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Martedì 31 Maggio 2011 22:21

Essere creature nuove (Giovanni Vannucci)

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Essere creature nuove (Giovanni Vannucci)

Ricordiamo oggi l’evento della Pentecoste, della discesa dello Spirito santo sugli apostoli riuniti nel cenacolo a Gerusalemme. Dobbiamo riflettere su alcuni punti che mi sembrano importanti ed essenziali di questo evento.

Prima di tutto dobbiamo domandarci: cosa è avvenuto negli apostoli? Prima del giorno della discesa dello Spirito santo vediamo gli apostoli con delle caratteristiche prettamente umane, li vediamo entusiasti e pavidi, pronti a seguire Cristo e pronti a tradirlo; anche dopo la sua risurrezione li vediamo chiusi nel cenacolo per paura, non ancora aperti a quell’evento che si era compiuto in Cristo e non ancora pronti ad annunciarlo a tutte le genti. Dopo la Pentecoste sono totalmente trasformati. Hanno la certezza che il Cristo, col quale hanno vissuto e col quale hanno avuto una consuetudine di amicizia e di discepolato, è la nuova immagine di Dio che è apparsa sulla terra. E allora non paventano più né le autorità religiose del loro popolo, né le autorità civili, non paventano più i sacrifici, non hanno più timore delle persone e questi pescatori indotti vengono lanciati ad annunciare la nuova verità che si era manifestata in Cristo.

Come mai questa trasformazione? Io penso sia stata una violenza che hanno subìto da Dio: la loro mente pavida e incerta è divenuta solida, sicura, non fanatica, ma sicura di quello che annunciavano. Il loro coraggio diventa intenso e forte, senza tentennamenti, e infatti vediamo che poi, nel corso del tempo, operano con coraggio, con una dedizione che non ci saremmo aspettata da questi uomini. E sanno affrontare serenamente la morte. Poi in loro avviene anche un altro cambiamento: da uomini singoli legati a una razza, a un paese, a una cultura, diventano uomini universali. La loro lingua è compresa da tutti: c’erano degli arabi, dei romani, dei greci, degli ebrei di diverse provenienze, quindi di diverse lingue, e quando gli apostoli parlano tutti li comprendono. È il miracolo della trasformazione dell’uomo interiore che è stato compiuto, come ho detto, con un atto di violenza da Dio. E quando gli apostoli presenti nel cenacolo parlano, hanno la certezza che Cristo è la nuova rivelazione di Dio e lo comunicano senza trepidazione, senza incertezze, senza lotta, senza sofferenza.

Se voi confrontate le lettere di Paolo con le lettere di Pietro, di Giacomo o di Giovanni, troverete questa differenza: le lettere dei tre apostoli che hanno vissuto la trasformazione operata dallo Spirito santo nel cenacolo, non contengono dubbi. Sono affermazioni impersonali di certezze che vivono nella coscienza di uomini. Leggete invece le lettere di Paolo. Ci troverete una lotta, un dramma continuo, dello spirito di Paolo col mistero divino. E si può seguire, attraverso l’epistolario di Paolo, una progressiva trasformazione e ascesa dello spirito di quest’uomo verso il mistero divino. Il timbro personale delle lettere di Paolo è molto pesante e, alle volte, dà noia. Nelle altre lettere, invece, non c’è timbro personale. Leggete il vangelo di Giovanni e vedrete: la figura di Giovanni scompare di fronte alle parole che annunzia. C’è una saggezza che ha invaso la mente di questi uomini e che si comunica direttamente, tramite la loro mente, la loro parola, i loro scritti, ma indipendentemente dalla loro personalità, a differenza, invece, delle lettere di Paolo. Potete fare questo confronto che, oltre a farvi leggere una parte notevole del Nuovo Testamento, vi aiuterà a comprendere il miracolo che si è compiuto il giorno della Pentecoste: Iddio si è quasi sostituito all’io personale di questi uomini, e quando essi parlavano, non parlavano in nome di un loro pensiero, del risultato di una serie di loro pensieri, ma annunciavano una conoscenza che in loro era discesa dall’alto.

