del 2000 dimostrano una volta di più che negri e meticci

costituiscono la grande massa delle vittime dell’ingiustizia in questo regime di disuguaglianze sociali. In Brasile, i discendenti degli africani sono tra coloro che risultano aver la minore possibilità di accesso agli studi, mentre rappresentano statisticamente la maggior parte dei disoccupati, degli involontari ospiti dei peniten­ziari e dei senza tetto. Inoltre, nel mondo professionale, a parità di mansioni con i lavoratori di altre razze, sono coloro che percepiscono i salari inferiori.

Chi libera chi?

Ricordo che quando ero giovane e cominciavo a lavorare con la Pastorale della Terra, fui invitato una sera a cena da un’amica francese e da sua madre, una signora finissima, ma molto semplice e discreta. Il pasto prevedeva verdure, un pane delizioso e alcuni formaggi il cui profumo e sapore non mi attiravano più di tanto. Ad un certo punto, nel bel mezzo della conversazione, l’anziana signora mi chiese a bruciapelo: “Domani è il 13 maggio. Che cosa pensa della principessa Isabella e del suo gesto di firmare la legge che aboli la schiavitù in Brasile?”

Senza esitare, risposi che la principessa l’aveva deciso più per risolvere una crisi di governo che per una qualche preoccupazione circa le condizioni dei negri e per una sua volontà di liberarli. La signora mi disse allora: “La principessa era mia zia

Ebbi tempo di riprendermi dalla sorpresa e dalla vergogna di aver commesso un’indelicatezza, quando lei aggiunse: “Sono d’accordo con lei. La liberazione dei piccoli non viene mai da re o regine. Nella migliore delle ipotesi questi possono essere alleati, ma solo il povero può liberare il povero”.

Da allora sono passati molti anni, ma nelle orecchie mi risuona ancora la voce di quella signora francese, più lucida e aperta a una lettura critica della realtà di molti libri di Storia della nostra scuola.

Oggi, nei campi come nelle città, la schiavitù continua. Non è necessario chiedersi il colore della pelle dei bambini che, a migliaia, sono ancora schiavizzati nelle carbonaie del Minas Gerais o del Mato Grosso, per constatare che in questo Brasile dell’ “imperatore Fernando Il” (Henrique Cardoso) non è entrata in vigore neanche la “Lei do Ventre Livre” (1).

Se anche Dio è bianco

Sul piano della fede e della spiritualità, ci sono ancora molti cristiani che riservano lo spazio delle rivelazioni di Dio alle formulazioni che di esse sono state date in contesto bianco e occidentale, come se anche Dio fosse razzista. Si alimenta un immaginario religioso in cui Dio è bianco, Gesù ha gli occhi azzurri e il diavolo è un negro, con corna e coda di animale. Alcuni gruppi ecclesiali predicano che la cultura negra é in se stessa sottosviluppata e idolatrica e accusano le religioni giunte qui dall’Africa di essere culti demoniaci.

Eppure, la verità è che oggi, con l’eccezione delle Chiese ortodosse orientali, tutte le altre Chiese hanno la maggioranza dei loro fedeli nel sud del mondo, in primo luogo in Africa e in America Latina. Ma i leader di queste chiese e le loro espressioni teologiche e pratiche sono assolutamente occidentali e bianche.

Le Chiese saldino il loro debito

Più specificamente, le Chiese cristiane hanno un debito pesante con le culture e le religioni afro-brasiliane. Con l’eccezione di alcune voci profetiche, la Chiesa nel suo insieme, fu connivente con il crimine rappresentato dal sistema schiavista e, in diversa misura, beneficiò di questa istituzione perversa, arrivando ad elaborare argomenti teologici che intendevano giustificarla.

Ciò nonostante, le comunità negre riuscirono a resistere, rafforzarono le loro espressioni culturali e religiose ed oggi sono in grado di offrirci una profonda spiritualità comunitaria, legata alla madre terra e alla natura, incentrata nella gioia di vivere (axé) e nella dignità di tutti i figli e le figlie di Dio.

