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Mercoledì 19 Novembre 2008 00:34

Il giudizio del re (Giovanni Vannucci)

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Il giudizio del re (Giovanni Vannucci)

Il Regno di cui Cristo è il Re è una conquista interiore che si effettua nella carne e che, mediante il tempo, si afferma nell’eternità. La lotta per il Regno è tutta qui, come il Giudizio del Re Giudice è tutto qui!

Celebriamo la solennità di Cristo Re. Nel prefazio della Messa il regno di Cristo, il Regno che non è di questo mondo, è cosi descritto: «Regno eterno e universale, di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace». Qualità che sicuramente non potremo mai trovare negli Imperi e nelle Repubbliche terrene, frutti sempre di più o meno gravi compromessi tra la giustizia e l’ingiustizia, l’amore e l’odio, la pace e la guerra. Non di questi reami Cristo è Re!

Mi sembra di un’importanza unica la sollecitazione che ci viene dalla Liturgia a pensare alla natura e all’affascinante nobiltà del Regno non mondano di Cristo, a sognare il suo grande sogno; tornando poi nella dura terra, qualcosa rimarrà in noi del sogno, e sarà germe di vita meno banale e dispersiva. Noi crediamo che Cristo sia l’Alfa, la lettera iniziale, e l’Omega, la lettera che chiude la vicenda dell’universo creato; il primo Adamo, l’Uomo protologico, e l’ultimo Adamo, l’Uomo escatologico che in sé attua e compie l’Immagine divina dell’uomo.

C’è un mondo che ben conosciamo, il mondo della storia; a esso s’interseca, anzi ne è l’essenza intima, un fuoco attivante, il mondo della storia divina che iscrive la sua operosa attività nella coscienza umana.

C’è il tempo della storia empirica che fluisce, quasi sempre, attraverso dolorose tragedie; c’è il tempo sottile della metastoria divina, che è stabile, immutabile nella sua costante elargizione di pace, di amore, di giustizia, di gioia. Il mondo della storia divina, il tempo sottile e qualitativo del Divino, sono il regno non mondano di Cristo.

Entrare in questo Regno costituisce per l’uomo un’esperienza trasformatrice, in quanto viene a scoprire in sé il germe della vita eterna, della vita vera, la propria personale essenza divina che non viene dalla carne e dal sangue, ma da Dio. Allora l’uomo comprenderà di non essere nella storia, ne il figlio della storia, ma che la vera storia è in lui, e in lui c’è la storia del suo esodo dal mondo divino a quello terreno e la storia del suo ritorno al principio incandescente dal quale promana. Il ritorno è certo, ma lento e faticoso; l’uomo, come il seme del loto, deve radicarsi nel fango oscuro della materia se vuol risalire e germogliare nella luce. Pur essendo nel mondo, deve continuamente ricordarsi di possedere una perla preziosa che gli è stata affidata dal Re del mondo, della Verità e della Vita.

Limitandosi alla storia empirica dei regni di questo mondo, l’uomo non può che avere una visione imperfetta e dell’esistenza e del compito che vi deve svolgere. Con approssimazione riesce a sapere che la sua vita inizia con la nascita e finisce con la morte; ma del suo vero regno cosa sa l’uomo ordinario? I più credono tiepidamente a un fantasioso «dopo morte», senza peraltro esserne fondamentalmente sicuri. Dalla nascita alla morte, ecco la vita per la maggior pane di noi! Ma dov’era la nostra vita prima della nascita? Dove va la nostra vita dopo la morte? Tutte le religioni sono sorte per spiegare questo problema.

Talora la soluzione è stata affidata a una parola sola, ma siccome questa parola avrebbe potuto significare il crollo di un intero elaboratissimo edificio, si è preferito ripeterla ignorandone il significato; talora la soluzione investiva un importante gruppo di dogmi e si è ignorata o repressa; talora la soluzione si è presentata o troppo dura e non consolante e, per istinto di difesa, si è ignorata, o respinta.

La Verità è in Dio, e si è fatta carne, i suoi non raccolsero, gli estranei domandarono: cosa è la Verità? Millenni hanno preceduto l’Incarnazione, millenni la seguiranno e intanto la nostra avventura nella carne e nel sangue sarà decisiva. L’avventura carnale è determinante, è la misura suprema, la suprema prova agonale per l’uomo; essa decide la vita e la morte di ognuno. Essa è all’incrocio della storia empirica, fenomenica, e della storia divina, soprasensibile, il punto d’incontro della carne e dello Spirito, del reame umano e del reame di cui Cristo è il centro e la vita. Il reame di Cristo è di natura sottile, si afferma nelle coscienze e si edifica con pietre viventi, con pietre che sono passate dalla morte alla vita per avere accolto la Parola eterna che discende nella carne e dalla carne ascende. Se la nostra personale carne riuscirà a fissare in se stessa la Parola che diviene carne, diverrà il supporto della immanenza divina nella materia stessa, e sarà un centro che irradia la vita: «Avevo fame e mi hai nutrito, ero malato e mi hai curato»; se non vorrà fissare in sé la Parola eterna che diviene carne, sarà un centro di arida negazione della vita: «Avevo fame e non mi hai nutrito, ero ammalato e non mi hai curato» (cfr. tutto il brano in Mt 25, 31-46).

Nel primo caso l’anima sarà nella grazia dello Spirito vivente, e la sua avventura, che avrà un punto nella morte fisica, non per questo avrà una conclusione, ma di cielo in cielo continuerà la sua corsa nell’infinito, verso la mèta unica e suprema che è Dio stesso: «Venite, benedetti, nel regno del Padre». Nell’altro caso, l’anima, avendo rifiutato di accogliere in sé, come principio di vita, la Parola, si spegnerà come scintilla caduta nel fango: «Andate, maledetti, nel fuoco eterno».

Nel mondo delle forme, l’uomo effimero, ma eterno, contrasta con la perennità delle cose labili, e queste cose labili e perenni - il regno mondano - cercano in mille modi di fermare quel principio spirituale portato per sua natura a trascenderle. O l’uomo ascolta la voce del suo spirito interno e trascende la materia e allora sarà assunto in Cristo e confermato nel Figlio, come figlio di Dio lui stesso; oppure cede alle lusinghe della forma, alle suggestioni del mondo, agli inganni di Satana, allora morirà disperso nei suoi principi costitutivi: questa è la geenna, dove è davvero pianto e strider di denti, in opposizione alla radiante certezza del possesso interiore del regno di Dio.

Sì, il Regno di cui Cristo è il Re è una conquista interiore che si effettua nella carne e che, mediante il tempo, si afferma nell’eternità. La lotta per il Regno è tutta qui, come il Giudizio del Re Giudice è tutto qui!

Giovanni Vannucci

(da Giovanni Vannucci, «Il giudizio del Re», 34 domenica del tempo ordinario - Anno A; in Risveglio della coscienza , Sotto il Monte (BG) 1984, pp. 190-193)

 

Ultima modifica Sabato 26 Aprile 2014 20:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input