E poi c’è un altro aspetto che mi sembra importante e che noi cattolici dobbiamo recuperare per amore della nostra Chiesa: lo Spirito santo discende sugli apostoli non come un grosso globo di fuoco, una massa luminosa che tutti investe, ma discende come tante fiammelle, sul capo di Pietro, della Vergine, di Giovanni e degli altri apostoli, come tante fiammelle. Ciò significa che il dono dello Spirito concesso a ciascuno è proporzionato alla capacità recettiva di ciascuno, è rispettoso della personalità di ciascuno. Chi possiede, nella Chiesa, lo Spirito santo? Tutti noi, dal Papa fino all’ultimo dei fedeli. E ognuno ha una porzione dello Spirito santo. Lo spirito di massificazione distrugge la Chiesa e se questo è avvenuto nel corso dei secoli per necessità storiche, debolezze umane, lo dobbiamo riuscire a superare, perché in me c’è lo Spirito e in ciascuno di voi c’è lo Spirito, in ogni uomo che crede in Cristo c’è lo Spirito, e questo Spirito è commisurato alla personalità di ciascuno.

Noi, non come gli apostoli ma come san Paolo, dobbiamo faticosamente conquistare questo Spirito attraverso il dominio di tutta la nostra realtà umana, dal corpo al sentimento, all’intelligenza, all’immaginazione, al nostro io. Quando saremo riusciti a conquistare la nostra personalità, a un certo momento ci dovremo scrollare di dosso il nostro io personale perché in noi discenda lo Spirito. Ma lo Spirito discenderà in noi secondo la misura della nostra personalità e non altererà la nostra personalità. Allora il mio pensiero diventa il pensiero di Dio, il pensiero dello Spirito, il mio sentimento è il sentimento dello Spirito, il mio amore è l’amore dello Spirito e il mio corpo porterà inevitabilmente quella luminosità che vive nell’interno del mio essere. Io sarò riordinato nello Spirito.

Non sarò l’unico possessore dello Spirito, anche se l’ho conquistato faticosamente attraverso una dedizione, una ascesi, un continuo controllo di me stesso. Non sarò l’unico possessore dello Spirito nella Chiesa, ma tutti coloro che riescono ad ascendere sono i portatori dello Spirito. E allora i nostri rapporti tra cristiani non sono i rapporti che sono necessari in un esercito che ha un compito di conquista o di difesa, un compito che deve essere ben ordinato e deve poi ascendere e rimontare al generale in capo. Tra noi cristiani i rapporti sono differenti: ognuno deve venerare i doni dello Spirito che sono nell’altro, il Papa deve venerare i doni dello Spirito che sono in me, che sono in ciascuno di voi. Allora i nostri rapporti non devono essere rapporti di autorità, di violenza, ma devono essere rapporti di profondo rispetto, perché la Chiesa non è una società autoritaria, ma è una società chiamata ad annunciare un mistero che trascende tutte le visioni e le possibili realizzazioni immaginate dall’uomo. Siamo tutti annunciatori dello Spirito e lo Spirito lo annunciamo in una maniera sempre più perfetta e viva conformemente alla nostra ascesa nel mistero dello Spirito. E allora si ha la Chiesa, perché la Chiesa è una cattedrale ben composta, non è una massa di pietrame, e nella cattedrale ogni pietra è al suo posto. San Pietro ci dice: voi siete le pietre viventi del tempio di Dio.