Al di là delle religioni autonome, come il Candomblé, molti gruppi negri, che hanno ereditato la fede cristiana, la vivono e la esprimono originalmente, a partire dalla loro propria cultura. Fa parte della vittoria sul razzismo essere capaci di esprimere la fede, come brasiliani e meticci che siamo, e rispettare le diverse manifestazioni culturali e religiose degli altri come genuine ricerche di Dio e “rivelazione” del suo Spirito. Sant’Agostino diceva che nessuno cercherebbe Dio se Egli non l’avesse già attirato a sé. Uno sguardo davvero spirituale è capace di vedere la presenza di Dio in tutti i cammini. Il mio amato maestro, Dom Hélder Càmara diceva: “Le mie vie, le mie strade non hanno margini, non hanno inizio né fine” (2).

In questo inizio di terzo millennio è necessario che le Chiese saldino il loro debito con queste culture e religioni, convertendosi dall’arroganza con cui, in passato, le discriminarono e impegnandosi a valorizzarle, come esse meritano. Potranno essere, cosi, più profondamente vere le parole cantate dalle nostre comunità: “Arriverà, si, arriverà, un nuovo giorno, un nuovo cielo, una nuova terra, un nuovo mare. E in questo giorno, gli oppressi, ad una sola voce, canteranno libertà”.

1) Letteralmente “Legge del Ventre Libero” Si tratta della legge approvata il 28/9/1871, in forza della quale venivano dichiarati liberi i figli degli schiavi nati a partire da quella data.

2) dom Hélder Camara, Mil razoes para viver, Rio de Janeiro, Civilizaçao Brasileira, 1978.

Giovedì 22 Settembre 2005 00:38

Vuoi l’acqua? Te la vendo (Marcelo Barros)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Vuoi l’acqua? Te la vendo

di Marcelo Barros



Dal 9 al 12 di questo mese di novembre (2004) si terrà a Porto Alegre, Brasile, un Forum internazionale sull’acqua, promosso da diversi organismi brasiliani e internazionali. L’obiettivo è quello di richiamare la società civile a una più matura responsabilità sul tema dell'acqua, indispensabile per la vita ma fortemente minacciata. Rappresentanti di ben 33 paesi hanno confermato la loro partecipazione. I vari movimenti che animeranno l'incontro lo vedono come parte integrante del processo del Forum sociale mondiale e come un ulteriore passo verso la creazione di un nuovo mondo possibile.

Quello dell'acqua è un problema grave e riguarda l'intera umanità. Più di un miliardo di persone vivono in una situazione considerata di "stress idrico", ovvero con meno di due litri di acqua potabile al giorno. Studi recenti rivelano che, negli ultimi 50 anni, le riserve di acqua dolce sono diminuite del 62%!

Secondo l'Onu, in 36 differenti punti del pianeta esistono conflitti in cui il principale motivo di tensione è dato proprio dall'approvvigionamento di acqua dolce. D'altra parte, nella guerra quotidiana mossa dal sistema economico neoliberale contro i poveri, la soluzione indicata è stata quella di dire che l'acqua "costa". Non la si chiama più, come una volta, semplicemente acqua: oggi si dice"risorse idriche"... e queste risorse - come tutte le altre - vanno sfruttate in modo moderno, secondo i dettami del liberismo imperante: vanno cioè privatizzate. Pensate: si vuole privatizzare un bene che la natura ci dona gratuitamente.

Già in questi giorni di vigilia, non è difficile prevedere che ci saranno tensioni durante il forum. Gli uni difendono a spada tratta la mercificazione dell'acqua. Gli altri ribattono: «L'acqua è un diritto universale e basilare di ogni essere vivente. La sua gratuità va garantita da tutti i governi del mondo».

Il diritto all'acqua non è soltanto un diritto "economico". È anche un diritto culturale e spirituale. Conosco una piccola comunità afro-brasiliana che si è rifiutata di costruire il proprio tempio di Candomblé nella periferia di una città e per una sola ragione: là dove tutti i fedeli hanno casa o baracca non c’è acqua, mentre la comunità ha bisogno di riunirsi attorno a una "fonte di Oxum".

Ho letto da qualche parte che, di recente, un gruppo dell'etnia dogon (Mali) era stato invitato a esibirsi in danze rituali in una città d'Italia. Parlando con il responsabile del gruppo etnico, uno degli organizzatori dell'evento si meravigliò che tra i danzatori non ci fosse una sola donna. Sorprendente fu la risposta del danzatore capo: «Le donne non hanno potuto venire perché sono il nostro acquedotto. Senza di loro, l'acqua non arriverebbe ai nostri villaggi».

