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Giovedì 02 Settembre 2010 21:54

L’eredità teologica di Medellín (Marcelo Barros)

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Oggi è normale che cristiani e studiosi del tema si chiedano quale eredità ne resti e quale relazione esista tra la Chiesa dell'America latina del 1968 che si riunì a Medellin e i vescovi che nel 2007 hanno realizzato la V Conferenza dell'episcopato ad Aparecida.

L’eredità teologica di Medellín

di Marcelo Barros

(...) Oggi è normale che cristiani e studiosi del tema si chiedano quale eredità ne resti e quale relazione esista tra la Chiesa dell'America latina del 1968 e i vescovi che hanno realizzato (...) la V Conferenza dell'episcopato ad Aparecida. Soprattutto una gran parte dell'umanità vuol sapere se può contare sulle forze vive della Chiesa cattolica e della sua gerarchia, come, in una certa misura, poté da Medellín fino alla metà degli anni '70, per far nascere insieme un mondo più fraterno e giusto. Qui voglio riflettere sull'eredità di Medellín perla pastorale popolare macroecumenica e per la Teologia pluralista della liberazione.

IL CONTESTO STORICO DI MEDELLÍN

Medellín fu un evento sorprendente e pionieristico. Non si può dire che fosse stato atteso e preparato per dare i frutti che diede. Certo nel 1968 il clima di apertura e dialogo con l'umanità che Giovanni XXIII aveva avviato non era stato ancora limitato come il Vaticano e i suoi alleati avrebbero fatto dalla metà degli anni '70. Anche l'ambiente di libertà e creatività suscitato dal Concilio Vaticano II influenzava ancora vescovi, preti e comunità cristiane. Tuttavia la visione della maggior parte dei vescovi non era stata trasformata profondamente. Era la vecchia visione di Cristianità cattolica, in un continente abituato al colonialismo sociale, politico e perfino religioso. Chi fu presente a Medellín e prima della conferenza partecipò al Congresso eucaristico di Bogotà può confermarlo.

Il momento mondiale nel 1968 era di rivoluzione studentesca in Europa e di movimenti di protesta in vari Paesi. Nel continente latinoamericano diversi Paesi, come il Brasile, erano già immersi in una crudele dittatura militare. In Argentina i “Sacerdoti per il Terzo mondo" erano combattuti dai militari e malvisti dalla gerarchia ecclesiastica. In Brasile la stessa conferenza episcopale, fondata da domHelder Camara, lo interrogava sui suoi viaggi e alcuni vescovi dichiaravano di sospettare che i suoi biglietti aerei fossero pagati dal comunismo internazionale.

Nel 1966 in Colombia i militari avevano assassinato Camilo Torres e l'anno dopo in Bolivia la Cia aveva ucciso Che Guevara. In tutto il continente crescevano i gruppi cristiani convinti che la sfida maggiore per il nostro popolo non fosse lo sviluppo, perché finiva sempre senza giustizia. Sviluppare un sistema ingiusto significa perpetuare l'ingiustizia. Necessaria era piuttosto la liberazione. Tuttavia nella maggioranza dei Paesi solo uno o due vescovi, come in Brasile domCamara e pochi altri, avevano la lucidità e il coraggio di opporsi alle dittature. Pochi pastori denunciavano le torture e affrontavano le ire dei militari. La maggioranza preferiva tacere. E il Papa raccomandava ai cristiani di perseguire un'evoluzione delle cose e non la rivoluzione. Medellín cominciò in questo clima. Solo man mano che le discussioni si approfondirono i vescovi trattarono questioni serie del continente in forma più aperta e lucida di quanto Si sarebbe potuto immaginare.

I TEMI E IL DIBATTITO

A rileggere oggi il libro pubblicato col discorso di apertura del Papa, i discorsi dei tre cardinali presidenti della conferenza e i testi emanati dall'assemblea (16 documenti), appare chiaro il tentativo di offrire una parola ecclesiale su vari temi e problemi del mondo più che della Chiesa. È direttamente all'umanità che la conferenza si rivolge, come chiarisce l'introduzione alle conclusioni: “La Chiesa latinoamericana, riunita nella II Conferenza generale del suo episcopato, ha concentrato l'attenzione sull'essere umano di questo continente che vive un momento decisivo del suo processo storico". Cosciente del fatto che “per conoscere Dio bisogna conoscere l'essere umano", la conferenza “ha volto il suo sguardo all'uomo".

Medellín fu la prima grande assemblea ecclesiale a interessarsi di un tema che non fosse solo interno alla vita della Chiesa. Anche il Concilio aveva finito per farlo, ma come conseguenza dell'aver iniziato a trattare questioni ecclesiali (la liturgia). Il tema generale proposto per la conferenza fu "La Chiesa nell'attuale trasformazione dell'America latina alla luce del Concilio". Il titolo dice che il tema era in primo luogo la Chiesa, ma la discussione e i documenti finali contennero sempre una posizione della Chiesa rivolta al mondo e ai popoli del continente. Questa contraddizione rivela chiaramente la divisione che esisteva nell'episcopato e la differenza tra il testo proposto all'inizio per essere discusso e il lavoro successivo dei vescovi durante il dibattito e i gruppi nella conferenza.