Ecco, di questo dobbiamo riprendere coscienza, non per contestazione o per ribellione ma perché la nostra Chiesa deve costruirsi su questi rapporti di rispetto profondo, di attenzione profonda agli altri. Infatti, quando la nostra Chiesa si è chiusa nell’autoritarismo, cos’è avvenuto? Noi ci siamo chiusi anche nei nostri piccoli particolarismi: la Chiesa latina, la Chiesa inglese, la Chiesa germanica, la Chiesa greca, la Chiesa copta, la Chiesa russa. Ci siamo chiusi. Ma lo Spirito invece universalizza e l’universalizzazione significa che io, italiano, devo rispettare l’io russo, devo rispettare l’indiano, l’egiziano, l’arabo, perché anche in loro c’è lo Spirito e anche loro ascendono verso la pienezza della verità dello Spirito. Allora il nostro linguaggio diventerà un linguaggio universale: io parlerò italiano, però il russo sentirà che in me c’è uno sguardo, c’è un amore, c’è un’attenzione, c’è una partecipazione al suo modo differente di essere che non lo respinge, ma lo abbraccia, perché insieme al russo, insieme all’americano, io devo costruire questo nuovo tempio per il corpo vivente dello Spirito.

Sono alcuni pensieri che vi ho comunicato in questo grande giorno della Pentecoste ed è questo evento sopra il quale noi dobbiamo continuamente ritornare per poter comprendere la nostra funzione, la nostra missione dentro la Chiesa, che è personale prima di tutto, cioè io devo raggiungere lo Spirito e devo vivere nello Spirito. Una volta trasformato dallo Spirito, la mia azione poi diventa collettiva, di rapporto con gli altri, ma se io rimango chiuso nei miei particolarismi, nel mio io egoistico, posso ben pensare di essere un membro della Chiesa, ma non sono un membro vivo della Chiesa, non sono una pietra vivente, sono un sasso che ancora aspetta la mano del costruttore perché lo collochi nel suo posto preciso. E il costruttore non mi prenderà mai fin tanto che io non dirò: sono pronto.

Ecco, dobbiamo prepararci a questa disponibilità totale nelle mani dello Spirito per poter diventare il grande tempio, che non è costruito da mano d’uomo, e che Dio costruisce nello svolgimento dei secoli, nell’umanità, lentamente e pazientemente, attraverso tutti gli individui che rispondono al suo appello di grazia e di vita. Allora la Chiesa diventa una Chiesa vivente, dove ci sono scambi di vita e scambi d’amore, dove l’egoismo cessa di separare, di dividere gli uomini e dove regna un solo soffio, un solo respiro, dove la respirazione dell’uno è la respirazione dell’altro, dove uno respira lo stesso soffio divino e dove tutti respirano lo stesso soffio divino e in tutti c’è una circolazione animata da uno spirito che viene dallo Spirito santo.

Allora tutti saremo delle creature nuove e la nostra Chiesa sarà una creatura nuova. Cerchiamo di raggiungere pazientemente il vertice dello Spirito e, se vogliamo sapere se siamo persone dello Spirito, guardiamo, confrontiamoci con l’umanità. Se siamo divisi dagli altri, noi ancora non viviamo lo Spirito. Se io sono diviso dall’altro per un’idea religiosa, non partecipo allo Spirito. Se io sono diviso dagli altri per una mia idea politica, non partecipo allo Spirito. Se io sono diviso dagli altri perché ho dei possedimenti, ho delle ricchezze, ho qualcosa che mi fa sentire potente in mezzo agli altri, io non partecipo allo Spirito. E la demolizione di tutte queste pareti che ci separano dagli altri deve compiersi personalmente. Avremo una Chiesa nuova e un’umanità nuova, quando lo Spirito sarà il legame profondo che unisce tutte noi creature alla sorgente dalla quale lo Spirito discende, che è la sorgente divina.

Giovanni Vannucci


(omelia pronunciata domenica 29 maggio 1977, Festività di Pentecoste, Anno C, durante il rito eucaristico, nell’eremo di San Pietro alle Stinche. Registrata su nastro magnetico e trascritta da Consalvo Fontani. Pubblicata in Ogni uomo è una zolla di terra, Borla editore, Roma, 1999, pp. 186-191).

Ultima modifica Venerdì 01 Luglio 2011 16:22
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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