Per molte culture africane e afro-americane l'acqua è il seme con cui Dio rende fertile la terra e la feconda. Altre descrivono la pioggia come "le lunghe dita di Dio». Insomma, l'acqua è una sorta di "sperma divino" e, come tale, ha la forza di "divinizzare" chiunque entra in comunione con essa.

In ogni tempo e a tutte le latitudini, l'acqua ha sempre accompagnato la vita degli esseri umani. È stata anche l'elemento più utilizzato negli antichi riti. È stato ed è uno strumento essenziale di igiene e salute. Ispira artisti e attrae poeti. Pertanto, difendere l'acqua come un diritto di ogni essere vivente e pretendere che non venga "venduta" è un modo di accogliere e fare propria la saggezza indigena e nera, come pure di vivere una spiritualità ecologica.

(da Nigrizia, novembre 2004, pag. 77)

Martedì 20 Settembre 2005 00:43

La misericordia e il sacrificio (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

La misericordia e il sacrificio
di Giovanni Vannucci

Le parole: "Voglio la misericordia, non il sacrificio" (Mt 9,13) segnano un importante passo in avanti della coscienza umana, di cui purtroppo pochissimi, anche dopo duemila anni, si sono resi conto: il passaggio dalla religione del Padre a quella del Figlio. Il Padre sentito come il Sovrano assoluto, il Giudice inappellabile, che promuove i buoni e, demonizza i peccatori. La coscienza bisognosa di sacrifici espiatori, di capri sui quali riversare i peccati propri e quelli comunitari, la coscienza solare, creatrice e apportatrice di vita. L'albero da frutto dona con trasporto i suoi frutti, e la sua gioia aumenta con l'accrescersi dell'abbondanza dei frutti; non demonizza gli animali e gli uomini che ne mangiano, il suo compito è di sostentare le creature che abbisognano dei suoi doni. Così il seguace della religione del Figlio vive per distribuire la misericordia, non per innalzare altari su cui immolare delle vittime.

L'esperienza cristiana è nel faticoso e laborioso cammino che va dalla religione del Padre, del Rigore, del Giudizio irreformabile, alla religione del Figlio, che non giudica, non condanna, non colpevolizza nessuna creatura, ma con mano generosa distribuisce amore e misericordia, non spenge la fiammella che fumiga, non spezza la canna incrinata. Mosè aveva dichiarato che l'uomo è l'immagine di Dio nel creato, Cristo ci dice che il Figlio e i figli dell'uomo son chiamati a spogliarsi dal timore e dal tremore dei servi, e dischiudersi alla gioia vitale di sentirsi figli di Dio. Il volto del Padre che Gesù ci rivela riunisce armoniosamente il Rigore e la Misericordia, il rigore inteso non nel senso di una instaurazione di processi e di tribunali per eliminare il male, ma come l'intransigente ricerca di aprirsi all'infinita misericordia divina.

L'uomo che consapevolmente vive la sua missione di immagine di Dio, comincia a muoversi verso il raggiungimento della perfezione divina: "Siate perfetti e misericordiosi come il Padre vostro che è nei cieli" (Mt 5,48). "Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui cui il Figlio ha voluto rivelarlo" (Mt 11,27), cioè colui che ha raggiunto la coscienza propria della religione del Figlio. Gesù si manifesta non come il Re dalla tremenda maestà, come la nostra mente avida di potere e impaurita ama rappresentarselo, ma come l'umile e il mansueto. È Gesù mansueto e umile? Se mansuetudine e umiltà dovessero significare servilismo e vigliaccheria, certo Gesù non lo é. Il mondo, in genere, intende così l'umiltà e la mansuetudine. Per Gesù la mansuetudine è uno stato spontaneo di misericordia, per cui si è incapaci di serbar rancore per cosa alcuna, o di scandalizzarsi ipocritamente di qualche cosa. La mansuetudine è per Gesù la natura del leone, non quella dell'agnello; è mansueto colui che ha in sé la capacità di non poterlo essere: il libero, non lo schiavo; il forte, non il debole; l'audace e non il pavido; Gesù in questo senso è mansueto. Ogni volta che s'incontrerà nel peccatore avvilito e disprezzato, Egli lo rialzerà.