I testi conclusivi della conferenza furono ripuliti e "addomesticati" da una revisione curiale a Roma, ma chi li legge resta ammirato dall'apertura umana e dal desiderio di dialogo che li attraversa. Formulati secondo lo schema "vedere-giudicare-agire", partono sempre dalla realtà, propongono un'analisi biblica e teologica per terminare con suggerimenti per l’azione sociale e pastorale. La conferenza si proponeva di approfondire la realtà sociale e politica del continente, l'evangelizzazione e l'azione della Chiesa, la sua organizzazione interna. In una diversità così grande di temi, alcuni furono maggiormente approfonditi o si raggiunse un certo consenso su di essi mentre su altri no. È sintomatico che i primi documenti siano su Giustizia e Pace. Tra i molti elementi positivi e perfino nuovi, resta significativo che non appaia il fatto che in tanti Paesi del continente i militari avessero preso il potere. I documenti non condannano il militarismo né parlano direttamente di dittature, se non quando il documento sulla pace per dire che, di norma, la Chiesa non crede alle rivoluzioni, cita la Populorum Progressio quando afferma che "l'insurrezione rivoluzionaria può essere legittima in caso di tirannia evidente e prolungata che offenda gravemente i diritti della persona e pregiudichi il bene comune del paese" (PP 31, Med 2,19).

Sebbene p. José Comblin abbia ragione quando sostiene che Medellín rappresentò la nascita di una Chiesa cattolica propriamente latinoamericana e caraibica, cioè con "volto dei nostri popoli", basta percorrere citazioni e note bibliografiche per constatare che, già in quell'epoca, i vescovi osavano fare affermazioni più coraggiose solo se a loro fondamento potevano citare il Papa (Paolo VI) o il Concilio. Forse perché solo quando i vescovi più aperti potevano appoggiarsi su qualche citazione del Papa o del Concilio riuscivano a far passare le loro proposte in un'assemblea eterogenea e in maggioranza conservatrice.

EREDITÀ PER UNA TEOLOGIA PLURALISTA DELLA LIBERAZIONE

Evidentemente un tema come quello del pluralismo culturale e religioso non siponeva al tempo di Medellín, almeno nei termini di oggi, e non compare direttamente nei documenti. Anzi, i testi sono abbastanza cristocentrici e apparentemente esclusivisti: "Solo alla luce di Cristo sichiarisce il mistero dell'uomo" (Med 1 - sulla Giustizia, n. 4); "La solidarietà umana non può realizzarsi veramente se non in Cristo che dà la pace che il mondo non può dare" (Mcd. 2 - sulla Pace, n. 14). È chiaro che sono citazioni più affettive e culturali che propriamente dogmatiche e teologiche. Il documento sulla Pastorale popolare (Documento 6) propone che la Chiesa non sicomporti come una setta e sappia incorporare le persone delle più diverse culture ed espressioni spirituali. Si parla di "segreta presenza di Dio", della "luce della verità che illumina tutti", del "Verbo presente già prima dell'incarnazione" (e non esplicita che è Gesù Cristo) (cfr. Med 6, n. 5). Questa teologia che viene dal Concilio (Dichiarazione Nostra Aetate) appare in vari testi. Non è lì che possiamo trovare l'eredità di Medellín per una Teologia pluralista della liberazione. Essa può essere scoperta nella preoccupazione della conferenza per la realtà umana, nella sua scelta di dialogare con l'umanità e di rivolgersi fraternamente all'essere umano. Se siparagonano i temi e lo stile dei testi di Medellín con quelli di Santo Domingo e Aparecida, siha l'impressione che vengano da Chiese differenti.

Questa scelta di parlare all'essere umano di oggi e di avere un messaggio che possa essere utile, contribuendo alla pace e alla giustizia in questo mondo non è superata e resta una sfida per la teologia. Questa non può mai essere una mera discussione accademica né accontentarsi di rispondere a questioni ecclesiastiche. La strada aperta da Medellín non può essere chiusa. La sua metodologia di partire sempre dalla realtà e ad essa tornare fa sì che quanti lavoriamo con la teologia india, la teologia nera, la teologia femminista e tutte le teologie contestuali siamo figli e figlie di Medellín.

L'attenzione di Medellín nel rispettare e valorizzare le culture latinoamericane e caraibiche è per noi un'importante eredità, perché noi proponiamo una Teologia pluralista della liberazione, unita alla teologia che si fa in altre parti del mondo, ma radicata nelle nostre culture e con volto nero e indigeno. Ciò concretamente significa rielaborare la spiritualità macroecumenica, proposta dai tre incontri continentali dell'Assemblea del popolo di Dio nel 1992, 1996 e 2000, a partire da una spiritualità pluralista e di matrice afroindigena. Nessuno di noi pensa che avrebbe senso una "Medellín 2" nelle forme di una conferenza episcopale cattolica, ma l'eredità di Medellín per una Teologia pluralista della liberazione nel nostro continente potrebbe concretarsi se l'Associazione ecumenica dei teologi e delle teologhe del Terzo mondo (Asett) nel 2009 organizzasse un forum macroecumenico su come le Chiese cristiane devono essere presenti e operanti nei processi politici di trasformazione in corso in vari paesi del continente. Penso che tradurremmo il testo di base di Medellín "Per incontrare Dio è necessario incontrare l'essere umano" in "Per incontrare Dio è necessario inserirsi nei nostri popoli e cosi vivere e stimolare la vocazione sociale e politica trasformatrice delle nostre comunità".

Il miracolo divino sta nel fatto che, nonostante le difficoltà della Chiesa e del mondo, Medellín lasciò uno spirito che non è morto. Sebbene ristretto a minoranze profetiche, l'appello dei vescovi nella conferenza risuona anche oggi.

 

(in Missione oggi, novembre 2008, pp. 33-36)

Ultima modifica Giovedì 16 Settembre 2010 20:06
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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