Martedì,06Dicembre2016
Mercoledì 01 Settembre 2010 17:32

Pregate senza disertare (Giovanni Vannucci)

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Pregate senza disertare (Giovanni Vannucci)

«Senza stancarsi» è la debole e vaga traduzione di un’espressione greca che significa l’abbandono delle armi fatto da un soldato ignavo durante il combattimento; potremmo rendere meglio il testo originale traducendo «senza abbandonare le armi», «senza disertare»; l’esaudimento della preghiera dipende dalla difficoltà inerente al cammino della preghiera.

Pregate senza disertare

di Giovanni Vannucci

«Gesù disse ai discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi» (Lc 18, 1). Il senso della parabola del giudice, che cede all’insistenza della vedova implorante giustizia, è contenuto nella frase «senza stancarsi».

«Senza stancarsi» è la debole e vaga traduzione di un’espressione greca che significa l’abbandono delle armi fatto da un soldato ignavo durante il combattimento; potremmo rendere meglio il testo originale traducendo «senza abbandonare le armi», «senza disertare»; l’esaudimento della preghiera dipende dalla difficoltà inerente al cammino della preghiera.

La preghiera cristiana - si potrebbe dire la preghiera di tutta l’umana esperienza religiosa – non è tanto una domanda rivolta a una Divinità Onnipotente, che va importunata perché risponda, quanto l’ascesa di tutto l’essere umano a un livello più alto. Dio e l’uomo non sono allo stesso livello. Il concetto fondamentale del Vangelo è che l’uomo appartiene al livello della creazione in via di compimento, in cammino verso una completezza che l’uomo è chiamato a raggiungere con la sua totale dedizione.

Il termine di questo cammino ascensionale è chiamato dal Maestro «il cielo» o il Regno dei cieli; esso non è al di fuori dell’umana coscienza, ma dentro: «II Regno dei cieli è dentro di voi» (Lc 17, 21). E dentro ogni essere umano come possibilità di un’ascesa interiore, di una seconda nascita; nella vita terrena l’uomo ordinariamente è in uno stato di sonno, di non vigilanza, di non capacità di tener gli occhi aperti alla piena realtà del mondo sensibile in cui vive.

Una celebre preghiera indiana suona così: «Guidaci dall’irrealtà al reale, dalle tenebre alla luce, dalla morte all’immortalità» (Brihadaranyaka Upanishad, I), e formula l’indomabile aspirazione dell’umana coscienza verso quella pienezza di vita, di amore, di conoscenza, di libertà, possibile soltanto a chi lacera i veli dell’illusione sensibile.

Dio è in questa aspirazione; la preghiera è l’impegno umano perché essa si attui sulla terra; in questo impegno Cristo indica all’uomo la necessità di non disertare: «Pregate senza abbandonare la lotta».

La preghiera è quindi aspirazione e ascesa, desiderio sconfinato di vita e liberazione dagli impedimenti che rendono impossibile la vittoria; il coronamento è l’infinita vita in Dio. L’aspirazione è il seme; la lotta per la sua crescita, la preghiera; il fiore il suo compimento. L’opera di Cristo è quella di ricollegare il seme con il fiore, di rendere comunicanti la terra e il cielo, di dissipare l’illusione dei sensi e di aprire la porta della piena realtà che nel mondo si esprime.

In questa riunificazione, l’uomo è esortato a non abbandonare per vigliaccheria, o per debolezza, il campo di battaglia. La vita, la verità, l’amore, la libertà patiscono violenza per essere conquistate; esse appartengono ai forti, ai coraggiosi, a coloro che non temono: «Pregate senza abbandonare la lotta!».

Nella veglia d’armi cui siamo chiamati non troveremo consolazione, ma la gioia intensa della certezza di essere in cammino verso la verità. Uscire dal mondo dell’errore e approdare a quello della verità è la grande e universale aspirazione dell’uomo; solo i forti, quelli che non abbandonano le armi, possono giungervi. Il mondo delle illusioni dal quale è necessario evadere è costituito dall’ignoranza, dall’avidità; contro di esse è necessario fortemente e serenamente combattere.

Quattro sono le avidità del corpo, della forma concreta corporea: l’avidità di mangiare, di bere, di tener gli occhi chiusi alle proprie responsabilità di esseri coscienti, di uccidere. Tre sono le avidità del corpo passionale: l’avidità di possedere, di godere, di imporsi. Tre sono altresì le avidità della mente concreta: l’avidità di conoscere ciò che accresce la potenza persona le, di essere considerato dai propri simili, di essere amato. Quattro sono le avidità della mente astratta: l’avidità di permanere nell’esistenza, come individuo o come gruppo, di essere onorato, di essere prescelto al compimento di grandi o piccole missioni, l’avidità di essere ricordato dagli uomini. Queste quattordici avidità stendono un fitto velo di ignoranza sullo spirito; contro di esse è necessario combattere incessantemente, senza deporre le armi: «Pregate senza abbandonare la lotta».

La vita vera dell’uomo è nell’incontro con l’Assoluto, con lo Spirito in cui sono Verità e Vita. L’esistenza terrena dell’uomo non è che la via a questa Verità, a questa Vita. Se in questo vigile e intenso cammino ci verrà concesso di liberarci, anche per brevi istanti, dalle avidità, saremo spogli di ogni forma di ignoranza.

Comprenderemo quanto sia inutile agitarsi per ciò che passa, dolorare per ciò che non rimane, quanto sia inutile e vano costruire mondi che la ragione demolirà e quanto, invece, sia necessario ascendere alla conquista della vita spirituale, dove la verità si manifesta in ciò che è: la bellezza, l’unica bellezza capace d’amore, degna d’amore.

In questo incessante combattimento dimentichiamo il peso della nostra carne immersa nelle avidità, e assurgiamo alla vita nella sua pienezza; non ciò che fummo importa e neppure ciò che siamo, ma ciò che saremo. E, nell’instancabile e forte combattimento, la nostra essenziale implorazione di vita verrà esaudita.

La preghiera ininterrotta è un amare, un voler essere, un desiderio insonne di unirci a Dio. Il senso intimo di questo cammino è il morire per essere, il morire a se stessi per essere in Dio. Anelito perenne dell’anima a trascendersi in Dio, non cercando Dio in noi, ma Dio in Dio, come negatore del nostro io.

Nulla sono le nostre idee, i nostri sentimenti, le nostre opere; questo nulla bisogna che si annienti, perché in noi viva l’Essere divino. Nell’istante dell’annientamento, la preghiera senza interruzione trova il suo esaudimento.

 

(in La vita senza fine, ed. CENS, Milano 1985;. 29a domenica del tempo ordinario,  Anno C,  pp. 205-208)

Ultima modifica Giovedì 29 Marzo 2012 13:35
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input