Cosa significa l'umiltà per Gesù? L'umiltà è per Lui la coscienza dei propri limiti; è l'offerta di se stessi perché la volontà divina sia fatta nell'uomo e attraverso l'uomo; è la serena dedizione al servizio umano, sempre grande, sempre nobile, comunque sia esercitato. "Chi di voi vuole essere il primo sia l'ultimo e il servo di tutti" (Mc 10,44). L'umiltà non è che il riconoscimento della propria posizione di creatura di fronte al Creatore e alle altre creature. Di creatura, non di giudice o sacrificatore, e la misericordia è il traboccamento di riconoscenza di quanto Dio e la vita ci hanno dato.

(Da: Giovanni Vannucci, Il Risveglio della coscienza, già Edizioni Cens, ora Servitium Città aperta edizioni srl / Associazione Emmaus via Conte Ruggero, 73 - 94018 Troina (En) tel. 0935.653530 - Fax 0935.650234; e-mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ; internet: www.servitium.it)


Una terapia d'amore
per una terra sofferente
di Marcelo Barros

L'ONU ha stabilito il 22 aprile come Giorno della Terra. E' il compleanno della Terra. La Terra "nacque" da una esplosione cosmica 4,45 milioni di anni fa. Allora, perché dedichiamo un giorno di venerazione in questi tempi? Perché il nostro pianeta soffre. Proprio l'ONU è garante di questa situazione: se la gente continua a vivere in questo modo da predatori, la vita sulla terra nei prossimi 25 anni sarà sotto rischio. Tutto indica che saranno solo alcuni animali molto resistenti a restare con vita.

E' questo il tempo di salvare la Terra? Come? Prima di tutto conviene curare l'essere più a rischio: l'uomo. In questi ultimi anni, Brasile che aveva 32 milioni di persone sotto il livello della povertà, adesso ha 52 milioni di affamati. Come possiamo preservare la vita se i poveri vedono la loro vita a repentaglio, sotto il peso della fame e della sofferenza provocate dalla miseria?

Certo che di fronte a quest'argomento un indigeno reagirebbe spaventato: "Per amare la Terra, curare le piante, gli animali, non è necessario fare un appello di dovere. La civilizzazione occidentale è arrivata ad un punto in cui per stabilire un rapporto di rispetto con la Terra, c'è bisogno di minacciare! Se uccidete la Terra morirete anche voi! L'umanità dovrebbe curare la natura solo per piacere e per amore. Forse è vero che in campagna un bocciolo non ci commuove ? Forse non ci motiva un bell'albero fiorito piuttosto che degli arbusti secchi! Quand'è stata l'ultima volta che ci siamo fermato davanti ad un fiore, ad un campagna fiorita, ad un cielo stellato, ad un tramonto?

Per la religione degli indigeni e degli afro-brasiliani, ogni essere dell'universo ha una sua particolare energia ed è segno di presenza di Dio. Perciò tutto è sacro, merita rispetto e deve essere trattato con venerazione e con amore. Gli indigeni dicono: tutto ha uno spirito. Gli afro-brasialiani: tutto ha anima.

Chi crede trova Dio in un rapporto amorevole che, come dice la Biblia, Lui fece e si mantiene nel potere della Sua Parola (Eb 1, 1-3). Il salmo 19 canta: "I cieli cantano la presenza di Dio. L'universo esplicita che è stato Dio il suo creatore". Quando si dice che Dio ha creato il mondo si riconosce che Lui è all'inizio di tutto è il principio, il fondamento primogenito, presente in ogni essere dell'universo, in ogni momento della storia. Nell'intimo di ogni essere c'è l'energia creativa come atto d'amore sempre in vigore. Il giudaismo ed il cristianesimo affermano che l'essere umano è stato creato per sorvegliare la Terra e per dare testimonianza di questa presenza amorosa di Dio: nella bellezza dei fiori ad esempio, nei ruscelli, nel suono del vento, ma soprattutto nel volto delle persone, fatto ad immagine e somiglianza divina.

Un documento cristiano del secondo secolo dice: cogli una pietra e lì sotto c'è Dio. Guarda gli altri come fratelli. Lì stai guardando Dio!

Domenica 07 Agosto 2005 20:47

La luce e le tenebre (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

La luce
e le tenebre
di Giovanni Vannucci




Le parole: "Dio ha così amato il mondo da inviare il Figlio unigenito, non perché giudichi il mondo ma perché sia salvo" (Gv 3, 16-17); "La luce venne nel mondo e gli uomini amarono più le tenebre che la luce" (Gv 1, 5-11), rivelano l'immenso amore di Dio e la tragica presenza nella coscienza umana di una possibilità di rifiuto. Amore sconfinato da una parte, possibilità di non accoglierlo dall'altra: tra questi due poli si svolge la dolorosa vicenda dell'umanità; la via della liberazione è nell'accettare la luce riaccesa dal Figlio nel cuore dell'uomo.

C'è il mondo, c'è Dio; dopo Cristo, il mondo non è più abbandonato a se stesso, nel suo profondo opera l'energia salvifica del Figlio come presenza che plasma e guida la materia amorfa verso le sue origini divine. Quando una coscienza umana l'accoglie, comincia ad amare e a sognare; ad amare le realtà non sottoposte al disfacimento e alla corruzione, a sognare la casa del Padre dalla quale viene e verso la quale è in cammino, e così ritrova la sua vera natura di figlia regale.

Il primo incontro con la luce di Cristo rende consapevole l'anima che la sua avventura, nella carne e nel sangue, è decisiva e definitiva. O riuscirà a fissare in se stessa la luce divina, divenendo in tal modo il veicolo della presenza redentiva del Cristo eterno e immanente; o rifiuterà di lasciarsi fecondare dalla luce, e, allora, si spegnerà come scintilla caduta nel fango. Se accoglierà la luce, sarà nell'onda dello spirito vivente e la sua vicenda nel mondo, pur incontrando un termine nella morte fisica, non si concluderà per questo, ma di ciclo in ciclo continuerà la sua corsa nell'infinito, verso la meta unica e suprema che è Dio stesso. La sua vita nel mondo, nella vita terrena e fisica, assumerà per lei il significato di una necessaria esperienza, che non si conclude nel giro angusto di una vita terrena, in un corpo di carne. «Dio amò il mondo tanto da dargli il Figlio unigenito, perché chi l'accoglie non perisca, ma abbia l’infinita vita". La vita nel mondo è, per ogni anima, determinante, è la misura suprema, la suprema prova agonistica; essa decide la vita e la morte, poiché le permette la valutazione esatta di tutte le sue possibilità. Se essa, durante l'avventura terrena, si mantiene unita alla sua vera luce mentale, se non perde per sua colpa il contatto con Cristo, luce del mondo, vivrà perché Cristo è infinita vita. Chi invece, con la volontaria ignoranza, con la volontaria adesione alle tenebre del mondo, rifiuta la luce rimane nella morte, non essendo in lui comunicazione di vita e di grazia.

Esiste nell'uomo una presenza di luce che continuamente parla, ammonisce, guida, conforta, illumina, esorta: la cosiddetta voce della coscienza, che è in realtà l'interiore rapporto spirituale che, trasformato in azione psichica, si contrappone a quanto nella materia vorrebbero arrestarne il volo. L'uomo sa ciò che è bene e ciò che è male, nel suo interiore è più che convinto della necessità di non fermare la sua marcia ascensionale. Nel mondo delle forme, nel piano dell'esistenza, niente è così sicuro, così fermo, così stabile come egli sa e sente che sarebbe necessario per rispondere alla sua vera natura. L'uomo effimero, ma eterno, contrasta con la perennità delle cose labili e queste realtà labili e perenni cercano in mille modi di fermare, trattenere quel principio spirituale portato per sua natura a trascenderle.

La lotta tra le tenebre e la luce è tutta qui: o l'uomo ascolta la voce del suo spirito interno e trascende la materia, allora verrà assunto dalla luce del Figlio donato al mondo da Dio, e in lui sarà confermato illuminandosi, conservando, nella suprema illuminazione, qualcosa di peculiarmente suo: l'individualità; oppure cede alle lusinghe della forma, alle suggestioni e agli inganni della tenebra, allora morirà, disperso nei mille suoi principi costitutivi, distrutto nella sua individuale sostanza, e questa è la permanenza nella tenebra, opposta alla luminosa certezza del possesso interiore del regno di Dio. «Questo è il giudizio: chiunque fa cose vili odia la luce, chi opera nella verità va nella luce".

L'incontro con la luce del Figlio che Dio ha donato per la salvezza del mondo è un evento interiore che si effettua nella carne e che mediante il tempo si afferma nell'eternità. L'uomo da solo ben difficilmente potrebbe riuscirvi, per questo il Figlio è stato mandato, "perché non uno solo si perda di quanti a lui furono dati dal Padre". Gli ostacoli che le tenebre oppongono alla luce sono principalmente tre e tutti di natura mentali: orgoglio e presunzione di sé, in quanto io separato; chiusura egoistica a ogni altra espressione di vita; rifiuto di aderire alla verità conosciuta, in quanto implica una necessità di sacrificio. Su questi tre cardini della cattiva volontà, il potere delle tenebre cerca di agire continuamente per impedire alla luce di manifestarsi nella coscienza, cosicché venga rifiutata dalla sua dimora e l'anima rimanga in balia delle forze nemiche. Quando l'uomo, attraverso lo sforzo di ascesa, l'esercizio affinante della meditazione, perviene a eliminare questi tre ostacoli, la luce si spande liberamente in lui, gli si manifesta in pienezza di conoscimento; alla mente rapita si rivelano le cose occulte; i misteri si schiariscono; si placano, trovandosi risolti, tutti i dubbi.

Quando l'uomo capisce di avere in se stesso la luce divina, viene rivestito da essa, le sue opere diventano luminose, perché "in Dio sono compiute". Sia tale uomo colto o incolto, comunicativo o introverso, abbia in sé la forza che trascina o ne sia privo, quando parlerà tutti lo capiranno, quando tacerà il suo silenzio sarà più forte e più vero delle parole. Chi si abbandona alla luce che è in lui, con umiltà profonda, vive nell'amore col quale Dio ha amato il mondo, non perirà nelle tenebre e vivrà la vita eterna, l'infinita vita divina.

(da Adista, 7 maggio 2005)


Domenica 10 Luglio 2005 17:31

I discepoli (Giovanni Vannucci)

Pubblicato da Fausto Ferrari

I discepoli
di Giovanni Vannucci



Tre cose vengono richieste a chi vuol seguire Gesù Cristo: un amore più grande di quello che naturalmente si porta ai genitori e ai figli; l'assunzione della propria croce; il dono della propria vita (cfr. Mt 10, 37-42).

L'evangelista Luca riproduce il testo più forte: "Se chi vuol seguirmi non odia il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli e le sorelle e anche la sua vita, non potrà essere mio díscepolo" (Lc 14, 26). Parole dure, ma vanno intese nella prospettiva che Cristo ci dischiude: il raggiungimento di Dio, il divenire figli di Dio, meta assoluta che non può esser raggiunta se non da un fermo desiderio di allontanarsi da tutto ciò che non è l'Intemporale, per vivere in comunione con l'Io divino che è in ogni uomo, in una partecipazione vitale alla realtà di tutti gli esseri esistenti nel tempo.

Nel versetto trentaquattro del capitolo 10 di Matteo Gesù dice: "Non crediate che sia venuto a portare la pace sulla terra, ma la spada". La pace non è l'inerzia, la vita del discepolo di Cristo è combattimento continuo contro se stesso e contro tutti i legami della carne e del sangue, contro le catene dell'egoismo. Egli rinnova la vita, ma la rinnova nell'urto coraggioso, nel coraggioso andare contro corrente.

Certo da quest'angolatura l'insegnamento di Cristo è asociale. La società, in quanto tale, non interessa a Cristo; ogni uomo è solo e deve portare se stesso al Padre. Società indica compromesso, legami, impedimento al raggiungimento del fine supremo che è la perfetta rinuncia, che è in ultima analisi la morte dell'uomo vecchio, dell'uomo nato dalla carne e dal sangue; dell'uomo separato, separante e causa di divisione. L'insegnamento di Cristo non concepisce un ordinamento sociale, basato sulla carne e sul sangue, che rende gli uomini ostili tra di loro, concepisce l'ordinamento sociale basato sulla motivazione della divina paternità, per cui, non la carne e il sangue, ma la carità, e il misterioso amore divino, uniscono i cuori e le coscienze in un'aspirazione comune.

Chi amerà il padre, la madre, i figli più del Cristo, non potrà uscire dal cerchio del sangue né adire alla divina figliolanza. Questa trasformazione dei nostri piccoli amori nell'amore universale dei figli di Dio costituisce la croce sulla quale giorno per giorno il discepolo dovrà salire per morirvi. I presupposti della nuova coscienza che nasce con Cristo rendono necessarie la rottura dei vincoli carnali e la sostanziale mutazione del ritmo naturale dei nostri legami affettivi. Il padre e la madre sono il passato, i figli sono il futuro; ma per il figlio di Dio non esiste passato o futuro, non esistono ricordi o speranze, ma un eterno presente, una realtà immanente e partecipe a tutto il mistero divino caratterizzano la coscienza cristiana.

Il Padre che è nei cieli rende fratelli i figli che sono sopra la terra. Non esiste il ricco o il povero, il colto o l'ignorante, il buono o il cattivo, il libero o lo schiavo: esiste l'Uomo ed esso è il figlio del Padre.

Certamente tutto ciò travolge ogni cosa, rinnova ogni cosa. Sono infranti i vincoli della corruzione, vengono spezzati i legami della separatívità, distrutti i limiti dell'odio, aperti i campi infiniti dell'amore. Nella morte della carne, si assiste al prodigio della nascita dello spirito; tutto ciò non può avvenire senza lotta e senza strazio.

Logico quindi che Cristo sia venuto a portare la spada, logico che Egli sia geloso del possesso assoluto del discepolo, logico che il discepolo che vuol seguirlo porti, come Lui, la croce. Cristo dona se stesso, non trattiene egoisticamente la sua vita, la dà; Egli si dona e prende, si distrugge nel dono di sé e crea, come il pane che vien mangiato, si distrugge e aliinenta la vita. Egli ama e vuole essere amato, esigenza assoluta di vita e di bellezza, più dei padre e della madre, più dei figli, oltre la carne e il sangue, nello spirito; assoluto nell'Assoluto, eterno nell'Eterno.

Nella nuova coscienza di Cristo, nel riconoscimento del Padre comune, nella religiosità del Figlio, la separatività scompare, gli uomini svaniscono, solo l'Uomo resta, i famigliari hanno la loro ragione d'essere nella separatività, non nella coscienza di essere tutti figli di un solo Padre. Il cristiano che rinnegherà la tradizione avita, che rifiuterà di sacrificare alle apparenze, che, cercando la verità suprema, rivelerà l'inganno delle menzogne dei sensi e dei sentimenti, della personalità singola e della personalità collettiva, verrà considerato un pessimo membro della famiglia. Questa è la spada che Cristo ha portato, e insieme la croce su cui deve salire chi vuol essere suo discepolo.

Nonostante questo al cristiano è richiesta una virtù più che umana. Il cristiano è colui che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica; è colui che non è da più del maestro, ma è perfetto come il Padre che è nei cieli, che "manda la pioggia e fa spuntare il sole sul giusto e sul peccatore". L'amore che trova nella coscienza nuova di Cristo è un amore pieno e libero; ama, non perché è amato ma perché l'amore è la natura stessa di Dio; chi ama secondo la carne e il sangue non fa nulla di diverso dalle altre creature; chi ama nella nuova coscienza di Cristo, ama come il Padre sa amare. Nel discepolo quindi è richiesta una forza d'animo serena e ferma, che costituisce una vera investitura di generosità.


(Giovanni Vannucci, Il Risveglio della coscienza, già Edizioni Cens, ora Servitium Città aperta edizioni srl / Associazione Emmaus via Conte Ruggero, 73 - 94018 Troina (En) tel. 0935.653530 - Fax 0935.650234; e-mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ; internet: www.servitium.it)


Pagina 11 di 14

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito

news

per contattarci: 

info@dimensionesperanza.it